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sabato 13 giugno 2026

"Un posto al sole", poesia, omaggio a Bruno - "Testimonianze", n.475/2012: "La mia Africa, dai ricordi della guerra in Etiopia".


 Un posto al sole

(Omaggio a Bruno, mio padre)

 

Parlano della tua guerra in Africa

Bruno, oggi, alla televisione

italiani brava gente

alla conquista dell’Abissinia.

 

Te con il mulo consegnato

a Napoli dall’Esercito Regio

prima del viaggio, per mare

per terra, per pianure e altipiani

da Massaua ad Asmara, ad Addis Abeba.

 

Paciuk, dalle grandi orecchie

per amico nel battaglione delle salmerie

parli con lui della casa, del lavoro

che hai lasciato, degli amici.

 

Ti aggrappi a lui per i sentieri

a fianco dei dirupi, per le salite

che portano ai monti vicini al cielo

ti protegge con il suo corpo

dagli assalti degli abissini

all’arma bianca, sulla cima del monte.

 

La foto nel nostro salotto

parla di te, magro come un’ombra

per la fame che hai patito

la pelle nera, bruciata dal sole

all’età dei tuoi trent’anni

per conquistare un posto al sole

così dicevano, per la tua Nazione.

 

Parlano della nostra città

oggi, alla televisione,

un generale impettito arringa

la folla nella piazza, davanti

alla casa dove abitavi.

 

Urla re-migrazione

re-migrazione, i neri africani

sono arrivati da noi

che tornino ai loro Paesi!

 

Sono passati cento anni

Bruno, dalla tua amicizia

con Paciuk ma il Dio dell’odio

è ancora fra noi, cerca ancora

il suo tremendo, sciagurato posto al sole.


Roberto Mosi




"La mia Africa", dai ricordi della guerra d’Etiopia

di Roberto Mosi

     Se mi capita davanti agli occhi una carta dell’Africa, il mio sguardo si posa in maniera automatica sull’Africa orientale, l’Eritrea e l’Etiopia, ed in particolare, sul lungo percorso che congiunge Massaua sul Mar Rosso, con Addis Abeba.  Dalle informazioni raccolte da varie fonti, posso dire di avere una certa conoscenza delle tappe principali di questo percorso e delle regioni attraversate. Nella prima parte si incontra il caldo torrido di Massaua, antica “Perla del Mar Rosso”, “ rasa al suolo nel corso della recente lotta di liberazione”, poi il passaggio brusco, in soli cento chilometri, dal livello del mare ai 2350 m. di Asmara, la capitale dell’Eritrea, posta sul bordo orientale dell’altopiano etiopico, con un clima “montano tropicale”, mite e temperato, con “cieli tersi per otto mesi l’anno”. Superata, idealmente, la frontiera fra i due paesi – oggi chiusa, dopo l’ultimo conflitto, a tempo indeterminato – è possibile raggiungere con un autoveicolo in un giorno e mezzo Addis Abeba, posta a 2400 m., la terza capitale del mondo per altitudine.

     Lungo questo tragitto, o con brevi deviazioni, il turista incontra ambienti che offrono “le migliori opportunità in Africa per praticare il trekking e per avvistare le più interessanti specie di animali”; per visitare, d’altra parte, luoghi che conservano un patrimonio unico nella storia dell’umanità. Basti ricordare Yeha, l’antica capitale dell’Etiopia che conserva testimonianze antiche di 3000 anni, Aksum, la città santa, dove si trovano tombe precristiane ai piedi di splendide stele risalenti a 1800 anni fa,  Lalibela, dove undici  straordinarie chiese scolpite nella roccia e una miriade di gallerie, “hanno cristallizzato nella pietra l’Etiopia del XII e del XII secolo”.

 

     Questo stesso itinerario compì, con uno sguardo ben diverso da quello del turista di oggi, mio padre nel 1935/1936, che partecipò, richiamato alle armi, alla guerra d’Etiopia. Il suo racconto, ascoltato quando ero ragazzo, di reduce dalla guerra ha lasciato tracce indelebili nella mia memoria.

    Il “viaggio” cominciò da Firenze, la sua città, in maniera improvvisa, nell’estate del 1935. Alla partenza non vi fu il saluto entusiasta di una folla di concittadini, come ci mostrano molte riprese dei cinegiornali dell’epoca.  Una cartolina precetto – i voucher più alla moda in quell’epoca – raggiunse la casa popolare del quartiere di Rifredi, dove viveva con la famiglia. La trovò di ritorno dal lavoro. Proprio non se l’aspettava. Aveva 28 anni e aveva già dato ventiquattro mesi della sua giovinezza al regio esercito, in un reparto di cavalleria, e credeva che la partita ormai fosse chiusa con la vita militare. Da pochi mesi aveva trovato un posto di lavoro come operaio in una fabbrica di confezioni presente nel quartiere, diretta da un proprietario noto nella zona per il buon rapporto con i dipendenti. Sia detto per inciso, che questa persona finirà nei forni di Mathausen, per le sue origini ebraiche.  Il nuovo lavoro era un sostegno prezioso per la famiglia che attraversava periodi nei quali non era facile mettere insieme il pranzo con la cena.

      La cartolina precetto portava l’ordine di presentarsi immediatamente a Pisa, in una caserma, senza indicare la destinazione finale. Arrivato a Pisa apprende, insieme ai nuovi compagni, che la destinazione era l’Eritrea dove avrebbe preso parte alla spedizione contro l’Abissinia: “L’imbarco sarà a Napoli fra tre giorni”. Nella notte Bruno, con altri compagni, scavalca il muro di recinzione della caserma e salta su un treno in corsa per Firenze, per evitare di essere fermato dalla polizia militare. Arriva la mattina dopo a casa ed ha appena il tempo di raccontare alla famiglia cosa l’aspetta che per le scale risuonano i passi di una pattuglia di carabinieri. E’ prelevato e condotto a Napoli, all’imbarco per l’Eritrea, senza che subisca alcuna condanna per la fuga: “Intanto, peggio che in Africa …”, si sente dire dai superiori.

 Nel racconto di mio padre il primo motivo che mi colpisce, è quello della scoperta, della meraviglia. La partenza da Napoli in mezzo ad una miriade di bandiere e ad una folla festante ai piedi di un enorme piroscafo bianco, con il nome di un duca della famiglia Savoia, poi il viaggio di sette giorni per mare, l’incontro con i colori dell’Oriente a Porto Said, in Egitto, la nave circondata da un bazar di barche, cariche delle merci più strane, i ragazzi che si tuffano in mare per ripescare le monete gettate dai soldati, il bianco accecante delle due sponde desertiche del Canale di Suez.

     Il continente africano era pieno di sorprese, di meraviglie che balzavano fuori dalla visione di un paesaggio vario e grandioso, dalla sensazione nuova dello spazio, dall’ampiezza degli orizzonti, della limpidezza dell’aria sugli altipiani, con lo spettacolo sempre nuovo delle albe e dei tramonti, con la magia delle notti africane splendenti di vivissime stelle, notti abitate spesso dall’urlo delle iene e degli sciacalli. Mi sembrava che le parole di mio padre prendessero spesso il tono della malinconia.



 

    Il racconto poi dei dieci mesi trascorsi in Africa, si snodava attraverso una trama fitta di episodi, di sensazioni, della quale mi sono rimasti nella memoria solo alcuni flash, un numero limitato di tracce sufficienti, tuttavia, per ricostruire alcuni capitoli di questa storia.

     Da Massaua i protagonisti di questa storia diventano due, mio padre e il mulo che gli viene affidato per il trasporto delle salmerie da parte di una compagnia. Il mulo ha un nome, Paciuk, diventa l’amico con cui si parla, ci si confida, risponde prontamente agli ordini, le sue reazioni sono importanti per avvertire il pericolo di un nemico in agguato; rappresenta un riparo per spostarsi durante gli scontri, è un sostegno nelle marce più dure, ci si attacca alla coda quando i sentieri in salita, per raggiungere gli altopiani, sono più aspri o si tratta di affrontare percorsi aperti su profondi dirupi. Era vivo il ricordo, quando la paura, l’ansia era più forte, delle reazioni dell’animale, il suo sguardo, il movimento delle orecchie, il restare, a volte, immobile davanti a fruscii, ombre, rifiutando di andare avanti.

      A momenti spuntavano nella narrazione alcune parole in aramaico, fra le più semplici, come acqua, cibo, lo scambio di saluti. La sensazione che percepivo era quella di una costante diffidenza nei confronti degli abitanti dei villaggi attraversati, spesso di paura specie quando i tucul apparivano disabitati e sembrava, tuttavia, di essere seguiti dallo sguardo di qualcuno. La paura raggiungeva il suo apice nei casi in cui doveva andare, da solo, a prendere l’acqua per la compagnia da un torrente, presso uno stagno, una pozzanghera. L’acqua, in questo caso, era fliltrata mettendo il fazzoletto sulla bocca delle borracce.




      Le parole ripetute con più frequenza erano quelle dei luoghi degli scontri, tutti con nomi scoppiettanti, come Sellaclacla, Taccazzè, compresi i nomi dei capi abissini, come quello di Ras Immirù. Era costante il ricordo delle armi primordiali dei soldati abissini, spesso si trattava di lance, spade, scudi. Percepivo tuttavia nelle parole del racconto l’ammirazione per il coraggio di questi soldati nel combattere.

   La narrazione è ritornata infinite volte su una battaglia – mi sembra di ricordare nella zona di Sellaclacla – che vide il battaglione di cui faceva parte mio padre, circondato sulla cima di un monte dalle truppe di Ras Immiru. La battaglia durò tre giorni e tre notti. I soldati abissini si lanciarono a più riprese, sguainando sciabole e pugnali, contro gli italiani asserragliati sul monte. “Arrivavano a ondate, davanti ai fucili e alle mitragliatrici che spazzavano il terreno circostante. Più volte qualcuno riuscì ad afferrare la canna delle mitragliatrici, prima di cadere, dilaniato dai colpi. Sembrava proprio, questa volta, di essere arrivati alla fine! Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla”.

      Poche volte il racconto si è fermato – quasi per pudore – su un episodio di feroce atrocità. La compagnia arrivò ad un villaggio immerso nel silenzio, i tucul vuoti. Mio padre scorge nell’erba alta uno strano batuffolo, lo alza, è la testa di un bambino. Il giorno precedente era passata una squadra di camicie nere e aveva fatto scempio degli abitanti del villaggio, un gioco al tirassegno su tutto quello che si muoveva.

       Cosa mi rimane di questo racconto? I frammenti di memoria che ho riportato, una croce di guerra di ferro al valor militare ornata da un nastrino bianco e azzurro, una fotografia dell’epoca che mostra un giovane – mio padre – magrissimo, curvo, con un sorriso stanco, la pelle scura bruciata dal sole. A questa immagine mi è naturale unire il ricordo delle cicatrici che aveva sulle gambe, per le punture delle zecche e delle “pulci perforanti”.

 Più volte ho cercato di ripercorrere idalmente questo percorso da Massaua ad Addis Abeba attraverso le pagine di libri di storia e di guide turistiche, per cercare di fare rivivere questi frammenti di memoria nel loro contesto geografico e storico.

    Un libro utile per la mia ricerca è stato il recente libro di Angelo Del Boca “La guerra di Etiopia” (Longanesi, Milano 2010). Ho colto dalla ricostruzione storica dell’autore  lo sguardo ansioso, assillante di Mussolini, sull’avanzata italiana lungo la direttrice da Asmara ad Addis Abeba, la volontà di alimentare la macchina del consenso nazionale, di procedere rapidamente  nell’avanzata per mostrare al mondo risultati vittoriosi e rispondere alle pressioni della Società delle Nazioni.  Effetto immediato di questo, la chiamata alle armi di un enorme contingente di soldati, l’invio spasmodico di ulteriori rinforzi dopo le difficoltà incontrate nei primi mesi di guerra e le pressanti richieste di ulteriori forze da parte dei comandanti in capo, Del Bono e poi Badoglio.

     Da Roma partono anche le autorizzazioni per il massiccio impiego di gas velenosi, dell’iprite in particolare, specie nelle fasi decisive della guerra.  Dalle fonti storiche del libro, emergono le testimonianze di episodi atroci di fanatismo, di rappresaglie; valga per tutte, quella del figlio di Mussolini, Vittorio, aviatore: “ Una bella sventagliata e l’abissino era a terra. era dunque una caccia isolata all’uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l’abissino”, “ Era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello. […] Bisognava centrare bene il tetto di paglia e solo al terzo passaggio ci riuscii. Quei disgraziati che stavano dentro e si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori come indemoniati” ( V. Mussolini “Voli sulle ambe”, Sansoni, Firenze 1936).

    Nel libro di Del Boca si trovano testimonianze poi diffuse sul valore dei soldati abissini, sul modo di cambattere con armi primitive, quasi privi di armi moderne. In una battaglia nella zona Abbi Addi, un ufficiale italiano riferisce che gli abissini calano dalle alture ad ondate successive, usando più le sciabole che le armi da fuoco, abbattono i serventi sulle loro mitragliatrici, arrivano a pochi passi dai pezzi di artiglieria (pag. 136). La stessa immagine, dunque, delle parole di mio padre “arrivavano ad ondate”, quando parlava dell’assedio del suo reparto sulla cima di un monte.

      Il libro di Del Boca, attraverso i documenti di fonte etiopica e le interviste ad alcuni portagonisti, ci presenta cosa succedeva sugli altipiani e le montagne etiopiche oltre le linee italiane. Emerge la figura dell’imperatore Hailè Selassiè, la sua voce forte che si alza all’inizio della guerra per invocare l’aiuto della Società delle Nazioni e delle maggiori potenze, che diventa sempre più flebile, inascoltata. La sua abilità strategica di ricorrere, specie nelle prime fasi, alla guerriglia per sfruttare le capacità naturali dei soldati, e impegnarsi, alla fine, al comando del suo esercito, in battaglie campali, per tentare di rovesciare le sorti della guerra. Nel racconto dell’imperatore è forte la denuncia degli effetti dei bombardamenti aerei, dell’impiego massiccio in ogni regione dei gas velenosi. “La guerra chimica non ci ha causato soltanto un gran numero di morti e di feriti, ma ha avuto innanzitutto l’effetto di distruggere la forza morale e la capacità di resistenza delle truppe etiopiche. Senza l’impiego di questo inumano mezzo di combattimento, la decisione dei nostri soldati non sarebbe mai venuta meno …” (pag. 149).

      Queste testimonianze si intrecciano con i frammenti del racconto di Bruno, mio padre. Penso che la sorte della battaglia di Sellaclacla a cui prese parte– “Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla” – sia da legare all’assalto continuo dell’aviazione italiana. Mi sembra che nella mia ricerca riesca a ricomporre i pezzi di un puzzle, a dare respiro a memorie personali nel contesto di fatti generali, fatti che segnarono come cicatrici indelebili il volto dell’Africa e, per altro verso, la storia del notro Paese.




 

    L’interesse ad approfondire i caratteri del percorso da Asmara a Addis Abeba e la loro traformazione, mi ha portato a consultare la prima guida che uscì nel 1938, in 500 mila copie, a cura della Consociazione Turistica Italiana: “Guida dell’Africa Orientale Italiana”. Quali gli scopi per preparare in tempi rapidi una guida così complesa di quasi 700 pagine, a solo due anni dal giorno nel quale “il Duce da palazzo Venezia proclamava al mondo il ritorno dell’Impero ?”.  Quello di rendere omaggio alla vittoria italiana e ai suoi protagonisti e di mostrare come l’Italia abbia saputo rispondere alle “sanzioni di 52 Stati coalizzati contro un popolo risoluto a trovare il proprio posto al sole”. La strada che porta ad Addis Abeba, riferisce la Guida, è indicata come “la grande strada della Vittoria” che scavalcando “eccelse quinte montane, traversa i luoghi sacri alla memoria degli Italiani: Macallè, Amba Aradàm, Amba Alàgi, Mài Cèu”. E’ una terra che “racchiude in sé tali possibilità da alimentare le più ardite speranze e da permettere le più audaci previsioni” per il turismo, per le intraprese economiche”.  Al turista che desideri “farsi un’idea abbastanza completa dell’Impero e che disponga di un autoveicolo ( meglio se un autocarro leggero con tenda, riserve di carburante, acqua e viveri)” si raccomanda un itinerario da compiere in 60-80 giorni, dei quali 22 per raggiungere Addis Abeba partendo per Massaua. Quale contegno deve tenere il turista, secondo i consigli della Guida della Consociazione Italiana? “L’Abissino è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubilee, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. .. Gl’Italiani, con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nel rapporto con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo” (pag. 20).

 

     Le guide di oggi pongono da parte, naturalmente, ogni diffidenza ed invitano con calore a visitare l’Etiopia e l’Eritrea, “diverse da qualunque paese che abbiate mai visitato. Chiese monolitiche scolpite nella roccia, bazar brulicanti e terre incontaminate: il Corno d’Africa è davvero unico”.

     I libri di viaggio ci invitano ad immergerci in un mondo di ricche testimonianze storiche, culturali, etnografiche, ambientali, da scoprire direttamente, anche, facendo riferimento in più casi, a strutture turistiche spartane, tipiche di Paesi segnati ancora dalla povertà. A queste testimonianze legate al passato, le guide ci presentano le vie di ricerche artistiche nuove, animate dai giovani, che in maniera originale progettano la visione del futuro di una terra che ha vinto il “drago del colonialismo”, come nelle immagini dell’artista Afewerk Tekle, presenti  nella monumentale vetrata istoriata dell’”Africa Hall” di Addis Abeba.

    Non lontana da questo monumento, si innalza la Cattedrale della Santissima Trinità dove i dipinti murali ritraggono l’imperatore Hailè Selassiè a Ginevra mentre pronuncia davanti alla Società delle Nazioni,  nel 1936, il suo famoso discorso contro la guerra e per i diritti di tutti i popoli della terra. Nelle vicinanze della cattedrale, il monumento eretto in memoria delle migliaia di etiopi uccisi dagli italiani in segno di rappresaglia per l’attentato contro il vicerè Graziani del 19 febbraio 1937.

     Debellato il “drago del colonialismo” lungo il percorso di cui abbiamo parlato, legato per me a ricordi familiari, emergono le recenti ferite del “mostro della Guerra”, dalle città eritree bombardate nel corso del conflitto con l’Etiopia, i campi di  mine antiuomo sul confine, i numerosi cimiteri di guerra. La lotta contro questo mostro è decisiva per il futuro del Corno d’Africa e dell’intero continente.

Testo sulla Rivista Testimonianze, n. 475 del 2012




mercoledì 25 febbraio 2026

Bella serata allle Giubbe Rosse con la Rivista fiorentina TESTIMONIANZE


 


Ieri pomeriggio,24 febbraio 2026, Severino Saccardi insieme con Mattia Poggi e Roberto Mosi, allo storico Caffè delle "Giubbe Rosse", all' incontro dedicato alla storia e all' attività di "Testimonianze", organizzato da Jacopo Chiostri.
Una bella occasione di incontro. Grande partecipazione (tanta gente, tante amiche e amici, un bel clima, molto interesse per i contenuti e molta attenzione).
Grazie di cuore agli organizzatori e a tutti i partecipanti.





















lunedì 15 dicembre 2025

"Il cortocircuito urbano" nella Città che Cambia- Testimonianze al Circolo Vie Nuove - Il caso Novoli e i Demidoff

 


Registrazione video Incontro 15 dicembre 2025 Circolo Vie Nuove







La città che cambia fra memoria e futuro. Il caso Novoli

Roberto Mosi

 

La linea della tramvia per l’aeroporto di Firenze, da via Gordigiani, dopo aver sfiorato il liceo scientifico Leonardo da Vinci, s’impenna sul lungo ponte intitolato a Margherita Hack, alla confluenza del Mugnone e del Terzolle, e scende su via di Novoli per raggiungere la fermata San Donato-Università. Per coloro che sono nati nella zona come me e hanno una certa età, l’impatto con il paesaggio urbano di oggi è veramente sconvolgente. Da una parte, nella direzione dell’Arno, gli imponenti agglomerati degli edifici costruiti negli anni Settanta, lasciano un breve respiro all’antica chiesa di San Donato in Polverosa, al suo campanile medievale e ad un tratto della villa Demidoff, sottoposta di recente ad una drastica opera di restauro. Dalla parte opposta della via di Novoli, verso Monte Morello, i segni più forti dei recenti cambiamenti avvenuti nella città, con la realizzazione del centro commerciale di San Donato, aperto su un’ampia piazza da dove inizia il percorso verso il polo delle Scienze Sociali dell’Università di Firenze; con il restauro dell’imponente ex Centrale Termica dello stabilimento Fiat, trasformata in urban centre. Poco oltre si apre il parco di San Donato, realizzato in questi ultimi anni, un’area verde che, per dimensioni, è la terza nella città; all’estremità del parco, sul viale Guidoni, si alza l’enorme massa di cristalli e cemento del Palazzo di Giustizia.

Nella definizione di questo nuovo contesto urbano, accennato a grandi linee, si può individuare, per un verso, la ricerca della salvaguardia della memoria del luogo, per l’altro, lo sviluppo in questa zona di nuove funzioni importanti per il quartiere e per la città. Sono aspetti diversi fra loro ma crediamo che richiedano una precisa attenzione, passaggi importanti per dare consapevolezza e speranza ad un’intera comunità. Tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva della zona: il lavoro, la religione, le acque.

Riguardo al primo elemento, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme di tralicci che ne rievocano la forma. È un’occasione unica per i cittadini visitare questo luogo, scoprirne la storia e comprendere gli interventi che stanno trasformando il sito in un polo culturale. Le visite consentono di accedere al cuore della centrale, ovvero agli spazi dove sul finire degli anni Trenta del Novecento, furono costruite due imponenti caldaie, in grado di fornire l’approvvigionamento elettrico utile all’adiacente stabilimento Fiat. Il complesso, più volte modificato, è rimasto in funzione fino agli anni Novanta. Dal piano alto dell’edificio si ha uno sguardo d’insieme sul quartiere di Novoli, sulla sua struttura urbana, sull’articolazione delle residenze e delle fabbriche.

Ricordo bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le cui voci si alzavano, con tonalità diverse, dallo stabilimento Fiat, dalla Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi, presenti fin dalla centuriazione romana, intraprese la lavorazione della lana, che poi trasferì in Borgo Ognissanti. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel parco della villa, pianta quaranta mila alberi di gelso e avvia, per alcuni anni, un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa è il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali, in Crimea: da qui partono collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del telegrafo.



In merito al secondo elemento preso in considerazione, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa, dagli anni Sessanta del secolo passato sede della parrocchia della zona, aperta a tutte le ore del giorno, un rifugio prezioso di raccoglimento, sfiorato oggi dal traffico convulso verso le autostrade. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche, risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l'Annunciazione, il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la Madonna della Cintola, mentre l'Adorazione dei Magi e la Nascita del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni;  di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino,  che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del papa. Dalle terre d’oriente, conquistate allora dai crociati, arrivano oggi molti migranti, che vivono una pacifica integrazione con le persone del quartiere.

Il grande portone della chiesa si apre, dopo gli ultimi lavori alla villa, su una piazzetta, ben visibile dalla fermata della tramvia, arredata con pannelli multicolori che danno conto della storia antica, preziosa del luogo; a metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose, celebri aste.

Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, le acque, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi; un paesaggio ben diverso da quello dell’epoca romana, in cui, partendo dalla via di Novoli, che seguiva l’allineamento del decumano maggiore (est-ovest), si era dato vita, nella pianura fiorentina, alla centuriazione, ad un’agricoltura prospera, per un lungo periodo. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre cultura agricole, l’Arno, ancora privo di argini, si diramava, circondando le Cascine e scorrendo sull’attuale tracciato di via Baracca, formava continuamente acquitrini ed isolotti. Un mondo ricco di acque, libere, regimentate via via, con grande fatica dall’opera dell’uomo. Ricordo, da parte mia, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.




Nella progettazione del parco di San Donato si è dato un giusto peso alla memoria delle acque, che abbiamo visto protagoniste della storia di questa zona. Il parco è stato realizzato da pochi anni (inaugurazione nel 2008) a seguito della valorizzazione di parte dell'area dell'ex stabilimento Fiat (la restante parte è servita per la costruzione dell'enorme complesso del Palazzo di Giustizia, la cui mole domina buona parte dell'orizzonte del parco). Se si escludono le Cascine, il parco di San Donato, pur trovandosi in un quartiere periferico, risulta tra le aree verdi pubbliche più grandi di Firenze. Sono stati inseriti degli elementi di abbellimento o funzionali: una cascata, un laghetto di forma ellittica attraversato da un lungo ponte, ruscelli, una collinetta artificiale con cipressi a cui si accede costeggiando una siepe che sale a tortiglione, arriva ad un belvedere aperto su uno spazio occupato da una sorta di tettoia con sottostanti panchine, un'area giochi per i piccoli, un'area cani, alcune fontanine. Nel parco, polmone verde di oltre dieci ettari, si è curata negli ultimi anni la piantagione di un nuovo bosco urbano, con oltre 250 alberi. È importante rilevare che questo tipo interventi fanno oggi riferimento al “Piano del verde e degli spazi aperti”, approvato dal Comune all’inizio del 2025: Firenze è fra le prime città in Italia a dotarsi di questo strumento, con il quale si perseguono le strategie necessarie per adattarsi ai cambiamenti climatici e mitigarne gli effetti, ispirandosi al principio 3-30-300: 3 alberi visibili da ogni finestra, il 30% di copertura verde e 300 metri al massimo tra casa e lo spazio verde più vicino. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Firenze sostenibile, resiliente e vivibile per le generazioni presenti e future anche di fronte al cambiamento del clima di cui già si stanno vedendo gli effetti. Il Piano analizza e fotografa la situazione attuale della città, dalle caratteristiche ambientali e climatiche, alla temperatura media fino alle piogge e alla loro evoluzione nel tempo, passando dalla disponibilità di aree per mettere a dimora alberi in giardini, strade, piazze o parcheggi. Il Piano, che è stato chiamato Iris in onore del fiore simbolo della città di Firenze, si occupa di tutti gli spazi aperti e non solo del verde urbano (pubblico o privato) promuovendo una trasformazione green delle aree pubbliche. 




Sono stati analizzati i cambiamenti del clima nel corso del tempo con alcuni indici usati comunemente in climatologia, dai quali emergono evidenti tendenze al riscaldamento del clima nell’area fiorentina. È stata registrata, ad esempio, una temperatura media annuale del ventennio 2001-2020 più alta di 1,4 gradi rispetto a quella registrata fra il 1878–1918. Anche il freddo è cambiato: i giorni di gelo sono scesi da 270 medi in 10 anni fino agli anni ’40 ai circa 100 medi del decennio 2011 – 2020. Sono aumentati i giorni di caldo (temperatura superiore ai 34 gradi) passati dai 50 medi in dieci anni registrati fino agli anni ‘20 agli oltre 200 medi in dieci anni degli anni 2000 fino a superare i 400 giorni caldi medi nel decennio 2011-2020. Sulla base dei dati storici raccolti nel Piano si nota anche l’aumento dei fenomeni temporaleschi ma con una minore disponibilità idrica (perché le piogge sono più forti e concentrate in pochi giorni). Sulla base dei dati raccolti che mettono in risalto l’evidente riscaldamento della città, l’aumento dei fenomeni temporaleschi estremi e la minore disponibilità idrica, sono state evidenziate le aree con le maggiori criticità e la loro densità abitativa, informazioni importanti per poter definire le priorità di intervento. 

Il territorio fiorentino, con le sue tipologie di spazi aperti, ha un patrimonio verde di 922,3 ettari di cui 189 sottoposti a vincolo storico e con ben 875 ettari di competenza dell’amministrazione comunale, con meno verde a disposizione degli abitanti nel Quartiere 1 e nel Quartiere 5, dove sorge, appunto, il parco di San Donato.

Il Piano evidenzia la necessità generale di recuperare ogni spazio disponibile per realizzare “infrastrutture verdi” e arricchire il tessuto urbano di elementi naturali, recuperando vivibilità. In primo luogo, prevede nuovi alberi con funzione di ombreggiamento specialmente lungo strade e parcheggi (oltre arbusti, cespugli e prati), nuovi spazi verdi anche di dimensioni ridotte, soluzioni basate sulla natura (depavimentazioni, rain garden e trincee drenanti, pareti e tetti verdi). Piccoli e grandi interventi per portare in 5 anni 50.000 nuovi alberi e arbusti, 20 nuovi spazi verdi vicino casa, 50 nuove aree gioco, 10 piazze verdi, 10.000 mq di superfici rese permeabili.

Sono queste tappe importanti nel processo di cambiamento della città, generale e nelle singole parti, dal centro alle periferie, che fanno sperare in un futuro accettabile per l’uomo. 








mercoledì 18 giugno 2025

La CAMERATA DEI POETI alla Sala di Testimonianze, Il commento di Carmelo Consoli e la Fotografia, le canzoni di Rainero. Il libro:"Il diario fiorentino di Rilke per Lou Salomé", di R. Mosi





 Roberto Mosi, Il diario fiorentino di Rainer M. Rilke per Lou Salomé”, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze 2025

 

Sinossi –

 

La fama di Rainer Maria Rilke, il maggiore poeta lirico di lingua tedesca, è legata in modo particolare a due opere composte nel 1922, Elegie Duinesi e Sonetti a Orfeo, capolavori universali. Le elegie cantano l’orgogliosa sfida al divino e il lamento esistenziale dell’uomo nel confronto-scontro con l’angelo, simbolo di una inesauribile energia cosmica. È proprio durante il soggiorno del poeta, nel 1898, prima a Firenze e poi a Viareggio, che maturano i primi elementi significativi di questo percorso poetico, descritti da Il diario fiorentino. Il progetto fu ispirato e sostenuto dalla donna amata, Lou Salomé, celebre intellettuale nell’epoca di passaggio fra l’Ottocento e il Novecento. Dalle pagine del Diario emerge come l’Italia, e in particolare Firenze con la sua storia e la sua arte, abbiano influito sul pensiero e la scrittura del poeta, tanto da diventare il laboratorio creativo dove poter affinare il suo linguaggio e approfondire la sua visione esistenziale. Firenze è per lui una metafora della capacità umana di creare bellezza immortale in contrasto con l’effimero della vita. Queste tematiche tornano successivamente nelle sue opere in cui le immagini fissate nel viaggio in Toscana, si trasformano in simboli universali nella ricerca di un nuovo linguaggio poetico. A far rivivere questa esperienza è un gruppo di lettori di una storica biblioteca del centro di Firenze – Biblioteca Palagio di Parte Guelfa - che decide di dedicare una serie di incontri alla lettura e all’analisi del Diario, compie escursioni nelle strade e per le colline fiorentine, lungo le rive del mare di Viareggio, seguendo i passi e lo sguardo del giovane Rilke. Il frutto finale di questo impegno, pieno di curiosità e di passione, è la mappa di un percorso letterario e culturale, preziosa per comprendere come spuntarono le ali al giovane poeta. 



Il commento di Carmelo Consoli

                                                            ROBERTO MOSI

 

Il Diario Fiorentino di Rainer M. Rilke per Lou Salomé,

Angelo Pontecorboli Editore, Collana Stranieri e Firenze

 

 

 

 

Presentare Roberto Mosi come narratore, poeta, fotografo, attento studioso e fine esecutore di molte altre importanti attività di cultura è per me sempre stato un vero piacere.

Chi può meglio di lui illustrarvi le bellezze di Firenze, dei territori della toscana, entrare nella storia delle popolazioni che hanno popolato le terre citate, ma anche capace di varcare ogni confine e affacciarsi su secoli e personaggi che hanno fatto la storia riportandoli in versione contemporanea nella loro vivida luce?

Mosi ha scritto nella sua lunga attività di racconto poetico una moltitudine di opere, che poi in gran parte ha illustrato nella sua antologia “ Amo le parole “di cui ho avuto il piacere di redigere la prefazione, il che mi permette di ribadire, commentando questo volume, che presentiamo, che egli ancora una volta si dimostra un’abile ricercatore e ricostruttore di vicende e orizzonti che hanno creato epopee e lampi geniali di poesia e racconti poetici, creando emozionanti situazioni di lettura e riporti di storia nei suoi lettori.

Ed allora ecco che egli ci ripropone in questo volume una parte della storia e della vita del giovane poeta di lingua tedesca, uno dei più importante, a cavallo tra 800 e 900, nel periodo rinascimentale in cui le città di Firenze e Viareggio diventano stelle polari.

Ricordiamo come a Monaco in quel periodo sbocciano i nuovi segni artistici della cosiddetta arte Jugenndstil, o art nouveau, o liberty.

In questo contesto scorre la sua vicenda con Lou Salomé, originale interprete dei fermenti culturali dell’epoca, strettamente legate alle vicende di Nietzsche e Freud.

Dunque Rilke arriva a Firenze nell’Aprile del 1898 e alloggia presso la pensione Benoit sul lungarno Serristori al n° 13 e inizia a compilare il suo diario di visite alle bellezze e alle realtà culturali della città.

A questo si aggiunga il viaggio che il poeta fece a maggio a Viareggio e queste due esperienze entusiasmanti apprezzamenti sull’arte fiorentina del primo novecento come una specie di una nuova primavera.

Nel suo tipico ed inimitabile stile narrativo rivivono e brillano orizzonti e territori della Toscana ma il racconto di arricchisce di interessanti inserimenti culturali che il ricercatore Mosi individua e riporta sull’arte di quel dorato periodo storico.

Particolare interesse suscita quel famoso “sentiero” Rilke, articolato tra Firenze e Viareggio, come vedremo e che costituisce il contenuto dell’Appendice del libro.

Mosi imposta il suo narrato a cavallo tra una stupefazione del presente e la rievocazione del passato che riguarda Rilke ed il periodo storico preso in esame, ribadendo come Firenze sarà il tema centrale del Diario presente nelle sue Elegie Duinesi, di cui Mosi dedica liriche.

La fase introduttiva del libro ci racconta della fase primaria del volume, delle ricerche eseguite da Mosi nella raccolta dei dati, dei primi soggiorni di Rilke giovane poeta in ascesa, come in Trentino sul lago di Garda, o a Capri

, o al castello di Duino dove iniziò a scrivere le sue celebri Elegie duinesi e così via fino alla sua morte avvenuta il 29.12.1926.

Dopo aver narrato con estremi e piacevoli dettagli il peregrinare di Rilke, Mosi riparte da Firenze al tempo in cui il poeta arriva in città

E dunque Mosi riprende a raccontare con cura e nei mini dettagli dell’ingresso di Rilke a Firenze, ad Aprile del 1898, a 22 anni, e alloggia presso la pensione Benoit, con la sua bella terrazza sul fiume. Tutto questo nel racconto della sua vita fino a quel momento della sua giovane età.

Nel frattempo in Germania, come già accennato, a Monaco scoppia l’arte dello Jugendstil o arte Nouveau / Liberty tedesca durata dal 1894 al 1904 circa e la forte influenza che essa ebbe sul giovane Rilke viene sottolineata da Mosi.

L’aspetto particolare che prende in esame il protagonista è il suo diario d’amore per Lou Salomé di cui ci parla sin dall’ inizio della pagina 64 del libro e sin dal momento dal loro primo incontro.

Una donna dal fascino fatale e più anziana di lui di 14 anni frequentatrice, animatrice dei salotti culturali e accompagnatrice, conoscitrice di famosi personaggi dell’epoca

Rilke conosce Lou nel maggio 1897, figlia di un generale russo; lei diviene sua amante, lui le dedica appassionale lettere d’amore e poesia., che Mosi riporta.

Il libro fa ampio cenno alle poesie di Rilke sul rinascimento.

Ci sarebbe da parlare ancora a lungo delle pagine di questo libro, ma non si lascerebbe al lettore la scoperta di una scrittura veramente piacevole.

Giungendo al termine del volume troviamo la famosa fuga di Rilke a Viareggio e l’incontro con il mare, con il canto delle fanciulle, vera fiabesca descrizione e successivamente la descrizione del cosiddetto sentiero Rilke in Toscana, ideato in collaborazione con…continuando nella tradizione cara a Mosi dei percorsi paesaggistici da seguire.

Dunque un bel libro veramente, piacevolmente mosso tra passato e presente, un diario di estremo interesse che piacerà non solo agli addetti ai lavori, agli storici, ma anche a tutti coloro che amano Firenze ed il territorio toscano visto sempre, come intende Mosi con estrema attenzione e senso poetico.

Allora complimenti caro Roberto ancora una volta testimone della storia e del periodo rinascimentale nonché eccellente narratore, poeta, regista di splendide scenografie che ci fa entrare nei minimi e nei massimi dettagli dei suoi filmati.

                                                                                                Carmelo Consoli