sabato 6 giugno 2026

Poesia per la Pace: "Poetas del Mundo" incontra "La Camerata dei Poeti di Firenze", sabato 13 giugno ore 16, alla Biblioteca Mario Luzi - Fraternità fra i Popoli, Ambiente


 I Poeti del mondo (Poetas del Mundo) è un movimento internazionale Artistico-Letterario che conta oltre 8000 poeti in 140 paesi dei cinque continenti di poeti che mettono la propria arte al servizio dell’uomo per trasformare la parola in un potere reale, in grado di influenzare con la bellezza il destino dell’umanità verso un livello vibrazionale-energetico più elevato di consapevolezza per lo spirito e per l’anima in nome della pacifica condivisione e fratellanza universale. 


La passione per la Poesia mi ha permesso di creare questa bellissima opportunità di scambio interculturale e l’anno scorso quando Luis Arias Manzo il fondatore del movimento (il 14 ottobre 2005 a Valparisio - Cile) e autore del Manifesto Universale dei Poeti tradotto in 28 lingue,  mi propose di aiutarlo al suo progetto di venire in Italia, accettai con grande entusiasmo.
In veste di segretario nazionale per l’Italia dei Poeti del Mondo, sono riuscito (non senza fatica, ma con grande determinazione, perseveranza, coraggio, passione e coerenza) di coinvolgere anche 3 associazioni (Il Gruppo Autori Polesani di Rovigo, presidente Angioletta Masiero, la Camerata dei Poeti di Firenze, presidente Carmelo Consoli e il Gruppo Scrittori Ferraresi, presidente Federica Graziadei, che hanno dato la loro disponibilità (e ringrazio di cuore) per accogliere questi poeti.
 
Sono stati in Italia dal 6 al 15 settembre con un tour di 8 giorni visitando alcune città (Rovigo, Firenze, Ferrara, Arquà Petrarca, Verona e Venezia) unendo l’aspetto turistico con quello letterario.

E' stato presente agli eventi anche il fondatore del movimento Luis Arias Manzo (Cile), il sottosegretario generale
Maggy Gómez Sepúlveda (Colombia) con alcuni poeti del mondo Margarita Garcia Zenteno (Messico), Rocío Biedma (Spagna), Sujit Kumar Mukherjee (India) che sono intervenuti ai vari reading.

giovedì 28 maggio 2026

L' interessante e partecipata presentazione del libro "Rabbia Social-e", curato da A. Gensini e L. Santoli - "L'arte ci salverà"

Alessio Gensini e Leonardo Santoli - Curatori "Rabbia social-e"





Link Video Facebook 27-5-2026




L'intervento di Roberto Mosi


Il sentimento della rabbia 

 

    Nella collana Edizioni dell’Assemblea è stato pubblicato Rabbia social–e, un libro che ci fa vedere la rabbia da un punto di vista diverso dal solito. Il presidente dell’Assemblea, Antonio Mazzeo, ricorda nella presentazione del libro che la rabbia è un’emozione primaria che ci accompagna dalla nascita e che si manifesta spesso in modi aggressivi e violenti sia nella dimensione fisica (sociale) che in quella digitale (social). I curatori del libro, Alessio Gensini e Leonardo Santoli, ci invitano però a recuperare questa emozione come fonte di energia per azioni che hanno una ricaduta sociale positiva e contribuiscono a far crescere la comunità di cui siamo parte. Come non pensare a quella rabbia che diventa indignazione davanti all’ingiustizia, che contribuisce a far crollare i muri dell’indifferenza? Nella storia della Toscana emergono episodi in cui la rabbia è stata la spinta positiva per costruire una società più giusta, si pensi, fra tutti, alla partecipazione alla lotta contro il fascismo e per la Liberazione.

    Confesso che in un primo momento sono rimasto sorpreso dalla scelta del Consiglio Regionale di pubblicare un libro su questo tema non propriamente istituzionale; ho lavorato per anni presso gli uffici dell’Assemblea e per me il prototipo di questo tipo di impegno è rappresentato dai dodici volumi che nel 1980 raccolsero i risultati della dotta ricerca sul tema dei lavori all’Assemblea Costituente e le scelte che il legislatore operò per il Sistema delle Autonomie: ricordo bene, fra l’altro, che le pubblicazioni furono consegnate in forma solenne dal presidente del Consiglio, Loretta Montemaggi, al presidente della Camera Nilde Iotti, in occasione di un incontro al quale ero presente.

    La lettura del libro Rabbia social–e, che è disponibile in distribuzione gratuita, mi ha fatto ampiamente ricredere, ho apprezzato l’originalità e l’attualità della ricerca condotta dagli autori che hanno messo a fuoco un fenomeno di notevole rilievo soprattutto ai nostri giorni. I curatori Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli, autori, rispettivamente, delle poesie presenti nel libro e della parte grafica, spiegano che la rabbia è innescata da problemi sociali collettivi. Ognuno di questi problemi è il risultato di una combinazione tra il tipo di società e gli squilibri in essa presenti: disuguaglianza economica, assenza di valide politiche pubbliche, scarsità di risorse, esistenza di leggi ingiuste e crisi di valori; questi problemi innescano conseguenze psicologiche notevoli dei problemi sociali, come ansia, depressione, rabbia e violenza, tendenza all’isolamento e delusione.  Il libro traccia un lungo percorso per i diversi profili dell’argomento con una ricca raccolta di contributi realizzati da persone competenti in vari rami della scienza e della cultura. 

    Da questo insieme variegato di contributi, emergono concetti chiave, ai quali abbiamo già fatto cenno:  1.  La doppia natura della rabbia, il carattere ibrido del fenomeno, sociale perché radicata in problemi collettivi reali e social-e perché trova nel web un’arena che ne amplifica la velocità e la portata.  2. Effetti psicologici e isolamento: il testo evidenzia come la rabbia collettiva si traduca a livello individuale in ansia, depressione, delusione e una crescente tendenza all’isolamento, spesso accentuato dal passaggio dei contatti sociali al piano puramente virtuale.  3. Il ruolo della pandemia: diversi autori sottolineano come il COVID-19 abbia compromesso il benessere psicosociale, spostando le interazioni simboliche nell’ambito digitale dove la rabbia è diventata una nuova pratica sociale.

    Si passa infine dalla protesta alla proposta, il libro, infatti, non è solo un’analisi critica, ma rappresenta un manifesto per futuri indirizzi e suggerisce che la comprensione di questi fenomeni è il primo passo per trasformare l’indignazione in partecipazione consapevole.

Nel volume Rabbia Social-e le riflessioni sui temi sociali e psicologici dei giovani si intrecciano costantemente al mondo dell’arte, poiché l’arte viene vista come il linguaggio privilegiato per dare forma e senso al disagio giovanile. Si evidenzia poi come per i giovani il web non sia solo un mezzo di comunicazione, ma rappresenti un’estensione del sé; i risultati della ricerca riportati mostrano, per altro verso, come la pandemia abbia accelerato un processo di analfabetismo emotivo: i giovani, privati del confronto fisico, usano i social per manifestare una rabbia che spesso non sanno nominare. In un mondo poi che non offre certezze lavorative o identitarie, la rabbia diventa «un modo per sentirsi esistenti». Nel libro è analizzato il nesso tra l’uso intensivo dei social e l’aumento di ansia e depressione tra gli adolescenti e la rabbia appare come il simbolo visibile di una profonda solitudine strutturale.

    Riguardo al mondo dell’arte, i curatori sostengono che l’artista ha come il compito di intercettare la rabbia nell’aria e trasformarla in un’immagine o un’opera che induca alla riflessione invece che alla violenza. Il volume è arricchito da contributi visivi che fungono da contrappunto ai saggi sociologici. L’arte contemporanea viene presentata come un linguaggio che permette di comunicare tra generazioni diverse, superando le barriere della comunicazione verbale spesso violenta dei social, gli autori ritengono infatti che la bellezza e la creatività siano preziosi anticorpi, efficaci contro l’odio online. L’arte non deve essere quindi elitaria, ma deve tornare a parlare dei problemi collettivi per aiutare i giovani a dare una forma estetica (e quindi controllata) delle loro pulsioni.

    Il libro è stato pubblicato nel 2024 e suscita un notevole interesse a partire dal mondo dell'arte, dalle persone che frequentano la Società delle Belle Arti - Circolo dgli Artisti "Casa di Dante", dove avviene la presentazione di "Rabbia social-e". Sono argomenti oggi, da riprendere ancora e approfondire ulteriormente con la comune partecipazione di artisti, ricercatori, umanisti, anche alla luce della lettera enciclica "Magnifica Humanitas" di paa Leone XIV "sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale". Un articolo di oggi su "L'Avvenire", di Antonio Spadaro, porta il titolo quanto mai significativo "Il genio creativo come resistenza all'algoritmo. L'arte ci salverà.". Nel sottotitolo la prima spiegazione: "Dove l'algoritmo ottimizza, accelera e replica, l'uomo si espone al rischio, alla lentezza, all'errore, alla trasformazione. E' dall'attraversamento del limite - mai codificabile - che nasce la nostra capacità di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, la pittura, persino il cinema. E lo facciamo col cuore, col corpo, con le nostre storie, non solo con l'intelligenza. Che non può essere assolutizzata." 

    Si pò dire che sugli argomenti di questa sera "i lavori sono in corso", richiedono un forte, comune impegno di approfondimeto, di confronto, di partecipazione critica e responsabile, da parte delle associazioni culturali, artistiche, di ricerca. L'auspicio è che nei prossimi tempi fioriscano nuovi appuntamenti e incontri, nuove pubblicazioni, come quello di oggi.



Franco Margari e Alessio Gensini






Letture a cura di Sandra Vigiani 












 

giovedì 21 maggio 2026

Uno straordinario incontro il 20 maggio: presentazione dei libri di Roberto Mosi "Ritorni" e "I Demidoff", dedicati a storie e memore di San Donato in Polversosa - Il saluto del Q. 5

 

Villa Matilde dei Demidoff, Principi di San Donato


Alberto Argentile, Quartiere 5


            L'autore e Nicoletta Manetti

Uno straordinario incontro il 20 maggio al Circolo degli Artisti Casa di Dante, introdotto dal presidente Franco Margari, per la presentazione di due libri di Roberto Mosi, volti a narrare e "cantare" la storia e le memorie delle terre a nord-ovest di Firenze, i rioni di Novoli e di Rifredi, luoghi di origine dell'autore: Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Pontecorboli Edizioni, e Ritorni, Ladolfi Poesia.

LINK VIDEO INCONTRO 






L'autore porta avanti un progetto per mostrare come la letteratura, la poesia, la pittura, il canto, la fotografia, possono contribuire a recuperare le memorie di un luogo, a diffonderne la conoscenzae e porle in valore, creare identità e partecipazione nel nome di un comune sentire. Nel caso in questione il riferimento è a San Donato in Polversoasa e agli attuali quartieri di Novoli e di Rifredi. Si sono già tenuti incontri presso la Bibliteca Buonarroti a Novoli e prossimamente i due libri saranno presentati alla SMS di Rifredi, al Circolo degli Artisti Casa di Dante nella forma di concerto con la partecipazione del pianista Umberto Zanarelli, alla Coop di piazza Leopoldo, alla Libreria Salvemini, con la raccolta delle reazioni, commenti, documenti. 
Alberto Argentile, presidente della Coommissione Cultura del Q. 5, ha portato il saluto del Quartiere e ha manifestato il pieno interesse per il progetto.

Nicoletta Manetti con il romanzo "I Demidoff"


     Il pittore Enrico Guerrini





Nicoletta Manetti ha illustrato i caratteri del romanzo "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", soffermandosi sul valore della collana "Gli Stranieri e Firenze" dell'editore fiorentino Pontecorboli e sui protagonisti del libro, la villa di San Donato, il Castello incantato, Matilde Bonaparte, artista di valore, donna libera e indipendente, Nostra Signora delle Arti in Francia, la collana dai sette fili di perle che si perde nelle sabbie della storia.
Giuseppe Baldassarre ha commentato il libro "Ritorni", Ladolfi Editore, un poemetto di 12 canzoni, dedicato al viaggio di ritorno dell'autore verso i luoghi della sua infanzia.

I° Canzone, "Ritorni" -Vento

Ritorno alla finestra aperta
sui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.

Il vento supera agile il Monte
investe sibilando il mio
mondo, scompiglia le chiome
degli alberi, le braccia
dei filari allineati nei campi.

Le ombre della sera disegnano
figure al galoppo fra le spighe
agitate del grano, onde
s’infrangono contro la casa
isola al limitare dei campi.

Un tappeto di lucciole rosse
invade il mio breve orizzonte
fra lo stridio incessante
dei grilli che si alza fino
alle pallide luci del cielo.

Un carro torna dal mercato
la luce del fanale avanza
per la strada di campagna.
Mi addormento al canto
lontano del carrettiere.

Nel corso dell'incontro il pittore Enrico Guerrini ha realizzato, all'impronta, i disegni ora riportati, raffigurazion emblematiche di luoghi e personaggi.






Francesco Rainero


Francesco Rainero ha cantato le canzoni "Firenze (canzone triste)" di Ivan Graziani, "Dorme Firenze" di Beppe Dati, e "Ti cerco nel mondo", da lui composta, riportata su YouTube.











mercoledì 20 maggio 2026

La recensione di Iacopo Chiostri per "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze" di R. Mosi, Pontecorboli Editore.



Roberto Mosi

I DEMIDOFF E MATILDE BONAPARTE A FIRENZE

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Pontecorboli Editore

RECENSIONE DI IACOPO CHIOSTRI

 

Corredato da una preziosa cronologia e da una corposa bibliografia, ‘I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze’ di Roberto Mosi ci porta inizialmente nella Firenze della prima metà dell’ ‘800 per arrivare poi in prossimità della fine di quel secolo; argomento della narrazione quanto è scritto nel titolo.

‘I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze’ è’, a tutti gli effetti, un saggio storico, come testimoniano la veridicità delle fonti, il rigore metodologico e l’apparato critico, Mosi però è andato oltre e, servendosi del suo ‘mestiere’ di romanziere esperto, ha saputo intramezzare alla narrazione dei ‘fatti’ e delle date, dei luoghi e dei personaggi, un buon numero di paragrafi che potremmo dire defatiganti, così che ne risulta una lettura che soddisfa più palati. Intanto conosciamo aspetti e storie fiorentine di cui pochi probabilmente sono a conoscenza e che confermano il passato della città come fonte inesauribile di storie, poi ci arricchiamo della conoscenza di una vasta aneddotica che rende agevole la lettura e ci offre un quadro generoso di cosa era Firenze dell’epoca, non ancora la città aperta che di lì a poco sarebbe diventata la meta di tanti illustri personaggi, ma, ciò nonostante, già cosmopolita con tanto lusso, belle arti e anche tanta povertà.

Da uomo di cultura Mosi ha saputo andare in profondità nelle carte della ‘storia’ mettendo assieme un lavoro certosino, e componendo un puzzle i cui tasselli sono ciascuno collocato al posto e al momento giusto, e i passaggi, che formano la vicenda narrata, sono argomentati, collegati tra loro, e ne è spiegato il significato e l’interazione.

Non deve essere stato un lavoro facile, certo un lavoro complesso, fosse solo per la mole di documenti che il ‘nostro’ ha consultato e dai quali ha estrapolato gli elementi necessari per costruire un’architettura così articolata; probabilmente, azzardiamo, un lavoro però altamente appagante com’è sempre quello dell’investigatore storico.

Seguendo le tracce dei Demidoff, ricchi proprietari di miniere e fabbriche in Russia, approdati a Firenze, che diviene loro patria di adozione, nel 1822, facciamo un salto indietro nel tempo, all’epoca del granduca Leopoldo II, ci spostiamo a Parigi, a San Pietroburgo, ma anche nel quartiere di San Niccolò e di Novoli, oltre che a Pratolino dove la villa, che porta il nome dei Demidoff e il relativo parco, sono passati dopo oltre un secolo proprietà della provincia di Firenze che li ha destinati a uso pubblico; l’altra protagonista del racconto è la bella vicenda umana e artistica di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo Bonaparte, la quale sposerà Anatolio Demidoff, figlio di Nicola, il capostipite della famiglia al suo arrivo a Firenze.

Tra le tante notizie che si offrono al lettore, due hanno colpito chi scrive queste righe: il declino e l’attuale inesorabile rovina della villa di San Donato in Polverosa nel quartiere di Novoli (le immense ricchezze artistiche, gli arredi financo alle piante che impreziosivano la ‘reggia’ dei Demidoff sono andate disperse in varie aste) e la storia della celebre collana di perle di sei fili donata da Napoleone alla madre di Matilde, Caterina, regina di Vestfalia, indossata da Matilde il giorno del suo matrimonio con Anatolio Demidoff nel 1840, andata pure questa all’asta,.

Il libro di Mosi fa parte della collana ‘Stranieri e Firenze’, edita da Angelo Pontecorboli e come i precedenti pubblicati nella collana - tra cui dello stesso autore ‘Tre principesse francesi a Firenze - si conferma un lavoro prezioso per meglio capire - oltre che, naturalmente, conoscere - il passato della città.



 

lunedì 11 maggio 2026

"Narciso ama il petrolio / alla pazzia ..."- Caravaggio e la danza delle streghe di Shakespeare. Trump, narcisismo e AI

 



Narciso e le Streghe di Shakespeare (Macbeth)

 

Le Streghe

soffiano sul fuoco

cantano Narciso

bello bullo bolle.

 

Bolle la pentola bolle

il sogno d’Europa il sogno

le fiamme ballano intorno

il miscuglio sobbolle.

 

L’occhio aguzzo di un rom

il bianco sorriso di un nero

l’idea svanita di pace

le vecchie gettano dentro.

 

Ronde occhiute in giro

zero tolleranza zero

idee solidali in fumo

lo scudo spaziale nel cielo.

 

Narciso ama se stesso 

si specchia alla fonte

abbraccia se stesso

il resto sfuma nel nulla.

 

Narciso ama Dio

afferra il suo scettro, il suo

trono, sacerdoti lo osannano

capo Supremo.

 

Narciso ama il potere

alla follia, sulla scena

assegna ogni parte

il riso, il pianto.

 

Narciso ama il petrolio

alla pazzia, lo cerca

lo trova, in ogni

parte del mondo.

 

Narciso invia

messaggi, diffonde

 in rete parole d’orgoglio

di rabbia rabbiosa.

 

Bit byte bit byte             

zero uno zero uno

uno zero, le Streghe

cantano in coro.

 

Blog ergosum, sum ergoblog

Narciso google,

google Narciso

Narciso yahoo.

 

I like Meta I love Meta

Artificial AI  Artificial AI,

Ahi Ahi

Ahimé Creso Musk.

 

Messaggio d’amore

d’amore messaggio

Narciso you tube, you tube

tube you.                 

 

 

 

                               Roberto Mosi, Maggio 2026

 

Caravaggio, Narciso



Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia

L’ipertrofica attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette “intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1], dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente, un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una malfondata e pericolante falsità.

 

Nello specchio della propria autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico, della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito, secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in una correzione una tantum del reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.

 

«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione, rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3]. L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di conoscere sempre di più il mondo.

 

Nessuna macchina può sostare allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in cui consiste la conoscenza[4], in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora, anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro, e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa, l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.

 

L’approssimazione delle macchine presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette capo a una computazione autocosciente non organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una contraddizione in termini in via di principio incalcolabile). Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme di proprietà date, un cluster di osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene ricorsivamente come insieme di altri insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale, insondabilmente ambivalente.




 

Ogni relazione umana ce lo testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.

 

Proprio perché l’intelligenza si autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente, e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato, cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5], storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.

 

Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente regionale (cosmotecnico[6]), in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova, l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di macchine»[8], ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.

 

Per questo non si è mai intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che il lato dell’intellectus stanno l’uno con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua opacità.

 

Il vitalismo si corregge così per estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9], ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica, se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante, meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale, coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.

 

Il narcisismo della nostra specie può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta nettezza.

 

Note

 

 

[1] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina, Milano 2018.

[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo, a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.

[3] G. Canguilhem, La formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris 1999, p. 155.

[4] G. Prodi, Alla radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.

[5] Cfr. H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.

[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.

[7] Cfr. S. Lem, Summa technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.

[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 2025.

[9] Cfr. G. Canguilhem, La conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.