lunedì 11 maggio 2026

Narciso - Caravaggio, poesia, la danza delle streghe di Shakespeare, Donald Trump, narcisismo e intelligenza artificiale

 


Narciso e le Streghe di Shakespeare (Macbeth)

 

Le Streghe

soffiano sul fuoco

cantano Narciso

bello bullo bolle.

 

Bolle la pentola bolle

il sogno d’Europa il sogno

le fiamme ballano intorno

il miscuglio sobbolle.

 

L’occhio aguzzo di un rom

il bianco sorriso di un nero

l’idea svanita di pace

le vecchie gettano dentro.

 

Ronde occhiute in giro

zero tolleranza zero

idee solidali in fumo

lo scudo spaziale nel cielo.

 

Narciso ama se stesso 

si specchia alla fonte

abbraccia se stesso

il resto sfuma nel nulla.

 

Narciso ama Dio

afferra il suo scettro, il suo

trono, sacerdoti lo osannano

capo Supremo.

 

Narciso ama il potere

alla follia, sulla scena

assegna ogni parte

il riso, il pianto.

 

Narciso ama il petrolio

alla pazzia, lo cerca

lo trova, in ogni

parte del mondo.

 

Narciso invia

messaggi, diffonde

 in rete parole d’orgoglio

di rabbia rabbiosa.

 

Bit byte bit byte             

zero uno zero uno

uno zero, le Streghe

cantano in coro.

 

Blog ergosum, sum ergoblog

Narciso google,

google Narciso

Narciso yahoo.

 

I like Meta I love Meta

Artificial AI  Artificial AI,

Ahi Ahi

Ahimé Creso Musk.

 

Messaggio d’amore

d’amore messaggio

Narciso you tube, you tube

tube you.                 

 

 

 

                               Roberto Mosi, Maggio 2026

 

Caravaggio, Narciso



Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia

L’ipertrofica attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette “intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1], dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente, un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una malfondata e pericolante falsità.

 

Nello specchio della propria autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico, della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito, secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in una correzione una tantum del reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.

 

«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione, rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3]. L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di conoscere sempre di più il mondo.

 

Nessuna macchina può sostare allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in cui consiste la conoscenza[4], in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora, anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro, e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa, l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.

 

L’approssimazione delle macchine presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette capo a una computazione autocosciente non organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una contraddizione in termini in via di principio incalcolabile). Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme di proprietà date, un cluster di osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene ricorsivamente come insieme di altri insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale, insondabilmente ambivalente.




 

Ogni relazione umana ce lo testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.

 

Proprio perché l’intelligenza si autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente, e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato, cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5], storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.

 

Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente regionale (cosmotecnico[6]), in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova, l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di macchine»[8], ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.

 

Per questo non si è mai intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che il lato dell’intellectus stanno l’uno con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua opacità.

 

Il vitalismo si corregge così per estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9], ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica, se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante, meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale, coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.

 

Il narcisismo della nostra specie può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta nettezza.

 

Note

 

 

[1] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina, Milano 2018.

[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo, a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.

[3] G. Canguilhem, La formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris 1999, p. 155.

[4] G. Prodi, Alla radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.

[5] Cfr. H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.

[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.

[7] Cfr. S. Lem, Summa technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.

[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 2025.

[9] Cfr. G. Canguilhem, La conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.