venerdì 3 aprile 2020

Nicoletta e la leggerezza della parola - “I progetti vivono, si riscaldano al sole della primavera” – “Sinfonia per San Salvi”, occasione d’incontro: Roberto Mosi, Nicoletta Manetti e Gordiano Lupi


Prosegue il dialogo a distanza con amici e amiche in questo periodo così duro, sui progetti rimasti in stand by. Questa volta il pensiero che ho raccolto e condiviso è con l’amica Nicoletta Manetti che ha partecipato con me alla preparazione del libro “Sinfonia per San Salvi”, ed. Il Foglio, insieme a Gordiano Lupi, pubblicazione dedicata alle suggestioni di un luogo particolare, quello dove sorgeva il manicomio di Firenze. Ora stiamo perfezionando, io e Nicoletta, a distanza, il canovaccio della futura, (lontana?), presentazione del libro.


Con il libro ci si avvicina al tema della follia con una pluralità di strumenti espressivi: la poesia, le parole dei racconti, le fotografie che giocano con il mondo della musica nella forma dei quattro tempi della sinfonia, dedicati a quattro visioni della “Terra” – Terra-Desolata, Terra-Follia, Terra-Liberata, Terra-Riconquistata. Il motivo conduttore è quello dell’interrogarsi intorno alla follia e tanto più lo sguardo porta a scoprire passaggi di sconfitte e di disperazione, tanto più sono forti i tentativi di guardare verso orizzonti di speranza, di liberazione, di riconquista della terra delle origini.


Il sogno è quello di aprire sempre nuovi orizzonti (“Terra Desolata, 1° tempo) in luoghi diversi, dal paesaggio cupo della Londra dopo la prima guerra mondiale, tratteggiato da T. S. Eliot, alla atmosfera frenetica di Firenze, alla desolazione delle acciaierie “spente” di Piombino. 


Per passare poi (”Terra Follia”, 2° tempo) nel precipizio della disperazione, nella memoria di quella che è stata la cura della “istituzione” della follia, nell’ex-manicomio di San Salvi, alla periferia di Firenze. In questo muoversi alla ricerca di altri orizzonti, vi è il tentativo di guardare al nostro mondo con uno sguardo diverso (“Terra Liberata”, 3° tempo), in consonanza con la ricerca di un futuro migliore. 


Vi è infine (“Terra Riconquistata”, 4° tempo) l’aprirsi del paesaggio marino, la ricerca con la mente e con il corpo, dell’aria del mare, simbolo di speranza nella Sinfonia, di riconquista di un diverso destino. Il movimento “Finale” va in scena, appunto, in un luogo sul mare, fra i più belli che è dato conoscere, piazza Bovio, a Piombino, uno spazio proteso sulle onde, che suscita nostalgia di lontananze, desiderio d’infinito. Su questo palcoscenico si congiungono le trame della narrazione, in un incontro di temi, linguaggi, forme espressive musicali, coreografiche, poetiche, quasi a voler rompere in maniera definitiva i confini della parola scritta.


Nello svolgersi dei quattro tempi della “Sinfonia”, da parte mia c’è l’intento di ri-costruire la memoria di un nonluogo particolare, quello dove sorgeva l’Ospedale psichiatrico di San Salvi (si vedano le immagini del video: https://www.youtube.com/watch?v=zj3xkwynxCk ). 


Gordiano Lupi, con la sua Litania suPiombino (si veda: indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=TKX777M9Wf4 ), porta il respiro e il profumo del mare come segni di speranza, Nicoletta Manetti con l’intervento delle sue parole magiche, il tono, alla maniera di Italo Calvino, della leggerezza, una leggerezza sorprendente con la quale anima del resto il presente incontro con la riflessione “Sul balcone”, il “luogo” di un’attesa al sole tiepido della primavera – insieme a Oliver, il meraviglioso barboncino bianco - con il cuore pieno di gratitudine per coloro che sono fuori a difenderci dal grande nemico.


“Il sole scalda di azzurro il bricco sul fornello, mentre la radio aggiorna i numeri dei contagi, dei guariti, dei morti, e chiede a noi di restare a casa – così inizia il racconto di Nicoletta Manetti -Terminate le notizie, mi sintonizzo su Toscana Classica ed esco sul balcone.

È sessanta centimetri profondo il mio balcone, forse neppure, la sedia ci entra a malapena di traverso, se sposto i vasi. Un cielo azzurro sfacciato, immobile di silenzio. Un cielo vuoto di aerei, di scie. Benedico questo piccolo balcone esposto ad est.


Nel calore del mio bozzolo, il cane accanto, mi vergogno di questa pace, della musica, del viaggio iniziato ieri tra le pagine in cui sono ruzzolata, come da un prato scosceso d’erba molle; tra poco ripartirò.
Colgo qualche foglia di salvia, un rametto di rosmarino; insieme al profumo, però, oggi sento il loro dolore nella mano: - Profumo per me, dolore per voi, scusate! - dico. Sì, lo dico a voce alta, devo essere impazzita. Sento ridere: è la vicina, affacciata al davanzale. Non ci incontravamo da mesi, ora ci ritroviamo a scambiarci ricette, quasi protese nel vuoto, quassù, dove il dolore arriva come un’eco, sospese, ma protette.


Ieri la cassiera, mascherina e guanti bianchi, aveva gli occhi di mia figlia; ha sorriso anche a una signora che, incurante del tempo rubato, discuteva il numero dei punti per la sua ridicola raccolta, il prezzo non tornava. Anche la farmacista, dopo, mi ha sorriso, lo sguardo stanco.


Le ho lasciate lì, e sono tornata casa, sul mio balcone, a proseguire il viaggio tra le pagine. Ci sono caduta davvero come Alice nella botola, lasciandomi poi trasportare come facevo da bambina tra le onde quando il mare era mosso.
Oggi però ho anche altro da fare: ringraziare.
Ringraziare lui, lei, loro, che stanno là fuori, per approvvigionarci, nutrirci, curarci. Grazie a te cassiera che somigli a mia figlia, e a te farmacista dagli occhi stanchi.
Grazie a chi è dentro l’inferno, incerottato nel camice, dove e quando il camice c’è, a tentare, a sperare, e i figli e i genitori anziani a casa, e ciononostante i numeri che salgono, e le file dei morti, che sono morti soli.
Grazie ai sibili lontani delle sirene, sperando ogni giorno di udirne di meno. Al canto del merlo sul comignolo. Ai bambini nel giardino di sotto che giocano a squarciagola. All’amico poeta che gioca a battaglia navale con la nipotina dall’altra parte della città.
Grazie ai settemila che hanno risposto all’appello, trecento ne hanno chiesti, e in settemila hanno risposto. L’umanità allora è bella.
Grazie al mio amore lontano, alle figlie vicine, ai genitori che cercano di farcela, alla persona che si prende cura di loro, ma è lontana dai suoi.
Grazie agli amici per cui la distanza non esiste. Grazie al mio cane, ma noi siamo una cosa sola, e sta scrivendo con me. Grazie a te, a te, a te.
Grazie ai progetti che vanno avanti e sostengono, e sempre moltiplicano la vita, ma adesso più che mai, perché compensano il non vivere fuori. Grazie a Roberto (Mosi), l’amico poeta che non perde mai l’entusiasmo, lo spirito, l’iniziativa, e mi coinvolge. Ed è contagioso.”

“Io devo solo stare qui, lo chiamano sacrificio. Devo solo stare qui – conclude Nicoletta - abbracciata a un raggio di sole sul mio balcone, tra le pagine di un libro. A ringraziare.”





mercoledì 1 aprile 2020

Umberto Zanarelli e le note del suo pianoforte per dare vita ai progetti



Nei momenti difficili che stiamo vivendo nel quale il virus infierisce, siamo presi dall’angoscia e il nostro pensiero è sempre vicino alle persone colpite dall’epidemia, ai cittadini impegnati, per il loro lavoro, a combattere questo flagello. In questo spazio sospeso di tempo in attesa di un domani difficile da immaginare, un versante particolare, degno di attenzione, è quello dei progetti e delle manifestazioni culturali, già programmate, che sono state bloccate e rinviate a un tempo lontano, indefinito. 

Nel silenzio della casa, delle strade della città, in questo periodo cerco di stabilire, con i mezzi che sono a disposizione, un dialogo a distanza con gli amici coinvolti con me in progetti da lungo tempo preparati, che ora sono fermi, in attesa. Per sostenere il comune impegno credo che sia da sostenere che “I progetti vivono, non tramontano”, che non deve svanire la speranza di perseguire obiettivi che sono importanti per noi e, crediamo, possono rappresentare un interessante offerta culturale. 
Da parte mia, intendo ricordare il mio impegno progettuale nel campo del mito e richiamare connessioni con il lavoro dell’amico Umberto Zanarelli, musicista, che mi ha inviato, in merito, una sua preziosa riflessione. 


Un passaggio importante per me è stato, nel corso delle esperienze al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, l’incontro con il tema del mito: la presentazione dei libri Luoghi del mito, Lieto Colle, e Concerto. Sinfonia per Populonia, Gazebo, con il contributo del disegno all’impronta di Enrico Guerrini, versante questo illustrato nei video Pittopoesia(https://www.youtube.com/watch?v=Zx8T5j1sGbg),  In viaggio con la Pittopoesia https://www.youtube.com/watch?v=Ci7bRz5ofIc ), Il viaggio del Navicello Etrusco (https://www.youtube.com/watch?v=7d3gWDeXr1w).
Nel percorso di questi anni le mie esperienze si sono arricchite, con l’intreccio di più espressioni. Significativa a questo riguardo la partecipazione alla terza edizione de L’Officina del Mito dal titolo Orfeo chi? Le metamorfosi di un mito con la presentazione di pannelli – fotografie e testi di poesia – dedicati al cantore greco e al parco di Fonte Santa, sopra l’Antella, una stupefacente nicchia ecologica. Il video  dell’intervista realizzata nell’ambito della Mostra, illustra il significato della realizzazione (https://www.youtube.com/watch?v=mgAqAQbksFk ). Da questa iniziativa ha preso forma il libro Orfeo in Fonte Santa, Ladolfi Editore, presentato recentemente al Circolo, in una splendida serata di poesia e di musica al pianoforte, con la magica chitarra di Angiolo Pergolini. Il video trailer realizzato da Virginia Bazzechi, illustra il libro con immediatezza, sembra porgerci il suono incantato della Fonte e il canto dei Pastori Antellesi, protagonisti dell’Arcadia (https://www.youtube.com/watch?v=vIr8cLJC-fk). In un magico pomeriggio del passato mese di ottobre al Museo Amalia Ciardi Duprè, Umberto Zanarelli ha presentato le sue Impressioni musicali su Orfeo in Fonte Santa.

Importante per me poi l’ultimo passaggio dell’”Officina del Mito”, la quarta edizione della manifestazione, dedicata, in questi mesi, alla figura di Prometeo
Su questo percorso, significativo lo stretto dialogo aperto con l’amico Umberto Zanarelli, “schierato” anche lui nel sostegno alla realizzazione degli obiettivi progettuali.

“Ancora una volta – afferma Umberto - ho l’onore di essere stato invitato nel blog del caro amico poeta, fotografo e scrittore Roberto Mosi per esprimere le mie riflessioni inerenti la tematica suggerita dall’autore stesso: “I progetti vivono, non tramontano”. Premetto che con Roberto abbiamo già alle spalle una serie di progetti condivisi e realizzati presso il Circolo degli Artisti “Casa di Dante” di Firenze legati all’Officina del Mito e giunta quest’anno alla sua quarta edizione 

ed altri progetti personali di Roberto presentati lo scorso autunno al Museo CAD di Firenze e che, in un futuro non troppo distante, vedranno la presentazione della sua ultima interessantissima creazione: “Sinfonia per San Salvi” pubblicata da Edizioni Il Foglio, della quale mi occuperò in questa sede in un prossimo appuntamento.


Oggi vorrei soffermarmi su un progetto rimasto in standby a causa, come tutti sappiamo, della grave emergenza sanitaria che sta coinvolgendo il mondo intero. Prede di un nemico invisibile, trascorriamo nelle nostre abitazioni quarantene forzate con la speranza che al più presto tutto torni alla normalità. Noi artisti abbiamo la necessità di fare cultura e di condividere con il nostro pubblico ciò che ci dettano le nostre pulsioni interiori. Siamo come delle batterie ricaricabili: una volta spesa l’energia nella realizzazione di un progetto, dopo averlo materializzato, siamo pronti ad adottarne uno nuovo per riaccumulare nuova energia. Una ciclicità che ci consente di vivere e di far vivere coloro che desiderano essere coinvolti nelle nostre emozioni. Se il filosofo tedesco Nietzsche afferma che un mondo senza musica sarebbe un grande sforzo, un esilio uno sbaglio … possiamo estendere la frase affermando che un mondo senza cultura, quindi, sarebbe un mondo vuoto, inespressivo e privo di emozioni. Questa la nostra missione: l’artista ha il dovere, in quanto essere eletto, di portare la gioia nel cuore di chi per varie ragioni ha sentito o gli è stato indicato di seguire una strada diversa. Vivere quindi in un periodo apocalittico come questo, sapere dalle immagini per esempio di una Firenze “muta” priva del brusìo dei suoi turisti, della moltitudine di persone che affollava le sue strade, le sue piazze ogni giorno, è una ferita al nostro cuore senza eguali, così come l’arresto di ciascuna attività, culturale e commerciale … ma la cultura non intende fermarsi perché “I progetti vivono, non tramontano”! Il fuoco che Prometeo ha donato agli uomini non si spegnerà, momentaneamente la fiaccola ha ridotto la sua potenza, ma presto tornerà ancora più vigorosa ad infiammare i cuori di coloro che attendono di essere liberati. 


Prometeo è il tema della mostra pittorico-scultureo-fotografica stabilita per questa quarta edizione dell’Officina del Mito che si sarebbe dovuta presentare al Circolo degli Artisti “Casa di Dante” di Firenze il prossimo 2 maggio concludendosi il sabato successivo con la mia conferenza-concerto che avrebbe trasportato in musica quanto espresso dai colleghi pittori, scultori e fotografi. 

Per quanto riguarda il mio contributo al mito di Prometeo, ho incentrato per lo più il lavoro ripercorrendo la leggenda eschilea e tentato di ritrarre musicalmente i personaggi più significativi esprimendo, grazie alla proiezione di significative slide ed attraverso i suoni, i vari stati d’animo racchiusi nei principali personaggi di questa antica tragedia greca ed i momenti “più salienti” come: la nascita dell’Universo, Gea, guerra tra Crono e Zeus, Prometeo che plasma l’uomo, Pandora e l’apertura del vaso … Un variopinto ed emotivo arcobaleno sonoro quindi, atto a raffigurare non solo Prometeo, ma anche coloro con i quali egli stesso si era relazionato. In questa circostanza la musica evidenzierà quanto espresso dalla parola offrendo all’ascoltatore una più chiara visione o una maggior comprensione di quel preciso stato d’animo vissuto in primis non solo dal mito protagonista. Per il finale, essendomi ispirato al Prometeo Liberato di Shelley, presenterò un Prometeo vittorioso liberato da Eracle che, unitosi in matrimonio con l’Oceanina Asia, simbolo della natura, darà inizio al regno del Bene e dell’Amore sulla Terra.”


 “Ecco, i progetti sono pronti – conclude Umberto Zanarelli - ora sta al nostro nemico invisibile concederci la possibilità di tornare alla nostra vita di sempre dopo essersi prepotentemente insidiato nella nostra tela che mi auguro riesca presto ad imprigionarlo e sconfiggerlo per sempre, proprio come quando un insetto, inesorabilmente cade nella tela di un ragno”.




venerdì 27 marzo 2020

La poesia per il lavoro che verrà - La Mostra, curatrice Silvia Ranzi, "Arti e Mestieri nella Bibbia", rinviata - "I progetti vivono, non tramontano"


La poesia per il lavoro che verrà

Giorni difficili, surreali - come dicevamo la volta precedente nella rubrica di Literary con l’intervento “I progetti vivono, non tramontano” - quelli che stiamo incontrando in questo periodo di epidemia, nel quale siamo presi dall’angoscia, con il nostro pensiero vicino alle persone colpite e ai cittadini impegnati, per il loro lavoro, a combattere i morsi del virus. In questo spazio di tempo sospeso, un versante particolare, degno di attenzione, è quello dei progetti e delle manifestazioni culturali, nelle diverse declinazioni espressive, già programmate che sono state bloccate e rinviate a un futuro lontano, indefinito.



Fra i progetti in corso di realizzazione, sospesi al momento, la mostra collettiva di pittura, scultura, fotografia “Arti e mestieri nella Bibbia” dedicata al valore e alla dignità del lavoro, ieri e oggi, promossa da ANLA (Associazione Nazionale Lavoratori Anziani), sezione della Toscana, nell’ambito del programma “Il Sacro nell’Arte”, giunto alla XVII edizione. L’iniziativa si svolge tradizionalmente nel Chiostro Grande del Convento della SS. Annunziata.

Gli appuntamenti erano fissati per l’ultima settimana del mese di marzo. Sono ventuno gli artisti che avevano annunciato la loro partecipazione, tredici i poeti che con la lettura  di loro testi avrebbero dato vita a un incontro sul tema della dignità dell’uomo e del lavoro, presentati dai critici letterari Annalisa Macchia e Giuseppe Baldassarre dell’associazione Pianeta-Poesia. 


In questi giorni più volte mi sono collegato con la curatrice della mostra, Silvia Ranzi, critico d’arte, che ha posto in rilievo i felici risultati raggiunti nel percorso di preparazione dell’esposizione; ora l’associazione ANLA si ripromette di inaugurarla nei prossimi mesi, dopo che sarà stata superata la difficile situazione di oggi. 

Da parte mia partecipo all’iniziativa con un progetto legato al libro di poesie “La vita fa rumore”, pubblicato nel 2014 dalle edizioni Teseo al quale si è aggiunto oggi l’ebook “La vita fa rumore. Noi viviamo di lavoro”, liberamente accessibile (indirizzo: https://poesia3002.blogspot.com/2020/03/e-book-la-vita-fa-rumore-di-roberto-mosi.html), con la prefazione di Giuseppe Panella e i disegni di Enrico Guerrini.
Nella prefazione alle due pubblicazioni, il compianto, amico Giuseppe Panella scriveva in maniera incisiva:

“Il punto di partenza di quest’ultimo progetto poetico di Roberto Mosi è legato a un fatto di cronaca che assume nei suoi versi una no­tevole importanza: la manifestazione avvenuta nel luglio del 2013 a Firenze in seguito a un’ordinanza che imponeva la chiusura alle ore ventidue dei locali della popolare Libreria Café de la Cité dove, inve­ce, eventi culturali e attività musicali a essi connesse duravano fino a tarda ora, tra la rabbia e lo sconcerto degli abitanti del quartiere. 


Il corteo che richiedeva il ripristino degli orari precedenti si era sno­dato, pur nell’afa estiva, pacifico ma molto colorito e vivacemente scandito dagli slogan gridati con forza e determinazione dai parte­cipanti alla lotta:

«Oggi si spalanca la porta:
si va in corteo, si parla
dell’essere alla città dell’avere.

Rabbia, lavoro che muore
sepolto il progetto di anni
oltre il senso comune.


Sul sagrato del Carmine
s’inchiodano cartelli
nell’afa di luglio:

“No alla città vetrina”
“La noia è normalità”
“Adotta un libraio”»

Il rumore prodotto dalla vita è esibito quale conferma del suo non conformismo e della sua progettualità, l’idea di un ritorno alla nor­malità dopo la dimostrazione che qualcosa di nuovo e di originale poteva essere perseguito scatena la rabbia di chi pensava che alme­no qualche spazio di libertà sarebbe stato lasciato aperto per l’in­venzione e la gioia di vivere da parte di chi vuole ridurre tutto a noia e a normalità, a consumo e a esibizione di un’esistenza fasul­la e legata esclusivamente all’avere. Ma non è una pura questione di rumore quella sollevata da Roberto Mosi: la posta in gioco è più alta ed è legata al problema del lavoro, della sua potenza, della sua mancanza”.


 Ho quindi preparato per la mostra “Arti e mestieri nella Bibbia”, un grande pannello di fotografie, ripartito in quattro quadranti, che riportano immagini sulla storia e l’attualità del lavoro. Al centro del pannello, naturalmente, la copertina del libro che mostra una manifestazione di lavoratori della Libreria Cafè La Cité con un giovane che solleva il cartello “La vita fa rumore”. Da una parte poi della copertina del libro, le foto con il lavoro degli immigrati, da un’altra le manifestazioni per riaffermare la dignità del lavoratore, ancora i canti del lavoro e i lavori difficili, precari.



Speriamo che presto si possano vedere queste immagini nella mostra che si terrà in tempi “felici” nel Chiostro Grande della SS. Annunziata e che le composizioni poetiche del libro “La vita fa rumore. Noi viviamo di lavoro”, possano essere lette in una serata di musica e poesia, insieme agli altri amici poeti.





martedì 24 marzo 2020

La vita fa rumore. Noi viviamo di lavoro, di Roberto Mosi, Giuseppe Panella prefazione, Enrico Guerrini disegni - Ebook 1 mrfi, 2020, poesia


Roberto Mosi

La vita fa rumore

"Noi viviamo di lavoro"

***

Prefazione

Giuseppe Panella


Poesia e lavoro


«Ancora vita il tuo dolce rumore
dopo giorni bui e muti riprende.
Porta il vento di maggio l’odore
del fieno, il cielo immobile splende.
Gli occhi stanchi colpisce di lontano
il rosso papavero in mezzo al tenero grano»

(Attilio Bertolucci, Convalescente)



1. Il rumore del lavoro e la forza del ricordo

Il punto di partenza di quest’ultimo progetto poetico di Roberto
Mosi è legato a un fatto di cronaca che assume nei suoi versi una notevole
importanza: la manifestazione avvenuta nel luglio del 2013 a
Firenze in seguito a un’ordinanza che imponeva la chiusura alle ore
ventidue dei locali della popolare Libreria Café de la Cité dove, invece,
eventi culturali e attività musicali a essi connesse duravano fino
a tarda ora, tra la rabbia e lo sconcerto degli abitanti del quartiere.
Il corteo che richiedeva il ripristino degli orari precedenti si era snodato,
pur nell’afa estiva, pacifico ma molto colorito e vivacemente
scandito dagli slogan gridati con forza e determinazione dai partecipanti
alla lotta:

«Oggi si spalanca la porta:
si va in corteo, si parla
dell’essere alla città dell’avere.
Rabbia, lavoro che muore
sepolto il progetto di anni
oltre il senso comune.

Sul sagrato del Carmine
s’inchiodano cartelli
nell’afa di luglio:
“No alla città vetrina”
“La noia è normalità”
“Adotta un libraio”»

Il rumore prodotto dalla vita è esibito quale conferma del suo non
conformismo e della sua progettualità, l’idea di un ritorno alla normalità
dopo la dimostrazione che qualcosa di nuovo e di originale
poteva essere perseguito scatena la rabbia di chi pensava che almeno
qualche spazio di libertà sarebbe stato lasciato aperto per l’invenzione
e la gioia di vivere da parte di chi vuole ridurre tutto a
noia e a normalità, a consumo e ad esibizione di un’esistenza fasulla
e legata esclusivamente all’avere. Ma non è una pura questione
di rumore quella sollevata da Roberto Mosi: la posta in gioco è più
alta ed è legata al problema del lavoro, della sua potenza, della sua
mancanza.
In molti dei componimenti che seguono, infatti, il tono rievocativo
si tinge di un pathos molto intenso. Il ricordo delle lotte del passato
tinge di rimpianto e lo sciopero delle trecciaiole (nella poesia omonima)
ne diventa il simbolo perduto: «Tosca, cerco i fiori del bello /
in periferia al calore delle utopie, / fiori rossi degli anni pari e dispari». Il
calore dell’utopia legata alla forza trasformatrice del lavoro e delle
lotte organizzate per renderlo più umano e più equamente rimunerato
riverbera in queste parole e si trasforma in un ritratto di donna
(Tosca che avanza, il suo bambino in braccio, simbolo di un Quarto
Stato ancora a venire ma sempre indomabile e impossibile da ricondurre
nell’ambito della pura normalità produttiva). La descrizione
dei luoghi del lavoro si lega a quella delle lotte attuali di chi chiede
“pane e lavoro” (lo slogan caro a Lenin e ai bolscevichi fin dal 1905
e sempre replicato con la stessa forza e insistenza nelle manifestazioni
operaie).
Qui lo scenario è diverso da quello della San Pietroburgo o della
Mosca d’inizio secolo, ma l’obiettivo è pur sempre quello e le forze
addette alla sua repressione appaiono le stesse, ferreamente scagliate
a proteggere i privilegi dei troppi pochi in grado di assicurare
livelli decenti di vita ai molti che non possono averne la possibilità:

«Le tute blu arrivano da Rifredi
la polizia è schierata, sbuca
dai portici la camionetta,
picchiano forte i manganelli,
si grida in coro pane e lavoro.

Le Giubbe Rosse sono sbarrate,
i poeti scomparsi.

La musica è delle sirene,
i versi le urla degli operai»

La dimensione culturale non può che essere accantonata e tacere
in un contesto simile. Nel fuoco e nel furore della lotta, la poesia
non è in grado di far sentire la propria voce: i versi sono ingoiati
dalle urla di rabbia degli operai in cassa integrazione o licenziati, la
musica è rappresentata dalle sirene delle auto della polizia. Eppure
anche in un contesto di questo tipo c’è spazio per la scrittura e per
il suo potere di ricordo e d’incitamento a prendere la parola, di non
cedere, di ritrovare una verità di là dalle menzogne e dell’oblio. In
un testo successivo, una delle protagoniste di una manifestazione
per la Festa delle Donne dell’8 marzo invita chi scrive a farsi voce e
memoria del passato e del presente delle lotte:

«Federiga, le compagne
tornano a difendere
il silenzio della fabbrica.
Fosca mi accompagna
sull’argine del fosso:
“Parla delle nostre idee,
tessi il filo della memoria”».

La dimensione operaia e popolare predomina in questa prima parte
della raccolta: le voci e le testimonianze dei protagonisti diretti,
la nostalgia per un’epoca ormai definitivamente tramontata, la necessità
di mantenerne viva la memoria, la forza dell’evocazione e
il rimpianto per non essere più protagonisti in una stagione rinnovata
di presa di coscienza e di emergenza delle lotte, tutto questo
contraddistingue la scrittura poetica di questa sezione del poemetto
(nonostante la suddivisione in liriche apparentemente singole e
collocate isolatamente, infatti, non vedo una netta separazione narrativa
nell’ispirazione fluida che caratterizza questi testi nella loro
continuità e tenderei a considerarli, piuttosto, come un unico flusso
po’ematico, un poemetto suddiviso in altrettanti stasimi):

«Sento il pianto dei bimbi,
voci, grida d’amore.
Il cortile centrifuga giorni
stagioni vicine e lontane,
la memoria dei volti.
Un vortice all’alba
disperde sogni e ricordi
nell’aria rossa della città.
I gatti sulle terrazze
si stirano languidi»

Anche i luoghi della condizione operaia (per dirla con Simone
Weil) non sfuggono alla descrittività ricca di pathos di Mosi e i cortili
delle case operaie sono rappresentati come il luogo privilegiato
della loro soggettività dopo il momento dell’alienazione nel lavoro.
Il cortile in cui risuonano i pianti dei bambini, le urla delle coppie
che litigano o i gemiti di quelle che fanno l’amore ne è la rappresentazione
più esatta e, nello stesso tempo, simbolicamente esaltata
dal contesto.
In esso tutto ciò che è accaduto nel tempo, i bisogni e i ricordi, le
passioni, i desideri e il dolore di vivere si confondono in un’atmosfera
irreale, come di sogno astratto, ma la caduta in una drammaticità
estranea al tono stilistico generale dell’opera è impedita, quasi
bloccata, dall’ironica presenza dei gatti ieratici e pigri che “si stira-
no languidi” sulle terrazze, una sorta di contrappunto animale e
appagato rispetto all’insoddisfatta rabbia e nostalgia che caratterizza
le vicende degli umani. Il guizzo rappresentato dai felini appollaiati
sui tetti impedisce la caduta in un pathos eccessiva e mostra le
due facce della scrittura di Mosi: la lirica coinvolgente e sostenuta
da un’autentica passione e la bonaria capacità di smontarla e di decostruirla
in nome di un appello a sentimenti meno esasperati e più
legati alla quotidianità.
Così i migranti, i lavavetri, i raccoglitori di pomodori nella Maremma
e quelli di arance a Rosarno sono riscattati nel loro dolore e
nella loro rabbia da uno sguardo che li coglie nella loro umanità
e non ne fa solo simboli di una condizione umana tenuta sotto il
giogo ferreo della necessità di sopravvivere, ma li coglie nella loro
dimensione di persone che sanno reagire all’abbattimento in cui si
trovano e rivendicano la loro personalità di esseri viventi.
Alle mani bianche degli operai del primo (come pure del secondo)
Novecento sono sostituite quelle nere del nuovo Millennio: mani
atte a lavorare anch’esse e anch’esse sfruttate senza pietà, spremute
ai limiti del possibile da un feroce meccanismo che da esse ricava
ciò che può e che vuole e che poi le emargina e le accantona ai bordi
dell’esistenza comune degli altri componenti della compagine
sociale che subiscono certamente lo stesso sfruttamento, ma spesso
in maniera meno diretta e devastante, lasciando così loro l’illusione
che il trattamento ad essi riservato sarà del tutto diverso e che con
le “mani nere” essi non avranno mai niente a che fare.


2. Il lavoro e le sue facce molteplici

Il lavoro, dunque, si è visto, è al centro di quest’accorata raccolta di
versi di Mosi.
Il poeta fiorentino non si concentra solo sullo sfruttamento e sull’angoscia
che esso produce nelle sue vittime predestinate. Il lavoro è
guardato talvolta con la lente deformata del grottesco e della satira
sociale. È il caso di Federigo, impiegato presso una ditta di pompe
funebri, che accorre in mano il catalogo delle bare ogni volta
che apprende dell’esistenza di un moribondo che sia un potenziale
La vita fa rumore 11
cliente. Il lavoro dell’infermiera dell’ospedale psichiatrico (quello
ormai chiuso da qualche tempo di San Salvi) e quello dell’addetta
alle pulizie in un vagone delle Ferrovie dello Stato (la donna telefona
al suo fidanzato di aspettarla all’arrivo del treno, direttamente
al binario dieci della stazione, in modo da avere più tempo per
l’amore) sono visti con rispetto e, nel secondo caso, con un tocco di
tenerezza e di sentimentale affezione.
Il lavoro è – anche secondo Mosi – la difficile conquista del Novecento
che rischia di andare perduta nel nuovo Millennio e tornare
a essere difficilmente raggiungibile (ed equamente remunerato)
com’è accaduto nell’Ottocento dell’egemonia capitalistica e del
trionfo della grande industria. Non avere lavoro o perderlo è ormai
la grande paura di tutti i salariati e dei lavoratori dipendenti ed è
giusto, quindi, che la poesia si faccia carico della natura profonda
di questo problema così bruciante, così attuale.
Ma è lavoro anche l’attività artistica e, di conseguenza, il teatro.
Mosi rinnova il suo interesse per l’opera lirica, ad esempio, e aggiunge
alla raccolta un suo personale omaggio a Giuseppe Verdi:

«Emerge l’immagine:
comparsa in costume
vestito da frate, da principe
da soldato e da servo
sulle assi del palcoscenico.

Don Giovanni, Carmen
Lucia di Lammermoor.
Maschere si affacciano,
personaggi vestiti di musica
danzano sulle cornici
bianche di calce,
scivolano in platea,
Carmen e Radamés,
salgono nelle luci del palco
corrono tenendosi per mano
nel vortice delle note»

che suona anche come un omaggio dovuto alla fatica diuturna degli
artisti e alla loro capacità di rendere la vita altrui talvolta più
leggera e meno schiacciata dal dolore quotidiano di vivere.
Anche il mito classico partecipa di quest’atmosfera di cauta leggerezza,
di deliberata sospensione del giudizio, di assonnata partecipazione
a metà. Anche gli ieri di ieri sono fatti della stessa materia
di cui sono costituiti quelli di oggi. Anche Ulisse e il suo nostos a
Itaca:

«L’eroe raggiunge
la reggia nel sonno.
Penelope dorme stizzita
Arturo saluta, la coda ritta.
L’eroe guarda la posta,
dispone in ordine le armi
si distende sul letto,
il risveglio è vicino.

Ogni sera Ulisse
torna ad Itaca»

La poesia di Mosi, dunque, si distende tra i due poli (a lui consueti)
del pathos duro e veemente della partecipazione e dell’ironica verifica
degli stilemi di un passato divenuto eterno nell’immaginario
collettivo. Tra mito e modernità, allora, si apre per lui lo spazio
della poesia: uno spazio da riempire con la forza delle idee e delle
soluzioni verbali.

                                                         Giuseppe Panella

***

"A Firenze e ai suoi  giovani  che stanno cercando il lavoro"


***

Libreria Cafè

Silenzio, ombre sedute
sugli scaffali de La Citè
sopra i libri della Libreria
Cafè, sul pianoforte
fra divani e abat-jour.
Salva la pubblica quiete.

Il proclama del giudice:
“Chiuso dalle nove
alle sette del mattino.
Disturbo alla quiete.”
Buonanotte Firenze,
un colpo alla cultura.

La cultura viaggia nell’aria
suono di voci, note
musica, fruscio di idee,
non porta degrado,
confonde facce di pietra
teste devote agli schermi.

Oggi si spalanca la porta:
si va in corteo, si parla
dell’essere alla città dell’avere.
Rabbia, lavoro che muore
sepolto il progetto di anni
oltre il senso comune.

Sul sagrato del Carmine
s’inchiodano cartelli
nell’afa di luglio:
“No alla città vetrina”
“La noia è normalità”
“Adotta un libraio”.

Si muove il corteo,
musica: dal furgone
il suono Brazil, Brazil.
Il corteo ondeggia,
samba, carrozzine
avanzano a zig zag.

La ragazza danza
sul tetto rosso dell’Ape
il trampoliere
i cani al guinzaglio.
Si distende l’orchestra,
i cappelli di paglia.

Al centro la tromba
da una parte, dall’altra,
teste, braccia, cartelli
seguono il movimento.
San Frediano alle finestre
le mani in alto festanti.

Piazze tra ali di folla,
il traffico bloccato,
ronzano le radio.
Piazza della Passera:
due ragazze in costume
sul tavolo del ristorante.

Le parole, la denuncia:
“Escono da La Citè,
parlano, ridono.
Che ridono di notte?
Chiudano alle ventidue
musica di Bach, Mozart!”

Urla sempre più alte:
“La vita fa rumore!”
Il corteo avanza,
Santo Spirito: “La piazza
del degrado dove si vive”,
ironia dell’altoparlante.

Sara nella piazza,
figura del Botticelli,
parla di libri, concerti.
La mostra delle Ferrari
al Ponte Vecchio?
No alla Libreria Cafè?

Due gitane, vestiti rossi,
battono forte le mani,
musica, flamenco
sul sagrato della Chiesa.
La facciata apre le ali
nell’armonia delle volute.

***




***


Le trecciaiole

Tosca, cerco i fiori del bello
in periferia al calore delle utopie,
fiori rossi degli anni pari e dispari.

“Alla Società di Mutuo Soccorso,
dopo l’arrivo dell’ultimo volo
quando cessa ogni rumore.”

Nei quadri alle pareti Vinicio
racconta la storia di Peretola,
sui tavoli lattine di Coca Cola.

Longarine, tavole da cantiere
si spingono in alto: lo slancio
della Cupola, della nuova società.

Macchie di colore rosso, nero
giallo, azzurro, la tavolozza
di Botticelli. Lievitano storie.

Marcia il Quarto Stato, Tosca
in prima fila, il bambino in braccio.
Facce sul fondo, formano un popolo.

Escono dai quadri dietro le torce
dei vigilanti, nei supermercati,
tra le ombre delle fabbriche.

“Lo sciopero delle trecciaiole.
Mi distesi sulle rotaie.” Tosca ricorda:
“La cavalleria attaccò nella piazza.”

Remo al villino presso la stazione:
“Chiusi il cancello, partii per la guerra.
Lo riaprii, con me la tubercolosi.”

Cesare porta gli amici alla barca
da renaiolo sull’Arno: “Dall’alba
al tramonto per un pezzo di pane.”

All’alba i primi voli, le sirene.
Alla Casa del Popolo Tosca e gli altri
riprendono posto nei quadri.

***

Lavoro!

Il salotto buono di Firenze
appare in bianco e nero,
i colori delle storie di Vasco.

Le tute blu arrivano da Rifredi
la polizia è schierata, sbuca
dai portici la camionetta,
picchiano forte i manganelli,
si grida in coro pane e lavoro.

Le Giubbe Rosse sono sbarrate,
i poeti scomparsi.

La musica è delle sirene,
i versi le urla degli operai.

***


Manifattura

Fosca mi guida
dal Fosso Macinante
nella fabbrica abbandonata.
Sedici compagne
al centro del piazzale
uscite dai fabbricati a raggiera.

Ogni donna una storia.
Federiga, un’immagine:
il portone si apre
mimose avanzano
le sigaraie escono
cantando: la festa
dell’otto marzo.

Si accende il viso di Delia:
la sirena, lo sciopero,
sassi sui fascisti
entrati nel piazzale.

Federiga, le compagne
tornano a difendere
il silenzio della fabbrica.
Fosca mi accompagna
sull’argine del fosso:
“Parla delle nostre idee,
tessi il filo della memoria”.

***






***


Quartiere popolare

Il cortile è un pozzo profondo
cinquanta finestre assiepate
vicine gomito a gomito,
in basso il nero del fondo
in alto uno spicchio di luna.
Le luci si spengono
una lavatrice sferraglia
l’ultimo risciacquo.

Il cortile ha il lungo respiro
della gente che dorme,
evaporano sogni
s’incontrano sul fondo
in una danza incessante.
Sento il pianto dei bimbi,
voci, grida d’amore.

Il cortile centrifuga giorni
stagioni vicine e lontane,
la memoria dei volti.
Un vortice all’alba
disperde sogni e ricordi
nell’aria rossa della città.
I gatti sulle terrazze
si stirano languidi.

***

Migranti

È arrivato dai paesi dell’Est
lo stormo di uccelli migratori,
la notte dormono in stazione.

All’alba nascondono le coperte
tra i nidi dei piccioni,
sopra i chioschi delle aranciate.

Uccelli rapaci afferrano i sacchi
al mattino. La sera altri ripari,
ai nidi delle rondini più vicini.

***


Lavavetri

Il corteo dei magi lascia
l’affresco della Cappella,
scende le scale, appare
solenne nella via.

Sulle cavalcature i sovrani,
il grasso sceriffo: portano
in dono la stizza, il genio
fiorentino, l’arroganza.

Li circondano cittadini
i mercanti più ricchi
i giocatori del calcio
il capo dei tassisti
cuochi famosi.

Nel paesaggio di colline
angeli in volo, gruppi
di pastori, lavavetri
le braccia incrociate.

***



Mani

Mani piccole mani nere
mani bianche mani ferite
battono ai vetri della macchina.
Sguardi grandi assediano
incombenti il mio mondo.

Mani fioriscono nella città,
mostrano i dolori del mondo.

***



***


Mediatrice

In una valle della Lucania
vive Maria, dolce ragazza
della lontana terra del Libano.

Conosce le lingue che si intrecciano
sul mare, il sapore comune dei piatti
in ogni festa l’eco di altre feste.

Stringe amicizie con le donne
parla felice della sua figlia
in questa terra dai rari sorrisi di bimbi.

Insegna la lingua ai migranti giunti
dall’altra parte del mare, per i lavori
nelle stalle e nei boschi.

Maria costruisce esili ponti
tra mondi lontani, vicini.

***



Raccolta d’arance

“Sono cinque giorni
che mangiamo arance
nascosti nell’aranceto.”

La faccia nera appare
oltre la tavola, oltre
la cesta d’arance rosse
bionde e il succo
fresco degli agrumi.

Per le strade di Rosarno
la furia della gente,
ronde in giro, lunghi
bastoni in mano.

“Ci muoviamo di notte,
c’è lavoro in Sicilia.”
“Vincerete la paura?”
“Prima un pezzo di pane
poi pensiamo alla paura.”

Si allontana, sparisce
nel verde dei rami
l’uomo nero, il sangue
rosso d’ arancia.

***



Raccolta di pomodori

La casa dell’estate emerge
dai campi di pomodoro,
dai solchi di piante verdi
cosparse di occhi rossi
fino alle colline sul mare.

Oltre la rete avanzano
ceste verdi di plastica,
all’opera mani di genti
giunte dall’Africa, donne
uomini chini al lavoro.

Formiche nere portano
le ceste al punto di raccolta.
Re Mida converte la fatica
in montagne luccicanti
del rosso dei pomodori.

***


Stella cometa

Mario insegna a guardar le stelle
dalla radura sopra Lagonegro.

Al tramonto risalgono il monte
s’immergono nel silenzio.

In cerchio sfogliano i perché
per lavagna la volta celeste.

Ognuno sogna l’incontro con altri
cieli, con la sua stella cometa.

***



Lavoro in festa, Marsa Alam

Nella terra dove sorge il sole
dal mare nelle vesti del dio Ra
gli alberghi avamposti assediati,
si scruta l’orizzonte dal villaggio
nave gonfia di musica e feste
incagliata fra acque di corallo
e deserto dai grigi colori,
solcato dalla strada, retta assoluta
nata dalle viscere dell’Africa.

Le sabbie dei giardini fioriscono
di profumi e colori,
le donne indolenti al sole
portano cellulari all’orecchio,
vicino camerieri giocano
a calcio con giovani di Berlino.

Nel salone, la sera, la danza
la ballerina accarezza
la fronte lucida del commesso
di Harrods, il karaoke,
segretarie di Bercy cantano
J’entend siffler le train.

Nella terra dove sorge il sole
dal mare nelle vesti del dio Ra
grossi topi passeggiano
per le strade di Al Quaesir.
Per l’operaio di Dusseldorf
venti minuti per comprare
fra le merci sgargianti del suk.
Ai tavoli del caffè lampi
negli occhi degli uomini,
nei vicoli donne in nero.

Carovane di Toyota violentano
il deserto, un cameraman
riprende il terrore
dell’impiegato di Nantes,
sulle rocce scolpite dal vento
sacchetti di plastica.

Nei campi beduini la sera
si sciolgono danze ritmate
la maestra di Norwich balla
guidata dal bambino
gli occhi punti di antracite.

***



***



Una vita da ferroviere

Il treno arriva veloce,
lo stridio dei freni
annuncia Firenze,
dai finestrini scorre
Rifredi.

Cerco come ogni volta
di sorprendere nella stazione
che fugge, l’ombra
di Bruno, trent’anni
di notti e di sole.

Sui cristalli oltre i binari
frammenti di sole
seguono il volo
del capovaccaio, il rapace
che segue lento le greggi
ai margini di lontani deserti.

***



Pulizia a bordo

Anna in divisa verde
Pulizia a Bordo Alta Velocità
trascina il carrello
(carta, sapone, deodoranti)
nel rombo del treno in corsa,
dieci carrozze venti bagni,
uomini e donne.

Il treno rallenta
Anna in piedi alla porta,
digita messaggi d’amore
al suo uomo in attesa,
binario dieci della stazione.

***



La strage

Il treno esce dall’Appennino,
taglia la periferia della città.
Nella carrozza visi stanchi,
computer accesi,
gli ultimi lavori del giorno.

Scorre il binario numero uno,
Mc Donald, la biglietteria –
poi lo squarcio nel muro,
il bagliore della sala d’attesa.
L’eco ancora dell’esplosione.

***




***



Infermiera al manicomio

Maria alla finestra
chiama i passanti
urla ai rumori
parla di storie d’amore.

Eri infermiera a San Salvi,
al manicomio.

Le tue parole incrociano
storie di donne legate
alle corde dei letti,
la cura di gelide docce.

La finestra d’improvviso
si chiude, rimane l’eco
sospesa sul veleno dei motori.

***



Ospedale

Luci azzurre nei corridoi
fasciano il silenzio delle stanze.
Avanzo tra presenze del passato
nel labirinto dell’ospedale.
Attraverso reparti
seguo tracce di storie
che qui hanno visto la fine.
Da una stanza appare
nonna Fosca dal dolce sorriso
il grembiule da cuoca
poi Francesco in mano gli arnesi
da calzolaio. Dal fondo
Vasco vestito da marinaio .

Intreccio il filo delle storie
per orientarmi
nel labirinto della notte.

***



Impiegato delle pompe funebri

Raffiche di vento,
trema la finestra accesa
per la veglia al moribondo.

All’angolo della strada
Federigo pronto a correre
il catalogo in mano.

Sopra lo spiovere del tetto
un angelo bianco muove le ali,
vicino un angelo nero,
la coda sporgente.

Alle luci dell’alba
la corsa per afferrare
l’anima, il corpo.

****



Teatro

Gli applausi volano via,
il teatro è silenzio.

Da lontane sorgenti
la musica di Verdi,
le note salgono
sfiorano velluti rossi.

Emerge l’immagine:
comparsa in costume
vestito da frate, da principe
da soldato e da servo
sulle assi del palcoscenico.

Don Giovanni, Carmen
Lucia di Lammermoor.
Maschere si affacciano,
personaggi vestiti di musica
danzano sulle cornici
bianche di calce,
scivolano in platea,
Carmen e Radamés,
salgono nelle luci del palco
corrono tenendosi per mano
nel vortice delle note.

***



***


Guida turistica

Leggeri i passi salgono la collina,
la città si scioglie in sentieri solitari,
cancelli muti parlano di storie lontane.
Avvolge l’eco dei nostri passi
la pelle ruvida degli alti muri
segnata da strisce di graffiti.
Sporgono le braccia degli ulivi,
le voci dei compagni galleggiano
nell’aria umida di temporale.

Appare la casa rossa di Rosai,
Čajkovskij compone musica,
le note per la campagna,
dalla villa del Pian dei Giullari
esce suor Celeste dopo la veglia,
una giovane bionda scende
a Firenze per il lavoro da sarta,
nonna Giulia, negli occhi gocce di cielo.

Oltre le acque dell’Ema, piene
di voci, di canti delle lavandaie,
il sentiero s’impenna fra i campi.
La vista si apre sui colli,
al centro la Cupola, misura
dell’incedere dei nostri passi.

San Gersolè ci accoglie,
le case sgocciolate lungo la strada,
i ragazzi intorno alla maestra.
Si distende poi la villa de’ Medici
dimora del lussurioso prelato.
Scende un barroccio di conche:
nonno Antonio tiene il cavallo.

Si apre infine la piazza
sullo sfondo la chiesa,
intorno le braccia dei loggiati.
Il paese si è ritirato a tavola
alla campana di mezzogiorno.
Il temporale sferza le cose,
il vino riscalda le parole,
la voglia di andare
alla scoperta del mondo.

***



Ulisse torna ad Itaca

Ogni sera Ulisse
torna ad Itaca.

L’alba sorprende
il volo dell’eroe
le armi impugnate
il computer per scudo
il telefono in mano
altri cento achei
infossati nelle poltrone.

Sulla terra le ombre
cedono il passo alla luce,
evaporano dal mare
i brividi della notte,
le strade vomitano
macchine nervose.

Alla sera voci allarmate
parlano di dei adirati.
Sulle piste la flotta
achea attende il decollo.
Infine il balzo
nella notte di pece.
Il porto d’Itaca è chiuso
per la furia dei venti.
Infinito il ritorno.

L’eroe raggiunge
la reggia nel sonno.
Penelope dorme stizzita,
Arturo saluta, la coda ritta.

L’eroe guarda la posta,
dispone in ordine le armi
si distende sul letto,
il risveglio è vicino.

Ogni sera Ulisse
torna ad Itaca.

***



Orfeo a Firenze

Cerbero il gigante dalle teste
rotanti ha trafitto Firenze,
nove chilometri di galleria.
Il treno in arrivo in mezzo alla folla.
“Orfeo è alla guida del treno”
sospira una voce innamorata
“Euridice è vestita di bianco”.
“Il canto ci ha conquistati,
siamo scesi in fila indiana
seguendo il suono della voce”.

Euridice è alla guida di Cerbero
nella melma degli ultimi strati,
la tuta bianca, l’elmetto sopra
i capelli biondi. Orfeo
s’innamorò al primo sguardo.
Implorò Ade di lasciarla salire.
“Uscirà alla fine dello scavo
quando passerà il primo treno”.

***



Al mercato

Saldi per fine stagione
per cessata attività
saldi per amore perduto
per fine Repubblica
saldi arrivo menopausa
mancata erezione saldi
da scorte esaurite
per laicità defunta
saldi per demenza senile
improvvisa gioia saldi
per l’io esaurito
padrone depresso
saldi per fede devastante
invasione Casta
teste all’ammasso saldi

***



Impiegati comunali

Sfrenate pulsioni
portano a cogliere momenti
celesti in ascensori bloccati,
membri dai guanti colorati
fremiti inarrestabili
in luoghi comunali.

Inservienti compassate
raccolgono a fine giornata reperti,
la notizia ecco che rimbomba:
l’ascensore a volte si blocca
per scalare le vette del cielo.

***




Futuribile

Bit byte bit byte
zero uno zero uno
uno zero

acceso spento spento acceso
locale globale globale locale

punto rete punto rete
rete punto

nano secondo nano secondo
secondo nano

blog ergosum sum ergoblog
google yahoo google yahoo
yahoo google

messaggio d’amore d’amore messaggio
you tube you tube
tube you

***



Pony express

Pony express sui pedali
girovago sognatore,
portatore di dispacci.

Baschetto, lucchetto a U,
ricetrasmittente, borraccia,
borsa a tracolla,
divisa rossa, riflessi
sulle vetrine, infinita serie di pixel,
freccia acuminata.

***



***



Il lavoro del poeta

Oh divina Erato,
Signora della poesia,
invoco il tuo aiuto
per comporre in versi
suoni e silenzi,
per la ricerca della parola
nella discarica della memoria
o nel flusso dei pensieri,
in mezzo alla melma
delle ore del giorno,
o in mezzo alla luce
delle ore della notte
cercare ancora parole
per formare un ammasso
d’argilla da modellare
a piene mani
cercando la forma.

Sulla lunga scogliera
assolata d’Antibes
Picasso e Maria
raccolgono gusci
di granchio lasciati
dal mare infuriato.
Nelle fresche stanze
del Palazzo Grimaldi
Pablo li compone
in forme leggere,
discorrono con il fascino
de La joie de vivre.

A Knokke sul mare
del Nord, Jean-Michel
Folon cerca pezzi
di legno macerati
dalle altalenanti maree,
con tinte pastose
dà corpo a sogni
di sorpreso stupore.
Nella sala di fumo
i suonatori di jazz
giocano con un motivo,
ora lo esasperano
ora lo accarezzano
con toni leggeri.

Leggo e rileggo
i versi, ascolto
la mia voce, cerco
tracce di colore,
riflessi di luce
pieni e vuoti d’ombra,
scompongo e ricompongo
l’ammasso d’argilla.
Nella tavolozza dei colori
inzuppo la fantasia,
nel pennello parole
in libertà, la scala
dei suoni, profondità
della memoria, ricerco la luce,
ricerco il tratto,
lo sfumato, il senso
lontano dalla realtà,
comunico il tutto,
comunico il niente.

Sono sazio di penetrare
di mani l’argilla,
ora il fuoco del forno
abbraccia la forma;
è pronta poi per essere
affidata all’aria,
alla polvere del giorno.

***



La cucina di Françoise
(La Recherche)

Cucina avamposto
della casa dei Proust,
dalla tavola di marmo
decollano i piatti guarniti
serviti al ricevimento
in una nuvola di commenti,
l’eco delle voci
raggiunge la porta.

Cucina porto di sbarco,
la borsa della spesa
arriva da Les Halles
alla tavola di marmo,
freschezza del rombo
primizie della stagione,
scelte da Michelangelo
tra i marmi di Carrara.

Cucina impero
di Françoise, ordini alle forze
della natura arrivate in aiuto,
dirige l’orchestra
dei servitori,
accoglie solenne
i complimenti dell’Ambasciatore
per l’arrosto di bue
deposto su cristalli di gelatina.

Cucina miraggio
per la memoria della gola,
il sapore della lettura
mischiata al gusto dei sapori,
i lamponi del Signor Swann
la torta alle mandorle
la crema al cioccolato
l’impasto per la petite madeleine.

Cucina caleidoscopio
abitata dalla curiosità di Marcel
per l’arte di Françoise
per il manzo alla moda,
per il sapore inebriante del sugo
dopo tre ore di cottura,
ricco di bocconcini di carne:
le storie dei suoi personaggi.

Cucina crocevia
per i ricordi della mia cucina,
ventre della vita intorno
alla tavola di marmo,
abitata da storie e novelle,
da ospiti, piatti, tinozze per il bagno,
dalla mano del nonno
che mi protegge dagli spigoli.

Cucina museo,
al centro della fotografia
la trama lucida del marmo,
ai lati la dispensa
l’occhio spento dei fornelli
l’acquaio muto per sempre,
alle pareti lo scaldaletto
scaldavivande di rame
ombre della vita passata.

Cucina attesa
per la veglia di Céleste,
seduta alla tavola di marmo
in compagnia dei personaggi,
degli incontri di Marcel.
Il campanello dalla camera:
Adesso glielo dico: stanotte
ho messo la parola fine”.
Grazie, Céleste Albaret.

***




***



Il lavoro del pittore
(La Recherche)

Silenzio seducente del quadro
nel rumore di folla del Salone.
Scopro metafore fissate
tra le frasi delle immagini,
pittore senza arte, compongo
dall’arte di più pittori
da un frammento del mondo
da artifici di immagini
da prospettive inattese.
Comprendo, trasformo
catturo la mia pittura
penetrando nei quadri.
Dipingo con la parola
per pennello la parola
per trama la tela della parola
per colore il suono della parola.

Silenzio sonoro del porto.
Multiforme, potente unità
nessun confine, terra e mare
l’acqua penetra le case, oltre
i tetti gli alberi dei battelli.
Uomini spingono alla spiaggia
barche tra i flutti, la sabbia
bagnata riflette le chiglie,
specchio lucido d’acqua.
Una nave lontana nascosta
ora dagli edifici, sembra
avanzare in mezzo alla città.
Alla bocca del porto le onde
battono contro gli scogli,
uomini governano le barche
piegate ad angolo acuto,
al galoppo, veloci sul mare.
Altrove specchi d’acqua
calmi, in una bella mattina
dopo il temporale, i riflessi
degli scafi accavallati
sul profilo delle chiese.
Più lontano tratti neri,
bianchi di spume, di nebbia
compongono la carreggiata
dell’erta impennata
di una nave verso il cielo,
una carrozza che scrolla via
l’acqua all’uscire dal guado.

Silenzio ambiguo del ritratto.
Acquerello pieno d’incanto,
soggetto singolare, seducente
fascino da scoprire di giovane
donna non bella, il copricapo
simile a un cappello duro
orlato dal nastro color ciliegia,
la sigaretta accesa
nella mano coperta dal guanto.
Sul tavolo un vaso di rose.
Travestimento per il ballo?
Un’attrice di altri tempi
a mezzo vestita da uomo?
Tratti mascolini del volto,
forse un giovane effeminato.
Tristezza nello sguardo
posa piccante, provocante
da personaggio del teatro.
Libertà dalla normalità?

Silenzio d’acqua delle ninfee.
Cinque, sei tele per dipingere
passo dall’una all’altra
inseguendo l’attimo
la sorpresa dell’inatteso.
Punti d’osservazione diversi
per le stagioni dell’anno
il mese, il giorno, l’ora.
Una tela, un pennello diversi
al variare dei brandelli di cielo
il passare di una nuvola
l’improvvisa folata di vento
l’arrivo della tempesta.
La superficie s’increspa
s’infrange in piccole onde
si sgualcisce il telo di seta,
i colori si accendono vivi
si spengono, ombre di morte.

Silenzio simbolo di seduzione.
Danza il corpo segnato
da simboli misteriosi,
danza una rosa in mano
in attesa del carnefice,
danza davanti ad Erode
gli occhi accesi di brace,
danza per la decapitazione
sorreggendo il vassoio,
danza per la testa che brilla
di un’aureola di gloria.
Dipinti, acquerelli, disegni
si moltiplicano: la danzatrice
torna a sollevare il braccio,
a muovere i passi fatali.

Silenzio della pagina scritta.
Regno della lenta cognizione
per l’occhio educato alla pittura,
si stacca dal ritmo usuale
del tempo dello spazio,
nel laboratorio aperto
per la nuova creazione,
conquista una folla
d’immagini cospiranti,
convergenti in mille rivoli,
allontana di pagina in pagina
il soffio silenzioso della morte.

****





***




Schede


Roberto Mosi vive a Firenze, è stato dirigente per la Cultura alla
Regione Toscana. Ha pubblicato nel 2013: Concerto (Gazebo) che
comprende “Concerto per Flora” e “Sinfonia per Populonia”; il
saggio Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone. Storie francesi da Piombino a
Parigi (Ed. Il Foglio). In precedenza, le raccolte di poesia: L’invasione
degli storni (Gazebo 2012), Luoghi del mito (Lieto Colle 2010), Aquiloni
(Il Foglio 2010), Nonluoghi (Comune di Firenze 2009), Florentia
(Gazebo 2008). Nella Collana LibriLiberi di www.a.Recherche.
it sono presenti gli eBook: Nonluoghi, Aquiloni, Itinera, Sinfonia
per Populonia, Florentia. Recensioni sulle opere dell’autore nel
sito www.literary.it. Ha realizzato mostre presso caffè letterari e
biblioteche sul rapporto fra testo poetico, immagine fotografica e
pittura. Gli è stato assegnato il primo premio “Villa Bernocchi” 2009
(Verbania). L’autore ha realizzato mostre di fotografia presso caffè
letterari, biblioteche, sale di esposizione. Mosi è fra i redattori di
Testimonianze, rivista fondata da Ernesto Balducci. Fra gli articoli:
“Il paesaggio fra poesia e memoria” (2002), “Dino Campana”
(2004), “Gli angeli sulla Cupola di Berlino” (2004), “Mario Luzi, la
tensione verso la semplicità” (2005), “Da quando Modugno cantò
volare” (2007). Cura i blog www.robertomosi.it e www.poesia3002.
blogspot.it. Riferimenti: mosi.firenze@gmail.com

Enrico Guerrini vive a Firenze. Ha frequentato l’Accademia
di Belle Arti, indirizzo di scenografia, e i corsi della Scuola di
Comics. Dal 2002 ha realizzato mostre dedicate, fra l’altro, al Faust
di Goethe, al Doktor Faust di Ferruccio Busoni, alle tre cantiche
della Divina Commedia. Ha vinto, in più occasioni, primi premi
con le sue opere. Collabora da tempo con Roberto Mosi, sia per
l’illustrazione di libri di poesia (Nonluoghi, L’invasione degli storni)
sia in perfomance di disegno dal vivo durante la lettura di poesie
presso luoghi culturali fiorentini. Collabora con case editrici per
l’illustrazione di testi e realizza stabilmente le scenografie per gli
spettacoli del Teatro dell’Antella e per il gruppo teatrale Teatrosfera
di Firenze. Riferimenti: enriguerrini@gmail.com.



Note

La fotografia della copertina è stata scattata dall’autore il 5 luglio
2013, in occasione del corteo di solidarietà per la Libreria Cafè La
Citè, colpita da un provvedimento del giudice a seguito di una
denuncia per disturbo alla pubblica quiete.
Enrico Guerrini ha realizzato i disegni presenti nella raccolta.
La poesia Le trecciaiole è ripresa dal “Concerto per Flora” della
raccolta “Concerto”, Gazebo Libri, 2013.
Gli ultimi componimenti La cucina di Françoise (La Recherche) e Il
lavoro del pittore (La Recherche), sono ripesi dai lavori preparati
dall’autore per le edizioni www.laRecherche.it dedicate nel 2011 e
nel 2013 a Marcel Proust, in occasione dell’anniversario della nascita
dello scrittore francese.

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INDICE

Prefazione di Giuseppe Panella

Libreria Cafè
Le trecciaiole
Lavoro!
Manifattura
Quartiere popolare
Migranti
Lavavetri
Mani
Mediatrice
Raccolta delle arance
Raccolta dei pomodori
Stella cometa
Lavoro in festa, Marsa Alam
Una vita da ferroviere
Pulizia a bordo
La strage
Infermiera al manicomio
Ospedale
Impiegato delle pompe funebri
Teatro
Guida turistica
Ulisse torna ad Itaca
Orfeo a Firenze
Mercato
Impiegati comunali
Futuribile
Pony express
Il lavoro del poeta
La cucina di Françoise (La Recherche)
Il lavoro del pittore (La Recherche)

Schede
Note