Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Angelo Pontecorboli Editore
Un pezzo di
storia fiorentina troppo presto dimenticata
Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno a Firenze, arriverà a suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina.
Dopo la Francia è
quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei
Napoleonidi". A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte,
figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di
divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita
l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. Anzitutto fu
lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro
Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del
notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il
ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e
grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in Polverosa,
cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. La seconda ragione
dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di
organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa
omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da
Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che
Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle
parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des
Arts". Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo
stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è
rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente
compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà
l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione
di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della
propria moglie ed anche dei ritratti di lei". Del carattere violento
di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare
l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino
di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una
esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e
schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". Nonostante
la prolungata sottomissione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che
tuttavia aiutava il padre della sposa a uscire fuori dai tanti indebitamenti in
cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non poté fare altro che
fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme
all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con sé molti gioielli della
sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana
dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi
metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto
nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprende l'arte pittorica e
da Amelia Calani, la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla
rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali
risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono
oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in
"Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non
cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura
della loro bellezza e della loro impudicizia". Naturale che, con
una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e
utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar
di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di
una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo
salotto parigino. Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni
subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come
Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi,
che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti
atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione della famosa
società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e
all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla
parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. Quando
ormai aveva le valigie pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai
fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei
fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana...che
sta precipitando...nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere
granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di
Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge
massoniche". Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour,
passa ad elogiare sé stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di
carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il
frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la
creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che,
pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più
altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi,
dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". É
vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di
scavo nella memoria e nella storia fiorentina, il bravissimo ancora una volta
Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di
memorie, sia...da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,
...con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione
riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro
rapporto con la cultura del popolo russo".
Renato
Campinoti

























