lunedì 11 maggio 2026

Narciso - Caravaggio, poesia, la danza delle streghe di Shakespeare, Donald Trump, narcisismo e intelligenza artificiale

 


Narciso e le Streghe di Shakespeare (Macbeth)

 

Le Streghe

soffiano sul fuoco

cantano Narciso

bello bullo bolle.

 

Bolle la pentola bolle

il sogno d’Europa il sogno

le fiamme ballano intorno

il miscuglio sobbolle.

 

L’occhio aguzzo di un rom

il bianco sorriso di un nero

l’idea svanita di pace

le vecchie gettano dentro.

 

Ronde occhiute in giro

zero tolleranza zero

idee solidali in fumo

lo scudo spaziale nel cielo.

 

Narciso ama se stesso 

si specchia alla fonte

abbraccia se stesso

il resto sfuma nel nulla.

 

Narciso ama Dio

afferra il suo scettro, il suo

trono, sacerdoti lo osannano

capo Supremo.

 

Narciso ama il potere

alla follia, sulla scena

assegna ogni parte

il riso, il pianto.

 

Narciso ama il petrolio

alla pazzia, lo cerca

lo trova, in ogni

parte del mondo.

 

Narciso invia

messaggi, diffonde

 in rete parole d’orgoglio

di rabbia rabbiosa.

 

Bit byte bit byte             

zero uno zero uno

uno zero, le Streghe

cantano in coro.

 

Blog ergosum, sum ergoblog

Narciso google,

google Narciso

Narciso yahoo.

 

I like Meta I love Meta

Artificial AI  Artificial AI,

Ahi Ahi

Ahimé Creso Musk.

 

Messaggio d’amore

d’amore messaggio

Narciso you tube, you tube

tube you.                 

 

 

 

                               Roberto Mosi, Maggio 2026

 

Caravaggio, Narciso



Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia

L’ipertrofica attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette “intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1], dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente, un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una malfondata e pericolante falsità.

 

Nello specchio della propria autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico, della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito, secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in una correzione una tantum del reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.

 

«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione, rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3]. L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di conoscere sempre di più il mondo.

 

Nessuna macchina può sostare allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in cui consiste la conoscenza[4], in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora, anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro, e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa, l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.

 

L’approssimazione delle macchine presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette capo a una computazione autocosciente non organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una contraddizione in termini in via di principio incalcolabile). Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme di proprietà date, un cluster di osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene ricorsivamente come insieme di altri insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale, insondabilmente ambivalente.




 

Ogni relazione umana ce lo testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.

 

Proprio perché l’intelligenza si autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente, e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato, cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5], storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.

 

Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente regionale (cosmotecnico[6]), in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova, l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di macchine»[8], ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.

 

Per questo non si è mai intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che il lato dell’intellectus stanno l’uno con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua opacità.

 

Il vitalismo si corregge così per estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9], ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica, se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante, meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale, coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.

 

Il narcisismo della nostra specie può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta nettezza.

 

Note

 

 

[1] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina, Milano 2018.

[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo, a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.

[3] G. Canguilhem, La formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris 1999, p. 155.

[4] G. Prodi, Alla radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.

[5] Cfr. H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.

[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.

[7] Cfr. S. Lem, Summa technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.

[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 2025.

[9] Cfr. G. Canguilhem, La conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.

 


 


sabato 25 aprile 2026

Alla Camerata dei Poeti: "RITORNI" di Roberto Mosi, Ladolfi Ed.- L' incontro fra le Arti per celebrare la memoria di un Quartiere alla periferia di Firenze: Poesia, Fotografia, Racconto, Musica, Lettura, Pittura - "La Sororità" di Silvia Ranzi alla Biblioteca Mario Luzi

 

Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed.


LA CAMERATA DEI POETI – 6° TORNATA Del 96° ANNO ACCADEMICO

VENERDI’ 24 APRILE 2026 ore 17,00

BIBLIOTECA MARIO LUZI in via Ugo Schiff 8 – Firenze




Il Presidente CARMELO CONSOLI presenta il TESTO 

“RITORNI”

Collana Perle poesia, G. Ladolfi Editore, 2026

DI ROBERTO MOSI

“ITACA, il ritorno di ognuno di noi alla propria Itaca”

Letture di VALERIA CIRILLO

Intervento del poeta PIETRO BROGI


SORORITA’ FRA LE ARTI a cura del critico d’arte e letterario SILVIA RANZI

FRANCESCO RAINERO - Chitarra acustica e voce

Brani musicali: “Ha perso la città” Niccolò Fabi – “Ci vediamo a casa” Dolcenera –

“La casa del sole” I Bisonti

Artista FOTOGRAFO: ROBERTO MOSI

In esposizione OPERE FOTOGRAFICHE scattate nell’area urbanistica di Castello, Rifredi, Novoli a corredo del libro stesso:

Villa Reale di Castello, giardino con le piante di limone - Ex stabilimento FIAT, centrale termica dopo il recente restauro - La Villa Demidoff di San Donato - Chiesa di San Donato in Polverosa: interno.






Connessioni liriche con l’Officina del mito: Rassegna di Arti visive sul tema Lo spirito degli Etruschi - Energia per l’oggi. 2026

Immagini fotografiche ispirate alla Dea etrusca dell’Amore, Turan, oggi.

Apparizioni di Tagete, il fanciullo veggente.




L’autore nella testimonianza che segue sintetizza la struttura compositiva del testo poetico realizzato, arricchito da ricerche documentate, storiche e devozionali, naturalistiche e geologiche, architettoniche e industriali nella dialettica tra passato e presente del quartiere in cui ha abitato nella sua infanzia.

Si vota al culto della memoria che intende riappropriarsi del rione ed aree limitrofe in cui ha vissuto nella giovinezza, per dilatare al fruitore l’esplorazione della cultura del territorio, nelle radici dell’anima dei luoghi, restituendo la fisionomia identitaria di un Urbanesimo in divenire nei secoli ed inoltrarsi nelle trasformazioni ineludibili dell’oggi.

Quale moderno Ulisse nella sua prefazione annuncia: Il Viaggio per Itaca



“Nel mio lavoro di scavo, da archeologo, nella storia della zona delle origini, Novoli e Rifredi, tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva: il lavoro, la religione, le acque.

Riguardo al tema del LAVORO, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme di tralicci che ne rievocano la forma. Ricordo bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le cui voci si alzavano con tonalità diverse dallo stabilimento Fiat, dalla Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi intraprese la lavorazione della lana. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel parco della villa piantò quaranta mila alberi di gelso e avviò un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa era il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali, in Crimea: da qui partivano collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del telegrafo.

In merito al secondo elemento, LA RELIGIONE, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo; di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico: Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino, che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del Papa. A metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose celebri aste.

Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, LE ACQUE, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre culture agricole. Ricordo, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.” R. MOSI

Dalla Raccolta lirica: “RITORNI”

Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi / campanili, fabbriche, ciminiere / per sfondo Monte Morello. (Lirica I: VENTO)

Il recupero delle reminiscenze giovanili affiora nell’esercizio del peregrinare, viaggio identitario che si fonde con lo spirito altalenante retrospettivo per far emergere la pluralità delle stratificazioni storiche: il verseggiare accoglie l’andamento psicologico ricco di suggestioni emozionali e cognitive che si flettono a ricercare la ricchezza patrimoniale dei siti civili, architettonici e monumentali di ville ed edifici sacri della tradizione comunitaria.

La copertina omaggia la specie botanica, carismatica del territorio, “La Citrus Bizzarria”, in cui si fondono l’arancio amaro ed il limone cedrato, che celebra la passione della famiglia Medici per la coltivazione degli agrumi: scoperta che risale al 1674 da parte di Pietro Nati, direttore dell’Orto Botanico di Pisa, nella “Villa torre degli Agli “dei Marchesi Panciatichi per poi far parte delle collezioni Medicee della villa di Castello. La scelta dell’autore per questa immagine onora la fiorentinità botanica, ma al contempo pare quasi assurgere a metafora della mélange di accenti mnemonici nel trasalimento delle suggestioni affioranti.

“Sono d’oro le Ville / dei Medici, villa Petraia / la perla sfolgorante / a primavera di colori / d’azalee e di limoni” (Lirica VII: POESIA)

“Villa di Careggi, la terza perla / culla dell’umanesimo / Marsilio riscopre la sapienza / antica di Platone, parla / ancora il greco antico”. (Lirica VIII: PAROLE)

Il ricorso ad alcuni versi citati di “ITACA” (1911), poesia rinomata del greco K. P. Kavafis, attesta l’importanza della dimensione spirituale del VIAGGIO quale RITORNO - navigazione dell’esistenza, prima ancora della destinazione - che accoglie i connotati immateriali della saggezza: conferire senso alle vicende individuali e collettive di zone periferiche in cui poter discernere i flussi della storia come l’eroe greco, Ulisse. di omerica memoria, assetato di conoscenza e di sapere.

“Nell’ultimo lembo rimasto / della fabbrica s’innalza / l’alta mole della ciminiera / al crocevia gonfio di strade/ fra il quartiere, la città, il mondo.” (Lirica V: OMBRE)

Malinconia ed inquietudine si insinuano, ma confortate dal valore etico – semantico dell’esercizio veggente della poesia, richiamando alla coscienza le spoglie, sepolte nel cimitero della Prioria di San Michele a Castello, dell’illustre Mario Luzi e rievocando i canti orfici del “poeta vagabondo” Dino Campana “sui monti di boschi e di pietra”.

Nella lirica ad epilogo “RITORNI” la sublimazione dei versi si fa canto per le dinamiche narrate, la pluralità delle sensazioni suscitate, nella consapevolezza dell’avvento delle trasformazioni industriali e sociali, per augurarsi nuove rotte da perseguire nella rinascita dei tempi.

“Navigherò a vista fra i cieli / di tempesta, fra dense nubi / squarciate dai fulmini / del temporale, per guida / la voglia di scoprire.” (Lirica XII: “RITORNI”)

ROBERTO MOSI, POETA E FOTOGRAFO dalle innumerevoli pubblicazioni, in ultima analisi ci offre alcune foto, le cui iconografie sono state esposte presso la Società di Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” (Collettiva 7 - 19 marzo 2026): celebrano il tema del decennale dell’Officina del Mito di cui è pioniere “LO SPIRITO DEGLI ETRUSCHI, ENERGIA PER L’OGGI”.

Agricoltori, pastori e abili navigatori, commercianti vivevano di artigianato, abilità manifatturiere nella lavorazione dei metalli nel centro di Populonia.

Cultore di narrativa e poesia, il suo estro di scrittore e poeta si vota ai miti della Toscanità, e facendo leva sulla silloge “IL NAVICELLO ETRUSCO” (Edizioni Il Foglio, 2018) ci propone in esposizione, ad epilogo di questo evento letterario, immagini fotografiche a polittico del Mito di Tagete: fanciullo che emerge dal solco della terra rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse dall’Etruria per trarre auspici dai fenomeni naturali e dall’ esame delle viscere degli animali.

Segue l’onore tributato a TURAN, la dea dell’AMORE e della BELLEZZA, FERTILITA’ E VITALITA’( donna dalle nudità riccamente ornata, con attributi di colombe, cigni e melograni ) - nel parallelismo con la greca Afrodite e la romana Venere - venerata quale protettrice della famiglia, dei Vulci e dei naviganti, frequentemente raffigurata su specchi di bronzo, a cui il poeta collega il richiamo ai giochi di infanzia delle nipoti sulla sabbia dorata ed il mare cristallino a S. Vincenzo nel cuore della Costa degli Etruschi in provincia di Livorno a nord del Golfo di Baratti.

La sedimentazione dei ricordi si tramuta in una sorta di sisma riesumato, dominato dalle relazioni familiari in cui le sinapsi cerebrali coltivano ed alimentano la terapia della rimembranza per sostenere il valore identitario e comunitario dell’esistere, nell’incedere irriducibile del tempo che interroga l’animo sulla priorità della cultura degli affetti nelle contingenze vissute, per un richiamo etico e costruttivo verso rinascite auspicate.

SILVIA RANZI






I.               Vento

 

 

Ritorno alla finestra aperta

sui primi anni della mia vita

i papaveri dei campi, le pievi

campanili, fabbriche, ciminiere

per sfondo Monte Morello.

 

Il vento supera agile il Monte

investe sibilando il mio

mondo, scompiglia le chiome

degli alberi, le braccia

dei filari allineati nei campi.

 

Le ombre della sera disegnano

figure al galoppo fra le spighe

agitate del grano, onde

s’infrangono contro la casa

isola al limitare dei campi.

 

Un tappeto di lucciole rosse

invade il mio breve orizzonte

fra lo stridio incessante

dei grilli che si alza fino

alle pallide luci del cielo.

 

Un carro torna dal mercato

la luce del fanale avanza

per la strada di campagna.

Mi addormento al canto 

lontano del carrettiere.

 

 Vento dalle molte voci

che scendi dal Monte, fammi

volare sulle tue ali per le strade

dell’eterno ritorno, alla vecchia

casa assediata dalle tue braccia.

 

La tua voce invade ancora

la mia testa, mi sorprende

agli angoli del quartiere

si confonde con il fracasso

del traffico, il vocio dei motori.

 

La tua voce, cadenzata dalle

stagioni, è rimaste la stessa

nel tempo?  Strisciavi una volta

sulle acque della palude

ai margini della boscaglia.

 

Ti slanci ora contro i vetri

del Palazzo di Giustizia, dei

supermercati, dell’Università.

Umile sterratore, scavo

scopro gli strati del tempo.

 

Appaiono segni della vita

passata sotto le presenze

di oggi, grumi intricati

di memoria, cerco il senso

del mio, del nostro esistere.

 

(Canto I, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)




Sole



Il sole nasce dal Monte

all’alba, i raggi si gettano

nella valle, sfiorano i tetti

infiammano i vetri della

finestra, il sorriso dei sogni.


Il sole nasce ad oriente

le speranze nel quartiere

arrivavano da oriente

si attendeva da oriente

il sole dell’avvenire.


L’appuntamento la sera

nel cortile della vecchia

casa, zaini e coperte

per salire alla luce della luna

sulla cima del Monte.


Si saliva cantando canzoni

di lotta e d’amore, in testa

i più anziani, poi i ragazzi

scatenati, per ultime

le coppie degli innamorati.


Si stendevano le coperte

alla Croce sul Monte

ci si abbracciava stretti

per difenderci dal freddo.

Il sonno, poi, l’aveva vinta.


“Il sole, il sole”, un urlo

svegliava l’accampamento

la sfera infuocata si affacciava

dalle Alpi del Giogo, una luce

radente, divina, irreale.


(Canto III, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)


venerdì 24 aprile 2026

Mostra fotografica "Geometrie", Gruppo Camera Chiara, Biblioteca Palagio di Parte Guelfa - Firenze, aperta fino al 21 maggio 2026

La Mostra : Sala dei Consoli, BibliotecaPalagio di Parte Guelfa, Firenze






Roberto Mosi: geometrie riflesse nell'acqua



Roberto Mosi: Borgo di Cambiglia Marittima, geometrie del labirinto