mercoledì 25 febbraio 2026

Mostra “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” - Officina del Mito - Brogi, Guerrini, Manetti, Mazzi, Mosi, Oggiana, Ortuño, Ranzi, Simoncini,Venturini, Zanarelli - Dal 7 Marzo 2026 al 19 Marzo Luogo: Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, via Santa Margherita n.1/r, Firenze


Società delle Belle Arti-
Circolo degli Artisti “Casa di Dante”
COMUNICATO STAMPA

Mostra: Mostra collettiva “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi”
Artisti: Pietro Brogi, Enrico Guerrini, Nicoletta Manetti, Giovanni Mazzi, Roberto Mosi, Margherita Oggiana, Andrea Ortuño, Silvia Ranzi, Andrea Simoncini, Giuseppe Venturini, Umberto Zanarelli
Inaugurazione Mostra: Sabato 7 Marzo 2026 ore 17.00
Durata Mostra: 7 Marzo – 19 Marzo 2026
Luogo: Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, via Santa Margherita n.1/r, Firenze

Sito web: www.circoloartisticasadante.com Email: info@circoloartisticasadante.com Tel. +39 055 218402
Orario apertura: da Martedì a Domenica compresi dalle 10:00 -12:00 e dalle 16.00-19.00;
Ingresso libero

“Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” è il titolo della nuova mostra d’arte contemporanea organizzata dagli artisti di Officina del Mito che si svolgerà presso le prestigiose sale della “Società delle Belle Arti-Circolo degli Artisti, Casa di Dante”.
L’ “Officina del Mito”, costituitasi quasi dieci anni fa con l’intenzione di dar vita ad “una vera e propria officina d’idee per future mitiche mostre collettive”, ha all’attivo numerose mostre nelle quali i suoi artisti hanno affrontato miti, topoi e simboli emblematici, indagando forme espressive, linguaggi e storia delle culture attraverso proposte eterogenee. In questa nuova rassegna, gli artisti di Officina del Mito si sono voluti misurare con la complessa e variopinta eredità etrusca. Il confronto con tale popolazione italica, nelle opere esposte e nei differenti contributi artistici, non si è però esaurito in una semplice attrazione di tipo estetico, ma ha offerto lo spunto per esplorare temi profondi e quanto mai attuali, come il rapporto con il mistero, la vita, la morte, la natura e l’identità culturale. Gli artisti hanno cioè saputo cogliere quella forza espressiva, quel “di più” fatto di malinconia, superstizione, bellezza, crudeltà, ritualità ed edonismo, ricavandone uno straordinario laboratorio autonomo di forme, un paesaggio mentale e materiale attraverso il quale creare un’alternativa artistica vibrante ed originale.
Questa inedita kermesse artistica non propone solo un viaggio evocativo attraverso le radici profonde della civiltà etrusca, ma piuttosto ne indaga lo spirito più profondo, affinché si trasformi in energia per il presente. Si tratta di un concetto potente che, attraverso l’arte, unisce antropologia, sociologia e una profonda sensibilità spirituale. Non è “nostalgia", ma un vero e proprio motore di innovazione e resilienza. Undici i partecipanti, Pietro Brogi, Enrico Guerrini, Nicoletta Manetti, Giovanni Mazzi, Roberto Mosi, Margherita Oggiana, Andrea Ortuño, Silvia Ranzi, Andrea Simoncini, Giuseppe Venturini, Umberto Zanarelli, che attraverso proposte eterogenee e medium differenti, ci sveleranno una eredità straordinaria, che non è solo archeologica, ma tocca l'arte, la spiritualità e la concezione stessa dell’esistenza. “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” celebra il legame tra il patrimonio culturale e l'innovazione contemporanea, evidenziando come i valori, le conoscenze e le tradizioni antiche possano alimentare lo sviluppo sostenibile e la resilienza energetica del presente. La nuova rassegna artistica firmata Officina del Mito, dunque, non è solo un omaggio a un passato glorioso, ma un invito a continuare a costruire ponti tra le civiltà; a trasformare l’archeologia in esperienza e visione.
L’inaugurazione della mostra “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” avrà luogo Sabato 7 Marzo 2026 alle ore 17.00 presso la Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, in via Santa Margherita n.1/r, Firenze. La mostra sarà presentata dalla storica e critica d’arte Virginia Bazzechi Ganucci Cancellieri.


Catalogo della Mostra: LINK



Pagina personale del Catalogo 



ENERGIA PER L’OGGI. Lo spirito Etrusco

Nella mitologia etrusca troviamo miti dal passato più remoto, tra questi il mito di Tagete, il fanciullo che appare dal solco della terra appena rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse da tutta l’Etruria dell’arte di trarre auspici dai fenomeni naturali o dall’esame delle viscere degli animali. are.

La religione etrusca si distingue per la rivelazione delle conoscenze da parte della divinità, per i libri sacri e per il pensiero sul destino dell’uomo. Nella sapienza divina dei veggenti è racchiusa la scienza che illustra l’ordine delle cose del mondo. Il mito è il più importante strumento di conoscenza consegnato dai veggenti divini all’umanità.

Gli Etruschi, inizialmente agricoltori e pastori, continuarono a sentire il richiamo della terra anche quando, divenuti abili navigatori e commercianti, si avventuravano in lunghe navigazioni per mare. E la donna, a differenza dei Greci e dei Romani, era considerata pari all’uomo. Sensibili alle arti, ingegnosi nelle tecnologie e nella manualità, avevano dato vita ad una confederazione di 12 città; fra queste, Populonia, città sul mare, centro per la lavorazione dei metalli.

Gli Etruschi vivevano di commercio e artigianato, sempre aperti a culture diverse, assimilavano con perspicacia le abilità manifatturiere e i costumi di altri popoli, adattandoli al loro stile di vita e alla loro visione del mondo. Tante qualità si sono armonizzate nel corso dei secoli in un linguaggio unico, in atteggiamenti comuni in cui si avverte la presenza di una matrice originaria solida e allo stesso tempo fluida, caratteri ancora oggi unici che mi portano ad affermare a voce alta:

Etruscus sum
                       Io sono Etrusco
                                               I’m Etruscan  Je suis Étrusque Yo soy Etrusco




* * * * * * 


Tagete

 

 

Mentre si lavorava la terra, un certo Tagete balzò su all'improvviso e rivolse la parola all'aratore….Tagete aveva l'aspetto di un bambino, ma la sapienza di un vecchio. Poiché il contadino levò un alto grido di meraviglia, ci fu un accorrere in massa ; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne in quel luogo.                       

                          

                      M. T. Cicerone, Della Divinazione , L. II, P. 23

 

 “Ho sentito un gemito dal trattore.

Dal solco appena scavato,

si sono alzate zolle di terra,

è comparsa una testa ricciuta.”

Fatima stringe il neonato

al petto, muove lieve le braccia.

 

Occhi di meraviglia intorno,

occhi inquieti che chiedono.

Scattano i flash degli obiettivi,

ronzio continuo di telecamere.

Il bambino ora alza la testa,

sorride e parla, parla!

 

“Sono Tagete, figlio di Genio

e di Terra. Sono venuto fra voi

per mostrare i segni del Cielo.”

Racconta per ore. Si allontana

poi fra i solchi, verso Populonia,

scompare fra le zolle brune.

 

Nella valle scende il silenzio

la folla si disperde, pensosa.

Fatima è sola. Un’ora

di lavoro prima del tramonto.

Si aggiusta il velo, avvia

il  trattore, Massey Ferguson.


(dal libro Roberto Mosi, Navicello Etrusco, Il Foglio, Piombino)


Link video Navicello Etrusco per il mare di Piombino


********




 Link Video

Testo: Roberto Mosi – Immagini e composizioni grafiche: Enrico Guerrini

Il viaggio del Navicello Etrusco è tratto dalla Raccolta: Roberto Mosi, Navicello Etrusco – Per il mare di Piombino,  Edizioni Il Foglio      , Piombino 2018

Il Navicello Etrusco è il simbolo della raccolta, composta da due parti, la prima Lo specchio di Turan” in onore della dea etrusca dell’amore, della rinascita, raffigurata spesso nell’atto di ammirarsi allo specchio. La seconda, “L’Ombra della sera”, richiama la statuetta votiva, conservata nel museo di Volterra. Fu proprio Gabriele D’Annunzio a darle questo nome perché nel guardarla, con la sua forma allungata, venivano in mente al poeta le lunghe ombre del tramonto. Le due parti della Raccolta riguardano momenti diversi, la prima legata al motivo della luce del giorno in sintonia con lo specchio di Turan; la seconda all’oscurità della sera, della notte.

        Il Navicello Etrusco naviga per il mare di Populonia che fu un antico insediamento etrusco, di nome Fufluna (da Fufluns, dio etrusco del vino e dell'ebbrezza) o Pupluna, l'unica città etrusca sorta lungo la costa. Era una delle dodici città della Dodecapoli etrusca, le città-stato che facevano parte dell'Etruria, governate da un lucumone

                  Il Navicello percorre, sospinto dai venti della costa, il tratto di mare dal golfo di Baratti al promontorio dell’attuale città di Piombino, alle spiagge del golfo di Follonica, sempre al cospetto dell’isola d’Elba. Attraversa, poi, sotto il nostro sguardo curioso, le acque, per lo più tempestose, della storia che separano il mondo degli etruschi dai nostri giorni, giorni pieni di ansie e di sconfitte, dall’alto dei quali ci rivolgiamo sovente all’indietro per porre domande al mondo delle nostre origini. Nella nostra costante ricerca, troviamo di continuo tracce, materiali e immateriali.

        Populonia deve il suo splendore, oltre che allo sfruttamento delle risorse minerarie della vicina isola d'Elba, che la resero uno dei centri più fiorenti della metallurgia antica del bronzo e del ferro, anche alla sua felice posizione geografica. Fin dall'Età del Bronzo Populonia diventa un importante crocevia dei traffici medio tirrenici, vero porto di mare e luogo d'incontro privilegiato di influssi provenienti dal resto del Mediterraneo. La vicinanza con l'Arcipelago toscano, che si connota presto come un vero ponte di isole e sul quale la città inizia presto a esercitare una forma di controllo, la rende un interlocutore  di rilievo nei rapporti con la vicina Corsica e la Sardegna. Nel VI secolo a.C. visse il suo periodo di massimo splendore, arrivando ad ospitare molte migliaia di abitanti, con un'acropoli, una necropoli, diversi quartieri portuali ed industriali (presso la marina, sul golfo di Baratti), munita di un'imponente cinta muraria. L'acropoli e l'abitato erano difesi da una prima cinta, mentre una seconda cinta era a protezione dei quartieri industriali situati presso il porto; questi si erano estesi al di sopra delle necropoli più antiche, lasciando una notevole quantità di scorie di ferro residuate dall'attività metallurgica.

Sono appunto queste ultime tracce materiali che noi oggi rinveniamo di continuo sulle in-cantevoli spiagge dei nostri soggiorni al mare, residui impalpabili che luccicano come lamine d’oro, come brillanti al sole e appaiono fra i componimenti poetici della presente raccolta (Il vulcano, Fonte di San Cerbone).  Presenze costanti sono, poi, i ritrovamenti archeologici e il fascino dei luoghi in cui sono avvenuti, che in-cantano come la voce delle sirene (L’anfora di Antiochia, La fonte del Pozzino, Lo schiavo, L’archeologo).  

        Al centro della scoperta del mondo etrusco, vi è naturalmente l’olimpo delle sue divinità e dei miti (Tagete, Turan dea dell’amore, Tular Dardanium, Il navicello), l’arte e la sapienza dei sacerdoti (I fulmini degli dei, L’aruspice). In questo paesaggio storico e mitico, risalta la figura della donna etrusca (Velia), presente nella vita pubblica e privata, al pari dell’uomo, disprezzata, come è noto, da autori greci e latini, per i quali era inconcepibile la sua libertà, fuori luogo il suo comportamento

        Il navicello fa vela, a ritroso, come si è detto, verso i tempi della contemporaneità.  Un passaggio importante è rappresentato dalle invasioni barbariche e dal passare del tempo (Barbari), dal rovinare dell’imponente città etrusca – e poi romana -  di Populonia .  Rutilio Namaziano, nel viaggio per mare che lo porterà da Roma a Narbona, dalla nave ancorata nel golfo di Baratti (anno 415) scorge le rovine della città, ne rimane colpito e ne dà conto nel poema De reditu (vv. 413-414):

Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:

ecco che possono anche le città morire.

        Seguiranno i tempi delle invasioni dei Goti e dei Longobardi e l’emergere della figura di San Cerbone, vescovo di questa terra (La fonte di San Cerbone). Recenti ricerche archeologiche per individuare i resti della tomba del santo e della cattedrale sulle rive del golfo di Baratti, hanno fatto emergere,  presso l’attuale chiesetta di San Cerbone, un cimitero medievale con oltre trecento sepolcri: fra questi, due con i resti di due donne: l’una “segnata” da un sacchetto di diciassette dadi, gioco del diavolo, da osteria, infamante per una donna, forse messo nella tomba per indicare il mestiere di meretrice; l’altra, forse una strega, segnata da una serie di chiodi ricurvi nella bocca e da altri chiodi che la trafiggevano, per fissare corpo e spirito al terreno (La strega, Diciassette dadi). Una scoperta dunque che ci riporta a un’epoca denotata da riti magici e da una marginalizzazione della donna.

        Il Navicello continua a navigare verso la contemporaneità ed è significativo l’incontro con la figura di Napoleone, relegato dalle maggiori potenze europee, dopo la sua avventura da imperatore, all’isola d’Elba, come re di un minuscolo regno. Una composizione poetica della Raccolta (Elba) evoca questa epoca e, in particolare, l’incontro con Maria Walewska nella “reggia sotto le stelle”, nell’accampamento alzato presso la Madonna del Monte, sopra il paese di Marciana.

In questo percorso s’insinuano ricordi più recenti legati all’ultima guerra, al promontorio di Punta di Falcone, dove era piazzata una batteria navale a guardia del Canale di Piombino (Punta Falcone), e al Castello di Populonia, sopra il quale passava la rotta aerea per bombardare l’Italia Centrale – e Firenze, in particolare. I bombardieri alleati, provenienti dagli aeroporti della Tunisia e della Corsica, sfioravano la torre del Castello, prendevano quota e si gettavano con il loro carico di bombe, sulle città (Aerei su Populonia).

        Il porto di arrivo del viaggio poetico per il mare di Populonia e di Piombino, è rappresentato dal “luogo del nonlavoro”, la grande acciaieria con i forni spenti, un ammasso inutile di ferraglia sul quale non svettano più le fiamme dell’altoforno. I personaggi della poesia (La Sterpaia, Cigli erbosi), lavoratori disoccupati, animano il nuovo paesaggio industriale, visto dalla lunga striscia di spiaggia che si distende all’inizio del golfo di Follonica. Un breve componimento (Temporale) rappresenta la figura del diavolo che scappa sotto il temporale, con una mantella rossa: forse, per metafora, la figura di un operaio che fugge dall’inferno dell’altoforno.

        Al porto d’arrivo del Navicello possono essere ritrovate anche ragioni di speranza, uno stare bene, in definitiva, un essere felici, in un luogo incantevole, ricco di storia, di bellezze naturali e artistiche, qualità che possono marcare il futuro cammino culturale e economico di questa terra (Turan dea dell’amore, Città nave, Città libro, Città lanterna, Solstizio d’estate, Buca delle Fate, Parole, Dalla loggia).

        Il Navicello, infine, è pronto a salpare di nuovo per tornare ai tempi delle origini, per le vie del mito. Nello scritto poetico Tular Dardanium – Migrare, si riprende la figura mitica di Dardano che partì dall’Etruria per andare a fondare la città di Troia, attraversando il Mediterraneo. Questo mare vede i migranti del nostro tempo che, al pari degli Etruschi di una volta, superano, al prezzo di infiniti sacrifici e tragedie, i confini, alla ricerca di una nuova terra che li possa accogliere.  La Raccolta si chiude con il pensiero rivolto ai sacrifici dei migranti (Mani, Uccelli migratori, La stella cometa, 35.5 Latitudine Nord – 12,6 Longitudine Est) nell’auspicio che si aprano nuove rotte sulla via della solidarietà e della pace, che popoli diversi s’incontrino per far germogliare nuove vitalità culturali.                                                                                  

        R. M.


Bella serata allle Giubbe Rosse con la Rivista fiorentina TESTIMONIANZE


 


Ieri pomeriggio,24 febbraio 2026, Severino Saccardi insieme con Mattia Poggi e Roberto Mosi, allo storico Caffè delle "Giubbe Rosse", all' incontro dedicato alla storia e all' attività di "Testimonianze", organizzato da Jacopo Chiostri.
Una bella occasione di incontro. Grande partecipazione (tanta gente, tante amiche e amici, un bel clima, molto interesse per i contenuti e molta attenzione).
Grazie di cuore agli organizzatori e a tutti i partecipanti.





















mercoledì 18 febbraio 2026

Amore e ispirazione del poeta Rilke a Firenze - 27 marzo presentano alle Oblate, Mosi e Manetti "Il diario fiorentino di Rilke per Salomé" , Pontecorboli Editore.

“Esco piu’ tardi dalla

Cattedrale, / il crepuscolo è

sceso sopra l’Arno / mi sento

lieve, a poco a poco stanco / e

mi dipingo Dio sull’oro…” (18

aprile 1898)



Roberto Mosi è un originale

poeta del milieu fiorentino,

scrittore di narrativa e fotografo

che ha all’attivo una vasta ed

originale produzione letteraria,

coronata da riconoscimenti della

Critica e Premi significativi,

con innumerevoli pubblicazioni

che attestano la versatilità dei

motivi ispirativi enucleati nella

dialettica tra passato e presente,

sublimando temi e personaggi

rivisitati dal suo estro raffinato

attraverso ricerche liriche ed iconografiche,

studi puntuali legati

alla cultura storica e mitica del

territorio toscano.

Reduce da recenti presentazioni

del romanzo storico “Tre

Principesse francesi a Firenze -

Silvia Boucot e le sorelle di Napoleone”,

ci offre con Angelo Pontecorboli

Editore, un altro saggio

documentaristico che raccoglie

gli appunti di viaggio del giovane

poeta, scrittore e drammaturgo

austriaco di origine boema

(Praga, 1875 - Montreux, Svizzera

1926), scritti per l’amata Lou

Salomé, musa e sostenitrice del

suo talento, durante i soggiorni

aprile - maggio 1898 a Firenze e

Viareggio all’età di 22 anni.

Nel 1896 aveva conosciuto a

Monaco la “Florida biondina di

36 anni” dalla vita avventurosa

che contribuisce alla sua formazione

culturale ed esistenziale,

avvicinandolo alla filosofia di

Nietzsche e alla Psicanalisi di

Freud. Dopo un faticoso viaggio,

giunge nella città del Giglio e dimora

al 3° piano della Pensione

Benoit sul Lungarno Serristori

al n.13, riva sinistra dell’Arno, e

appena arrivato gode della panoramica

che si offre al suo sguardo,

visitando ammaliato il cuore

monumentale di Firenze. Nel

Diario si coglie anche il fascino

per l’esplorazione paesaggistica

dell’anello collinare con le località

che circondano la piana sovrastata

dalla Cupola del Brunelleschi:

la Certosa del Galluzzo,

Settignano, S. Miniato, le frazioni

di Rovezzano, Maiano e giungere

a Fiesole, alle cui pendici,

coperte di rose, si incontrano le

tenere fanciulle che ricordano

le Madonne fiorentine lavorate

nel candido marmo di artefici

quali Desiderio da Settignano,

Bernardo Rossellino, Benedetto

da Maiano, per passare alla policromia

delle terrecotte invetriate

della Bottega fiorentina dei Della

Robbia. L’ammirazione per il

Rinascimento Fiorentino conosce

in Rilke una definizione personale

che lo induce a designarla

“Stagione della Primavera” - Fra

Angelico, Benozzo Gozzoli, Fra

Bartolomeo, Sandro Botticelli -

confrontandola con l’avvento

della linea floreale della “Stagione

estiva” dello Jugendstil a

Monaco, quale versante tedesco

dell’allora emergente Movimento

Europeo dell’Art Nouveau.

Le poesie d’amore per l’amata

Lou Salomé (“Libro d’ore”)

erano state composte fin

dal 1897 e proseguono in Toscana

nella tappa a maggio 1898 “

Fuga selvaggia a Viareggio”,

dove sperimenta la freschezza

multisensoriale dei litorali e del

mare, l’intimità naturalistica

delle pinete, l’incontro con le

fanciulle che cantano nei vicoli,

per immergersi nel clima culturale

della Stazione balneare

frequentata dalla Famiglia Reale

italiana, nobili e borghesi e

dai personaggi illustri dell’epoca

come G. d’Annunzio, Eleonora

Duse, G. Puccini, L. Pirandello e

G. Chini.



Il poeta termina il diario a

Zopot sulle rive del Mar Baltico,

dove si rende conto che l’amore

non corrisposto dall’amata si trasforma

nel ritrovare in lei l’ideale

di una vocazione allo scrivere

che si consolida nell’età matura

in un dialogo serrato con presenze

Angelicate, creature irruenti

dell’invisibile nel visibile, dettate

da un verseggiare evocativo

tra materia e spirito di una religiosità

terrena nel brivido carnale

della mortalità, nel timore

dell’insondabile e dell’effimero,

per chiedere beatitudine nella

mistica cosmica della direzione

del cuore, secondo andamenti

metaforici dall’incedere simbolico:

paradigmatiche le opere di

Rilke quali “Elegie Duinesi”, “I

sonetti ad Orfeo” ed “I Quaderni

di Malte Laurids Brigge”.



 

martedì 17 febbraio 2026

L'incontro fra denaro e potere - "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", di Roberto Mosi, Pontecorboli Ed. - "Testo", stand E/32


 


Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze 2026

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.






 

 

lunedì 16 febbraio 2026

Roberto Mosi, "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", I geniali fabbri russi, principi di San Donato, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze 2026


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze 2026

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.









domenica 15 febbraio 2026

I libri dei "Demidoff", delle "Tre principesse francesi a Firenze", di "Rilke e Salomè" allo Stand E/32 Angelo Pontecorboli Edidore, TESTO


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.