La linea della tramvia
per l’aeroporto di Firenze, dopo aver superato il ponte “Margherita Hack” sopra
il Mugnone, raggiunge la fermata “Università-San Donato”. Se andiamo dalla
parte di San Donato, ci mettiamo sulle tracce, in una zona della città a forte
crescita edilizia negli ultimi decenni, di un mondo in gran parte scomparso:
villa Demidoff e il suo parco che duecento anni fa brillava di una bellezza
straordinaria, ricca di tesori e di opere d’arte, indicata come la Versailles
della Toscana o la seconda reggia dopo Palazzo Pitti. Sembra di rivivere la
storia del Castello della Bella Addormentata sepolto dai rovi per il
lungo abbandono e caduto in un sonno profondo. La protagonista di questa storia
è la famiglia Demidoff
originaria della Russia che, con un forte spirito imprenditoriale, accumulò
ingentissime ricchezze e si distinse, prima in Russia e poi in Italia, per il
suo mecenatismo e per i suoi interventi sociali. Nicola Demidoff fu il primo
della famiglia a stabilirsi a Firenze (1822), fondò una vera e propria dinastia
toscana; avviò i lavori per la costruzione della villa di San Donato. Di
particolare interesse la ricerca di circondarsi di opere d’arte, di
collezionare testimonianze del passato, di essere attivi sul mercato della
committenza nei vari luoghi ove i Demidoff soggiornarono, dagli Urali, a San
Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Roma. Oggi i Demidoff sembrano “essere
svaniti nel nulla tanto poco rimane tra noi di loro tangibile ricordo: essi
facevano parte di una società di cultura e modi internazionali o meglio, per i
tempi, europei; una società che realizzava una unità dell’Europa,
dall’Atlantico agli Urali”. È disponibile però, specie da tempi recenti, una importante
bibliografia, con opere di studiosi impegnati nello studio della famiglia
Demidoff, degli scambi fra Russia ed Italia nella Toscana e nell’Europa
dell’800. È di rilievo la pubblicazione I Demidoff a Firenze e in Toscana, Olschki
1996, curata da Lucia Tonini, che raccoglie i risultati di un convegno che vide
la partecipazione di studiosi italiani e russi e conferma come la presenza a
Firenze dei Demidoff ha indubbiamente significato un’ulteriore occasione di
apertura internazionale per la città. Riguardo all’area di San Donato, vari
passaggi del libro illustrano i caratteri straordinari della villa Demidoff: la
proprietà si estendeva per 45 ettari, l’edificio centrale era composto da un
gran corpo di fabbrica delimitato alle estremità da due ali e sul fronte
dell’edificio emergeva una grande cupola in malachite, materiale prezioso proveniente
dalla Siberia, che copriva la sala da ballo del piano nobile. Fu costruito nei
pressi della villa l’Odeon, una grande sala per concerti musicali, formata da
un vasto vano cilindrico sormontato da una cupola “eseguita senza armatura”; si
segnalavano anche una scuderia per 50 cavalli, una rimessa per 50 carrozze, due
fattorie per l’allevamento degli animali, grandi serre con le piante più
preziose, un parco con prati, corsi d’acqua, ponti, isole grotte. La Galleria
d’arte era ritenuta una delle più ricche d’Europa, con collezioni d’arte
classica e di arte europea contemporanea; nella confinante chiesa di San Donato
era posta la biblioteca con 40.00 volumi, un patrimonio culturale che in varie
vendite successive, all’asta, è andato disperso nei più diversi paesi del
mondo; 40 di questi libri sono stati acquisiti dalla biblioteca della Galleria
degli Uffizi: interessa ora ricordare il libro Delle Pie Opere ed Istituzioni Demidoff in Firenze (1848), che illustra l’impegno per le
scuole popolari di mutuo insegnamento, ispirate a moderni criteri di insegnamento
e di cura della salute degli scolari. Riteniamo, dunque, che questo capitale di
conoscenze e di memorie che si è andato formando e che richiede un attento
approfondimento nel tempo, sia – al di là del recente recupero edilizio, da
parte di privati, di alcune parti della villa di San Donato - da porre in
valore, da far conoscere, divulgare, avvalendosi anche degli ultimi strumenti
resi disponibili dalle tecniche informatiche di oggi, con un progetto organico
di recupero della documentazione riguardo ad una stagione importante sia per la storia e la
cultura dell’Europa e della città sia per
la conoscenza di una pagina importante del nostro rapporto con il popolo russo,
la sua storia e la sua cultura. Sarebbe opportuno individuare un luogo nello
stesso quartiere di San Donato, che vide lo splendore della villa dei Demidoff,
al quale fare riferimento per questo progetto: forse potrebbe essere lo stesso
edificio dell’Odeon e la grande sala dove la famiglia giunta dalle lontane
terre russe, dava vita a spettacoli memorabili, presentati da personaggi e artisti
provenienti da tutto il mondo.
poesia3002
Roberto Mosi si interessa di poesia e fotografia. Per la poesia ha pubblicato Sinfonia per San Salvi (Il Foglio 2020), Orfeo in Fonte Santa (Ladolfi 2019), Il profumo dell’iris (Gazebo 2018), Navicello Etrusco (Il Foglio 2018), Eratoterapia (Ladolfi 2017), Poesie 2009-2016 (Ladolfi 2016). L’autore ha realizzato mostre di fotografia presso caffè letterari, biblioteche, sale di esposizione. Cura i Blog: www.robertomosi.it e www.poesia3002.blogspot.it .
mercoledì 22 aprile 2026
Roberto Mosi, "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", Pontecorboli - Biblioteca Buonarroti: i saluti del Presidente del Q5, del'ass. Novoli Bene Comune - La presentazione di Sonia Salsi, i disegni di Enrico Guerrini
venerdì 17 aprile 2026
Ritornare a Firenze/Itaca, al Quartiere dell'infanzia - La Camerata dei Poeti venerdì 24- 4 presenta "Ritorni" di Roberto Mosi, Ladolfi Ed. - Il contributo del poeta Pietro Brogi - Biblioteca Mario Luzi Firenze
Il commento del poeta Pietro Brogi
Roberto Mosi, Ritorni, Editore Giuliano Ladolfi, Febbraio 2026
“Ritornare”, “Ricordare”, “Rivivere”,
tre parole che condividono il prefisso ‘ri’ di ripetizione.
Ricordare, cioè occupare di nuovo il cuore con qualcosa che ci abbia
colpito in un passato anche lontano, e questo significa anche confrontarsi con
i ricordi, rivivere te stesso, con quanto è cambiato sia in te sia nell’oggetto
del ricordo, e le sensazioni possono essere diverse, non sempre peggiori, anche
se il ritorno in luoghi dell’infanzia è più facile che susciti nostalgia per
quelle cose che non ci sono più, piuttosto che vedere le nuove cose come
migliori, in particolare per il poeta
che aveva vissuto la sua infanzia al confine della città, che poteva con
lo sguardo abbracciare la campagna e poi oltre, arrivare fino alle colline. Una
città che si affacciava a quel margine, che lo conteneva senza però
accerchiarlo, un tempo che Roberto Mosi
viveva con occhi diversi, da fanciullo che si affacciava alla vita, certo di
potervi partecipare in un contesto di una città, Firenze, ricca di storia, di
architettura, di opere d’arte, di splendide ville, che anche se destinate ad
accogliere pochi fortunati, contribuivano e contribuiscono a mantenere un alto
profilo di questa città, comunque nel ricordo di un passato attraverso quelle semplici
cose, come il vento che scompigliava le chiome degli alberi ed anche faceva
ondeggiare le spighe di grano dei campi che circondavano la sua casa nella zona
appena fuori S. Jacopino.
I versi delle poesie si stagliano
brevi, di sette, otto sillabe, pochissimi superano le dieci, spezzati a volte
da inarcature che mantengono il significato in sospeso fino al verso
successivo.
Il Vento (pag. 9) che si affaccia
prepotentemente dando il titolo alla prima poesia della raccolta, quel vento
che faceva ondeggiare le spighe che è visto anche nella sua presenza attuale,
mentre si avventa contro i vetri del palazzo di giustizia, e che funge da
elemento di continuità di un diverso presente.
Anche il Sole (pag. 15), terza
poesia, con la sua superficie rovente, i suoi raggi che infiammano i vetri
della finestra della casa, accentua la somiglianza di Monte Morello con un
vulcano che il poeta, nella sua fantasia, immagina eruttare lava di fuoco e fa
tornare alla mente le passeggiate fino alla vetta del gruppo dei ragazzi che,
con il poeta, passava la notte
all’aperto aspettando l’alba che faceva di nuovo spuntare quel sole dalle Alpi
del Giogo.
Acqua sesta poesia (pag 24) ci riporta
prepotentemente al presente con le auto, i supermercati, il lago e la collina
artificiale del parco di S Donato, un tempo palude e foresta. Un anelito di
speranza la festa degli alberi, con il suo seguito di bandiere ed aquiloni che simboleggiano
e ricercano quella pace così lontana.
Poesia (pag 27) si tracciano ricordi
di storia romana nei nomi dei luoghi : Quarto,Quinto, Sesto, di armonia nelle
ville dei Medici. Di Petraia, simboli della potenza e del potere di classi
privilegiate, contrapposte a periferie di nuovi insediamenti, di grigiore industriale,
di caos di traffico, poi il cimitero con
le spoglie del poeta, Mario Luzi, faro che illumina e guida , con la sua poesia,
la poesia di Roberto Mosi.
La silloge si conclude con la poesia
che dà il nome alla raccolta: Ritorni (pag. 42) in exergo i vv 94-100
dell’inferno di Dante con la scelta di Ulisse di prolungare il
proprio viaggio alla ricerca della comprensione del mondo, un arricchimento di
conoscenza che faceva superare anche l’amore e la nostalgia per il padre, la
moglie Penelope, il figlio. Così elenca Roberto Mosi le immagini della sua
terra, fissate nel suo cuore grazie a tutti gli elementi naturali ed
elementari, come il vento, il sole, l’acqua, i suoni ed anche la poesia del
Maestro da lui menzionato nella omonima ‘poesia’ e che lo hanno accompagnato
nel suo viaggio di ritorno ed unicamente il viaggio rimane, per dare uno
scopo, rimane nella sua voglia di
scoperta e riscoperta, non invece l’arrivo ad una realtà profondamente
cambiata, talvolta deludente, ma solo la malinconia per quanto perso potrà
indurre ad interrompere quel viaggio, potrà portare ad un naufragio in questa
sete di conoscenza.
Le Poesie sono seguite da un sommario
dei luoghi menzionati nelle stesse, fornendo un utile richiamo per
intraprendere un cammino, percorrendo ogni luogo incontrato, facendo tesoro di una conoscenza di base sia storica sia
artistica.
Pietro Brogi aprile 2026
sabato 11 aprile 2026
Renato Campinoti: straordinario commento per "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze. I geniali fabbri russi principi di San Donato" di Roberto Mosi - Angelo Pontecorboli Editore
Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Angelo Pontecorboli Editore
Un pezzo di
storia fiorentina troppo presto dimenticata
Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno a Firenze, arriverà a suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina.
Dopo la Francia è
quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei
Napoleonidi". A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte,
figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di
divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita
l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. Anzitutto fu
lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro
Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del
notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il
ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e
grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in Polverosa,
cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. La seconda ragione
dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di
organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa
omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da
Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che
Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle
parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des
Arts". Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo
stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è
rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente
compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà
l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione
di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della
propria moglie ed anche dei ritratti di lei". Del carattere violento
di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare
l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino
di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una
esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e
schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". Nonostante
la prolungata sottomissione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che
tuttavia aiutava il padre della sposa a uscire fuori dai tanti indebitamenti in
cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non poté fare altro che
fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme
all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con sé molti gioielli della
sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana
dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi
metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto
nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprende l'arte pittorica e
da Amelia Calani, la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla
rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali
risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono
oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in
"Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non
cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura
della loro bellezza e della loro impudicizia". Naturale che, con
una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e
utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar
di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di
una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo
salotto parigino. Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni
subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come
Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi,
che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti
atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione della famosa
società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e
all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla
parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. Quando
ormai aveva le valigie pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai
fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei
fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana...che
sta precipitando...nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere
granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di
Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge
massoniche". Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour,
passa ad elogiare sé stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di
carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il
frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la
creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che,
pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più
altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi,
dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". É
vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di
scavo nella memoria e nella storia fiorentina, il bravissimo ancora una volta
Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di
memorie, sia...da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,
...con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione
riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro
rapporto con la cultura del popolo russo".
Renato
Campinoti
martedì 7 aprile 2026
Mariella Bettarini parla di "Amo le parole", l'Antologia di Roberto Mosi: 7 libri di poesia - In "La Toscana nuova", novembre 2024 - La recensione di Silvia Ranzi in "Pegaso". - I dieci anni dell'Officina del Mito
Il
libro di Roberto Mosi - Amo le parole. Poesie 2017-2023, Ladolfi Ed. - antologizza
ben sette volumi e/o riviste usciti dal 2017 al 2023. Si tratta di una poesia
sempre originale, assai personalizzata, vive di un pensiero originale ed
onirico, oltre che decisamente “realistico”. Vorrei poter citare moltissimi
testi, che sono quasi sempre vividi dei molti luoghi visitati dall’autore:
anzitutto la città di Firenze e i suoi dintorni collinari. Tra i luoghi
(chiese, palazzi, monumenti, piazze e così via) citerò “Palazzo Vecchio”,
“Piazzale degli Uffizi”, “Peretola”, “Il nonno poeta”. A questo punto ci
aggiriamo insieme all’autore per tantissimi luoghi del mondo: da Nord a Sud, da
Est a Ovest. Seguendo – infine – la preziosa post-fazione dello
scrittore–editore Giuliano Ladolfi, mentre lo scrittore Carmelo Consoli elabora
una magnifica prefazione a tutto il libro.
Come
fare per dare voce (e voce d’amore) a quasi duecento poesie da Mosi stesso
antologizzate senza trascurarne troppe, e di tanti luoghi naturali, storici,
artistici? Roberto Mosi è stato dirigente per la cultura alla Regione Toscana;
si interessa di poesia, narrativa, fotografia, ricerche nel campo multimediale.
Collabora a varie riviste e, in particolare, con “Testimonianze” (è presidente
dell’associazione culturale) e con “L’area di Broca”. A questo punto mi è
doveroso (e insieme spontaneo) dare voce all’amore verso le parole; dimostrare
il suo (dell’autore e pure mio) “AMORE PER LE PAROLE”. E di parole amabili, da
amare, il presente volume che comprende vari testi di poesia, ce ne sono
davvero moltissime, iniziando dal primo dei libri qui antologizzati, Il
profumo dell’Iris (edito nel 2018) per passare a Navicello etrusco
(edito nel 2018) e Orfeo in Fonte Santa (2019), fino a Sinfonia per
San Salvi (2020), a Promethéus (2021) a Il nostro giardino
globale (2023) e, infine I nostri giorni.
Da Il profumo dell’iris cito versi tratti dalla poesia “L’Annunziata”: “Sulle strade di casa attraverso / Piazza dell’Annunziata. / Novanta passi è lunga / trenta le colonne, otto i bambini / in fasce, tondi bianchi di smalto / sessanta le api per il Granduca”. Da Navicello Etrusco, nel testo si legge: “La capanna, tronchi e rami / d’albero portati dal mare / tegole, embrici di un naufragio / sulla spiaggia della sterpaia / bagno del Nano Verde. / Il falò illumina il bambino / la mamma, Maria / giunti dalla Palestina / su un barcone di migranti. / Intorno il villaggio di sabbia / il disegno di strade e capanne / di animali in cammino / nel profumo di alghe e conchiglie / di pini e di macchie sempre verdi. / Intorno le luci affacciate / sul golfo, stelle comete, il volo / degli aerei in arrivo da oriente”. E ancora, ancora… Dal volume Eratoterapia cito i versi del testo “Il nonno poeta”: “Il nonno lavora? / “Si”. “Che lavoro fa?” / “Fa il poeta”. // Non è colpa mia / se Anna crede questo / del nonno. // È nell’età / dell’innocenza, le si può / concedere tutto. // Avrà pazienza la poesia / se la credono presente / in un centro per anziani”. Da Promethéus - Il dono del fuoco (2021): traggo da questa magnifica, più che complessa raccolta, alcuni versi: Angeli custodi: “Liberate i quadri dai musei / dalle mostre ordinate / da eruditi senza fantasia // dai racconti cuciti intorno / all’ego di registi boriosi // I quadri vivono dell’aria / delle strade, dei muri bagnati / dalla pioggia, dal lento disfarsi // Mostrano l’anima del quartiere / di quelli che l’abitano, volano / poi via come gli angeli custodi”. Da I nostri giorni, infine, La vita: “Esplode la vita nel mio / giardino dopo i giorni / della pandemia, le strade / piene di folla effervescente / ogni angolo pieno di tavolini. // Passa l’onda piena della risacca / bicchieri ambrati di vino / frastuoni di risate aggressive / cancellano i segni della passata / stagione, seppelliscono il silenzio.” La conclusione è tutt’altro che chiusura. Al contrario è vita, è ultra-sensibilità, è amore per la poesia, di cui questo lavoro di Roberto Mosi è totalmente permeato. All’autore i più sentiti complimenti e auguri dei nostri lettori e miei.
Mariella
Bettarini, nata a Firenze nel 1942, è “una delle voci più coraggiose e più
originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica”
(Giuliano Manacorda). Ha fondato nel 1973, con Silvia Battisti, la rivista Salvo
Imprevisti - L’area di Broca, dal 1984 ha curato, con Gabriella
Maleti, le Edizioni Gazebo; ha pubblicato sulla rivista Poesia la
rassegna Donne e poesia, un’antologia di cento autrici italiane,
pubblicata negli anni dal 1963 al 1999.
LA
CIVILTA’ ETRUSCA (2026)
ROBERTO MOSI
“AMO LE PAROLE”, LADOLFI EDITORE
Primo Premio LIBRI POESIA “ALBEROANDRONICO” 2024
DISEGNI DI ENRICO
GUERRINI
2016 I CONFINI DEL
MITO 2018 LABIRINTO TRA CAOS E COSMO 2019 ORFEO CHI?
2020 PROMETEO 2021
IL CONCITTADINO DANTE 2022 Il
GIARDINO GLOBALE
2023 ANTIGONE 2024 EROS 2025 ATHENA
ROBERTO MOSI
Fiorentino di nascita, dirigente per la cultura alla Regione Toscana, da un
ventennio si è affermato quale poeta, fotografo di cicli iconografici,
scrittore di narrativa e saggi
archivistici alla riscoperta di personalità che hanno segnato la fisionomia
della Città dell’IRIS nei carismi della Toscanità
Ha pubblicato due Antologie
liriche - “ POESIE 2009 -2016” e “ AMO LE PAROLE”( 2017 – 2023) Ladolfi Editore,
prefazione di Carmelo Consoli - che
restituiscono il denso e variegato percorso lirico della sua produzione
letteraria su vari temi
nell’esplorazione della Cultura del territorio, luoghi e non luoghi al crocevia tra STORIA e MITO quale perno
portante la sua poetica, il culto per l’amata Florentia nelle sue strade, vicoli,
siti panoramici e monumentali, il richiamo per la tutela dell’ecosostenibilità
ambientale, le istanze di un
Umanesimo civile e solidale da
difendere, la narrazione della follia ai tempi dei presidi psichiatrici dei manicomi di S. Salvi, la
ricerca immersiva nel Naturalismo
appagante e riesumato di verità ancestrali, itinerari introspettivi e spirituali
in cui echeggiano stratificazioni MITICHE, interfacciando L’ANIMA LOCI o
GENIUS LOCI dai suggestivi riverberi evocativi.
Amo le parole / che si
sollevano / dalle strade/ con il respiro / della poesia. Amo le parole / che rotolano per / terra /
vestite di pane e / di vino. Amo le parole / che vagano nella / mente / nel
silenzio / assordante / dell’io. Amo
le parole / che navigano sul / mare / verso l’isola di / ogni perché. Amo le parole / che volano nel / mondo / nelle
ali i colori / della pace. (LIRICA: AMO
LE PAROLE)
Le sue liriche intrecciano accenti
intimi a rimandi semantici nelle ritualità della memoria su piani
interdisciplinari: tra reale ed ideale, contingente e sovratemporale, passato e
presente, Mito ed utopia, materia e spirito.
Nella veste di poeta e fotografo ROBERTO
MOSI ha fondato l’OFFICINA DEL
MITO con l’artista ANDREA SIMONCINI ed altri esponenti rinomati del
milieu fiorentino, appartenenti alla società di Belle Arti - Circolo degli
Artisti “Casa di Dante”, approdando al decennale di eventi espositivi su temi legati al Mito i cui
cataloghi sono stati curati da VIRGINIA
BAZZECHI: artisti quali ROSA CIANCIULLI, GUIDO DEL FUNGO, ENRICO
GUERRINI, GIOVANNI MAZZI, SALVATORE MONACO, MARGHERITA OGGIANA, ANDREA ORTUNO, ZERVA PARASKEVI, ANGIOLO PERGOLINI, ROBERTO
ROMOLI e la partecipazione del musicista
UMBERTO ZANARELLI.
Il MITO - racconto simbolico ed immaginifico di esseri divini, eroi e discese nell’ OLTRE - contrapposto in età classica a LOGOS (argomentazione razionale) - è una IEROFANIA che possiede valore storico ed archetipale universale, sconfinando nella dimensione extratemporale, portando ad un ampliamento di coscienza che si connette con le frontiere delle personificazioni e simbolismi peculiari delle Arti visive.
Il concetto moderno di MITO ha un campo di applicazione
ampio nell’ambito della storia delle Religioni: naturalismo allegorico,
antropologico e sociale.
JOHANN JAKOB BACHOFEN, storico ed
antropologo svizzero, sostiene che il mito incarna la lingua primordiale della condizione
umana nelle sue valenze metastoriche (forze trascendenti, extraumane, panteismo);
autore del saggio “Il simbolismo funerario degli antichi” (1859) ha posto le
basi per la “Storia delle immagini” che
influenzerà pensatori come Aby Warburg e Walter Benjamin.
Tale concetto nel ‘900 trova
riscontro nelle opere del rumeno Mircea Eliade, storico delle religioni ed
antropologo (1907 – 1986), nel saggio: “Il mito dell’eterno ritorno” (1949).
Egli afferma: “Il SACRO è insomma un elemento della struttura della coscienza e
non è uno stadio nella storia della coscienza stessa”
ERNST CASSIRER filosofo tedesco
naturalizzato svedese, dopo GB. VICO (la moderna scienza del mito ha il suo
atto di nascita) E. SCHELLING, diviene il pensatore che in modo sistematico si
è dedicato allo studio estetico del Mito: nei suoi testi “Filosofia delle forme
simboliche” (1923 -’25) e in “Linguaggio e mito” (1925) afferma l’autonomia
semantica del simbolismo mitico quale prodotto della creatività dello spirito
umano. Si avvicendano gli studi psico-etnologici influenzati dal Positivismo e
dall’Evoluzionismo. WILHELM WUNDT, psicologo, fisiologo e filosofo tedesco, seguendo
questo indirizzo di ricerca, ritiene il MITO un prodotto dell’immaginazione che
appartiene al mondo sentimentale e rappresentativo definito “Appercezione
mitica” (“Psicologia dei popoli”1900 –‘1920). La sua enfasi è sull’analisi dei contenuti
mentali per comprendere la loro struttura e giungere alla “sintesi creativa” dove
l’unione delle parti crea un tutto nuovo.
E’MILE DURKHEIM (Epinal 1858 - Parigi1917),
sociologo, filosofo, storico delle religioni, fondatore del “Funzionalismo” di
scuola francese: il Mito una proiezione che riflette le caratteristiche della
vita sociale dell’uomo connessa con la tradizione e la continuità della cultura
nella connessione con le realtà soprannaturali primigenie. Decisivo sarà lo sviluppo della PSICOLOGIA DEL
PROFONDO che a partire dal suo pioniere SIGMUND FREUD rese
possibili nuovi orientamenti negli studi mitologici.
La funzione dei Miti - potenze cosmiche,
esseri divini, eroi - nella loro sacralità teogonica, cosmogonica,
antropogonica, secondo la teoria dell’INCONSCIO COLLETTIVO di CARL GUSTAV JUNG (1875
-1961) assume il ruolo di veicolare simboli quali proiezioni degli “Archetipi”
o idee madri della psiche arcaica, “massa ereditaria spirituale che rinasce in
ogni struttura cerebrale individuale”. La scuola fenomenologica con KAROLY KERENYI
(1897 – 1973), filologo classico e storico delle religioni ungherese, individua
per i miti classici l’origine nei mitologemi primordiali: una sorta di
materiale originario che la fantasia mitopoietica elabora secondo regole
riconducibili all’ “Evoluzione storica”.
Congratulazioni a ROBERTO MOSI per il suo itinerario composito nella dialettica tra verso lirico e immagine fotografica, per la sua vocazione esplorativa multisensoriale e analitica delle sottese radici culturali nei riverberi della natura, storia del territorio, urbanesimi, fisionomie di Umanesimi alla ricerca di verità vaticinanti nel rapporto con il Divino. Ringraziamo l’OFFICINA DEL MITO per l’apporto culturale insito nell’alleanza “fenomenologica” tra l’Arte e le valenze sublimatrici del Mito quale scrigno di verità primigenie universali, nel dialogo tra passato e presente secondo rinnovate Iconografie ad opera dei singoli artefici: speculazione ispirativa, prassi stilistica ed atti ermeneutici delle rappresentazioni paradigmatiche.
SILVIA RANZI
LIRICA DI ROBERTO MOSI dalla Silloge “Navicello etrusco” (Il
Foglio, Piombino, 2018)
LO SPECCHIO DI
TURAN – IL VULCANO
Il vulcano
/sprigiona fuoco / e fumo sulla / spiaggia, nel / cratere legni della / pineta.
/ Il gioco di questa / mattina. / Le onde lo / circondano / a tratti, lo / lasciano
libero. Si rinnova l’Arte / degli Etruschi:
/ forni fusori per / fondere pirite / dell’Elba e sulla / sabbia ai nostri /
piedi brillano al / soli pezzi / di argilla rossa, / polvere di ferro/
frammenti di altri / tempi. Un’onda
travolge / il vulcano, /il gioco di questa / mattina.
domenica 29 marzo 2026
I BARBARI alle porte della città romana di FLORENTIA - Il libro: Roberto Mosi, "BARBARI. Dalle steppe a Florentia, alla porta ad Aquilonem", Masso delle Fate Edizioni
Roberto Mosi, BARBARI. Dalle steppe a Florentia, alla porta ad Aquilonem,
Masso delle Fate Edizioni
Il
romanzo storico è dedicato all’invasione dei barbari guidati dal re ostrogoto
Radagaiso in Italia negli anni 405-406 e alla vittoria presso Fiesole che
riportò su di essi il generale romano Stilicone. L’autore, nelle vesti di un
romano, già ufficiale dell’esercito, che risiede in una villa della campagna
fiesolana, partecipa alle vicende di quegli anni, con uno sguardo attento allo
scorrere degli eventi dell’epoca.
Nel
Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, Vasari intese rappresentare le
glorie politiche e militari dei Medici, illustrando anche pagine epiche
dell'antica storia della Toscana. Fra queste mi ha sempre colpito “La vittoria
sul re barbaro Radagaiso” (406 d.C.), uno dei quadri che compongono il ciclo
pittorico vasariano. Le figure del re barbaro arrivato fino alle mura di
Firenze dalle lontane terre presso il Danubio e del generale Stilicone,
comandante dell’esercito romano, che lo sconfisse, hanno avuto una forte
risonanza nella storia di Roma, nei racconti e nelle leggende. La sanguinosa
battaglia che si combatté nella valle del Mugnone, presso Fiesole, fu l’ultima
vittoria dell’impero romano contro i barbari, prima della disfatta definitiva.
Un
giorno camminando nei pressi di Fiesole, mi sono imbattuto nel cartello che
indicava il “Sentiero di Stilicone”. È come se avessi trovato un riscontro
concreto all'opera del Vasari e ho cominciato ad approfondire quegli
avvenimenti e alcuni aspetti di quel periodo che sono rimasti come in disparte
perché l’attenzione degli storici si è rivolta, soprattutto, alla città
medievale di Dante Alighieri e all’epoca rinascimentale.
Oltre
alla raccolta di documenti e pubblicazioni sul tema, mi piace visitare i luoghi
che hanno visto quegli avvenimenti e percorrere a piedi, in compagnia della mia
canina Gilda, i sentieri che li attraversano, sul crinale delle colline oltre
Fiesole e nella valle del Mugnone, dove posero le tende i barbari arrivati a
migliaia e migliaia e dove si scontrarono con i soldati romani; una piccola
valle dove scorre in basso il fiume, mi siedo sulle sue rive, chiudo gli occhi
e sento ancora l’eco di quella furiosa battaglia, le urla dei guerrieri, il
cozzo feroce delle armi, il lamento dei feriti.
Questi interessi sono diffusi, condivisi da cittadini
e da associazioni; il segno più evidente è rappresentato dalla realizzazione
nel comune di Fiesole del percorso escursionistico “Il sentiero di Stilicone”.
L’interesse
per queste vicende dell’inizio del V secolo è coltivato da varie pubblicazioni
e dai social media, che presentano racconti e leggende, sviluppate intorno a
quegli eventi, con svariate immagini dei luoghi e dei personaggi; immagini
riprese dalla iconografia classica o contemporanee, nella forma dei fumetti.
Nella
mia opera collego episodi locali e personaggi storici e di fantasia ad un
contesto storico generale come se mi ponessi in alto, sulla cima delle colline
e osservassi lo svolgersi degli avvenimenti, gli scontri fra le fazioni civili
e religiose, in un paesaggio rimasto sostanzialmente invariato e l'irrompere in
questo mondo dei barbari arrivati dalle steppe cinte dall’oceano dei
ghiacci.
Una
posizione in alto, dunque, che è anche oggi da mantenere, per osservare, e
comprendere, eventi, situazioni, legati a popoli che lasciano le loro terre,
che emigrano e, al loro arrivo, trovano nuovi barbari.
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