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mercoledì 25 febbraio 2026

Bella serata allle Giubbe Rosse con la Rivista fiorentina TESTIMONIANZE


 


Ieri pomeriggio,24 febbraio 2026, Severino Saccardi insieme con Mattia Poggi e Roberto Mosi, allo storico Caffè delle "Giubbe Rosse", all' incontro dedicato alla storia e all' attività di "Testimonianze", organizzato da Jacopo Chiostri.
Una bella occasione di incontro. Grande partecipazione (tanta gente, tante amiche e amici, un bel clima, molto interesse per i contenuti e molta attenzione).
Grazie di cuore agli organizzatori e a tutti i partecipanti.





















giovedì 8 maggio 2025

Jacopo Chiostri: "Il diario del giovane Rilke"- Firenze, laboratorio creativo dei capolavori della maturità - Lou Salomé una delle donne più affascinanti del suo tempo




Il diario di Rilke
Amore e ispirazione del poeta boemo a Firenze e a Viareggio nel libro di Roberto Mosi


di Jacopo Chiostri 


Rainer M. Rilke arrivò a Firenze a metà di Aprile del 1898, il suo fu un soggiorno relativamente breve perché nei primi giorni di maggio lasciò già Firenze e si trasferì a Viareggio. Il tempo trascorso nel capoluogo fu però decisivo per il giovane poeta - aveva allora appena ventidue anni - il quale, infatti, scriverà che a Firenze si era dato il compito di cogliere la sua ricchezza di opere d’arte come passaggio verso la maturazione e verso una maggiore consapevolezza.

Le impressioni del viaggio furono raccolte da Rilke nel celebre ‘Diario fiorentino’ che contiene le sue riflessioni sul patrimonio artistico della città; il libro, sebbene completato nel 98, sarà pubblicato soltanto nel 1942; è dedicato a Lou Salomè, la donna amata, conosciuta nel 1897.

Affascinato dalla figura, e dalla storia, di colui che è considerato il poeta lirico più celebre della Germania, e uno dei maggiori in Europa, Roberto Mosi, a sua volta poeta, scrittore, fotografo, oltreché collaboratore de ‘La Toscana Nuova’, ha di recente pubblicato un colto studio-racconto ‘Il diario fiorentino di Rainer M. Rilke per Lou Salomè’ che è entrato a far parte della ormai celebre collana ‘Gli stranieri a Firenze’ di Angelo Pontecorboli editore.

Mosi, che inizia il suo scritto, raccontando di come certe sere sia salito all’Abbazia di San Miniato e lì si sia immerso nella lettura delle opere di Rilke, col quale, scrive, condivide l’interesse per la poesia e per il viaggio, ha poi coinvolto il Gruppo di lettura che fa capo alla biblioteca del Palagio di Parte Guelfa, di cui fa parte, in un progetto per un ‘Sentiero Rilke in Toscana, Firenze e Viareggio’; la parte fiorentina, per meglio capire di cosa parliamo, prende l’avvio dal giardino Demidoff sul lungarno Serristori, nei pressi del luogo dove il poeta dimorò nell’allora pensione Benoit, e dopo varie soste, si conclude a San Miniato. Per suo conto Mosi è stato anche sulle tracce di Rilke in Trentino, alla ‘passeggiata letteraria’ ai piedi del Castello di Arco sul lago di Garda; poi a Capri dove Rilke scrisse alcune delle sue liriche più belle tra cui ‘Il Canto del Mare’; ancora al Castello di Duino nei pressi di Trieste dove iniziò la stesura delle ‘Elegie Duinesi’, terminata successivamente, nel 1922, in un piccolo castello medievale nel cantone Vallese in Svizzera; nel Vallese Mosi ha anche visitato Raron dove è sepolto il poeta.







Tornando al ‘diario’, Mosi spiega come quest’opera contenga il germe della produzione matura di Rilke e la si possa considerare un laboratorio creativo perché Firenze influenza definitivamente la sua visione poetica.

Firenze non è solo però poesia e bellezza; alcune pagine raccontano come Rilke fosse rimasto deluso dall’incontro con la vita quotidiana della città e Mosi ne conclude che la sua visione dell’esistenza fosse profondamente aristocratica: ‘Il popolo umile sente l’arte come inutile’, ‘l’arte può essere compresa solo da individui nobili, colti’: verso le persone comuni Rilke ha un atteggiamento sprezzante, nota l’autore.

Lo scritto di Mosi è molto altro. Vi troverete un intero capitolo dedicato a ‘Monaco e il trionfo dello Jugendstil’, un altro in cui si traccia la figura di Lou Salomè, una delle donne più affascinanti del suo tempo, la quale, oltre a farlo innamorare, porta il giovane poeta a comprendere gli spunti più moderni della vita culturale di allora e lo introduce alla psicanalisi. Le descrizioni dei monumenti, le vie di Firenze scritte da Rilke, e riportate da Mosi, sono un ulteriore dono di questo prezioso testo. 



















 

martedì 4 giugno 2024

LIVRE DU MOIS "Trois princesses françaises à Florence", Pontecorboli Edizioni - "la TOSCANA nuova" - Revue de Jacopo Chiostri


RED

P.zza della Repubblica 26/29R - Firenze - 0.3 Km

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Giugno 2024



Revue de Jacopo Chiostri

Avec «Trois princesses françaises à Florence», dernière de ses innombrables œuvres littéraires, Roberto Mosi a marqué une nouvelle voie pour le genre de l’essai historique. Ce sont cent quarante pages, réelles, finement présentées avec l’expertise typographique d’Angelo Ponetcorboli éditeur à Florence, dans lesquelles l’auteur a réussi, miraculeusement il est juste de dire, à faire coexister le plaisir et la fluidité de la lecture, avec un grand nombre de documents historiques, au point que, malgré le nombre pas si élevé de pages écrites, il serait tout aussi naturel de parler de travail monumental, même si une telle phrase pourrait, et serait dommage, effrayer l’ordinaire. qui, au contraire, trouvera dans cet essai tout ce qu'il faut pour assouvir sa curiosité, chronique, historique et même mondaine !

Riche de références bibliographiques, agrémenté d’une quinzaine d’images, l’écriture a trois protagonistes, Elisa Baciocchi, Paolina Borghese, Carolina Murat, les trois soeurs de Napoléon, et deux narrateurs, Sylvia Boucout qui fut dame de compagnie au service des trois princesses, et le même Mosi qui, d’abord depuis la terrasse panoramique de l’hôtel Excelsior de Piazza Ognissanti, regarde Florence, et s’arrête, avec son regard, sur les lieux où se sont déroulés les événements qui ont vu Elisa, Paolina et Carolina au centre d’intrecci storici e personali, souvent tormentati, dans lesquels Florence a joué un rôle, et pas seulement en tant que lieu géographique.

Déjà avec ‘Barbari’, son œuvre précédente, ‘Roberto Mosi avait prouvé sa capacité à raconter l’histoire avec la perspicacité du romancier, réussissant à mélanger la rigueur documentaire avec une interprétation, personnelle, des comportements des protagonistes, déduite, probablement, d’une étude sage et attentive des témoignages et des nouvelles trouvées. Dans cette œuvre, il a dépassé; et certaines pages - pensons à celles tirées du Journal florentin de Sylvia - sont fascinantes; Sylvia elle-même, comme déjà arrivé avec Rufo, protagoniste et narrateur des 'Barbares', 'rub' la scène aux trois protagonistes et, encore une fois comme Rufo, devient pour le lecteur un personnage familier, tant Mosi parvient à définir son caractère et sa participation émotionnelle aux événements racontés dont elle a été, souvent tragiquement, témoin.

Sylvia, par force de choses, compte tenu de son rôle, a recueilli les confidences de ces trois femmes, chacune à sa manière extraordinaire, les amours, les différents caractères (chacun à sa manière, riche de courage et de résolution), le rapport au pouvoir, la fierté liée à l’appartenance dynastique, puis la consternation après la défaite de Napoléon, l’exil, le fait d’être persécutées et proscrites par les nations victorieuses.

Il ya tout au long du roman une balançoire continue entre les grands faits historiques, la rencontre avec les grands-ducs, les rois, les papes et puis les événements profondément humains qui font réfléchir le lecteur sur ce qu'il était, et tel, nous ne pouvons pas ne pas le voir, est resté, l'aspect toxique du pouvoir: pour qu'il soit aussi riche de titres, transporté dans des chars de luxe, vêtus de vêtements élégants, dépeint ou sculpté par de grands artistes, acclamé dans les palais, invités dans les théâtres et Les trois soeurs sont aussi des femmes, et chacune représente une figure féminine inoubliable par sa grâce et sa détermination.

Comme ce fut le cas pour ‘Barbares’ aussi ‘dans les trois princesses’ les liens possibles avec l’histoire actuelle ne manquent pas. Pendant ce temps Florence, un autre « personnage » clé de la narration: une lecture attentive ne peut échapper que dans ces pages on entrevoit les prodromes de son avenir; puis certains mythes, difficiles à mourir, et aujourd’hui même actuels, comme celui du leader unique, absolu.
 

JACOPO Chiostri


 Recensione di Jacopo Chiostri

Con ‘Tre principesse francesi a Firenze’, ultima delle sue innumerevoli fatiche letterarie, Roberto Mosi ha segnato una nuova via per il genere del saggio storico. Sono un centoquaranta pagine, effettive, finemente presentate con la perizia tipografica di Angelo Ponetcorboli editore in Firenze, nelle quali l’autore è riuscito, miracolosamente è corretto dire, a fare coesistere il piacere e la scorrevolezza della lettura, con un’ampia messe di documenti storici, al punto che, a dispetto del numero non così elevato di pagine scritte, verrebbe ugualmente naturale parlare di lavoro monumentale, non fosse che una dizione simile potrebbe, e sarebbe un peccato, spaventare il normale lettore che, invece, troverà in questo saggio tutto quello che occorre per saziare la sua curiosità, cronachistica, storica e persino mondana!

Ricco di riferimenti bibliografici, abbellito da una quindicina d’immagini, lo scritto ha tre protagoniste, Elisa Baciocchi, Paolina Borghese, Carolina Murat, le tre sorelle di Napoleone, e due narratori, Sylvia Boucout che fu dama di compagnia al servizio di tutte e tre le principesse, e lo stesso Mosi che, inizialmente dalla terrazza panoramica dell’hotel Excelsior di piazza Ognissanti, osserva Firenze, e si sofferma, con lo sguardo, sui luoghi dove si svolsero le vicende che videro Elisa, Paolina e Carolina al centro d’intrecci storici e personali, spesso tormentati, nei quali Firenze ebbe un ruolo, e non solo come luogo geografico.

Già con ‘Barbari’, la sua opera precedente, ‘Roberto Mosi aveva dato prova della sua capacità di raccontare la storia col piglio del romanziere, riuscendo a mixare il rigore documentaristico con un’interpretazione, personale, dei comportamenti dei protagonisti, dedotta, presumibilmente, da un sagace e attento studio di testimonianze e notizie reperite. In questa opera si è superato; e certe pagine - pensiamo a quelle tratte dal Diario fiorentino di Sylvia - risultano avvincenti; la stessa Sylvia, come già accaduto con Rufo, protagonista e narratore dei ‘Barbari’, ‘ruba’ la scena alle tre protagoniste e, ancora una volta come Rufo, diviene per il lettore un personaggio familiare, tanto Mosi riesce a definirne il carattere e la partecipazione emotiva agli eventi narrati di cui è stata, spesso tragicamente, testimone.

Sylvia, per forza di cose, considerato il suo ruolo, ha raccolto le confidenze di queste tre donne, ciascuna a suo modo straordinaria, gli amori, i diversi caratteri (ciascuno però, a suo modo, ricco di coraggio e risolutezza) il rapporto con il potere, l’orgoglio connesso all’appartenenza dinastica, poi lo sgomento dopo la sconfitta di Napoleone, l’esilio, l’essere perseguitate e proscritte dalle nazioni vincenti.

C’è in tutto il romanzo una continua altalena tra i grandi fatti storici, l’incontro con Granduchi, Regnanti, Papi e poi vicende profondamente umane che fanno riflettere il lettore su quello che era, e tale, non possiamo non vederlo, è rimasto, l’aspetto tossico del potere: perché sia pure ricche di titoli, carreggiate in lussuose carrozze, vestite di abiti eleganti, ritratte o scolpite da grandi artisti, acclamate nei palazzi, ospiti in teatri e grandi feste, le tre sorelle sono anche donne, e anzi ciascuna rappresenta una figura femminile indimenticabile per grazia e determinazione.

Come è stato per ‘Barbari’ anche ‘nelle tre principesse’ non mancano i possibili collegamenti con la storia attuale. Intanto Firenze, altro ‘personaggio’ chiave della narrazione: a un’attenta lettura non può sfuggire che in queste pagine s’intravedono i prodromi del suo futuro; poi certi miti, duri a morire, e oggi pure attuali, quali quello del leader unico, assoluto.

 

JACOPO Chiostri

Toscana Nuova, giugno 2024









 

domenica 19 febbraio 2023

Art, Poetry for a new, effective narrative of the climate crisis - Circolo Artisti Casa di Dante - "Our global garden", e-book - Introduction by Giuseppe Baldassarre







Art and the climate crisis

 

Art shakes the accumulated dust from the soul

in everyday life

                                        Pablo Picasso

 

Art is able to give resonance to phenomena that loom over the destiny of man and involves the emotional sphere of each of us, it manages to change the observation perspective of the viewer: works of art are transformed into "speaking objects ” rich in meaning that can convey the urgency of a certain topic and at the same time push the observer to act.

The activist Bill McKibben, writer and journalist, felt the need to raise awareness among artists about the ongoing climate crisis twenty years ago, convinced that its tragic scope had not yet been understood. He thus launched an appeal to the artistic community underlining the urgency of a return to the imagination that only artists are able to recreate. The immediacy and strength of the artistic message in fact make scientific data more accessible to the common man and directly convey the status of the crisis.

The "Global Garden" exhibition is placed in this perspective, organized by the Circolo degli Artisti "Casa di Dante" of Florence with the aim of promoting the commitment of artists, in dialogue with the public, on highly topical topics: the protection of planet, global warming, energy and the destiny of humanity itself and of the Earth, to be considered as our global garden.

The awareness of a plurality of links that connect different forms of life, ecosystems, technologies, fragments of nature and history is increasingly emerging in contemporary art. Nature, natures, in plural, hybrid form,

fragmented, they thus return to being focal also in the world of expression.

We ask ourselves how contemporary poetry, in dialogue with the figurative arts, philosophical thought and the natural and social sciences, is engaged in a process of redefining the relationship with nature. In these times, in fact, attention is not only focused on the ecological crisis but there is also talk of the ecology of the word, of poetry-landscape and of poetry as oxygen (see Niccolò Scaffai's Literature and ecology, Carocci 2017, and Racconti Planet Earth, Einaudi 2022). 

What does the projected catastrophe consist of? Some scientific data: the American Manua Loa observatory indicates that the concentration of carbon dioxide in the atmosphere has exceeded 416 ppm (parts per million). In addition to recording the transformation of the climate of anthropic origin, this data shows that the ecological reality degrades at a surprising speed, especially if we consider that this value always remained below 300 ppm until the beginning of the 20th century (the variations of carbon dioxide levels can be consulted on the website https://gml.noaa.gov/ccgg/trends/). Another report, published by IPBES (The Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), finds an unprecedented loss of biodiversity and ecosystem functions (the IPBES report can be consulted at the link: https://ipbes. net/global-assessment). Without considering the marine pollution due to plastic, multiplied by 10 since 1980, that of untreated waste, of wild landfills... Humanity has never exploited the planet so much or produced so much waste (see Lucia della Fontana, Poetry at the time of the Anthropocene, in “L'Ulisse”, n.24, 2021, pages 226-234).

But what can be done in the face of ecological disaster? The ecological crisis, writes Amitav Ghosh, is first and foremost a crisis of the imagination: if there is one thing that climate change has made clear, it is that continuing to think of the world as it is is equivalent to collective suicide (Ghosh, The great

blindness: climate change and the unthinkable, Vicenza, Neri Pozza, 2017, chap. II.). It is necessary to review the structures of thought that condition us and that have given shape to our subjectivity and our representative canons, starting from the binary scheme that has allowed us to separate culture and nature, "taking away the soul" from a part of the world . It is necessary to thin the barriers between scientific and humanistic disciplines, between natural history and human history, between subject and object, between body and mind, between human and inhuman, between active and passive, between animate and inanimate...

Laura Pugno maintains that poetry knows how to find expedients to survive in a hostile environment: «it needs minimal means, not even rigorous writing, it is capable of surviving anywhere, like scorpions, with the same implacable nature that will re-emerge in the end» (L. Pugno, In wild territory: body, novel, community, Milan, Nottetempo, 2018, pp. 29-30).

Poetry as oxygen, the three-voice book in which Antonella Anedda and Elisa Biagini dialogue with Riccardo Donati, also proposes the metaphor of poetry which preserves the writing species and with it a part of the world that would otherwise be extinct (A. Anedda, E . Biagini, Poetry as oxygen: for an ecology of the word, edited by Riccardo Donati, Milan, Chiarelettere, 2021). The image emerges of a resistant and pioneering poetry that recalls the leopard broom, a poetry that despite the precariousness, or precisely thanks to it, survives on the margins, among the waste. From this "marginal" vision arises the analogy between poetry and the Third Landscape, widely explored by Laura Pugno in her column on the website «Le parole e le cose» (Laura Pugno's column can be consulted at http://www. leparoleelecose.it/).

Ecology can connect poetry and citizenship, it can relate the self and others and consider them as 'us'. The poetry that animates these spheres of interests can affect multiple levels, from the beauty of certain "natural paintings" to the climate crisis, to the relationship between us and the life of things.

Laura Pugno spoke of poetry as a living being, tenacious like scorpions, poetry is endowed with a

its 'nature' and of an ideal habitat: the forest, the "wild territory", which is also valid as an emblem and metaphor of a writing free from the rules and impositions to which other literary genres often have to submit. It is also in this sense that poetry can be defined, through an environmental analogy, as a Third Landscape.

As is known, the expression «third landscape» is taken from a book by Gilles Clément (Gilles Clément, “Manifesto of the Third Landscape”, Quodlibet 2005). For Clément, the third landscape includes spaces that are not functionally inhabited and anthropized places; they are rather marginal territories, which man has deserted: not so much and not only, that is, the natural reserves, but also the abandoned industrial areas, the margins of the suburbs between city and countryside, the interstices of the urban landscape such as flowerbeds and land vague. In these environments, an ecosystem is formed that hosts species adapted to living in that context, which therefore needs to be known and preserved for the benefit of biodiversity. Metaphors and images of the third landscape now contribute to delineating a panorama with open borders, in which the canonical voices of contemporary Italian poetry emerge, together with authors of more recent generations. A vision of the world emerges, a set of ideas and considerations consonant with the figure of the planetary man as outlined by Ernesto Balducci: he is the new citizen of the global village, listening and in dialogue with those who are different in culture, ethnicity, religion , in the name of common humanity and the survival of the species and the entire planet (Ernesto Balducci, L'uomo planetario, Giunti 2005). 

The poetic collection Our global garden refers to the coordinates indicated above, it declines the anxieties that torment us about the destiny of man and the garden in which he lives, both in the breath of daily life and in the vision of broader horizons: it tries to arouse sparks of reasonableness and hope for common salvation.

Roberto Mosi

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L'incontro dibattito registato - Link 

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Link - Il nostro giardino globale





L'incontro dibattito 18 febbraio




Roberto Mosi, “Il nostrogiardino globale”, online 19-1-2023

 

Prefazione  di Giuseppe Baldassarre

 

 

Invito a ri-conoscere il giardino globale

 

San Francesco nel Cantico di Frate Sole:

 

per sora nostra matre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

 

Thich Nhat Hanh:

 

la tua coscienza è la coscienza della Terra.

 

Il nostro santo di Assisi nel 1200 e il monaco buddista vietnamita pochi anni fa, entrambi affermano il profondo rapporto che c'è fra l'uomo e la natura: oltre le parole, belle e profonde, ci indicano una verità tangibile e un monito inevitabile.

 

E padre Ernesto Balducci con semplicità: L’uomo planetario è il nuovo cittadino del villaggio globale, in ascolto e in dialogo.

 

Nella problematica uomo-natura, uomo-terra, uomo-vita nelle molteplici forme esistenti ci introduce Roberto Mosi con la sua silloge poetica dedicata al 'giardino globale'. Metafora per indicare la terra-cosmo in cui noi uomini ci troviamo ad esistere interagendo con le molte specie viventi e con tutti gli elementi inorganici. La problematica della presenza dell'uomo e dell'antropizzazione della Terra, della cosiddetta sostenibilità o anche decrescita felice, trova nella scrittura poetica la giusta attenzione, la partecipazione intelligente e colta, accompagnata dall'emotività e  sensibilità consone al tema.

'Leggère le mie parole' dice l'autore proprio all'inizio del testo introduttivo. E vengono elencate piante e animali che l'uomo deve considerare alleate nello svolgimento di premuroso custode passeggero del creato. Rinominare quasi per ricreare e riscoprire.

Rispetto per tutto e tutti, anche per le erbacce che crescono spontaneamente dovunque, nei posti abbandonati e quelli più impensati. Si evidenzia in questo quadro il contrasto tra quanto l'uomo riesce ancora a costruire di grandioso e in armonia con la natura e quanto produce di tragico e brutale operando con violenza e sopraffazione, con la crudele guerra.

            Mentre sarebbe così semplice ritornare a vedere con occhi ingenui di una bambina (Anna), che con i suoi compagni disegna come vedono il quartiere:

 

Le pagine piene di colori

vivaci, di facce allegre

un pensiero per tutti, giovani

e vecchi, piante e animali.

Una vera lezione per tutti.

 

La biodiversità riconosciuta come elemento primigenio dell'essere vive in questo momento.

Invitandoci ad entrare nel giardino globale, partecipi, consapevoli e attenti, Roberto Mosi sottolinea come la poesia e lo sguardo ingenuo del poeta e dell’artista sia quello più appropriato per dialogare con la Natura. E questo è invito e compito di tutti, proprio tutti.

 

L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore.

 

Scriveva il poeta Giorgio Caproni nei suoi 'Versicoli quasi ecologici'. E siamo ancora in tempo, per poco forse, a ritornare in armonia con la Natura.

 

                                                             Giuseppe Baldassarre












 

Roberto Mosi, “Il nostro giardino globale”,online

 


 

L’Arte e la crisi climatica

 

L’arte scuote dall’animo la polvere accumulata

nella vita di tutti i giorni

                                        Pablo Picasso

 

L’arte è in grado di dare risonanza a fenomeni che incombono sul destino dell’uomo e coinvolge la sfera emotiva di ognuno di noi, riesce a cambiare la prospettiva di osservazione di chi guarda: le opere d’arte si trasformano in “oggetti parlanti” ricchi di significato che possono trasmettere l’urgenza di una certa tematica e allo stesso tempo spingere l’osservatore ad agire.

L’attivista Bill McKibben, scrittore e giornalista, avvertì venti anni orsono la necessità di sensibilizzare gli artisti sulla crisi climatica in atto, convinto del fatto che non fosse ancora stata compresa la sua portata tragica. Lanciò così un appello alla comunità artistica sottolineando l’urgenza di un ritorno all’immaginazione che solo gli artisti sono in grado di ricreare. L’immediatezza e le la forza del messaggio artistico rendono infatti più accessibili i dati scientifici all’uomo comune e trasmettono in modo diretto lo status della crisi.

Si pone in questa prospettiva la mostra “Giardino globale”, organizzata dal Circolo degli Artisti “Casa di Dante” di Firenze con il proposito di promuovere l’impegno degli artisti, in dialogo con il pubblico, su argomenti di grande attualità: la salvaguardia del pianeta, il riscaldamento globale, l'energia e il destino della stessa umanità e della Terra, da considerare come il nostro giardino globale.

Emerge sempre più nell'arte contemporanea la consapevolezza di una pluralità di legami che connettono tra loro forme di vita differenti, ecosistemi, tecnologie, frammenti di natura e storia. La natura, le nature, in forma plurale, ibrida,

frammentata, tornano così ad essere focali anche nel mondo dell'espressione.

Ci si chiede in che modo la poesia contemporanea, in dialogo con le arti figurative, il pensiero filosofico e le scienze naturali e sociali, sia impegnata in un processo di ridefinizione del rapporto con la natura. Di questi tempi, infatti, l’attenzione non solo è concentrata sulla crisi ecologica ma si parla anche di ecologia della parola, di poesia-paesaggio e di poesia come ossigeno (si veda di Niccolò Scaffai Letteratura e ecologia, Carocci 2017, e Racconti del Pianeta Terra, Einaudi 2022).

La catastrofe che viene prospettata in cosa consiste? Qualche dato scientifico: l‘osservatorio americano di Manua Loa indica che la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera ha superato i 416 ppm (parti per milione). Oltre a registrare la trasformazione del clima di origine antropica, questo dato mostra che la realtà ecologica si degrada a una velocità sorprendente, specialmente se si pensa che questo valore è sempre rimasto al di sotto dei 300 ppm fino agli inizi del `900 (le variazioni del tasso di diossido di carbonio si possono consultare sul sito https://gml.noaa.gov/ccgg/trends/). Un altro rapporto, pubblicato dall‘IPBES (The Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), rileva una perdita di biodiversità e di funzioni ecosistemiche senza precedenti (il rapporto dell’IPBES è consultabile al link: https://ipbes.net/global-assessment). Senza considerare poi l’inquinamento marino dovuto alla plastica, moltiplicato per 10 dal 1980, quello dei rifiuti non trattati, delle discariche selvagge… L’umanità non ha mai sfruttato tanto il pianeta né prodotto tanti rifiuti (si veda Lucia della Fontana, La poesia all’epoca dell’Antropocene, in “L’Ulisse”, n.24, 2021, pagg. 226-234).

Ma che cosa si può fare di fronte al disastro ecologico? La crisi ecologica, scrive Amitav Ghosh, è anzitutto, una crisi dell’immaginazione: se c’è una cosa che il cambiamento climatico ha chiarito, è che continuare a pensare al mondo così com’è equivale a un suicidio collettivo (Ghosh, La grande

cecità : il cambiamento climatico e l’impensabile, Vicenza, Neri Pozza, 2017, cap. II.). È necessario rivedere le strutture di pensiero che ci condizionano e che hanno dato forma alla nostra soggettività e ai nostri canoni rappresentativi, a partire dallo schema binario che ci ha consentito di separare cultura e natura, “togliendo l’anima” ad una parte di mondo. È necessario assottigliare le barriere tra le discipline scientifiche e umanistiche, tra la storia naturale e la storia umana, tra soggetto e oggetto, tra corpo e mente, tra umano e disumano, tra attivo e passivo, tra animato e inanimato…

Laura Pugno sostiene che la poesia sa trovare gli espedienti per sopravvivere in un ambiente ostile: «ha bisogno di mezzi minimi, neanche della scrittura a rigore, è capace di sopravvivere ovunque, come gli scorpioni, con la stessa implacabile natura che alla fine riemergerà» ( L. Pugno, In territorio selvaggio: corpo, romanzo, comunità, Milano, Nottetempo, 2018, pp. 29-30).

Anche Poesia come ossigeno, il libro a tre voci in cui Antonella Anedda e Elisa Biagini dialogano con Riccardo Donati, propone la metafora della poesia che preserva la specie-scrittura e con essa una parte di mondo che altrimenti andrebbe estinto (A. Anedda, E. Biagini, Poesia come ossigeno : per un'ecologia della parola, a cura di Riccardo Donati, Milano, Chiarelettere, 2021). Emerge l‘immagine di una poesia resistente e pioniera che richiama la ginestra leopardiana, una poesia che nonostante la precarietà, o proprio grazie ad essa, sopravvive ai margini, tra gli scarti. Da questa visione “marginale” scaturisce l’analogia tra poesia e Terzo Paesaggio, ampiamente esplorata da Laura Pugno nella sua rubrica sul sito «Le parole e le cose» (la rubrica di Laura Pugno è consultabile all’indirizzo http://www.leparoleelecose.it/).

L’ecologia può collegare la poesia e la cittadinanza, può mettere in relazione l’io e gli altri e considerarli come ‘noi’. La poesia che anima queste sfere di interessi, può investire più livelli, dalla bellezza di determinati ”quadri naturali” alla crisi climatica, alla relazione tra noi e la vita delle cose.

Laura Pugno ha parlato della poesia come di un essere vivente, tenace al pari degli scorpioni, la poesia è dotata di una

sua ‘natura’ e di un habitat ideale: il bosco, il «territorio selvaggio», che vale anche come emblema e metafora di una scrittura libera dalle regole e dalle imposizioni cui spesso devono sottostare altri generi letterari. È anche in questo senso che la poesia può definirsi, attraverso un’analogia ambientale, come Terzo Paesaggio.

Com’è noto, l’espressione «terzo paesaggio» è ripresa da un libro di Gilles Clément (Gilles Clément, “Manifesto del Terzo paesaggio”, Quodlibet 2005). Per Clément, il terzo paesaggio include gli spazi che non sono luoghi funzionalmente abitati e antropizzati; sono piuttosto territori marginali, che l’uomo ha disertato: non tanto e non solo, cioè, le riserve naturali, ma anche le aree industriali dismesse, i margini delle periferie tra città e campagna, gli interstizi del paesaggio urbano come le aiuole e i terreni vaghi. In questi ambienti si forma un ecosistema che ospita specie adattate a vivere in quel contesto, che è perciò da conoscere e preservare a vantaggio della biodiversità. Metafore e immagini del terzo paesaggio contribuiscono ormai a delineare un panorama dai confini aperti, in cui emergono, insieme ad autori di generazioni più recenti, le voci canoniche della poesia italiana contemporanea. Emerge una visione del mondo, un insieme di idee e considerazioni consonanti con la figura dell’uomo planetario quale è stata delineata da Ernesto Balducci: è il nuovo cittadino del villaggio globale, in ascolto e in dialogo con il diverso per cultura, etnia, religione, in nome della comune umanità e della sopravvivenza della specie e dell’intero pianeta (Ernesto Balducci, L’uomo planetario, Giunti 2005).

 

La raccolta poetica Il nostro giardino globale fa riferimento alle coordinate ora indicate, declina le angosce che ci tormentano sul destino dell’uomo e del giardino nel quale vive, sia nel respiro della vita quotidiana che nella visione di orizzonti più ampi: cerca di suscitare scintille di ragionevolezza e di speranza per la comune salvezza.