poesia3002
Roberto Mosi si interessa di poesia e fotografia. Per la poesia ha pubblicato Sinfonia per San Salvi (Il Foglio 2020), Orfeo in Fonte Santa (Ladolfi 2019), Il profumo dell’iris (Gazebo 2018), Navicello Etrusco (Il Foglio 2018), Eratoterapia (Ladolfi 2017), Poesie 2009-2016 (Ladolfi 2016). L’autore ha realizzato mostre di fotografia presso caffè letterari, biblioteche, sale di esposizione. Cura i Blog: www.robertomosi.it e www.poesia3002.blogspot.it .
lunedì 26 gennaio 2026
domenica 25 gennaio 2026
“Inseguire lo sguardo dei poeti. Firenze e le colline”, al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”. Roberto Mosi e Nicoletta Manetti
È stato presentato il 21 gennaio scorso
un insieme di percorsi poetici per la città di Firenze e i suoi dintorni,
progettati e organizzati da Roberto Mosi in varie occasioni, con associazioni,
scuole, gruppi di amici. I percorsi sono stati illustrati dall’autore e da
Nicoletta Manetti, con la lettura dei testi poetici più suggestivi, legati ai
luoghi maggiormente evocativi di emozioni vissute dai poeti, di storie
particolari. Dopo il saluto del presidente Franco Margari e l’introduzione di
Giuseppe Baldassarre, Mosi si è soffermato sul carattere particolare dello
“sguardo del poeta” che viene – secondo quanto affermato il filosofo Sergio
Givone – “da un’ispirazione profonda che ci spossessa della nostra quotidianità
e della nostra realtà e ci costringe a guardare il mondo altrimenti, ce lo
restituisce come non l’abbiamo mai visto e in modo da scoprire ciò che si
nasconde nel cuore del mondo”.
Riguardo ai percorsi organizzati, alcuni
fanno riferimento a itinerari “ufficiali” riportati nelle cartine delle guide:
il più noto è l’Anello del Rinascimento, un sentiero che percorre l’intero
cerchio delle colline e si snoda per ben 170 chilometri, un territorio ricco di
storia, di bellezze naturali, culturali e paesaggistiche, un cammino che
permette di scorgere da ogni punto del percorso, la Cupola del Brunelleschi,
punto chiave del paesaggio fiorentino; consente, d’altra parte di incontrare
luoghi ricchi di “evocazioni poetiche”. Altri percorsi sono stati costruiti partendo
dalle opere, dalla vita di poeti, come Mario Luzi, Dino Campana, Dante
Alighieri, Shelley, Rilke, ecc.
Mosi ha fatto inoltre riferimento alla
lezione che ha offerto Mariangela Gualtieri con il libro “L’incanto fonico. L’arte
di dire la poesia”, al rilievo dell’esperienza della poesia recitata ad alta
voce: “la poesia chiede libertà dai vincoli semantici, chiede di farsi viva
voce, vuole essere suonata, o cantata, proprio come ogni spartito musicale”.
Nicoletta Manetti e Roberto Mosi hanno
dato lettura ad una serie di poesie legate ai “Percorsi poetici”, illustrati da
apposite mappe, fra i quali:
I
- L’Anello del Rinascimento: per Monte Senario, di Mario Luzi “Vanno ai
monti i monti”; per l’argine del Bisenzio, presso Campi, “Magma” di Mario Luzi;
per il bosco di Fonte Santa “Incredibile la morte” dal libro “Orfeo in Fonte
Santa dell’autore.
II
– L’ Anello dei poeti, il Centro: “Fiore nostro fiorisci ancora” e “Fiore
della fede” di Luzi, poesie dedicate alla Cupola; “La passeggiata” di Aldo
Palazzeschi; “Ode al vento Occidentale” di Shelley (Parco delle Cascine, Fonte
del Narciso);
III
– L’Anello dei poeti, l’Oltrarno: “Il teatro degli Artigianelli”, di
Saba (via del Serraglio);
IV
– Percorso del Dantedì “sperimentato dal Circolo degli Artisti in
occasione dei 700 anni dalla morte di Dante, illustrato nel libro dell’autore “Ogni
sera Dante ritorna a casa”.
V
- Per Campana brani di varie
poesie relative ai percorsi dal Giogo a Casetta di Tiaria e da Marradi a La
Verna.
VI
- Per il Sentiero Luzi, il testo in prosa “le Origini e la poesia “Passa
sotto la nostra casa qualche volta”, brani riferiti al paese di Castello.
VII
- Per il Sentiero Rilke le poesie sul soggiorno fiorentino del 1898, del
poeta tedesco e le poesie dello stesso periodo su “Le fanciulle” di Viareggio.
lunedì 15 dicembre 2025
"Il cortocircuito urbano" nella Città che Cambia- Testimonianze al Circolo Vie Nuove - Il caso Novoli e i Demidoff
Registrazione video Incontro 15 dicembre 2025 Circolo Vie Nuove
La
città che cambia fra memoria e futuro. Il caso Novoli
Roberto Mosi
La
linea della tramvia per l’aeroporto di Firenze, da via Gordigiani, dopo aver
sfiorato il liceo scientifico Leonardo da Vinci, s’impenna sul lungo ponte
intitolato a Margherita Hack, alla confluenza del Mugnone e del Terzolle, e
scende su via di Novoli per raggiungere la fermata San Donato-Università. Per
coloro che sono nati nella zona come me e hanno una certa età, l’impatto con il
paesaggio urbano di oggi è veramente sconvolgente. Da una parte, nella
direzione dell’Arno, gli imponenti agglomerati degli edifici costruiti negli
anni Settanta, lasciano un breve respiro all’antica chiesa di San Donato in
Polverosa, al suo campanile medievale e ad un tratto della villa Demidoff,
sottoposta di recente ad una drastica opera di restauro. Dalla parte opposta
della via di Novoli, verso Monte Morello, i segni più forti dei recenti cambiamenti
avvenuti nella città, con la realizzazione del centro commerciale di San Donato,
aperto su un’ampia piazza da dove inizia il percorso verso il polo delle
Scienze Sociali dell’Università di Firenze; con il restauro dell’imponente ex
Centrale Termica dello stabilimento Fiat, trasformata in urban centre. Poco
oltre si apre il parco di San Donato, realizzato in questi ultimi anni, un’area
verde che, per dimensioni, è la terza nella città; all’estremità del parco, sul
viale Guidoni, si alza l’enorme massa di cristalli e cemento del Palazzo di
Giustizia.
Nella
definizione di questo nuovo contesto urbano, accennato a grandi linee, si può
individuare, per un verso, la ricerca della salvaguardia della memoria del luogo,
per l’altro, lo sviluppo in questa zona di nuove funzioni importanti per il
quartiere e per la città. Sono aspetti diversi fra loro ma crediamo che richiedano
una precisa attenzione, passaggi importanti per dare consapevolezza e speranza
ad un’intera comunità. Tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva
della zona: il lavoro, la religione, le acque.
Riguardo
al primo elemento, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento
industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo
scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura
portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una
ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme
di tralicci che ne rievocano la forma. È un’occasione unica per i
cittadini visitare questo luogo, scoprirne la storia e comprendere
gli interventi che stanno trasformando il sito in un polo culturale. Le visite
consentono di accedere al cuore della centrale, ovvero agli spazi dove sul
finire degli anni Trenta del Novecento, furono costruite due
imponenti caldaie, in grado di fornire l’approvvigionamento elettrico utile
all’adiacente stabilimento Fiat. Il complesso, più volte modificato, è rimasto in
funzione fino agli anni Novanta. Dal piano alto dell’edificio si ha uno sguardo
d’insieme sul quartiere di Novoli, sulla sua struttura urbana, sull’articolazione
delle residenze e delle fabbriche.
Ricordo
bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le
cui voci si alzavano, con tonalità diverse, dallo stabilimento Fiat, dalla
Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova
Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia
agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli
Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi, presenti fin dalla
centuriazione romana, intraprese la lavorazione della lana, che poi trasferì in
Borgo Ognissanti. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel
parco della villa, pianta quaranta mila alberi di gelso e avvia, per alcuni
anni, un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa è
il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario
di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali,
in Crimea: da qui partono collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del
telegrafo.
In
merito al secondo elemento preso in considerazione, un particolare significato
riveste la chiesa di San Donato in Polverosa, dagli anni Sessanta del secolo
passato sede della parrocchia della zona, aperta a tutte le ore del giorno, un
rifugio prezioso di raccoglimento, sfiorato oggi dal traffico convulso verso le
autostrade. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche,
risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni
affreschi staccati del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l'Annunciazione,
il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la
Madonna della Cintola, mentre l'Adorazione dei Magi e la Nascita
del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni; di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico Pazzino
de' Pazzi, crociato fiorentino, che rende
omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84
cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state
benedette dall’inviato del papa. Dalle terre d’oriente, conquistate allora dai
crociati, arrivano oggi molti migranti, che vivono una pacifica integrazione
con le persone del quartiere.
Il
grande portone della chiesa si apre, dopo gli ultimi lavori alla villa, su una
piazzetta, ben visibile dalla fermata della tramvia, arredata con pannelli
multicolori che danno conto della storia antica, preziosa del luogo; a metà
dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la
biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici,
nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte
antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo,
Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è
andata dispersa in numerose, celebri aste.
Riguardo
al terzo elemento della memoria collettiva, le acque, merita soffermarsi sul
toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per
lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal
fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi;
un paesaggio ben diverso da quello dell’epoca romana, in cui, partendo dalla
via di Novoli, che seguiva l’allineamento del decumano maggiore (est-ovest), si
era dato vita, nella pianura fiorentina, alla centuriazione, ad un’agricoltura
prospera, per un lungo periodo. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva
una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio
era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero
devastavano le magre cultura agricole, l’Arno, ancora privo di argini, si
diramava, circondando le Cascine e scorrendo sull’attuale tracciato di via
Baracca, formava continuamente acquitrini ed isolotti. Un mondo ricco di acque,
libere, regimentate via via, con grande fatica dall’opera dell’uomo. Ricordo,
da parte mia, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso
d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora
l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via
di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal
pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il
vicinato nelle estati caldissime.
Nella
progettazione del parco di San Donato si è dato un giusto peso alla memoria
delle acque, che abbiamo visto protagoniste della storia di questa zona. Il
parco è stato realizzato da pochi anni (inaugurazione nel 2008) a seguito della
valorizzazione di parte dell'area dell'ex stabilimento Fiat (la restante parte
è servita per la costruzione dell'enorme complesso del Palazzo di Giustizia, la
cui mole domina buona parte dell'orizzonte del parco). Se si escludono le
Cascine, il parco di San Donato, pur trovandosi in un quartiere periferico,
risulta tra le aree verdi pubbliche più grandi di Firenze. Sono stati inseriti
degli elementi di abbellimento o funzionali: una cascata, un laghetto di forma
ellittica attraversato da un lungo ponte, ruscelli, una collinetta artificiale
con cipressi a cui si accede costeggiando una siepe che sale a tortiglione,
arriva ad un belvedere aperto su uno spazio occupato da una sorta di tettoia
con sottostanti panchine, un'area giochi per i piccoli, un'area cani, alcune
fontanine. Nel parco, polmone verde di oltre dieci ettari, si è curata negli
ultimi anni la piantagione di un nuovo bosco urbano, con oltre 250 alberi. È
importante rilevare che questo tipo interventi fanno oggi riferimento al “Piano
del verde e degli spazi aperti”, approvato dal Comune all’inizio del 2025:
Firenze è fra le prime città in Italia a dotarsi di questo strumento, con il
quale si perseguono le strategie necessarie per adattarsi ai cambiamenti
climatici e mitigarne gli effetti, ispirandosi al principio 3-30-300: 3 alberi
visibili da ogni finestra, il 30% di copertura verde e 300 metri al massimo tra
casa e lo spazio verde più vicino. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere
Firenze sostenibile, resiliente e vivibile per le generazioni presenti e future
anche di fronte al cambiamento del clima di cui già si stanno vedendo gli
effetti. Il Piano analizza e fotografa la situazione attuale della città,
dalle caratteristiche ambientali e climatiche, alla temperatura media fino alle
piogge e alla loro evoluzione nel tempo, passando dalla disponibilità di aree
per mettere a dimora alberi in giardini, strade, piazze o parcheggi. Il Piano,
che è stato chiamato Iris in onore del fiore simbolo della città di
Firenze, si occupa di tutti gli spazi aperti e non solo del verde urbano
(pubblico o privato) promuovendo una trasformazione green delle aree
pubbliche.
Sono
stati analizzati i cambiamenti del clima nel corso del tempo con alcuni indici
usati comunemente in climatologia, dai quali emergono evidenti tendenze al
riscaldamento del clima nell’area fiorentina. È stata registrata, ad
esempio, una temperatura media annuale del ventennio
2001-2020 più alta di 1,4 gradi rispetto a quella registrata fra il
1878–1918. Anche il freddo è cambiato: i giorni di gelo sono scesi da 270
medi in 10 anni fino agli anni ’40 ai circa 100 medi del
decennio 2011 – 2020. Sono aumentati i giorni di caldo (temperatura
superiore ai 34 gradi) passati dai 50 medi in dieci anni registrati fino agli
anni ‘20 agli oltre 200 medi in dieci anni degli anni 2000 fino a superare i
400 giorni caldi medi nel decennio 2011-2020. Sulla base dei dati storici
raccolti nel Piano si nota anche l’aumento dei fenomeni temporaleschi ma con
una minore disponibilità idrica (perché le piogge sono più forti e concentrate
in pochi giorni). Sulla base dei dati raccolti che mettono in risalto
l’evidente riscaldamento della città, l’aumento dei fenomeni temporaleschi
estremi e la minore disponibilità idrica, sono state evidenziate le aree con le
maggiori criticità e la loro densità abitativa, informazioni importanti per
poter definire le priorità di intervento.
Il
territorio fiorentino, con le sue tipologie di spazi aperti, ha un patrimonio
verde di 922,3 ettari di cui 189 sottoposti a vincolo storico e con ben 875
ettari di competenza dell’amministrazione comunale, con meno verde a
disposizione degli abitanti nel Quartiere 1 e nel Quartiere 5, dove sorge,
appunto, il parco di San Donato.
Il
Piano evidenzia la necessità generale di recuperare ogni spazio disponibile per
realizzare “infrastrutture verdi” e arricchire il tessuto urbano di elementi
naturali, recuperando vivibilità. In primo luogo, prevede nuovi alberi con
funzione di ombreggiamento specialmente lungo strade e parcheggi (oltre
arbusti, cespugli e prati), nuovi spazi verdi anche di dimensioni ridotte,
soluzioni basate sulla natura (depavimentazioni, rain garden e trincee
drenanti, pareti e tetti verdi). Piccoli e grandi interventi per portare
in 5 anni 50.000 nuovi alberi e arbusti, 20 nuovi spazi verdi vicino casa, 50
nuove aree gioco, 10 piazze verdi, 10.000 mq di superfici rese permeabili.
Sono
queste tappe importanti nel processo di cambiamento della città, generale e
nelle singole parti, dal centro alle periferie, che fanno sperare in un futuro
accettabile per l’uomo.
domenica 14 dicembre 2025
STRA - ORDINARIO incontro con messer GIOVANNI BOCCACCIO dell' Officina del Mito al Circolo degli Artisti "Casa di Dante" - 13 dicembre 2025 - I dieci anni dell' Officina
Boccaccio650"
Registrazione video
Programma dell'Incontro
- Giuseppe Baldassarre
– Introduzione alla bellezza e alla originalità del Decamerone- Virginia Bazzechi G. C. – Dieci le Mostre dell'Officina
del Mito, dieci le Giornate del Decamerone, dedicato alle Donne
"vaghe" d'amore"- Enrico Guerrini – Dipingere il fascino del Decamerone - Nicoletta Manetti – Poggio Gherardo e Ponte a Mensola. I
luoghi del Decamerone e del Ninfale Fiesolano- Roberto Mosi – La “cornice” del Decamerone, il contagio della
peste, ieri, del Covid, oggi: scrivere, dipingere per non morire- Silvia Ranzi – A come Amore: Cimon amando divien savio
(I, V giornata)- Andrea Simoncini – A come Arguzia: La Badessa e le brache
del prete (2, IX giornata) - Umberto Zanarelli – Giovanni Boccaccio e la musica del
suo tempo: uno sguardo al Decamerone- Franco Margari – Messer Forese da Rabatta e maestro
Giotto, pittore (5, VI giornata)
I dieci anni dell'Officina del Mito
Intervento
di Roberto Mosi
Intervento di Roberto Mosi
Il
Decameron è una raccolta di cento novelle scritta
da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 (anno
successivo all'epidemia di peste nera in Europa) e il 1351. È considerata una
delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, durante il
quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori (si pensi a I
racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, opera con una struttura e una
cornice narrativa del tutto simili), oltre che la capostipite della letteratura
in prosa in volgare italiano. Boccaccio nel Decameron raffigura l'intera
società del tempo, integrando l'ideale di vita aristocratico, basato sull'amor
cortese, la magnanimità e la liberalità coi valori della mercatura:
l'intelligenza, l'intraprendenza, l'astuzia.
Il
libro narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori
da Firenze, spostandosi in una villa sulle colline del fiorentino, per sfuggire
alla peste nera che imperversa nella città, e che a turno si raccontano delle
novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all'erotismo
bucolico del tempo. Per quest'ultimo aspetto il libro fu tacciato d'immoralità
o di scandalo e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente
considerato nella storia della letteratura. Il Decameron fu anche ripreso in
versione cinematografica da diversi registi, tra cui Pier Paolo Pasolini e i
fratelli Taviani.
La
peste nera fu una pandemia generatasi in Asia centrale settentrionale durante
gli anni trenta del XIV secolo e diffusasi in Europa.
La
peste nera si diffuse in fasi successive dall'altopiano della Mongolia, prima
attraverso la Cina e la Siria e poi anche alla Turchia asiatica ed europea, per
poi raggiungere la Grecia, l'Egitto e la penisola balcanica. Nel 1347 arrivò in
Sicilia, a Messina, e da lì a Genova. Nel 1348 aveva infettato la Svizzera e
tutta la penisola italiana, risparmiando parzialmente il territorio di Milano;
dalla Svizzera si allargò quindi alla Francia e alla Spagna. Nel 1349 raggiunse
l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda. Infine nel 1353, dopo aver infettato
tutta l'Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a quasi scomparire,
restando però occasionalmente endemici. Secondo studi moderni, la peste nera
uccise almeno un terzo della popolazione del continente, provocando
verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.
Oltre
alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto
nella società del tempo. La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò
talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a
persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l'epidemia alla volontà di Dio e
di conseguenza nacquero o si affermarono diversi movimenti religiosi. Anche la
cultura fu notevolmente influenzata: Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori
nel suo Decameron dieci giovani fiorentini fuggiti dalla loro città appestata;
in pittura, il soggetto della "danza macabra" fu un tema ricorrente
delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.
Il
proemio
Il
proemio al libro delinea i motivi della stesura dell'opera. Boccaccio afferma
che il libro è dedicato a coloro che sono afflitti da pene d'amore, allo scopo
di dilettarli con piacevoli racconti e dare loro utili consigli. L'autore
specifica poi che l'opera è rivolta in particolare a un pubblico di donne, e
più precisamente a quelle che amano. Il destinatario dell'opera è la borghesia
cittadina, che si contrappone all'istituto della corte, sviluppatosi
soprattutto in Francia. Dunque la novella, essendo caratterizzata da uno stile
semplice, breve e immediato, tende a interfacciarsi col nuovo ceto sociale, la
borghesia laica, benestante e acculturata di cui Boccaccio è espressione.
Sempre
nel proemio, Boccaccio racconta di rivolgersi alle donne per rimediare al
peccato della Fortuna: le donne possono trovare poche distrazioni dalle pene
d'amore rispetto agli uomini. Alle donne, infatti, a causa delle usanze del
tempo, erano preclusi certi svaghi che agli uomini erano concessi, come la
caccia, il gioco o il commerciare, tutte attività che possono occupare
l'esistenza dell'uomo. Quindi nelle novelle le donne potranno trovare diletto e
utili soluzioni che allevieranno le loro sofferenze.
Sin
dal proemio, il tema dell'amore mostra la propria importanza: in effetti gran
parte delle novelle tocca questa tematica, che assume anche forme licenziose e
che susciterà reazioni negative da parte di un pubblico retrivo; per questo
motivo Boccaccio, nell'introduzione alla IV giornata e nella conclusione
all'opera, rivendicherà il suo diritto a una letteratura libera e ispirata a
una concezione naturalistica dell'Eros (significativo in questo senso il
cosiddetto "apologo delle papere", inizio della IV giornata).
La
cornice
L'uso
della cornice narrativa in cui inserire le novelle è di origine indiana. Tale
struttura passò poi nella letteratura araba e in Occidente. La cornice è
costituita da tutto ciò che non fa parte dello sviluppo delle novelle: si
tratta della Firenze contaminata dalla peste, dove un gruppo di sette ragazze e
tre ragazzi di elevata condizione sociale decide di ritirarsi in campagna per
trovare scampo dal contagio. È per questo che Boccaccio all'inizio dell'opera
fa una lunga e dettagliata descrizione della malattia che colpì Firenze nel
1348 (ispirata quasi interamente a conoscenze personali ma anche all'Historia
Langobardorum di Paolo Diacono); oltre a decimare la popolazione, l'epidemia
distrusse tutte quelle norme sociali e quegli usi e quei costumi che gli erano
cari.
Al
contrario, i giovani creano una sorta di realtà parallela quasi perfetta per
dimostrare come l'uomo, grazie all'aiuto delle proprie forze e della propria
intelligenza, sia in grado di dare un ordine alle cose, che poi sarà uno dei
temi fondamentali dell'Umanesimo. In contrapposizione al mondo uniforme di
questi giovani si pongono poi le novelle, che hanno vita autonoma: la realtà
descritta è soprattutto quella mercantile e borghese; viene rappresentata
l'eterogeneità del mondo e la nostalgia verso quei valori cortesi che via via
stanno per essere distrutti per sempre; i protagonisti sono moltissimi, ma
hanno tutti in comune la determinazione di volersi realizzare per mezzo delle
proprie forze. Tutto ciò fa del Decameron un'opera unica, poiché non si
tratta di una semplice raccolta di novelle: queste ultime sono tutte collegate
fra di loro attraverso la cornice narrativa, formando una sorta di romanzo.
Cornice
narrativa
È
un espediente adottato soprattutto nella novellistica: diverse novelle possono
essere raccontate dai narratori descritti nello stesso testo ed essere quindi
legate da un contesto comune. Il primo esempio si trova nella letteratura
indiana nella raccolta Pañcatantra, scritta in sanscrito. Altri esempi
esistono nella successiva letteratura indiana, come nella raccolta
Kathasaritsagara del secolo XI.
Si
ricordano le seguenti opere inserite in una cornice narrativa:
Le
mille e una notte sono il più noto esempio di questo
artificio letterario. Infatti l'opera caratterizzata da vari racconti è
incorniciata dalla saggia Sharāzād che, condannata a morte, intrattiene il
sultano per una notte intera con svariati racconti nel tentativo di rimandare
l'esecuzione ed essere salvata. L'intrattenersi tra Sharāzād ed il sultano
costituiscono la cornice, il resto dei testi sono le novelle;
Libro
de' sette savi, raccolta medievale di novelle di origine
orientale;
Il
Decameron di Giovanni Boccaccio. È costruito interamente
entro una cornice narrativa in cui i narratori, dei giovani, fuggono da
un'epidemia di peste a Firenze: passano due settimane in un luogo ameno e
appartato e, per trascorrere meglio il tempo, si raccontano le varie novelle: è
questa la cornice dell'opera, mentre il resto del testo è costituito dalle
cento novelle che si susseguono nell'opera. Tra una novella e l'altra,
riemerge la cornice sotto forma di descrizione delle azioni o dei dialoghi dei
dieci giovani;
Il
Pecorone di Giovanni Fiorentino (XIV secolo), raccolta di cinquanta novelle;
Il
Novelliere di Giovanni Sercambi (XIV secolo), raccolta di
centocinquanta novelle;
Le
piacevoli notti, settantacinque novelle del bergamasco
Giovanni Francesco Straparola (XV - XVI secolo);
I
racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer. Un gruppo di
ventinove pellegrini partono dal Tabard Inn (Locanda del Tabarro) nel Southwark
a Londra e si recano in pellegrinaggio alla tomba di san Tommaso Becket posta
nella Cattedrale di Canterbury. Il narratore si unisce a loro e l'oste
suggerisce ai pellegrini di raccontare delle novelle durante il cammino;
gli
Ecatommiti di Giambattista Giraldi Cinzio (XVI secolo);
Lo
cunto de li cunti; raccolta di fiabe di Giambattista Basile (secolo XVII).
I
racconti di Belkin di Aleksandr Sergeevič Puškin.
Memorie
dalla casa dei morti di Fëdor Dostoevskij.
Le
città invisibili di Italo Calvino.
Il
bar sotto il mare di Stefano Benni.
Le
epidemie e la Letteratura
Argomento doppiamente interessante : sulla medicina e
la storia della medicina da una parte, attraverso il
racconto del dilagare delle principali epidemie che hanno colpito l’Italia
dalla fine del Medioevo a oggi; sulla storia della letteratura dall’altra,
illustrando il modo in cui il filtro letterario le ha fissate nell’immaginario
dei contemporanei.
Per quest’indagine si è scelto di spaziare in tutti i
campi della letteratura italiana, partendo dai grandi testi che abbiamo letto a
scuola e poi dimenticato, mettendo in risalto classici minori, ma anche scovando
pagine conosciute dai soli addetti ai lavori.
Perché la letteratura, a volte, dà una mano agli studi
storici.
Di fronte al silenzio delle fonti, spiccano le ricche
pagine di apertura
del Decameron di Giovanni Boccaccio, fitte di dettagli
sulla crisi sociale
che fu la prima grande moria della Storia moderna. Per
fare un altro
esempio si può rivolgere lo sguardo, un paio di secoli
dopo, all’arrivo
della sifilide, che imperversa in Italia dalla fine
del Quattrocento in poi.
Lungi dal sostenere un ripetersi identico della storia
nel corso dei secoli,
questi testi mettono in luce il rapporto fra le stesse
condizioni materiali,
come lo scoppio di un’epidemia, e l’apparire degli
stessi pregiudizi,
gli stessi riflessi o le stesse prepotenze.
Temi del Decameron
La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna
e Natura, le due ministre del mondo (VI, 2, 6).
La
novella di Nastagio degli Onesti, dipinta da Sandro Botticelli
L'uomo
si definisce in base a queste due forze: una esterna, la Fortuna (che lo
condiziona, ma che può volgere a proprio favore), l'altra interna, la Natura,
con istinti e appetiti che deve riconoscere con intelligenza. La Fortuna nelle
novelle appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre
la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione prima è l'Amore
come sentimento invincibile che domina insieme l'anima e i sensi, che sa
ugualmente essere pienezza gioiosa di vita e di morte.
Il
Decameron è una raccolta di cento novelle scritta
da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 (anno
successivo all'epidemia di peste nera in Europa) e il 1351. È considerata una
delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, durante il
quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori (si pensi a I
racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, opera con una struttura e una
cornice narrativa del tutto simili), oltre che la capostipite della letteratura
in prosa in volgare italiano. Boccaccio nel Decameron raffigura l'intera
società del tempo, integrando l'ideale di vita aristocratico, basato sull'amor
cortese, la magnanimità e la liberalità coi valori della mercatura:
l'intelligenza, l'intraprendenza, l'astuzia.
Il
libro narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori
da Firenze, spostandosi in una villa sulle colline del fiorentino, per sfuggire
alla peste nera che imperversa nella città, e che a turno si raccontano delle
novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all'erotismo
bucolico del tempo. Per quest'ultimo aspetto il libro fu tacciato d'immoralità
o di scandalo e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente
considerato nella storia della letteratura. Il Decameron fu anche ripreso in
versione cinematografica da diversi registi, tra cui Pier Paolo Pasolini e i
fratelli Taviani.
La
peste nera fu una pandemia generatasi in Asia centrale settentrionale durante
gli anni trenta del XIV secolo e diffusasi in Europa.
La
peste nera si diffuse in fasi successive dall'altopiano della Mongolia, prima
attraverso la Cina e la Siria e poi anche alla Turchia asiatica ed europea, per
poi raggiungere la Grecia, l'Egitto e la penisola balcanica. Nel 1347 arrivò in
Sicilia, a Messina, e da lì a Genova. Nel 1348 aveva infettato la Svizzera e
tutta la penisola italiana, risparmiando parzialmente il territorio di Milano;
dalla Svizzera si allargò quindi alla Francia e alla Spagna. Nel 1349 raggiunse
l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda. Infine nel 1353, dopo aver infettato
tutta l'Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a quasi scomparire,
restando però occasionalmente endemici. Secondo studi moderni, la peste nera
uccise almeno un terzo della popolazione del continente, provocando
verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.
Oltre
alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto
nella società del tempo. La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò
talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a
persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l'epidemia alla volontà di Dio e
di conseguenza nacquero o si affermarono diversi movimenti religiosi. Anche la
cultura fu notevolmente influenzata: Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori
nel suo Decameron dieci giovani fiorentini fuggiti dalla loro città appestata;
in pittura, il soggetto della "danza macabra" fu un tema ricorrente
delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.
Il
proemio
Il
proemio al libro delinea i motivi della stesura dell'opera. Boccaccio afferma
che il libro è dedicato a coloro che sono afflitti da pene d'amore, allo scopo
di dilettarli con piacevoli racconti e dare loro utili consigli. L'autore
specifica poi che l'opera è rivolta in particolare a un pubblico di donne, e
più precisamente a quelle che amano. Il destinatario dell'opera è la borghesia
cittadina, che si contrappone all'istituto della corte, sviluppatosi
soprattutto in Francia. Dunque la novella, essendo caratterizzata da uno stile
semplice, breve e immediato, tende a interfacciarsi col nuovo ceto sociale, la
borghesia laica, benestante e acculturata di cui Boccaccio è espressione.
Sempre
nel proemio, Boccaccio racconta di rivolgersi alle donne per rimediare al
peccato della Fortuna: le donne possono trovare poche distrazioni dalle pene
d'amore rispetto agli uomini. Alle donne, infatti, a causa delle usanze del
tempo, erano preclusi certi svaghi che agli uomini erano concessi, come la
caccia, il gioco o il commerciare, tutte attività che possono occupare
l'esistenza dell'uomo. Quindi nelle novelle le donne potranno trovare diletto e
utili soluzioni che allevieranno le loro sofferenze.
Sin
dal proemio, il tema dell'amore mostra la propria importanza: in effetti gran
parte delle novelle tocca questa tematica, che assume anche forme licenziose e
che susciterà reazioni negative da parte di un pubblico retrivo; per questo
motivo Boccaccio, nell'introduzione alla IV giornata e nella conclusione
all'opera, rivendicherà il suo diritto a una letteratura libera e ispirata a
una concezione naturalistica dell'Eros (significativo in questo senso il
cosiddetto "apologo delle papere", inizio della IV giornata).
La
cornice
L'uso
della cornice narrativa in cui inserire le novelle è di origine indiana. Tale
struttura passò poi nella letteratura araba e in Occidente. La cornice è
costituita da tutto ciò che non fa parte dello sviluppo delle novelle: si
tratta della Firenze contaminata dalla peste, dove un gruppo di sette ragazze e
tre ragazzi di elevata condizione sociale decide di ritirarsi in campagna per
trovare scampo dal contagio. È per questo che Boccaccio all'inizio dell'opera
fa una lunga e dettagliata descrizione della malattia che colpì Firenze nel
1348 (ispirata quasi interamente a conoscenze personali ma anche all'Historia
Langobardorum di Paolo Diacono); oltre a decimare la popolazione, l'epidemia
distrusse tutte quelle norme sociali e quegli usi e quei costumi che gli erano
cari.
Al
contrario, i giovani creano una sorta di realtà parallela quasi perfetta per
dimostrare come l'uomo, grazie all'aiuto delle proprie forze e della propria
intelligenza, sia in grado di dare un ordine alle cose, che poi sarà uno dei
temi fondamentali dell'Umanesimo. In contrapposizione al mondo uniforme di
questi giovani si pongono poi le novelle, che hanno vita autonoma: la realtà
descritta è soprattutto quella mercantile e borghese; viene rappresentata
l'eterogeneità del mondo e la nostalgia verso quei valori cortesi che via via
stanno per essere distrutti per sempre; i protagonisti sono moltissimi, ma
hanno tutti in comune la determinazione di volersi realizzare per mezzo delle
proprie forze. Tutto ciò fa del Decameron un'opera unica, poiché non si
tratta di una semplice raccolta di novelle: queste ultime sono tutte collegate
fra di loro attraverso la cornice narrativa, formando una sorta di romanzo.
Cornice
narrativa
È
un espediente adottato soprattutto nella novellistica: diverse novelle possono
essere raccontate dai narratori descritti nello stesso testo ed essere quindi
legate da un contesto comune. Il primo esempio si trova nella letteratura
indiana nella raccolta Pañcatantra, scritta in sanscrito. Altri esempi
esistono nella successiva letteratura indiana, come nella raccolta
Kathasaritsagara del secolo XI.
Si
ricordano le seguenti opere inserite in una cornice narrativa:
Le
mille e una notte sono il più noto esempio di questo
artificio letterario. Infatti l'opera caratterizzata da vari racconti è
incorniciata dalla saggia Sharāzād che, condannata a morte, intrattiene il
sultano per una notte intera con svariati racconti nel tentativo di rimandare
l'esecuzione ed essere salvata. L'intrattenersi tra Sharāzād ed il sultano
costituiscono la cornice, il resto dei testi sono le novelle;
Libro
de' sette savi, raccolta medievale di novelle di origine
orientale;
Il
Decameron di Giovanni Boccaccio. È costruito interamente
entro una cornice narrativa in cui i narratori, dei giovani, fuggono da
un'epidemia di peste a Firenze: passano due settimane in un luogo ameno e
appartato e, per trascorrere meglio il tempo, si raccontano le varie novelle: è
questa la cornice dell'opera, mentre il resto del testo è costituito dalle
cento novelle che si susseguono nell'opera. Tra una novella e l'altra,
riemerge la cornice sotto forma di descrizione delle azioni o dei dialoghi dei
dieci giovani;
Il
Pecorone di Giovanni Fiorentino (XIV secolo), raccolta di cinquanta novelle;
Il
Novelliere di Giovanni Sercambi (XIV secolo), raccolta di
centocinquanta novelle;
Le
piacevoli notti, settantacinque novelle del bergamasco
Giovanni Francesco Straparola (XV - XVI secolo);
I
racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer. Un gruppo di
ventinove pellegrini partono dal Tabard Inn (Locanda del Tabarro) nel Southwark
a Londra e si recano in pellegrinaggio alla tomba di san Tommaso Becket posta
nella Cattedrale di Canterbury. Il narratore si unisce a loro e l'oste
suggerisce ai pellegrini di raccontare delle novelle durante il cammino;
gli
Ecatommiti di Giambattista Giraldi Cinzio (XVI secolo);
Lo
cunto de li cunti; raccolta di fiabe di Giambattista Basile (secolo XVII).
I
racconti di Belkin di Aleksandr Sergeevič Puškin.
Memorie
dalla casa dei morti di Fëdor Dostoevskij.
Le
città invisibili di Italo Calvino.
Il
bar sotto il mare di Stefano Benni.
Le
epidemie e la Letteratura
Argomento doppiamente interessante : sulla medicina e
la storia della medicina da una parte, attraverso il
racconto del dilagare delle principali epidemie che hanno colpito l’Italia
dalla fine del Medioevo a oggi; sulla storia della letteratura dall’altra,
illustrando il modo in cui il filtro letterario le ha fissate nell’immaginario
dei contemporanei.
Per quest’indagine si è scelto di spaziare in tutti i
campi della letteratura italiana, partendo dai grandi testi che abbiamo letto a
scuola e poi dimenticato, mettendo in risalto classici minori, ma anche scovando
pagine conosciute dai soli addetti ai lavori.
Perché la letteratura, a volte, dà una mano agli studi
storici.
Di fronte al silenzio delle fonti, spiccano le ricche
pagine di apertura
del Decameron di Giovanni Boccaccio, fitte di dettagli
sulla crisi sociale
che fu la prima grande moria della Storia moderna. Per
fare un altro
esempio si può rivolgere lo sguardo, un paio di secoli
dopo, all’arrivo
della sifilide, che imperversa in Italia dalla fine
del Quattrocento in poi.
Lungi dal sostenere un ripetersi identico della storia
nel corso dei secoli,
questi testi mettono in luce il rapporto fra le stesse
condizioni materiali,
come lo scoppio di un’epidemia, e l’apparire degli
stessi pregiudizi,
gli stessi riflessi o le stesse prepotenze.
Temi del Decameron
La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna
e Natura, le due ministre del mondo (VI, 2, 6).
La
novella di Nastagio degli Onesti, dipinta da Sandro Botticelli
L'uomo si definisce in base a queste due forze: una esterna, la Fortuna (che lo condiziona, ma che può volgere a proprio favore), l'altra interna, la Natura, con istinti e appetiti che deve riconoscere con intelligenza. La Fortuna nelle novelle appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione prima è l'Amore come sentimento invincibile che domina insieme l'anima e i sensi, che sa ugualmente essere pienezza gioiosa di vita e di morte.
martedì 2 dicembre 2025
L' OFFICINA DEL MITO DI FIRENZE: Auguri Messer GIOVANNI BOCCACCIO - 13 dicembre, Circolo Artisti Casa di Dante - "Boccaccio650" per l'anniversario
OFFICINA DEL MITO – CIRCOLO CASA DI
DANTE – 13 Dicembre 2025, ore 17
Programma
Giuseppe Baldassarre –
Introduzione alla bellezza e alla originalità del Decamerone
Virginia Bazzechi G. C. – Dieci le Mostre dell'Officina del
Mito, dieci le Giornate del Decamerone, dedicato alle Donne "vaghe"
d'amore"
Enrico Guerrini – Dipingere il fascino del Decamerone
Nicoletta Manetti – Poggio Gherardo e Ponte a Mensola. I
luoghi del Decamerone e del Ninfale Fiesolano
Roberto Mosi – La “cornice” del Decamerone, il contagio della
peste, ieri, del Covid, oggi: scrivere, dipingere per non morire
Silvia Ranzi – A come Amore: Cimon amando divien savio (I,
V giornata)
Andrea Simoncini – A come Arguzia: La Badessa e le brache
del prete (2, IX giornata)
Umberto Zanarelli – Giovanni Boccaccio e la musica del suo
tempo: uno sguardo al Decamerone
Franco Margari – Messer Forese da Rabatta e maestro
Giotto, pittore (5, VI giornata)
"Boccaccio650": il programma delle celebrazioni per l'anniversario
di Giovanni
Boccaccio
L'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio ha pubblicato
il calendario degli eventi per le celebrazioni del seicentocinquantesimo
anniversario della morte di Giovanni Boccaccio: in programma convegni, ricerche
e spettacoli
Certaldo, 25 marzo 2025
- Convegni e conferenze, ma anche manifestazioni artistiche e teatrali.
Oltre all'”Agenda Letteraria di Giovanni Boccaccio 2025”, un
diario-agenda rivolto e dedicato a docenti, ricercatori, studenti e lettori di
tutto il mondo che sarà donato a chi parteciperà alle varie iniziative per
celebrare il seicentocinquantesimo anniversario della morte di Giovanni
Boccaccio. E' quel che promette il programma di “Boccaccio650”, un
progetto scientifico e culturale sulla cui base si proiettano gli impegni del
futuro e sul quale l’Ente Boccaccio lavora da due anni insieme ai professori,
gli studiosi e i funzionari dei consigli direttivo e scientifico.
Un programma che evidenzia la vasta rete di
collaborazioni che lo animano e lo sostengono con Università di tutta la
Toscana, di tutta Italia, della Francia e degli Stati Uniti. Con istituzioni
scientifiche di illustre tradizione quali l’Accademia della Crusca, la
Società Dantesca Italiana, il CNR di Pisa, la Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze, l’istituzione consorella American Boccaccio Association. Per un
progetto realizzato col contributo della Direzione generale Educazione, ricerca
e istituti culturali del Ministero italiano della Cultura, della Regione
Toscana, del Comune di Certaldo.
Fulcro della programmazione
saranno i convegni e le iniziative scientifiche di rilevanza nazionale e
internazionale in collaborazione con altre istituzioni, come “Boccaccio
dantista e umanista: l’esordio e le opere della maturità” in programma dal
21 al 23 maggio ed organizzato insieme alla Società Dantesca Italiana,
l’American Boccaccio Association, la Biblioteca Classense di Ravenna. Il
convegno esplora il fondamentale contributo di Boccaccio come studioso di
Dante, le opere e il pensiero della maturità, con attenzione non solo alla
produzione latina ma anche a quella volgare. I lavori si svolgono tra Firenze e
Ravenna: a Firenze, al Palagio dell'Arte della Lana, la prima parte del
convegno dedicata a Giovanni Boccaccio fra Dante e Petrarca. A Ravenna la
seconda parte presso la Sala Dantesca monumentale della Biblioteca Classense.
Il prossimo 20 settembre sarà
la volta di “Tre corone per Boccaccio 650”, in collaborazione con
l’Associazione nazionale delle Case della Memoria, alla Biblioteca Nazionale
Centrale a Firenze per offrire una riflessione a più voci sui tre grandi autori
del '300 (Dante Petrarca e Boccaccio, indagandone caratteri filologici e
linguistici, e i reciproci rapporti).
Avanti il prossimo 30 ottobre
con “La Crusca incontra Boccaccio”: l’Accademia della Crusca ospita una
giornata di studi dedicata alla lingua e all'opera del grande autore
trecentesco. Il 25 novembre toccherà poi a “Per Francesco Mazzoni”,
insieme alla Società Dantesca Italiana e all'Accademia della Crusca per
ricordare l'operosità scientifica e la lunga e assidua attività istituzionale
di Francesco Mazzoni (a lungo Presidente della SDI e dell'Ente Nazionale
Giovanni Boccaccio e Accademico della Crusca).
All’attività scientifica si
affianca un programma di iniziative di divulgazione che tocca i settori della
musica, dell’arte e del teatro: a maggio ecco la “Mostra bibliografica” nella
Biblioteca di Casa Boccaccio, mentre il 18 giugno si terrà rappresentazione
teatrale “Nastagio degli Onesti” a cura di Oranona Teatro (uno
spettacolo che propone una rivisitazione multisensoriale della novella V 8 del
Decameron).
Ad ottobre doppio appuntamento
con una “Mostra di arte contemporanea” in Casa Boccaccio e
nello stesso periodo “Una drammaturgia per Boccaccio” della Compagnia
Sandro Lombardi-Federico Tiezzi, che propone un’azione teatrale con
drammaturgia originale, appositamente ideata per l'occasione e ispirata ai
testi di Giovanni Boccaccio.
Questi ultimi due eventi
saranno presentati fra due mesi e ci accompagneranno verso il 21 dicembre per
il concerto conclusivo della “Ensemble Micrologus” nella Chiesa dei SS.
Tommaso e Prospero, Certaldo Alta. Vengono ricostruiti, in una stilizzata
forma scenica, i momenti musicali descritti nelle novelle toscane del Trecento,
oltre al Decameron, il Novellino, il Trecentonovelle di Sacchetti ed il
Paradiso degli Alberti, con importanti citazioni di azioni musicali relative
all’Italia del XIV secolo.
Non mancano infine i progetti
di studio: il “VocaBO” – Vocabolario della lingua di
Boccaccio on line in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena,
l’Università di Urbino, l’Accademia della Crusca, CNR-ILC “Antonio Zampolli”;
l'EDD “L’Enciclopedia digitale del Decameron” di prossima
presentazione in collaborazione con Università Roma Tre. E poi il
“MuCaBo-S” – Uno smart Museo per Casa Boccaccio, in collaborazione con
l’Università per Stranieri di Siena.
Avanti con “Sulle orme di
Boccaccio”, un percorso nelle terre di Boccaccio in collaborazione con
l’Agenzia Toscana Promozione Turistica. Poi la
biblioteca “virtuale” di Giovanni Boccaccio in collaborazione con
Università dell’Aquila e ripensare la “civitas” attraverso il
Decameron in collaborazione con l’Università di Siena. Sul sito www.entebocaccio.it
è stato reso noto il calendario completo delle celebrazioni.
“Siamo tutti coinvolti
nell’impegno comune di onorare un anniversario così importante perché la storia
e la contemporaneità di Boccaccio sono patrimonio culturale universale. Il
ruolo fondamentale di Boccaccio, fra i padri della lingua e della letteratura
italiana e europea, primo cultore di Dante e della sua opera, fondatore
dell'Umanesimo insieme a Petrarca, merita un unanime riconoscimento e una
attenta valorizzazione – ha detto Giovanna Frosini, presidente dell'Ente
Nazionale Giovanni Boccaccio - la figura e l’opera di Boccaccio sarà una
presenza che ci accompagnerà durante tutto l’arco dell’anno, permettendo di
riscoprire, rileggere e apprezzare il più grande novelliere d’Europa. Gli
appuntamenti in programma vedono anche la collaborazione e il sostegno di
partner a cui va la nostra gratitudine per avere condiviso con noi un progetto
che ormai risale al 2023, quando abbiamo iniziato la stesura del programma
delle celebrazioni. Confidiamo nella riuscita di tutte le iniziative,
soprattutto quelle di ampio respiro nazionale e internazionale e che si
realizzeranno nel prossimo biennio essendo legate a finanziamenti e progetti di
studio”.
venerdì 28 novembre 2025
I libri più diffusi di Roberto Mosi - Les livres les plus populaires de Roberto Mosi - Самые популярные книги Роберто Моси - Roberto Mosi's most popular books - كتب روبرتو موسي الأكثر شعبية - 罗伯托·莫西最受欢迎的书籍
E’ affascinante seguire le storie delle tre principesse sorelle dell’imperatore Napoleone, Carolina, Paolina ed Elisa, a Firenze e in Toscana, con lo sguardo di Sylvia Boucot che per trent’anni, in tempi diversi, fu al loro servizio come dama di compagnia, nella buona e nella cattiva sorte, secondo le straordinarie vicende del generale corso. Sylvia nella sua esperienza, unica, ha modo di raccogliere le confidenze delle tre donne, i racconti dei loro amori, la loro determinazione e il loro coraggio, i momenti dell’orgoglio per la famiglia di cui fanno parte, il rapporto con il potere, le angosce degli anni dopo la sconfitta di Napoleone, quando la famiglia dell’imperatore è proscritta, perseguitata dalle nazioni vincitrici. Firenze, con la sua storia, lo spettacolo del suo patrimonio d’arte, le sue bellezze, l’effervescenza della società di quel periodo, è fra i protagonisti del romanzo storico.
Roberto
Mosi, “Amo le parole. Poesie 2017-2023”, Ladolfi Editore, Borgomanero.
Prefazione Carmelo Consoli. Postfazione Giuliano Ladolfi
Commento
di Giuliano Ladolfi dalla Posfazione al libro
«La
poesia prende il posto / dei sogni»
Penso che la concezione poetica di Roberto Mosi sia chiarita dal seguente passo compreso in questa antologia: «Credo che sia possibile curarsi con la poesia, per vincere le paure, stati di sofferenza, per stringere sogni che passano in volo, per divertirsi. La voce della poesia arriva dal dentro, potente nelle ore della notte, debole e distratta il giorno. Porta sollievo,
se non guarigione, dolcezza di ricordi, sapori tenui di malinconia»... eratoterapia, senza dubbio. Bastano queste righe per depositare nel bidone dei rifiuti tutte le concezioni avanguardistiche e neoavanguardistiche.Il poeta, infatti, assegna la scrittura in versi alla dimensione umana e non a quella puramente intellettuale o linguistica.
Il titolo di questa pubblicazione, che raccoglie testi editi da 2017 al 2023, costituisce un’ulteriore conferma: Amo le parole. E non si può amare senza collocare questo sentimento nell’intimità dell’essere umano. Si ama quando tra l’individuo e l’altro-da sé scocca una scintilla destinata a incendiare il mondo. E ciò può avvenire con ogni tipo di realtà, che in questo caso si identifica con l’esistente, l’esistente che entra in empatia con il poeta.
Le parole poetiche per lui non sono flatus vocis, ma dichiarazioni d’amore che trasformano chi le pronuncia e chi le legge. Non si gioca sui significati quando il sentimento ha il sopravvento. E questo sentimento è contagioso perché non permette al lettore di essere indifferente di fronte alla bellezza di Firenze, alla sua storia, alla sua arte, ai suoi colori, alle sue vie, ai suoi palazzi. Anche chi la conosce trova in questi versi nuovi occhi per contemplarla non con lo sguardo dello studioso o del turista, ma con l’entusiasmo di chi la ama come si ama una madre amorevole e affettuosa.
E poi il sentimento si espande al mondo intero, anche a situazioni dolorose, come la guerra o come la devastazione climatica. Se «la poesia prende il posto / dei sogni», è fondamentale che a tutti sia concesso di sognare tramite quest’arte, a tutti sia concesso di ritrovare in essa l’impulso ad approfondire quel senso dell’esistere che Roberto Mosi propone come un’avventura meravigliosa e inesauribile.
Il romanzo storico è dedicato
all’invasione dei barbari guidati dal re ostrogoto Radagaiso in Italia negli
anni 405-406 e alla vittoria presso Fiesole che riportò su di essi il generale
romano Stilicone. L’autore, nelle vesti di un romano, già ufficiale
dell’esercito, che risiede in una villa della campagna fiesolana, partecipa
alle vicende di quegli anni, con uno sguardo attento allo scorrere degli eventi
dell’epoca.
Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo
Vecchio, Vasari intese rappresentare le glorie politiche e militari dei Medici,
illustrando anche pagine epiche dell'antica storia della Toscana. Fra queste mi
ha sempre colpito “La vittoria sul re barbaro Radagaiso” (406 d.C.), uno dei
quadri che compongono il ciclo pittorico vasariano. Le figure del re barbaro
arrivato fino alle mura di Firenze dalle lontane terre presso il Danubio e del
generale Stilicone, comandante dell’esercito romano, che lo sconfisse, hanno
avuto una forte risonanza nella storia di Roma, nei racconti e nelle leggende.
La sanguinosa battaglia che si combatté nella valle del Mugnone, presso
Fiesole, fu l’ultima vittoria dell’impero romano contro i barbari, prima della
disfatta definitiva.
Un giorno camminando nei pressi di
Fiesole, mi sono imbattuto nel cartello che indicava il “Sentiero di
Stilicone”. È come se avessi trovato un riscontro concreto all'opera del Vasari
e ho cominciato ad approfondire quegli avvenimenti e alcuni aspetti di quel
periodo che sono rimasti come in disparte perché l’attenzione degli storici si
è rivolta, soprattutto, alla città medievale di Dante Alighieri e all’epoca
rinascimentale.
Oltre alla raccolta di documenti e
pubblicazioni sul tema, mi piace visitare i luoghi che hanno visto quegli
avvenimenti e percorrere a piedi, in compagnia della mia canina Gilda, i
sentieri che li attraversano, sul crinale delle colline oltre Fiesole e nella
valle del Mugnone, dove posero le tende i barbari arrivati a migliaia e
migliaia e dove si scontrarono con i soldati romani; una piccola valle dove
scorre in basso il fiume, mi siedo sulle sue rive, chiudo gli occhi e sento
ancora l’eco di quella furiosa battaglia, le urla dei guerrieri, il cozzo
feroce delle armi, il lamento dei feriti.
Questi interessi
sono diffusi, condivisi da cittadini e da associazioni; il segno più evidente è
rappresentato dalla realizzazione nel comune di Fiesole del percorso
escursionistico “Il sentiero di Stilicone”.
L’interesse per queste vicende
dell’inizio del V secolo è coltivato da varie pubblicazioni e dai social media,
che presentano racconti e leggende, sviluppate intorno a quegli eventi, con
svariate immagini dei luoghi e dei personaggi; immagini riprese dalla
iconografia classica o contemporanee, nella forma dei fumetti.
Nella mia opera collego episodi locali
e personaggi storici e di fantasia ad un contesto storico generale come se mi
ponessi in alto, sulla cima delle colline e osservassi lo svolgersi degli
avvenimenti, gli scontri fra le fazioni civili e religiose, in un paesaggio
rimasto sostanzialmente invariato e l'irrompere in questo mondo dei barbari
arrivati dalle steppe cinte dall’oceano dei ghiacci.
Una posizione in alto, dunque, che è anche oggi da mantenere, per osservare, e comprendere, eventi, situazioni, legati a popoli che lasciano le loro terre, che emigrano e, al loro arrivo, trovano nuovi barbari.
Nota critica di Carmelo Consoli, Presidente Camerata dei Poeti
Roberto Mosi lega indissolubilmente l'immagine al verso, il visibile nella sua accesa realtà alla successiva trasmutazione poetica, come se egli fosse toccato da una esigenza impellente di trasfigurare nella sua mente ogni percorso quotidiano ed esistenziale, sia suo che della società che lo circonda. E così facendo rappresenta nella sua poesia il moderno homo viator coinvolto nelle proprie peregrinazioni esistenziali dentro ai mutevoli percorsi del dolore, della felicità, dei sogni, del disincanto all'interno di quelli che il poeta definisce i “ nonluoghi” e dell'incanto di quelli invece del “mito” ossia della pura bellezza e di accesso alla divinità. Crea quindi sia con la sua camera mobile ( egli è anche un abile fotografo) che con la sua parola suggestivi itinerari poetici che sono l'espressione dei travagli e delle aspirazioni di una società contemporanea vista nelle molteplici sfumature della sua dinamicità comportamentale. Sono personalmente in sintonia con lui nel pensare che la poesia, nel suo onirico percorso creativo, debba assolvere ad una sua imprescindibile esigenza che è quella di essere l'espressione più genuina e immediata della realtà, calandosi nella quotidianità della vita. Mosi sa fare di questa esigenza arte vera, poesia dei fatti e degli atteggiamenti umani di tutti i giorni, minuzioso canto del paesaggio, sognante reportage e questo libro, che comprende poesie composte dal 2009 al 2016 e tratte dalle sue varie pubblicazioni è una retrospettiva di emozioni e ricordi in cui si può ammirare il suo lungo percorso umano.Percorso toccato nei sentimenti e nelle sensazioni dai vasti territori attraversati, contaminato dalle sofferenze per le varie situazioni di difficoltà, dolore, mancato rispetto dei diritti e delle dignità umane e galvanizzato per contro dagli aspetti della bellezza degli uomini e della natura, affascinato dai luoghi e dalle situazioni legate al simbolo mitico. Questo è un volume in cui si mescolano dinamicità esteriori come viaggi, relazioni, contaminazioni di una convivenza territoriale e riflessioni, interiorizzazioni, ricordi, sogni e moti dell'inconscio, ossia un mix che inevitabilmente coinvolge il lettore in quanto gli fa rivivere esperienze ed emozioni legate ad una confrontarsi con la realtà quotidiana nel modo più spontaneo e naturale. Realtà colta ad esempio nei cosiddetti “ Nonluoghi” ossia nelle situazioni di disagio, in cui viene allo scoperto tutta la fragilità umana, in assenza di una propria identità e dignità , come dentro agli ospedali o di degrado delle periferie, oppure in quelle dove l'uomo affronta la sua missione di viandante voluta o imposta dalla vita durante nei viaggi, dentro i terminali degli aeroporti o delle stazioni e dove folle di una società multietnica in movimento si incrociano e si mescolano. “Nonluoghi” in cui si accumulano e si sommano destini di moltitudini umane in cerca di una propria dignità e identità. Ecco che il libro si apre quindi con la raccolta “ NonLuoghi “ a cui segue quella dei “ Luoghi del mito” come contro altare e dove l'autore cambia registro ed espone l'altra faccia di cui si compone la vicenda umana ossia quella della aspirazione al raggiungimento della bellezza e del divino nel percorso esistenziale, con il riferimento dunque al mito attraverso luoghi e personaggi che lo personificano.
Dunque la poesia errante e coinvolgente di Mosi, connotata da una gamma notevole di sfumature sentimentali e dal tono spesso di ferma denuncia sociale, si configura in un territorio gradevole e musicale, colmo di colori e profumi, dove domina il taglio fotografico e pittorico ed in cui il il verso è saggiamente impostato nella misura metrica che sa dilatarsi o restringersi a seconda delle emozioni ricevute. Leggere questo libro, oltre che darci la possibilità di comprendere bene la poetica dell'autore nel tempo è come partire per un viaggio di infinite tappe in cui stupirsi, perdersi, indignarsi, esaltarsi, essere preda di quelle tante emozioni del cuore e dell'anima che hanno attraversato il nostro poeta nella sua lunga ricerca umana e spirituale della vicenda esistenziale.
Nel
percorrere la vita della protagonista del libro di Roberto Mosi, la sorella di
Napoleone Elisa Baciocchi, la curiosità è immediatamente deviata sulla
biografia dell’autore. Apprendiamo che Roberto Mosi è anche autore di sillogi
di poesia e, tra i titoli pubblicati, due si pongono immediatamente in rilievo:
“Luoghi del mito” e “Nonluoghi”.
L’impressione di lettura delle prime pagine trova dunque un primo
riscontro. Siamo in presenza di un tracciato, forse l’ultimo (sebbene in
prosa), di una trilogia dedicata allo spazio fisico (o non fisico - comunque
non soltanto mentale). E in effetti la dedica posta in esergo al testo è,
appunto, rivolta alla città di Piombino, senza dissimulare l’atto di amore al
luogo (ai luoghi) che pervade l’opera: “A
Piombino […] / un paesaggio di grande
poesia”.
Si potrebbe,
quindi, cominciare la lettura del libro con l’aspettativa di un visitatore che
sta per essere condotto alla scoperta di luoghi noti attraverso un percorso del
tutto inedito, in presenza di una sorta di genius
loci (la Baciocchi) che nello spazio curvato dal tempo protegge la storia
di quei luoghi e allo stesso tempo ci invita e ci conduce a sposare la legge
della relatività per unirsi al suo cammino.
Siamo dunque
nel presente della narrazione, percorriamo il passato remoto della storia e ci
proiettiamo nel futuro di viaggio personale.
Da dove
partiamo? Evidentemente da Lucca, prima assegnazione ai coniugi Baciocchi
(Elisa e Felice) da parte di Napoleone (Principato di Lucca e Piombino). Il
viaggio prosegue poi per le altre città toccate dalla reggenza dei coniugi
(Livorno, Pisa, San Miniato Massa Carrara).
Su questi
luoghi Elisa Baciocchi condusse una tangibile azione riformatrice e creativa,
attraverso una guida matura e responsabile, sufficientemente autonoma seppure
sempre nel segno del potere del fratello minore Napoleone.
Curiosa e
intraprendente figura quella di Elisa, di cui Mosi traccia un profilo pieno e
significativo, grazie ad un profondo lavoro di studio della storia e delle testimonianze
attorno alla donna e al periodo che portò in Italia profondi cambiamenti nella
politica e nella cultura.
Se Laetitia
Romolino, matriarca della famiglia di Napoleone, soleva dire che non giocava a
fare la principessa, notiamo come Elisa Baciocchi - per contrasto - sia stata
l’incarnazione ideale della figura di principessa, al tempo stesso assoluta e
illuminata, che determina con decisione e mano ferma l’andamento politico ed
economico del governo che sempre ha condotto in prima persona, pure aiutata da
un consorte intelligente e a lei dedito.
Fiera, di
una fierezza condita di buon senso e gusto, così Roberto Mosi ritrae la
Baciocchi. Una donna tenace che vive e interpreta un tempo dalle grandi
contraddizioni e anche dai grandi spunti innovativi. Nobile per destino
familiare e non per nascita, Elisa Baciocchi è un personaggio simbolo
dell’epoca, della borghesia che pretende uno spazio decisivo nella nuova,
mobile società dell’Italia napoleonica.
La ex
borghese Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta Sua Altezza, si veste della
magnificenza di una corte costruita secondo la misura di quella parigina delle
Tuileries, rivissuta però con un approccio che distanzia Elisa dagli intrighi di
palazzo e le permette di mantenere rapporti autonomi con il clero e gli altri
poteri, garantendo a se stessa un potere assoluto, ma mediato da entusiasmo e
intelligenza.
Ritratta la
protagonista, proseguiamone il viaggio. Sarà bene rilevare una prima
peculiarità di questo saggio/guida: in grassetto sono evidenziate alcune
parole/stringhe chiave che vanno a costituire una sorta di fil
rouge prettamente storico-geografico, ponendo in rilievo i passaggi o i
luoghi di maggior importanza. Una sorta di sottotesto (o sovratesto) che
consente una meta-lettura come a disegnare una mappatura, per l’appunto.
Per ogni
tappa un inquadramento storico (che spazia dagli avvenimenti relativi alla
città “visitata” alla cronaca del passaggio di Elisa) e, spesso, culturale e di
costume (dei costumi). A tale proposito, soffermandosi anche sulle innovazioni
apportate da Napoleone in ogni campo della vivibilità urbana, lo sguardo di
Mosi si concentra su gustosi dettagli (i menu settimanali che erano soliti
consumare i fratelli Napoleone ed Elisa o ancora la tecnica di conservazione
delle derrate in uso all’epoca) per poi abbracciare, per un capitolo intero, la
vita culturale a Parigi e nei domini italiani durante il governo di Bonaparte.
Complice la passione della Baciocchi per la bellezza e l’arte, è gioco facile
per Mosi immergerci nella magnificente sensibilità di Elisa che, apprendiamo,
fu risoluta nel condurre a fasto qualsiasi luogo il suo piede toccasse
(esemplare l’episodio del Palazzo dei Cybo Malaspina, a Massa, che la Baciocchi
non esitò a trasformare in residenza
d’arte a pena di rimozione di incarichi, minacce e sgombero di uffici, pur di
recuperarne ed esaltarne la vocazione principesca).
La nostra
guida (Mosi o Baciocchi?) indugia poi sulla toponomastica e addirittura
suggerisce al lettore la strada migliore per raggiungere la meta. La finzione è funzione di salto temporale sul posto e così nel momento in cui ci
imbarchiamo (oggi, ieri?) dall’Isola d’Elba per raggiungere Livorno ci
imbattiamo nell’Imperatore Napoleone che il 26 febbraio 1815 fece lo stesso
tragitto, vide gli stessi luoghi e ci appare nell’uniforme verde di allora
(descritta con dovizia di particolari) scortandoci (dal passato, oggi?) verso
la costa per poi lasciarci e proseguire alla volta di Parigi.
La scoperta
di luoghi, personaggi, storie rimane sospesa al saluto di Elisa che, nel 1814,
costretta dagli eventi lascia la terra di Toscana. Ma il libro di Mosi è
ovviamente libro da leggere e rileggere ancora come saggio storico e come guida
al territorio. Si parla di personaggi noti, di itinerari inconsueti, di
artisti, palazzi e feste, solitudini, arrivi e partenze.
Può infine
parlarsi di luoghi “altri”? Se con ciò si intendono le cc. dd. eterotopie
(categoria di luoghi teorizzata da Michel Foucault; per “eterotopia” si indica
quel luogo in cui i normali rapporti con lo spazio sono sovvertiti, ad es. il
cimitero o il manicomio) la risposta non può che essere negativa. I luoghi in
cui siamo stati guidati da Mosi (e da Elisa) non sono luoghi altri né altri
luoghi (la città di Lucca era e rimane tale e così le altre). Eppure non sono
più gli stessi luoghi del tempo precedente la lettura, dal momento che li
abbiamo attraversati nella storia e li attraverseremo con la nostra esperienza
alla luce del loro passato e di chi, quel passato, ha reso luminescente sino ad
oggi. Forse potremmo definirli “luoghi altrimenti” e tentare un parallelo con
la fotografia, in cui la stessa scena vista dai nostri occhi e inquadrata
dall’obiettivo del fotografo (con tutta l’esperienza e la distorsione dello
sguardo di chi scatta) si presenterà la stessa eppure diversa. È dunque con un
richiamo alla “differenza” che, nel chiudere questo percorso nel percorso, si
invita a considerare il libro di Mosi come un prezioso e stimolante taccuino di viaggio che ci conduce ad un
“differente” movimento nello spazio tempo.
Da
segnalare, per concludere, due utili appendici : una cronologia dei principali
episodi delle vite di Elisa e Napoleone e una bibliografia commentata.
Roberto Mosi, OGNI
SERA DANTE RITORNA A CASA.
Sette passeggiate con il
poeta,
Edizioni
Il Foglio Piombino.
Sette
passeggiate di un gruppo di amici per le strade di Firenze per riscoprire
insieme a pagine emozionanti di poesia, i luoghi che videro Dante crescere come
uomo, affermarsi come politico e poeta, fino alla condanna all’esilio. Si
percorrono strade dall’antico selciato, a fianco di antiche chiese, case torri
che si innalzano ancora nel paesaggio dall’impronta medievale, luoghi carichi
di memorie. Per il gruppo di amici sono momenti di serenità, che sollevano, nei
tempi della pandemia, dall’atmosfera da incubo che pervade la vita quotidiana.
Si
riscopre la città del Medioevo, dell’epoca violenta e straordinariamente ricca
di Dante: le voci degli amici, nei commenti, nella lettura corale della poesia,
si alzano in alto per le strade strette, in alcuni tratti, cupe, seguendo la
musica delle terzine della Divina scandito
da oltre trenta lapidi con incise nel marmo parole emozionanti del viaggio del
poeta nell’Oltretomba. Le lapidi furono poste dal Comune di Firenze, in varie
parti del centro cittadino, agli inizi del Novecento.
Il
percorso parte dalla Casa di Dante con i versi ”Io fui nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno alla gran villa. Inferno
XXIII, 94-95 e termina al bel San
Giovanni con riferimento ai primi versi del Canto XXV Paradiso,
alla speranza di Dante, exul
immeritus, di tornare al bello ovile e
per una pubblica incoronazione a Firenze. E noi a distanza di tanti secoli
dalla sua scomparsa, viviamo di questa speranza, siamo certi che ogni sera Dante ritorna a casa.
Le Sette Passeggiate:
1.
Le origini
2.
La borsa degli usurai
3. Corso Donati, il
nemico
4.
La scelta di Buondelmonte
5.
L’incontro con Beatrice
6.
Il vicolo dello Scandalo
7. “... ritornerò poeta.. ”
Interventi
di Giordano Lupi e Nicoletta Manetti. Edizioni Il Foglio, 2020
Recensione di Sylvia Zanotto per il libro LINK
"Ci
sono luoghi che richiedono parole speciali. Abitate dalla magia. Dagli alberi.
Noi siamo esseri vegetali al settanta percento, dicono alcuni. E con questa
sapienza ci avventuriamo nel parco di San Salvi. La follia è stata qui. Ha
colorato le sue piante con pensieri e parole senza casa. Solo un luogo di
passaggio. Lontano dai familiari che si vergognano della pazzia. Ma chi è il
vero folle? Cosa nasconde nelle sue lettere questa parola? Fantasia? Orizzonti?
Luce? Lava? Emozioni? Sto divagando? Può darsi. Anche “Sinfonia per San Salvi”
divaga. È un dolce modo di allontanarsi dal comune buonsenso. Quello che
Roberto Mosi chiama ‘poesia aumentata’. Poeta e fotografo, Roberto Mosi ci
propone un’opera davvero originale. Inclassificabile. Di rara bellezza. Il
titolo stesso invoca arte e purezza. “Sinfonia per San Salvi”, con il
sottotitolo “Variazioni per parole e musica. Litania per Piombino”; è dedicata
a Carmelo Pellicanò, ultimo direttore dell’ospedale psichiatrico di Firenze ed
è illustrato da 28 fotografie in bianco e nero. Le foto si focalizzano su uno
dei padiglioni della vecchia struttura ospedaliera. L’opera non nasce a caso. È
il frutto di una collaborazione con Nicoletta Manetti, poetessa e scrittrice e
Gordiano Lupi, direttore della casa editrice, Il Foglio. Nicoletta, con
eleganza e sapienza riscostruisce legami poetici con la storia o la polvere,
Giordano con la sua “Litania su Piombino” si affaccia sul nostro mare Tirreno.
Una sinfonia d’altronde si avvale di più mani. Che vibrano. Che fanno vibrare.
Così non ci stupiamo se la poesia ‘aumenta’ con T. S. Eliot, con Neruda, con
Alda Merini, Dino Campana, Giorgio Caproni. La Genova città intera, diventa
Piombino città ferriera. La terra desolata di Eliot, che ha messo in crisi la
poesia del dopoguerra, è qui un pretesto per parlare di follia, di magia, di
sogni, di piani che si sovrappongono, si completano, si compenetrano. Roberto
Mosi per non dimenticare un pezzo della nostra storia, decide di ricordare in
termini poetici oltre ogni limite e confine. Con l’ausilio della fotografia.
Della musica. Della commistione di generi. Dell’aumento. Sì. Quando si
mescolano i generi, si richiamano i poeti dal passato, si scrivono nuovi versi
ispirati al vecchio frammisto di noi, si fotografano luoghi del dolore, luoghi
dell’abbandono. Si palesa una dimensione in più. Difficile da contenere nelle
parole. Ecco perché Roberto Mosi dilata essere e emozioni e cerca di spiegarlo
con quello che definisce ‘poesia aumentata’. E va oltre: cosa di meglio di una
sinfonia? Sinfonia deriva dal greco e all’origine designava l’accordo dei
suoni, il che implicava la capacità dei musicisti di suonare insieme.
L’orchestra per produrre la sinfonia deve saper ascoltare gli altri strumenti,
saper prevedere condivisione, inclusione dell’altro, senso di comunione
d’intenti. Tutto questo diventa sinfonia. Come sappiamo la sinfonia è fra le
forme musicali più complete. Eppure non è perfetta. Porta in sé i germi della
follia, dell’unicità. Della sua capacità in trasformarsi in opera unica. D’arte.
Un vero e proprio bijou. Questo scopriamo nello splendido libro che mescola
tutto quello che può, con arte e maestria, trasformandolo poi in poesia. Mi
ritrovo a leggere a voce alta brani del libro. Il suono apre a nuove visioni,
laddove l’essenza delle vite non incluse si manifesta oltre il ricordarle. È un
dolce tornare. Un dolce andare. E intanto la sinfonia si snoda in tutti i suoi
movimenti. Portando il senso del dolore, della follia in ogni gesto quotidiano
che si tinge grossolanamente di normalità. Scopriamo l’errore che commettiamo
ancora: allontanare il diverso. Non essere diverso. La forma perfetta non
esiste e anche se rimane un sogno, noi amiamo sognare. Con Roberto. Con
Nicoletta. Con Giordano. I poeti. Ma anche con i medici come Carmelo Pellicanò,
ultimo direttore di San Salvi, che tanto ha dato ai suoi ospiti, mai da lui
considerati gli ultimi. Un non-luogo. Un respiro in quattro tempi. Con
Ouverture. E una carezza al cuore. Peccato che chi un tempo era qui, ai margini
di una società perbenista non possa sentirne la musicalità. Noi ci adoperiamo
con gioia a interpretare il senso della parola ‘aumentata’ e ci piace sognare
che questa sua qualità arrivi anche laddove l’umano diventa altro. Quell’altro sconosciuto. Che richiama
l’altro. In continua vibrazione. Respiro felice l’aria ‘aumentata’. Richiudo il
libro del non-luogo, ma ormai sono come lievitata in luoghi che non esistono
forse nel mondo reale, ma che sanno accogliere l’anima."
LINK VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=QuIQYxszkDk&list=PLKs0dokJPvpjRmTI67DjY7a_uDzyC9NEF&index=1



























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