lunedì 16 febbraio 2026

Roberto Mosi, "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", I geniali fabbri russi, principi di San Donato, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze 2026


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze 2026

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.









domenica 15 febbraio 2026

I libri dei "Demidoff", delle "Tre principesse francesi a Firenze", di "Rilke e Salomè" allo Stand E/32 Angelo Pontecorboli Edidore, TESTO


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.








 

 

 

venerdì 13 febbraio 2026

"L' alba da Monte Morello" - "Ritorni", Ladolfi, Canto III, vv.125-150


 “L’alba da Monte Morello”

- Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III vv. 125-150


Il sole nasce ad oriente

le speranze nel quartiere

arrivavano da oriente

si attendeva da oriente

il sole dell’avvenire.

.

L’appuntamento la sera

nel cortile della vecchia

casa, zaini e coperte

per salire alla luce della luna

sulla cima del Monte.

.

Si saliva cantando canzoni

di lotta e d’amore, in testa

i più anziani, poi i ragazzi

scatenati, per ultime

le coppie degli innamorati.

.

Si stendevano le coperte

alla Croce sul Monte

ci si abbracciava stretti

per difenderci dal freddo.

Il sonno, poi, l’aveva vinta.

.

“Il sole, il sole”, un urlo

svegliava l’accampamento

la sfera infuocata si affacciava

dalle Alpi del Giogo, una luce

radente, divina, irreale. v. 150

Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III  vv. 125-150






Roberto Mosi, Ritorni, Giuliano Ladolfi Editore, Collana Perle poesia, Borgomanero (No), 2026.

 

 

          Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

          Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

          Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

          C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

          Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

          Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

          Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

          Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

          Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

          Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

 


sabato 7 febbraio 2026

Roberto Mosi, "Ritorni", Ladolfi Editore, Collana Perle poesia. Intervista a Radio Versilia 7 marzo ore 12




Roberto Mosi, Ritorni, Giuliano Ladolfi Editore, Collana Perle poesia, Borgomanero (No), 2026.

 

          Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

          Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

          Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

          C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

          Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

          Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

          Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

          Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

          Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

          Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

 

R. M.

I.               Vento

 

 

Ritorno alla finestra aperta

sui primi anni della mia vita

i papaveri dei campi, le pievi

campanili, fabbriche, ciminiere

per sfondo Monte Morello.

 

Il vento supera agile il Monte

investe sibilando il mio

mondo, scompiglia le chiome

degli alberi, le braccia

dei filari allineati nei campi.

 

Le ombre della sera disegnano

figure al galoppo fra le spighe

agitate del grano, onde

s’infrangono contro la casa

isola al limitare dei campi.

 

Un tappeto di lucciole rosse

invade il mio breve orizzonte

fra lo stridio incessante

dei grilli che si alza fino

alle pallide luci del cielo.

 

Un carro torna dal mercato

la luce del fanale avanza

per la strada di campagna.

Mi addormento al canto 

lontano del carrettiere.

 

 

 

Vento dalle molte voci

che scendi dal Monte, fammi

volare sulle tue ali per le strade

dell’eterno ritorno, alla vecchia

casa assediata dalle tue braccia.

 

La tua voce invade ancora

la mia testa, mi sorprende

agli angoli del quartiere

si confonde con il fracasso

del traffico, il vocio dei motori.

 

La tua voce, cadenzata dalle

stagioni, è rimaste la stessa

nel tempo?  Strisciavi una volta

sulle acque della palude

ai margini della boscaglia.

 

Ti slanci ora contro i vetri

del Palazzo di Giustizia, dei

supermercati, dell’Università.

Umile sterratore, scavo

scopro gli strati del tempo.

 

Appaiono segni della vita

passata sotto le presenze

di oggi, grumi intricati

di memoria, cerco il senso

del mio, del nostro esistere.

 






 

domenica 25 gennaio 2026

“Inseguire lo sguardo dei poeti. Firenze e le colline”, al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”. Roberto Mosi e Nicoletta Manetti

 



        È stato presentato il 21 gennaio scorso un insieme di percorsi poetici per la città di Firenze e i suoi dintorni, progettati e organizzati da Roberto Mosi in varie occasioni, con associazioni, scuole, gruppi di amici. I percorsi sono stati illustrati dall’autore e da Nicoletta Manetti, con la lettura dei testi poetici più suggestivi, legati ai luoghi maggiormente evocativi di emozioni vissute dai poeti, di storie particolari. Dopo il saluto del presidente Franco Margari e l’introduzione di Giuseppe Baldassarre, Mosi si è soffermato sul carattere particolare dello “sguardo del poeta” che viene – secondo quanto affermato il filosofo Sergio Givone – “da un’ispirazione profonda che ci spossessa della nostra quotidianità e della nostra realtà e ci costringe a guardare il mondo altrimenti, ce lo restituisce come non l’abbiamo mai visto e in modo da scoprire ciò che si nasconde nel cuore del mondo”.

 
 

        Lo sguardo, e la ricerca, è rivolta a Firenze e alle sue colline, è condivisa, nelle esperienze che vengono illustrate, dall’autore insieme ad altri, sul luogo, sui luoghi dove lo sguardo dei poeti si è soffermato, portando i testi, le poesie, per condividerle, leggerle a voce alta; un impegno che esce dai canonici luoghi chiusi, per andare all’aperto, respirare l’aria del luogo, investirla con la voce della poesia recitata.



        Riguardo ai percorsi organizzati, alcuni fanno riferimento a itinerari “ufficiali” riportati nelle cartine delle guide: il più noto è l’Anello del Rinascimento, un sentiero che percorre l’intero cerchio delle colline e si snoda per ben 170 chilometri, un territorio ricco di storia, di bellezze naturali, culturali e paesaggistiche, un cammino che permette di scorgere da ogni punto del percorso, la Cupola del Brunelleschi, punto chiave del paesaggio fiorentino; consente, d’altra parte di incontrare luoghi ricchi di “evocazioni poetiche”. Altri percorsi sono stati costruiti partendo dalle opere, dalla vita di poeti, come Mario Luzi, Dino Campana, Dante Alighieri, Shelley, Rilke, ecc.



        Mosi ha fatto inoltre riferimento alla lezione che ha offerto Mariangela Gualtieri con il libro “L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia”, al rilievo dell’esperienza della poesia recitata ad alta voce: “la poesia chiede libertà dai vincoli semantici, chiede di farsi viva voce, vuole essere suonata, o cantata, proprio come ogni spartito musicale”.



        Nicoletta Manetti e Roberto Mosi hanno dato lettura ad una serie di poesie legate ai “Percorsi poetici”, illustrati da apposite mappe, fra i quali:

I - L’Anello del Rinascimento: per Monte Senario, di Mario Luzi “Vanno ai monti i monti”; per l’argine del Bisenzio, presso Campi, “Magma” di Mario Luzi; per il bosco di Fonte Santa “Incredibile la morte” dal libro “Orfeo in Fonte Santa dell’autore.

II – L’ Anello dei poeti, il Centro: “Fiore nostro fiorisci ancora” e “Fiore della fede” di Luzi, poesie dedicate alla Cupola; “La passeggiata” di Aldo Palazzeschi; “Ode al vento Occidentale” di Shelley (Parco delle Cascine, Fonte del Narciso);

III – L’Anello dei poeti, l’Oltrarno: “Il teatro degli Artigianelli”, di Saba (via del Serraglio);

IV – Percorso del Dantedì “sperimentato dal Circolo degli Artisti in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante, illustrato nel libro dell’autore “Ogni sera Dante ritorna a casa”.

V -  Per Campana brani di varie poesie relative ai percorsi dal Giogo a Casetta di Tiaria e da Marradi a La Verna.

VI - Per il Sentiero Luzi, il testo in prosa “le Origini e la poesia “Passa sotto la nostra casa qualche volta”, brani riferiti al paese di Castello.

VII - Per il Sentiero Rilke le poesie sul soggiorno fiorentino del 1898, del poeta tedesco e le poesie dello stesso periodo su “Le fanciulle” di Viareggio.

 

lunedì 15 dicembre 2025

"Il cortocircuito urbano" nella Città che Cambia- Testimonianze al Circolo Vie Nuove - Il caso Novoli e i Demidoff

 


Registrazione video Incontro 15 dicembre 2025 Circolo Vie Nuove







La città che cambia fra memoria e futuro. Il caso Novoli

Roberto Mosi

 

La linea della tramvia per l’aeroporto di Firenze, da via Gordigiani, dopo aver sfiorato il liceo scientifico Leonardo da Vinci, s’impenna sul lungo ponte intitolato a Margherita Hack, alla confluenza del Mugnone e del Terzolle, e scende su via di Novoli per raggiungere la fermata San Donato-Università. Per coloro che sono nati nella zona come me e hanno una certa età, l’impatto con il paesaggio urbano di oggi è veramente sconvolgente. Da una parte, nella direzione dell’Arno, gli imponenti agglomerati degli edifici costruiti negli anni Settanta, lasciano un breve respiro all’antica chiesa di San Donato in Polverosa, al suo campanile medievale e ad un tratto della villa Demidoff, sottoposta di recente ad una drastica opera di restauro. Dalla parte opposta della via di Novoli, verso Monte Morello, i segni più forti dei recenti cambiamenti avvenuti nella città, con la realizzazione del centro commerciale di San Donato, aperto su un’ampia piazza da dove inizia il percorso verso il polo delle Scienze Sociali dell’Università di Firenze; con il restauro dell’imponente ex Centrale Termica dello stabilimento Fiat, trasformata in urban centre. Poco oltre si apre il parco di San Donato, realizzato in questi ultimi anni, un’area verde che, per dimensioni, è la terza nella città; all’estremità del parco, sul viale Guidoni, si alza l’enorme massa di cristalli e cemento del Palazzo di Giustizia.

Nella definizione di questo nuovo contesto urbano, accennato a grandi linee, si può individuare, per un verso, la ricerca della salvaguardia della memoria del luogo, per l’altro, lo sviluppo in questa zona di nuove funzioni importanti per il quartiere e per la città. Sono aspetti diversi fra loro ma crediamo che richiedano una precisa attenzione, passaggi importanti per dare consapevolezza e speranza ad un’intera comunità. Tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva della zona: il lavoro, la religione, le acque.

Riguardo al primo elemento, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme di tralicci che ne rievocano la forma. È un’occasione unica per i cittadini visitare questo luogo, scoprirne la storia e comprendere gli interventi che stanno trasformando il sito in un polo culturale. Le visite consentono di accedere al cuore della centrale, ovvero agli spazi dove sul finire degli anni Trenta del Novecento, furono costruite due imponenti caldaie, in grado di fornire l’approvvigionamento elettrico utile all’adiacente stabilimento Fiat. Il complesso, più volte modificato, è rimasto in funzione fino agli anni Novanta. Dal piano alto dell’edificio si ha uno sguardo d’insieme sul quartiere di Novoli, sulla sua struttura urbana, sull’articolazione delle residenze e delle fabbriche.

Ricordo bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le cui voci si alzavano, con tonalità diverse, dallo stabilimento Fiat, dalla Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi, presenti fin dalla centuriazione romana, intraprese la lavorazione della lana, che poi trasferì in Borgo Ognissanti. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel parco della villa, pianta quaranta mila alberi di gelso e avvia, per alcuni anni, un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa è il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali, in Crimea: da qui partono collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del telegrafo.



In merito al secondo elemento preso in considerazione, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa, dagli anni Sessanta del secolo passato sede della parrocchia della zona, aperta a tutte le ore del giorno, un rifugio prezioso di raccoglimento, sfiorato oggi dal traffico convulso verso le autostrade. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche, risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l'Annunciazione, il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la Madonna della Cintola, mentre l'Adorazione dei Magi e la Nascita del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni;  di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino,  che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del papa. Dalle terre d’oriente, conquistate allora dai crociati, arrivano oggi molti migranti, che vivono una pacifica integrazione con le persone del quartiere.

Il grande portone della chiesa si apre, dopo gli ultimi lavori alla villa, su una piazzetta, ben visibile dalla fermata della tramvia, arredata con pannelli multicolori che danno conto della storia antica, preziosa del luogo; a metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose, celebri aste.

Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, le acque, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi; un paesaggio ben diverso da quello dell’epoca romana, in cui, partendo dalla via di Novoli, che seguiva l’allineamento del decumano maggiore (est-ovest), si era dato vita, nella pianura fiorentina, alla centuriazione, ad un’agricoltura prospera, per un lungo periodo. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre cultura agricole, l’Arno, ancora privo di argini, si diramava, circondando le Cascine e scorrendo sull’attuale tracciato di via Baracca, formava continuamente acquitrini ed isolotti. Un mondo ricco di acque, libere, regimentate via via, con grande fatica dall’opera dell’uomo. Ricordo, da parte mia, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.




Nella progettazione del parco di San Donato si è dato un giusto peso alla memoria delle acque, che abbiamo visto protagoniste della storia di questa zona. Il parco è stato realizzato da pochi anni (inaugurazione nel 2008) a seguito della valorizzazione di parte dell'area dell'ex stabilimento Fiat (la restante parte è servita per la costruzione dell'enorme complesso del Palazzo di Giustizia, la cui mole domina buona parte dell'orizzonte del parco). Se si escludono le Cascine, il parco di San Donato, pur trovandosi in un quartiere periferico, risulta tra le aree verdi pubbliche più grandi di Firenze. Sono stati inseriti degli elementi di abbellimento o funzionali: una cascata, un laghetto di forma ellittica attraversato da un lungo ponte, ruscelli, una collinetta artificiale con cipressi a cui si accede costeggiando una siepe che sale a tortiglione, arriva ad un belvedere aperto su uno spazio occupato da una sorta di tettoia con sottostanti panchine, un'area giochi per i piccoli, un'area cani, alcune fontanine. Nel parco, polmone verde di oltre dieci ettari, si è curata negli ultimi anni la piantagione di un nuovo bosco urbano, con oltre 250 alberi. È importante rilevare che questo tipo interventi fanno oggi riferimento al “Piano del verde e degli spazi aperti”, approvato dal Comune all’inizio del 2025: Firenze è fra le prime città in Italia a dotarsi di questo strumento, con il quale si perseguono le strategie necessarie per adattarsi ai cambiamenti climatici e mitigarne gli effetti, ispirandosi al principio 3-30-300: 3 alberi visibili da ogni finestra, il 30% di copertura verde e 300 metri al massimo tra casa e lo spazio verde più vicino. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Firenze sostenibile, resiliente e vivibile per le generazioni presenti e future anche di fronte al cambiamento del clima di cui già si stanno vedendo gli effetti. Il Piano analizza e fotografa la situazione attuale della città, dalle caratteristiche ambientali e climatiche, alla temperatura media fino alle piogge e alla loro evoluzione nel tempo, passando dalla disponibilità di aree per mettere a dimora alberi in giardini, strade, piazze o parcheggi. Il Piano, che è stato chiamato Iris in onore del fiore simbolo della città di Firenze, si occupa di tutti gli spazi aperti e non solo del verde urbano (pubblico o privato) promuovendo una trasformazione green delle aree pubbliche. 




Sono stati analizzati i cambiamenti del clima nel corso del tempo con alcuni indici usati comunemente in climatologia, dai quali emergono evidenti tendenze al riscaldamento del clima nell’area fiorentina. È stata registrata, ad esempio, una temperatura media annuale del ventennio 2001-2020 più alta di 1,4 gradi rispetto a quella registrata fra il 1878–1918. Anche il freddo è cambiato: i giorni di gelo sono scesi da 270 medi in 10 anni fino agli anni ’40 ai circa 100 medi del decennio 2011 – 2020. Sono aumentati i giorni di caldo (temperatura superiore ai 34 gradi) passati dai 50 medi in dieci anni registrati fino agli anni ‘20 agli oltre 200 medi in dieci anni degli anni 2000 fino a superare i 400 giorni caldi medi nel decennio 2011-2020. Sulla base dei dati storici raccolti nel Piano si nota anche l’aumento dei fenomeni temporaleschi ma con una minore disponibilità idrica (perché le piogge sono più forti e concentrate in pochi giorni). Sulla base dei dati raccolti che mettono in risalto l’evidente riscaldamento della città, l’aumento dei fenomeni temporaleschi estremi e la minore disponibilità idrica, sono state evidenziate le aree con le maggiori criticità e la loro densità abitativa, informazioni importanti per poter definire le priorità di intervento. 

Il territorio fiorentino, con le sue tipologie di spazi aperti, ha un patrimonio verde di 922,3 ettari di cui 189 sottoposti a vincolo storico e con ben 875 ettari di competenza dell’amministrazione comunale, con meno verde a disposizione degli abitanti nel Quartiere 1 e nel Quartiere 5, dove sorge, appunto, il parco di San Donato.

Il Piano evidenzia la necessità generale di recuperare ogni spazio disponibile per realizzare “infrastrutture verdi” e arricchire il tessuto urbano di elementi naturali, recuperando vivibilità. In primo luogo, prevede nuovi alberi con funzione di ombreggiamento specialmente lungo strade e parcheggi (oltre arbusti, cespugli e prati), nuovi spazi verdi anche di dimensioni ridotte, soluzioni basate sulla natura (depavimentazioni, rain garden e trincee drenanti, pareti e tetti verdi). Piccoli e grandi interventi per portare in 5 anni 50.000 nuovi alberi e arbusti, 20 nuovi spazi verdi vicino casa, 50 nuove aree gioco, 10 piazze verdi, 10.000 mq di superfici rese permeabili.

Sono queste tappe importanti nel processo di cambiamento della città, generale e nelle singole parti, dal centro alle periferie, che fanno sperare in un futuro accettabile per l’uomo.