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Roberto Mosi si interessa di poesia e fotografia. Per la Poesia: Orfeo in Fonte Santa (Ladolfi 2019), Il profumo dell’iris (Gazebo 2018), Navicello Etrusco (Il Foglio 2018), Eratoterapia (Ladolfi 2017), Ritorni (Ladolfi 2026); le Antologie (Ladolfi): "Poesie 2009-2016" e "Amo le parole. Poesie 2017-2022". Fra i romanzi: con Ed. Pontercorboli: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Il diario fiorentino di Rilke per Lou Salomé, Tre principesse francesi; con Masso delle Fate: Barbari.
sabato 6 giugno 2026
Poesia per la Pace: "Poetas del Mundo" incontra "La Camerata dei Poeti di Firenze", sabato 13 giugno ore 16, alla Biblioteca Mario Luzi - Fraternità fra i Popoli, Ambiente
I Poeti del mondo (Poetas del Mundo) è un movimento internazionale Artistico-Letterario che conta oltre 8000 poeti in 140 paesi dei cinque continenti di poeti che mettono la propria arte al servizio dell’uomo per trasformare la parola in un potere reale, in grado di influenzare con la bellezza il destino dell’umanità verso un livello vibrazionale-energetico più elevato di consapevolezza per lo spirito e per l’anima in nome della pacifica condivisione e fratellanza universale.
La passione per la Poesia mi ha permesso di creare questa bellissima opportunità di scambio interculturale e l’anno scorso quando Luis Arias Manzo il fondatore del movimento (il 14 ottobre 2005 a Valparisio - Cile) e autore del Manifesto Universale dei Poeti tradotto in 28 lingue, mi propose di aiutarlo al suo progetto di venire in Italia, accettai con grande entusiasmo.
In veste di segretario nazionale per l’Italia dei Poeti del Mondo, sono riuscito (non senza fatica, ma con grande determinazione, perseveranza, coraggio, passione e coerenza) di coinvolgere anche 3 associazioni (Il Gruppo Autori Polesani di Rovigo, presidente Angioletta Masiero, la Camerata dei Poeti di Firenze, presidente Carmelo Consoli e il Gruppo Scrittori Ferraresi, presidente Federica Graziadei, che hanno dato la loro disponibilità (e ringrazio di cuore) per accogliere questi poeti.
Sono stati in Italia dal 6 al 15 settembre con un tour di 8 giorni visitando alcune città (Rovigo, Firenze, Ferrara, Arquà Petrarca, Verona e Venezia) unendo l’aspetto turistico con quello letterario.
E' stato presente agli eventi anche il fondatore del movimento Luis Arias Manzo (Cile), il sottosegretario generale Maggy Gómez Sepúlveda (Colombia) con alcuni poeti del mondo Margarita Garcia Zenteno (Messico), Rocío Biedma (Spagna), Sujit Kumar Mukherjee (India) che sono intervenuti ai vari reading.
giovedì 28 maggio 2026
L' interessante e partecipata presentazione del libro "Rabbia Social-e", curato da A. Gensini e L. Santoli - "L'arte ci salverà"
Link Video Facebook 27-5-2026
L'intervento di Roberto Mosi
Il sentimento della rabbia
Nella collana Edizioni dell’Assemblea
è stato pubblicato Rabbia social–e, un libro che ci fa vedere la rabbia da un punto di
vista diverso dal solito. Il
presidente dell’Assemblea, Antonio Mazzeo, ricorda nella presentazione del
libro che la rabbia è un’emozione primaria che ci accompagna dalla nascita e
che si manifesta spesso in modi aggressivi e violenti sia nella dimensione
fisica (sociale) che in quella digitale (social). I curatori del
libro, Alessio Gensini e Leonardo Santoli, ci invitano però a recuperare questa
emozione come fonte di energia per azioni che hanno una ricaduta sociale
positiva e contribuiscono a far crescere la comunità di cui siamo parte. Come
non pensare a quella rabbia che diventa indignazione davanti all’ingiustizia,
che contribuisce a far crollare i muri dell’indifferenza? Nella storia della
Toscana emergono episodi in cui la rabbia è stata la spinta positiva per costruire
una società più giusta, si pensi, fra tutti, alla partecipazione alla lotta
contro il fascismo e per la Liberazione.
Confesso che in un primo
momento sono rimasto sorpreso dalla scelta del Consiglio Regionale di
pubblicare un libro su questo tema non propriamente istituzionale; ho lavorato
per anni presso gli uffici dell’Assemblea e per me il prototipo di questo tipo
di impegno è rappresentato dai dodici volumi che nel 1980 raccolsero i
risultati della dotta ricerca sul tema dei lavori all’Assemblea Costituente e
le scelte che il legislatore operò per il Sistema delle Autonomie: ricordo
bene, fra l’altro, che le pubblicazioni furono consegnate in forma solenne dal
presidente del Consiglio, Loretta Montemaggi, al presidente della Camera Nilde
Iotti, in occasione di un incontro al quale ero presente.
La lettura del libro Rabbia
social–e, che è disponibile in distribuzione gratuita, mi ha fatto
ampiamente ricredere, ho apprezzato l’originalità e l’attualità della ricerca
condotta dagli autori che hanno messo a fuoco un fenomeno di notevole rilievo
soprattutto ai nostri giorni. I curatori Ezio Alessio Gensini e Leonardo
Santoli, autori, rispettivamente, delle poesie presenti nel libro e della parte
grafica, spiegano che la rabbia è innescata da problemi sociali collettivi.
Ognuno di questi problemi è il risultato di una combinazione tra il tipo di
società e gli squilibri in essa presenti: disuguaglianza economica, assenza di
valide politiche pubbliche, scarsità di risorse, esistenza di leggi ingiuste e
crisi di valori; questi problemi innescano conseguenze psicologiche notevoli dei
problemi sociali, come ansia, depressione, rabbia e violenza, tendenza
all’isolamento e delusione. Il libro
traccia un lungo percorso per i diversi profili dell’argomento con una ricca
raccolta di contributi realizzati da persone competenti in vari rami della
scienza e della cultura.
Da questo insieme variegato di
contributi, emergono concetti chiave, ai quali abbiamo già fatto cenno: 1. La
doppia natura della rabbia, il carattere ibrido del fenomeno, sociale perché
radicata in problemi collettivi reali e social-e perché trova nel web
un’arena che ne amplifica la velocità e la portata. 2. Effetti psicologici e isolamento: il testo
evidenzia come la rabbia collettiva si traduca a livello individuale in ansia,
depressione, delusione e una crescente tendenza all’isolamento, spesso
accentuato dal passaggio dei contatti sociali al piano puramente virtuale. 3. Il ruolo della pandemia: diversi autori
sottolineano come il COVID-19 abbia compromesso il benessere psicosociale,
spostando le interazioni simboliche nell’ambito digitale dove la rabbia è
diventata una nuova pratica sociale.
Si passa infine dalla protesta
alla proposta, il libro, infatti, non è solo un’analisi critica, ma rappresenta
un manifesto per futuri indirizzi e suggerisce che la comprensione di questi
fenomeni è il primo passo per trasformare l’indignazione in partecipazione
consapevole.
Nel volume Rabbia Social-e
le riflessioni sui temi sociali e psicologici dei giovani si intrecciano
costantemente al mondo dell’arte, poiché l’arte viene vista come il linguaggio privilegiato
per dare forma e senso al disagio giovanile. Si evidenzia poi come per i
giovani il web non sia solo un mezzo di comunicazione, ma rappresenti un’estensione
del sé; i risultati della ricerca riportati mostrano, per altro verso, come la
pandemia abbia accelerato un processo di analfabetismo emotivo: i
giovani, privati del confronto fisico, usano i social per manifestare una
rabbia che spesso non sanno nominare. In un mondo poi che non offre certezze
lavorative o identitarie, la rabbia diventa «un
modo per sentirsi esistenti». Nel libro è analizzato il nesso tra l’uso
intensivo dei social e l’aumento di ansia e depressione tra gli adolescenti e
la rabbia appare come il simbolo visibile di una profonda solitudine
strutturale.
Riguardo al mondo dell’arte, i
curatori sostengono che l’artista ha come il compito di intercettare la rabbia
nell’aria e trasformarla in un’immagine o un’opera che induca alla
riflessione invece che alla violenza. Il volume è arricchito da contributi
visivi che fungono da contrappunto ai saggi sociologici. L’arte contemporanea
viene presentata come un linguaggio che permette di comunicare tra generazioni
diverse, superando le barriere della comunicazione verbale spesso violenta dei
social, gli autori ritengono infatti che la bellezza e la creatività siano preziosi
anticorpi, efficaci contro l’odio online. L’arte non deve essere quindi elitaria,
ma deve tornare a parlare dei problemi collettivi per aiutare i giovani a dare
una forma estetica (e quindi controllata) delle loro pulsioni.
Il libro è stato pubblicato nel 2024 e suscita un notevole interesse a partire dal mondo dell'arte, dalle persone che frequentano la Società delle Belle Arti - Circolo dgli Artisti "Casa di Dante", dove avviene la presentazione di "Rabbia social-e". Sono argomenti oggi, da riprendere ancora e approfondire ulteriormente con la comune partecipazione di artisti, ricercatori, umanisti, anche alla luce della lettera enciclica "Magnifica Humanitas" di paa Leone XIV "sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale". Un articolo di oggi su "L'Avvenire", di Antonio Spadaro, porta il titolo quanto mai significativo "Il genio creativo come resistenza all'algoritmo. L'arte ci salverà.". Nel sottotitolo la prima spiegazione: "Dove l'algoritmo ottimizza, accelera e replica, l'uomo si espone al rischio, alla lentezza, all'errore, alla trasformazione. E' dall'attraversamento del limite - mai codificabile - che nasce la nostra capacità di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, la pittura, persino il cinema. E lo facciamo col cuore, col corpo, con le nostre storie, non solo con l'intelligenza. Che non può essere assolutizzata."
Si pò dire che sugli argomenti di questa sera "i lavori sono in corso", richiedono un forte, comune impegno di approfondimeto, di confronto, di partecipazione critica e responsabile, da parte delle associazioni culturali, artistiche, di ricerca. L'auspicio è che nei prossimi tempi fioriscano nuovi appuntamenti e incontri, nuove pubblicazioni, come quello di oggi.
giovedì 21 maggio 2026
Uno straordinario incontro il 20 maggio: presentazione dei libri di Roberto Mosi "Ritorni" e "I Demidoff", dedicati a storie e memore di San Donato in Polversosa - Il saluto del Q. 5
LINK VIDEO INCONTRO
mercoledì 20 maggio 2026
La recensione di Iacopo Chiostri per "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze" di R. Mosi, Pontecorboli Editore.
Roberto Mosi
I DEMIDOFF E MATILDE BONAPARTE A FIRENZE
I geniali fabbri russi,
principi di San Donato
Angelo Pontecorboli Editore
RECENSIONE
DI IACOPO CHIOSTRI
Corredato
da una preziosa cronologia e da una corposa bibliografia, ‘I Demidoff e Matilde
Bonaparte a Firenze’ di Roberto Mosi ci porta inizialmente nella Firenze della
prima metà dell’ ‘800 per arrivare poi in prossimità della fine di quel secolo;
argomento della narrazione quanto è scritto nel titolo.
‘I
Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze’ è’, a tutti gli effetti, un saggio
storico, come testimoniano la veridicità delle fonti, il rigore metodologico e
l’apparato critico, Mosi però è andato oltre e, servendosi del suo ‘mestiere’
di romanziere esperto, ha saputo intramezzare alla narrazione dei ‘fatti’ e
delle date, dei luoghi e dei personaggi, un buon numero di paragrafi che
potremmo dire defatiganti, così che ne risulta una lettura che soddisfa più
palati. Intanto conosciamo aspetti e storie fiorentine di cui pochi
probabilmente sono a conoscenza e che confermano il passato della città come
fonte inesauribile di storie, poi ci arricchiamo della conoscenza di una vasta
aneddotica che rende agevole la lettura e ci offre un quadro generoso di cosa
era Firenze dell’epoca, non ancora la città aperta che di lì a poco sarebbe
diventata la meta di tanti illustri personaggi, ma, ciò nonostante, già cosmopolita
con tanto lusso, belle arti e anche tanta povertà.
Da
uomo di cultura Mosi ha saputo andare in profondità nelle carte della ‘storia’
mettendo assieme un lavoro certosino, e componendo un puzzle i cui tasselli
sono ciascuno collocato al posto e al momento giusto, e i passaggi, che formano
la vicenda narrata, sono argomentati, collegati tra loro, e ne è spiegato il
significato e l’interazione.
Non
deve essere stato un lavoro facile, certo un lavoro complesso, fosse solo per
la mole di documenti che il ‘nostro’ ha consultato e dai quali ha estrapolato gli
elementi necessari per costruire un’architettura così articolata;
probabilmente, azzardiamo, un lavoro però altamente appagante com’è sempre quello
dell’investigatore storico.
Seguendo
le tracce dei Demidoff, ricchi proprietari di miniere e fabbriche in Russia,
approdati a Firenze, che diviene loro patria di adozione, nel 1822, facciamo un
salto indietro nel tempo, all’epoca del granduca Leopoldo II, ci spostiamo a
Parigi, a San Pietroburgo, ma anche nel quartiere di San Niccolò e di Novoli,
oltre che a Pratolino dove la villa, che porta il nome dei Demidoff e il relativo
parco, sono passati dopo oltre un secolo proprietà della provincia di Firenze
che li ha destinati a uso pubblico; l’altra protagonista del racconto è la
bella vicenda umana e artistica di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo
Bonaparte, la quale sposerà Anatolio Demidoff, figlio di Nicola, il capostipite
della famiglia al suo arrivo a Firenze.
Tra
le tante notizie che si offrono al lettore, due hanno colpito chi scrive queste
righe: il declino e l’attuale inesorabile rovina della villa di San Donato in
Polverosa nel quartiere di Novoli (le immense ricchezze artistiche, gli arredi
financo alle piante che impreziosivano la ‘reggia’ dei Demidoff sono andate
disperse in varie aste) e la storia della celebre collana di perle di sei fili donata
da Napoleone alla madre di Matilde, Caterina, regina di Vestfalia, indossata da
Matilde il giorno del suo matrimonio con Anatolio Demidoff nel 1840, andata
pure questa all’asta,.
Il
libro di Mosi fa parte della collana ‘Stranieri e Firenze’, edita da Angelo
Pontecorboli e come i precedenti pubblicati nella collana - tra cui dello
stesso autore ‘Tre principesse francesi a Firenze - si conferma un lavoro
prezioso per meglio capire - oltre che, naturalmente, conoscere - il passato
della città.
lunedì 11 maggio 2026
"Narciso ama il petrolio / alla pazzia ..."- Caravaggio e la danza delle streghe di Shakespeare. Trump, narcisismo e AI
Le Streghe
soffiano sul fuoco
cantano Narciso
bello bullo bolle.
Bolle la pentola bolle
il sogno d’Europa il sogno
le fiamme ballano intorno
il miscuglio sobbolle.
L’occhio aguzzo di un rom
il bianco sorriso di un nero
l’idea svanita di pace
le vecchie gettano dentro.
Ronde occhiute in giro
zero tolleranza zero
idee solidali in fumo
lo scudo spaziale nel cielo.
Narciso ama se stesso
si specchia alla fonte
abbraccia se stesso
il resto sfuma nel nulla.
Narciso ama Dio
afferra il suo scettro, il suo
trono, sacerdoti lo osannano
capo Supremo.
Narciso ama il potere
alla follia, sulla scena
assegna ogni parte
il riso, il pianto.
Narciso ama il petrolio
alla pazzia, lo cerca
lo trova, in ogni
parte del mondo.
Narciso invia
messaggi, diffonde
in rete parole d’orgoglio
di rabbia rabbiosa.
Bit
byte bit byte
zero uno zero uno
uno zero, le Streghe
cantano in coro.
Blog ergosum, sum ergoblog
Narciso google,
google Narciso
Narciso yahoo.
I like Meta I love Meta
Artificial AI Artificial AI,
Ahi Ahi
Ahimé Creso Musk.
Messaggio d’amore
d’amore messaggio
Narciso you
tube, you tube
tube you.
Roberto
Mosi, Maggio 2026
Caravaggio, Narciso
Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia
L’ipertrofica
attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette
“intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di
narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò
in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza
formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed
emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che
continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto
indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1],
dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a
pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in
una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza
metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio
deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa
scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente,
un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione
perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria
fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre
ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di
dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto
alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed
emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una
malfondata e pericolante falsità.
Nello specchio della propria
autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di
prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque
dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente
con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste
due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico,
della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e
quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di
artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più
ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci
tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e
quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il
conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito,
secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in
una correzione una tantum del
reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della
vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un
errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono
un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino
al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata
che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.
«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce
infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione
supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che
evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo
sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla
simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un
esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione,
rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può
co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la
conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per
essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile
se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo
ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3].
L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i
livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci
sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone
di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve
arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo
computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto
dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo
mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di
conoscere sempre di più il mondo.
Nessuna macchina può sostare
allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La
vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di
un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da
quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove
nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di
una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se
stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in
cui consiste la conoscenza[4],
in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non
giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che
permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende
forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme
di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima
istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della
macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le
macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che
abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è
immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora,
anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro,
e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa,
l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.
L’approssimazione delle macchine
presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza
naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si
dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una
dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato
algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può
al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di
nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già
costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già
disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette
capo a una computazione autocosciente non
organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una
contraddizione in termini in via di principio incalcolabile).
Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme
di proprietà date, un cluster di
osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che
essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno
dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui
l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne
possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che
incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un
elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene
ricorsivamente come insieme di altri
insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale,
insondabilmente ambivalente.
Ogni relazione umana ce lo
testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire
una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che
le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo
che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un
bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie
infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro
definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un
movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a
trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.
Proprio perché l’intelligenza si
autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico
sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste
quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento
delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente,
e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato,
cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È
insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che
guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera
incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente
suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5],
storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le
generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo
orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo
diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la
conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.
Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il
risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della
precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico
contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente
regionale (cosmotecnico[6]),
in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista,
l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova,
l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come
ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di
macchine»[8],
ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci
costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.
Per questo non si è mai
intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del
soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla
parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto
sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che
il lato dell’intellectus stanno l’uno
con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa
essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è
solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai
coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua
opacità.
Il vitalismo si corregge così per
estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo
grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più
chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo
attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente
come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può
eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9],
ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di
un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica,
se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria
stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante,
meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere
tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale,
coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio
dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata
forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più
potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità
della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe
catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le
nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed
esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di
un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.
Il narcisismo della nostra specie
può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza
naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che
credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni
competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla
contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la
piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a
conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi
stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali
fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come
ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una
volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una
profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta
nettezza.
Note
[1] Cfr. M. Tegmark, Vita
3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello
Cortina, Milano 2018.
[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo,
a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.
[3] G. Canguilhem, La
formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris
1999, p. 155.
[4] G. Prodi, Alla
radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.
[5] Cfr. H. Bergson, Il
riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.
[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica.
La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.
[7] Cfr. S. Lem, Summa
technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.
[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e
Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo,
Einaudi, Torino 2025.
[9] Cfr. G. Canguilhem, La
conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.




























