mercoledì 22 aprile 2026

Roberto Mosi, "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", Pontecorboli - Biblioteca Buonarroti: i saluti del Presidente del Q5, del'ass. Novoli Bene Comune - La presentazione di Sonia Salsi, i disegni di Enrico Guerrini

Il gatto della Biblioteca

Chiara Cantini, Associazione Novoli Bene Comune

Il saluto del Presidente del Quartiere 5

Sonia Salsi, Roberto Mosi e Chiara Cantini

Enrico Guerrini, La partenza dei crociati fiorentini per la Terza Crociata

 

Demidoff e i ragazzi dell'Istituto

Matilde Bonaparte arriva a Parigi




Le meravigli del parco della Villa Matilde Demidoff

Matilde Bonaparte scrive le sue memorie


Il matrimonio di Matilde Bonaparte e Anatolio Demidoff




La Villa Demidoff, oggi

Il monumento a Nicola Demidoff. In primo piano la figura della Misericordia

Nicola Demidoff




Anatolio Demidoff

L' Odeon di via San Donato

La chiesa di San Donato in Polverosa

Il motto dei Demidoff: ACTA NON VERBA

Ritratto di Matilde Bonaparte conservato a Versailles

La Centrale Termica dell'ex Stabilimento Fiat, ristrutturata

Sala da pranzo del Salotto parigino di Matilde Bonaparte

La celebre collana dei sette fili donata da Napoleone a Matilde


Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Angelo Pontecorboli Editore, 2026

La linea della tramvia per l’aeroporto di Firenze, dopo aver superato il ponte “Margherita Hack” sopra il Mugnone, raggiunge la fermata “Università-San Donato”. Se andiamo dalla parte di San Donato, ci mettiamo sulle tracce, in una zona della città a forte crescita edilizia negli ultimi decenni, di un mondo in gran parte scomparso: villa Demidoff e il suo parco che duecento anni fa brillava di una bellezza straordinaria, ricca di tesori e di opere d’arte, indicata come la Versailles della Toscana o la seconda reggia dopo Palazzo Pitti. Sembra di rivivere la storia del Castello della Bella Addormentata sepolto dai rovi per il lungo abbandono e caduto in un sonno profondo. La protagonista di questa storia è la famiglia Demidoff originaria della Russia che, con un forte spirito imprenditoriale, accumulò ingentissime ricchezze e si distinse, prima in Russia e poi in Italia, per il suo mecenatismo e per i suoi interventi sociali. Nicola Demidoff fu il primo della famiglia a stabilirsi a Firenze (1822), fondò una vera e propria dinastia toscana; avviò i lavori per la costruzione della villa di San Donato. Di particolare interesse la ricerca di circondarsi di opere d’arte, di collezionare testimonianze del passato, di essere attivi sul mercato della committenza nei vari luoghi ove i Demidoff soggiornarono, dagli Urali, a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Roma. Oggi i Demidoff sembrano “essere svaniti nel nulla tanto poco rimane tra noi di loro tangibile ricordo: essi facevano parte di una società di cultura e modi internazionali o meglio, per i tempi, europei; una società che realizzava una unità dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali”. È disponibile però, specie da tempi recenti, una importante bibliografia, con opere di studiosi impegnati nello studio della famiglia Demidoff, degli scambi fra Russia ed Italia nella Toscana e nell’Europa dell’800. È di rilievo la pubblicazione I Demidoff a Firenze e in Toscana, Olschki 1996, curata da Lucia Tonini, che raccoglie i risultati di un convegno che vide la partecipazione di studiosi italiani e russi e conferma come la presenza a Firenze dei Demidoff ha indubbiamente significato un’ulteriore occasione di apertura internazionale per la città. Riguardo all’area di San Donato, vari passaggi del libro illustrano i caratteri straordinari della villa Demidoff: la proprietà si estendeva per 45 ettari, l’edificio centrale era composto da un gran corpo di fabbrica delimitato alle estremità da due ali e sul fronte dell’edificio emergeva una grande cupola in malachite, materiale prezioso proveniente dalla Siberia, che copriva la sala da ballo del piano nobile. Fu costruito nei pressi della villa l’Odeon, una grande sala per concerti musicali, formata da un vasto vano cilindrico sormontato da una cupola “eseguita senza armatura”; si segnalavano anche una scuderia per 50 cavalli, una rimessa per 50 carrozze, due fattorie per l’allevamento degli animali, grandi serre con le piante più preziose, un parco con prati, corsi d’acqua, ponti, isole grotte. La Galleria d’arte era ritenuta una delle più ricche d’Europa, con collezioni d’arte classica e di arte europea contemporanea; nella confinante chiesa di San Donato era posta la biblioteca con 40.00 volumi, un patrimonio culturale che in varie vendite successive, all’asta, è andato disperso nei più diversi paesi del mondo; 40 di questi libri sono stati acquisiti dalla biblioteca della Galleria degli Uffizi: interessa ora ricordare il libro Delle Pie Opere ed Istituzioni Demidoff in Firenze (1848), che illustra l’impegno per le scuole popolari di mutuo insegnamento, ispirate a moderni criteri di insegnamento e di cura della salute degli scolari. Riteniamo, dunque, che questo capitale di conoscenze e di memorie che si è andato formando e che richiede un attento approfondimento nel tempo, sia – al di là del recente recupero edilizio, da parte di privati, di alcune parti della villa di San Donato - da porre in valore, da far conoscere, divulgare, avvalendosi anche degli ultimi strumenti resi disponibili dalle tecniche informatiche di oggi, con un progetto organico di recupero della documentazione riguardo ad  una stagione importante sia per la storia e la cultura  dell’Europa e della città sia per la conoscenza di una pagina importante del nostro rapporto con il popolo russo, la sua storia e la sua cultura. Sarebbe opportuno individuare un luogo nello stesso quartiere di San Donato, che vide lo splendore della villa dei Demidoff, al quale fare riferimento per questo progetto: forse potrebbe essere lo stesso edificio dell’Odeon e la grande sala dove la famiglia giunta dalle lontane terre russe, dava vita a spettacoli memorabili, presentati da personaggi e artisti provenienti da tutto il mondo.


venerdì 17 aprile 2026

Ritornare a Firenze/Itaca, al Quartiere dell'infanzia - La Camerata dei Poeti venerdì 24- 4 presenta "Ritorni" di Roberto Mosi, Ladolfi Ed. - Il contributo del poeta Pietro Brogi - Biblioteca Mario Luzi Firenze


 


Il commento del poeta Pietro Brogi

Roberto Mosi, Ritorni, Editore Giuliano Ladolfi, Febbraio 2026

 

“Ritornare”, “Ricordare”, “Rivivere”, tre parole che condividono il prefisso ‘ri’ di ripetizione.

  Ricordare, cioè occupare di nuovo il cuore con qualcosa che ci abbia colpito in un passato anche lontano, e questo significa anche confrontarsi con i ricordi, rivivere te stesso, con quanto è cambiato sia in te sia nell’oggetto del ricordo, e le sensazioni possono essere diverse, non sempre peggiori, anche se il ritorno in luoghi dell’infanzia è più facile che susciti nostalgia per quelle cose che non ci sono più, piuttosto che vedere le nuove cose come migliori, in particolare per il poeta  che aveva vissuto la sua infanzia al confine della città, che poteva con lo sguardo abbracciare la campagna e poi oltre, arrivare fino alle colline. Una città che si affacciava a quel margine, che lo conteneva senza però accerchiarlo, un tempo  che Roberto Mosi viveva con occhi diversi, da fanciullo che si affacciava alla vita, certo di potervi partecipare in un contesto di una città, Firenze, ricca di storia, di architettura, di opere d’arte, di splendide ville, che anche se destinate ad accogliere pochi fortunati, contribuivano e contribuiscono a mantenere un alto profilo di questa città, comunque nel ricordo di un passato attraverso quelle semplici cose, come il vento che scompigliava le chiome degli alberi ed anche faceva ondeggiare le spighe di grano dei campi che circondavano la sua casa nella zona appena fuori S. Jacopino.

I versi delle poesie si stagliano brevi, di sette, otto sillabe, pochissimi superano le dieci, spezzati a volte da inarcature che mantengono il significato in sospeso fino al verso successivo.

Il Vento (pag. 9) che si affaccia prepotentemente dando il titolo alla prima poesia della raccolta, quel vento che faceva ondeggiare le spighe che è visto anche nella sua presenza attuale, mentre si avventa contro i vetri del palazzo di giustizia, e che funge da elemento di continuità di un diverso presente.

Anche il Sole (pag. 15), terza poesia, con la sua superficie rovente, i suoi raggi che infiammano i vetri della finestra della casa, accentua la somiglianza di Monte Morello con un vulcano che il poeta, nella sua fantasia, immagina eruttare lava di fuoco e fa tornare alla mente le passeggiate fino alla vetta del gruppo dei ragazzi che, con il  poeta, passava la notte all’aperto aspettando l’alba che faceva di nuovo spuntare quel sole dalle Alpi del Giogo.

Acqua sesta poesia (pag 24) ci riporta prepotentemente al presente con le auto, i supermercati, il lago e la collina artificiale del parco di S Donato, un tempo palude e foresta. Un anelito di speranza la festa degli alberi, con il suo seguito di bandiere ed aquiloni che simboleggiano e ricercano quella pace così lontana.

 Poesia (pag 27) si tracciano ricordi di storia romana nei nomi dei luoghi : Quarto,Quinto, Sesto, di armonia nelle ville dei Medici. Di Petraia, simboli della potenza e del potere di classi privilegiate, contrapposte a periferie di nuovi insediamenti, di grigiore industriale, di caos di traffico,  poi il cimitero con le spoglie del poeta, Mario Luzi, faro che illumina e guida , con la sua poesia, la poesia di Roberto Mosi.

La silloge si conclude con la poesia che dà il nome alla raccolta: Ritorni  (pag. 42) in exergo i vv 94-100 dell’inferno  di Dante  con la scelta di Ulisse di prolungare il proprio viaggio alla ricerca della comprensione del mondo, un arricchimento di conoscenza che faceva superare anche l’amore e la nostalgia per il padre, la moglie Penelope, il figlio. Così elenca Roberto Mosi le immagini della sua terra, fissate nel suo cuore grazie a tutti gli elementi naturali ed elementari, come il vento, il sole, l’acqua, i suoni ed anche la poesia del Maestro da lui menzionato nella omonima ‘poesia’ e che lo hanno accompagnato nel suo viaggio di ritorno ed unicamente il viaggio rimane, per dare uno scopo,  rimane nella sua voglia di scoperta e riscoperta, non invece l’arrivo ad una realtà profondamente cambiata, talvolta deludente, ma solo la malinconia per quanto perso potrà indurre ad interrompere quel viaggio, potrà portare ad un naufragio in questa sete di conoscenza.   

Le Poesie sono seguite da un sommario dei luoghi menzionati nelle stesse, fornendo un utile richiamo per intraprendere un cammino, percorrendo ogni luogo incontrato, facendo tesoro di  una conoscenza di base sia storica sia artistica.

Pietro Brogi aprile 2026


sabato 11 aprile 2026

Renato Campinoti: straordinario commento per "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze. I geniali fabbri russi principi di San Donato" di Roberto Mosi - Angelo Pontecorboli Editore


 

Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Angelo Pontecorboli Editore

Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata

 

Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno   a Firenze, arriverà a suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina. 

Dopo la Francia è quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei Napoleonidi". A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. Anzitutto fu lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in Polverosa, cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. La seconda ragione dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des Arts". Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della propria moglie ed anche dei ritratti di lei". Del carattere violento di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". Nonostante la prolungata sottomissione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che tuttavia aiutava il padre della sposa a uscire fuori dai tanti indebitamenti in cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non poté fare altro che fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con sé molti gioielli della sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprende l'arte pittorica e da Amelia Calani, la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in "Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia". Naturale che, con una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo salotto parigino. Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi, che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione della famosa società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. Quando ormai aveva le valigie pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana...che sta precipitando...nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge massoniche". Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour, passa ad elogiare sé stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che, pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi, dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". É vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di scavo nella memoria e nella storia fiorentina, il bravissimo ancora una volta Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di memorie, sia...da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare, ...con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro rapporto con la cultura del popolo russo".

Renato Campinoti




 

martedì 7 aprile 2026

Mariella Bettarini parla di "Amo le parole", l'Antologia di Roberto Mosi: 7 libri di poesia - In "La Toscana nuova", novembre 2024 - La recensione di Silvia Ranzi in "Pegaso". - I dieci anni dell'Officina del Mito


Mariella Bettarini parla dell’Antologia poetica di Roberto Mosi

 

Il libro di Roberto Mosi - Amo le parole. Poesie 2017-2023, Ladolfi Ed. - antologizza ben sette volumi e/o riviste usciti dal 2017 al 2023. Si tratta di una poesia sempre originale, assai personalizzata, vive di un pensiero originale ed onirico, oltre che decisamente “realistico”. Vorrei poter citare moltissimi testi, che sono quasi sempre vividi dei molti luoghi visitati dall’autore: anzitutto la città di Firenze e i suoi dintorni collinari. Tra i luoghi (chiese, palazzi, monumenti, piazze e così via) citerò “Palazzo Vecchio”, “Piazzale degli Uffizi”, “Peretola”, “Il nonno poeta”. A questo punto ci aggiriamo insieme all’autore per tantissimi luoghi del mondo: da Nord a Sud, da Est a Ovest. Seguendo – infine – la preziosa post-fazione dello scrittore–editore Giuliano Ladolfi, mentre lo scrittore Carmelo Consoli elabora una magnifica prefazione a tutto il libro.

Come fare per dare voce (e voce d’amore) a quasi duecento poesie da Mosi stesso antologizzate senza trascurarne troppe, e di tanti luoghi naturali, storici, artistici? Roberto Mosi è stato dirigente per la cultura alla Regione Toscana; si interessa di poesia, narrativa, fotografia, ricerche nel campo multimediale. Collabora a varie riviste e, in particolare, con “Testimonianze” (è presidente dell’associazione culturale) e con “L’area di Broca”. A questo punto mi è doveroso (e insieme spontaneo) dare voce all’amore verso le parole; dimostrare il suo (dell’autore e pure mio) “AMORE PER LE PAROLE”. E di parole amabili, da amare, il presente volume che comprende vari testi di poesia, ce ne sono davvero moltissime, iniziando dal primo dei libri qui antologizzati, Il profumo dell’Iris (edito nel 2018) per passare a Navicello etrusco (edito nel 2018) e Orfeo in Fonte Santa (2019), fino a Sinfonia per San Salvi (2020), a Promethéus (2021) a Il nostro giardino globale (2023) e, infine I nostri giorni.

Da Il profumo dell’iris cito versi tratti dalla poesia “L’Annunziata”: “Sulle strade di casa attraverso / Piazza dell’Annunziata. / Novanta passi è lunga / trenta le colonne, otto i bambini / in fasce, tondi bianchi di smalto / sessanta le api per il Granduca”. Da Navicello Etrusco, nel testo si legge: “La capanna, tronchi e rami / d’albero portati dal mare / tegole, embrici di un naufragio / sulla spiaggia della sterpaia / bagno del Nano Verde. / Il falò illumina il bambino / la mamma, Maria / giunti dalla Palestina / su un barcone di migranti. / Intorno il villaggio di sabbia / il disegno di strade e capanne / di animali in cammino / nel profumo di alghe e conchiglie / di pini e di macchie sempre verdi. / Intorno le luci affacciate / sul golfo, stelle comete, il volo / degli aerei in arrivo da oriente”. E ancora, ancora… Dal volume Eratoterapia cito i versi del testo “Il nonno poeta”: “Il nonno lavora? / “Si”. “Che lavoro fa?” / “Fa il poeta”. // Non è colpa mia / se Anna crede questo / del nonno. // È nell’età / dell’innocenza, le si può / concedere tutto. // Avrà pazienza la poesia / se la credono presente / in un centro per anziani”. Da Promethéus - Il dono del fuoco (2021): traggo da questa magnifica, più che complessa raccolta, alcuni versi: Angeli custodi: “Liberate i quadri dai musei / dalle mostre ordinate / da eruditi senza fantasia // dai racconti cuciti intorno / all’ego di registi boriosi // I quadri vivono dell’aria / delle strade, dei muri bagnati / dalla pioggia, dal lento disfarsi // Mostrano l’anima del quartiere / di quelli che l’abitano, volano / poi via come gli angeli custodi”. Da I nostri giorni, infine, La vita: “Esplode la vita nel mio / giardino dopo i giorni / della pandemia, le strade / piene di folla effervescente / ogni angolo pieno di tavolini. // Passa l’onda piena della risacca / bicchieri ambrati di vino / frastuoni di risate aggressive / cancellano i segni della passata / stagione, seppelliscono il silenzio.” La conclusione è tutt’altro che chiusura. Al contrario è vita, è ultra-sensibilità, è amore per la poesia, di cui questo lavoro di Roberto Mosi è totalmente permeato. All’autore i più sentiti complimenti e auguri dei nostri lettori e miei. 

 

 

Mariella Bettarini, nata a Firenze nel 1942, è “una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica” (Giuliano Manacorda). Ha fondato nel 1973, con Silvia Battisti, la rivista Salvo Imprevisti - L’area di Broca, dal 1984 ha curato, con Gabriella Maleti, le Edizioni Gazebo; ha pubblicato sulla rivista Poesia la rassegna Donne e poesia, un’antologia di cento autrici italiane, pubblicata negli anni dal 1963 al 1999.





Il DECENNALE DELL’OFFICINA DEL MITO VERTERA’ SUL TEMA:

  LA CIVILTA’ ETRUSCA (2026)

ROBERTO MOSI

“AMO LE PAROLE”, LADOLFI EDITORE Primo Premio LIBRI POESIA “ALBEROANDRONICO” 2024

DISEGNI DI ENRICO GUERRINI

2016 I CONFINI DEL MITO     2018 LABIRINTO TRA CAOS E COSMO    2019 ORFEO CHI?

2020 PROMETEO    2021 IL CONCITTADINO DANTE         2022 Il GIARDINO GLOBALE

2023 ANTIGONE        2024 EROS           2025 ATHENA

ROBERTO MOSI
Fiorentino di nascita, dirigente per la cultura alla Regione Toscana, da un ventennio si è affermato quale poeta, fotografo di cicli iconografici, scrittore di narrativa   e saggi archivistici alla riscoperta di personalità che hanno segnato la fisionomia della Città dell’IRIS nei carismi della Toscanità

Ha pubblicato due Antologie liriche - “ POESIE 2009 -2016” e “ AMO LE PAROLE”( 2017 – 2023) Ladolfi Editore, prefazione di Carmelo Consoli  - che restituiscono il denso e variegato percorso lirico della sua produzione letteraria  su vari temi nell’esplorazione della Cultura del territorio, luoghi e non luoghi  al crocevia tra STORIA e MITO quale perno portante la sua poetica, il culto per l’amata Florentia nelle sue strade, vicoli, siti panoramici e monumentali, il richiamo per la tutela dell’ecosostenibilità ambientale,  le istanze di un Umanesimo  civile e solidale da difendere, la narrazione della follia ai tempi dei presidi  psichiatrici dei manicomi di S. Salvi, la ricerca  immersiva nel Naturalismo appagante e riesumato di verità ancestrali, itinerari introspettivi e spirituali in cui echeggiano stratificazioni MITICHE, interfacciando L’ANIMA LOCI  o  GENIUS LOCI dai suggestivi riverberi evocativi.

Amo le parole / che si sollevano / dalle strade/ con il respiro / della poesia.    Amo le parole / che rotolano per / terra / vestite di pane e / di vino.       Amo le parole / che vagano nella / mente / nel silenzio / assordante / dell’io.     Amo le parole / che navigano sul / mare / verso l’isola di / ogni perché.   Amo le parole / che volano nel / mondo / nelle ali i colori / della pace.  (LIRICA: AMO LE PAROLE)

Le sue liriche intrecciano accenti intimi a rimandi semantici nelle ritualità della memoria su piani interdisciplinari: tra reale ed ideale, contingente e sovratemporale, passato e presente, Mito ed utopia, materia e spirito.

Nella veste di poeta e fotografo ROBERTO MOSI  ha fondato l’OFFICINA DEL MITO con l’artista ANDREA SIMONCINI ed altri esponenti rinomati del milieu fiorentino, appartenenti alla società di Belle Arti - Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, approdando al decennale di eventi  espositivi su temi legati al Mito i cui cataloghi sono stati curati  da VIRGINIA BAZZECHI: artisti quali ROSA CIANCIULLI, GUIDO DEL FUNGO, ENRICO GUERRINI, GIOVANNI MAZZI, SALVATORE MONACO, MARGHERITA OGGIANA, ANDREA ORTUNO,  ZERVA PARASKEVI, ANGIOLO PERGOLINI, ROBERTO ROMOLI e la partecipazione  del musicista UMBERTO ZANARELLI.

Il MITO - racconto simbolico ed immaginifico di esseri divini, eroi e discese nell’ OLTRE - contrapposto in età classica a LOGOS (argomentazione razionale) - è una IEROFANIA che possiede valore storico ed archetipale universale, sconfinando nella dimensione extratemporale, portando ad un ampliamento di coscienza che si connette con le frontiere delle personificazioni e simbolismi peculiari delle Arti visive. 

 Il concetto moderno di MITO ha un campo di applicazione ampio nell’ambito della storia delle Religioni: naturalismo allegorico, antropologico e sociale.

JOHANN JAKOB BACHOFEN, storico ed antropologo svizzero, sostiene che il mito incarna la lingua primordiale della condizione umana nelle sue valenze metastoriche (forze trascendenti, extraumane, panteismo); autore del saggio “Il simbolismo funerario degli antichi” (1859) ha posto le basi per la  “Storia delle immagini” che influenzerà pensatori come Aby Warburg e Walter Benjamin.

Tale concetto nel ‘900 trova riscontro nelle opere del rumeno Mircea Eliade, storico delle religioni ed antropologo (1907 – 1986), nel saggio: “Il mito dell’eterno ritorno” (1949). Egli afferma: “Il SACRO è insomma un elemento della struttura della coscienza e non è uno stadio nella storia della coscienza stessa”

ERNST CASSIRER filosofo tedesco naturalizzato svedese, dopo GB. VICO (la moderna scienza del mito ha il suo atto di nascita) E. SCHELLING, diviene il pensatore che in modo sistematico si è dedicato allo studio estetico del Mito: nei suoi testi “Filosofia delle forme simboliche” (1923 -’25) e in “Linguaggio e mito” (1925) afferma l’autonomia semantica del simbolismo mitico quale prodotto della creatività dello spirito umano. Si avvicendano gli studi psico-etnologici influenzati dal Positivismo e dall’Evoluzionismo. WILHELM WUNDT, psicologo, fisiologo e filosofo tedesco, seguendo questo indirizzo di ricerca, ritiene il MITO un prodotto dell’immaginazione che appartiene al mondo sentimentale e rappresentativo definito “Appercezione mitica” (“Psicologia dei popoli”1900 –‘1920). La sua enfasi è sull’analisi dei contenuti mentali per comprendere la loro struttura e giungere alla “sintesi creativa” dove l’unione delle parti crea un tutto nuovo.

 E’MILE DURKHEIM (Epinal 1858 - Parigi1917), sociologo, filosofo, storico delle religioni, fondatore del “Funzionalismo” di scuola francese: il Mito una proiezione che riflette le caratteristiche della vita sociale dell’uomo connessa con la tradizione e la continuità della cultura nella connessione con le realtà soprannaturali primigenie.  Decisivo sarà lo sviluppo della PSICOLOGIA DEL PROFONDO   che a partire dal suo pioniere SIGMUND FREUD rese possibili nuovi orientamenti negli studi mitologici.

 La funzione dei Miti - potenze cosmiche, esseri divini, eroi - nella loro sacralità teogonica, cosmogonica, antropogonica, secondo la teoria dell’INCONSCIO COLLETTIVO di CARL GUSTAV JUNG (1875 -1961) assume il ruolo di veicolare simboli quali proiezioni degli “Archetipi” o idee madri della psiche arcaica, “massa ereditaria spirituale che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale”. La scuola fenomenologica con KAROLY KERENYI (1897 – 1973), filologo classico e storico delle religioni ungherese, individua per i miti classici l’origine nei mitologemi primordiali: una sorta di materiale originario che la fantasia mitopoietica elabora secondo regole riconducibili all’ “Evoluzione storica”.

Congratulazioni a ROBERTO MOSI per il suo itinerario composito nella dialettica tra verso lirico e immagine fotografica, per la sua vocazione esplorativa multisensoriale e analitica delle sottese radici culturali nei riverberi della natura, storia del territorio, urbanesimi, fisionomie di Umanesimi alla ricerca di verità vaticinanti nel rapporto con il Divino. Ringraziamo l’OFFICINA DEL MITO per l’apporto culturale insito nell’alleanza “fenomenologica” tra l’Arte e le valenze sublimatrici del Mito quale scrigno di verità primigenie universali, nel dialogo tra passato e presente secondo rinnovate Iconografie ad opera dei singoli artefici: speculazione ispirativa, prassi stilistica ed atti ermeneutici delle rappresentazioni paradigmatiche.         

                     SILVIA RANZI

LIRICA DI ROBERTO MOSI dalla Silloge “Navicello etrusco” (Il Foglio, Piombino, 2018)

LO SPECCHIO DI TURAN – IL VULCANO

Il vulcano /sprigiona fuoco / e fumo sulla / spiaggia, nel / cratere legni della / pineta. / Il gioco di questa / mattina. / Le onde lo / circondano / a tratti, lo / lasciano libero.  Si rinnova l’Arte / degli Etruschi: / forni fusori per / fondere pirite / dell’Elba e sulla / sabbia ai nostri / piedi brillano al / soli pezzi / di argilla rossa, / polvere di ferro/ frammenti di altri / tempi.  Un’onda travolge / il vulcano, /il gioco di questa / mattina.



 

 

 

  

 

 

domenica 29 marzo 2026

I BARBARI alle porte della città romana di FLORENTIA - Il libro: Roberto Mosi, "BARBARI. Dalle steppe a Florentia, alla porta ad Aquilonem", Masso delle Fate Edizioni

 




Roberto Mosi, BARBARI. Dalle steppe a Florentia, alla porta ad Aquilonem, 

Masso delle Fate Edizioni

 

Il romanzo storico è dedicato all’invasione dei barbari guidati dal re ostrogoto Radagaiso in Italia negli anni 405-406 e alla vittoria presso Fiesole che riportò su di essi il generale romano Stilicone. L’autore, nelle vesti di un romano, già ufficiale dell’esercito, che risiede in una villa della campagna fiesolana, partecipa alle vicende di quegli anni, con uno sguardo attento allo scorrere degli eventi dell’epoca.

Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, Vasari intese rappresentare le glorie politiche e militari dei Medici, illustrando anche pagine epiche dell'antica storia della Toscana. Fra queste mi ha sempre colpito “La vittoria sul re barbaro Radagaiso” (406 d.C.), uno dei quadri che compongono il ciclo pittorico vasariano. Le figure del re barbaro arrivato fino alle mura di Firenze dalle lontane terre presso il Danubio e del generale Stilicone, comandante dell’esercito romano, che lo sconfisse, hanno avuto una forte risonanza nella storia di Roma, nei racconti e nelle leggende. La sanguinosa battaglia che si combatté nella valle del Mugnone, presso Fiesole, fu l’ultima vittoria dell’impero romano contro i barbari, prima della disfatta definitiva.

Un giorno camminando nei pressi di Fiesole, mi sono imbattuto nel cartello che indicava il “Sentiero di Stilicone”. È come se avessi trovato un riscontro concreto all'opera del Vasari e ho cominciato ad approfondire quegli avvenimenti e alcuni aspetti di quel periodo che sono rimasti come in disparte perché l’attenzione degli storici si è rivolta, soprattutto, alla città medievale di Dante Alighieri e all’epoca rinascimentale.

Oltre alla raccolta di documenti e pubblicazioni sul tema, mi piace visitare i luoghi che hanno visto quegli avvenimenti e percorrere a piedi, in compagnia della mia canina Gilda, i sentieri che li attraversano, sul crinale delle colline oltre Fiesole e nella valle del Mugnone, dove posero le tende i barbari arrivati a migliaia e migliaia e dove si scontrarono con i soldati romani; una piccola valle dove scorre in basso il fiume, mi siedo sulle sue rive, chiudo gli occhi e sento ancora l’eco di quella furiosa battaglia, le urla dei guerrieri, il cozzo feroce delle armi, il lamento dei feriti.

Questi interessi sono diffusi, condivisi da cittadini e da associazioni; il segno più evidente è rappresentato dalla realizzazione nel comune di Fiesole del percorso escursionistico “Il sentiero di Stilicone”.

L’interesse per queste vicende dell’inizio del V secolo è coltivato da varie pubblicazioni e dai social media, che presentano racconti e leggende, sviluppate intorno a quegli eventi, con svariate immagini dei luoghi e dei personaggi; immagini riprese dalla iconografia classica o contemporanee, nella forma dei fumetti.

Nella mia opera collego episodi locali e personaggi storici e di fantasia ad un contesto storico generale come se mi ponessi in alto, sulla cima delle colline e osservassi lo svolgersi degli avvenimenti, gli scontri fra le fazioni civili e religiose, in un paesaggio rimasto sostanzialmente invariato e l'irrompere in questo mondo dei barbari arrivati dalle steppe cinte dall’oceano dei ghiacci.

Una posizione in alto, dunque, che è anche oggi da mantenere, per osservare, e comprendere, eventi, situazioni, legati a popoli che lasciano le loro terre, che emigrano e, al loro arrivo, trovano nuovi barbari.