poesia3002
Roberto Mosi si interessa di poesia e fotografia. Per la poesia ha pubblicato Sinfonia per San Salvi (Il Foglio 2020), Orfeo in Fonte Santa (Ladolfi 2019), Il profumo dell’iris (Gazebo 2018), Navicello Etrusco (Il Foglio 2018), Eratoterapia (Ladolfi 2017), Poesie 2009-2016 (Ladolfi 2016). L’autore ha realizzato mostre di fotografia presso caffè letterari, biblioteche, sale di esposizione. Cura i Blog: www.robertomosi.it e www.poesia3002.blogspot.it .
giovedì 21 maggio 2026
mercoledì 20 maggio 2026
La recensione di Iacopo Chiostri per "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze" di R. Mosi, Pontecorboli Editore.
Roberto Mosi
I DEMIDOFF E MATILDE BONAPARTE A FIRENZE
I geniali fabbri russi,
principi di San Donato
Angelo Pontecorboli Editore
RECENSIONE
DI IACOPO CHIOSTRI
Corredato
da una preziosa cronologia e da una corposa bibliografia, ‘I Demidoff e Matilde
Bonaparte a Firenze’ di Roberto Mosi ci porta inizialmente nella Firenze della
prima metà dell’ ‘800 per arrivare poi in prossimità della fine di quel secolo;
argomento della narrazione quanto è scritto nel titolo.
‘I
Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze’ è’, a tutti gli effetti, un saggio
storico, come testimoniano la veridicità delle fonti, il rigore metodologico e
l’apparato critico, Mosi però è andato oltre e, servendosi del suo ‘mestiere’
di romanziere esperto, ha saputo intramezzare alla narrazione dei ‘fatti’ e
delle date, dei luoghi e dei personaggi, un buon numero di paragrafi che
potremmo dire defatiganti, così che ne risulta una lettura che soddisfa più
palati. Intanto conosciamo aspetti e storie fiorentine di cui pochi
probabilmente sono a conoscenza e che confermano il passato della città come
fonte inesauribile di storie, poi ci arricchiamo della conoscenza di una vasta
aneddotica che rende agevole la lettura e ci offre un quadro generoso di cosa
era Firenze dell’epoca, non ancora la città aperta che di lì a poco sarebbe
diventata la meta di tanti illustri personaggi, ma, ciò nonostante, già cosmopolita
con tanto lusso, belle arti e anche tanta povertà.
Da
uomo di cultura Mosi ha saputo andare in profondità nelle carte della ‘storia’
mettendo assieme un lavoro certosino, e componendo un puzzle i cui tasselli
sono ciascuno collocato al posto e al momento giusto, e i passaggi, che formano
la vicenda narrata, sono argomentati, collegati tra loro, e ne è spiegato il
significato e l’interazione.
Non
deve essere stato un lavoro facile, certo un lavoro complesso, fosse solo per
la mole di documenti che il ‘nostro’ ha consultato e dai quali ha estrapolato gli
elementi necessari per costruire un’architettura così articolata;
probabilmente, azzardiamo, un lavoro però altamente appagante com’è sempre quello
dell’investigatore storico.
Seguendo
le tracce dei Demidoff, ricchi proprietari di miniere e fabbriche in Russia,
approdati a Firenze, che diviene loro patria di adozione, nel 1822, facciamo un
salto indietro nel tempo, all’epoca del granduca Leopoldo II, ci spostiamo a
Parigi, a San Pietroburgo, ma anche nel quartiere di San Niccolò e di Novoli,
oltre che a Pratolino dove la villa, che porta il nome dei Demidoff e il relativo
parco, sono passati dopo oltre un secolo proprietà della provincia di Firenze
che li ha destinati a uso pubblico; l’altra protagonista del racconto è la
bella vicenda umana e artistica di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo
Bonaparte, la quale sposerà Anatolio Demidoff, figlio di Nicola, il capostipite
della famiglia al suo arrivo a Firenze.
Tra
le tante notizie che si offrono al lettore, due hanno colpito chi scrive queste
righe: il declino e l’attuale inesorabile rovina della villa di San Donato in
Polverosa nel quartiere di Novoli (le immense ricchezze artistiche, gli arredi
financo alle piante che impreziosivano la ‘reggia’ dei Demidoff sono andate
disperse in varie aste) e la storia della celebre collana di perle di sei fili donata
da Napoleone alla madre di Matilde, Caterina, regina di Vestfalia, indossata da
Matilde il giorno del suo matrimonio con Anatolio Demidoff nel 1840, andata
pure questa all’asta,.
Il
libro di Mosi fa parte della collana ‘Stranieri e Firenze’, edita da Angelo
Pontecorboli e come i precedenti pubblicati nella collana - tra cui dello
stesso autore ‘Tre principesse francesi a Firenze - si conferma un lavoro
prezioso per meglio capire - oltre che, naturalmente, conoscere - il passato
della città.
lunedì 11 maggio 2026
Narciso - Caravaggio, poesia, la danza delle streghe di Shakespeare, Donald Trump, narcisismo e intelligenza artificiale
Le Streghe
soffiano sul fuoco
cantano Narciso
bello bullo bolle.
Bolle la pentola bolle
il sogno d’Europa il sogno
le fiamme ballano intorno
il miscuglio sobbolle.
L’occhio aguzzo di un rom
il bianco sorriso di un nero
l’idea svanita di pace
le vecchie gettano dentro.
Ronde occhiute in giro
zero tolleranza zero
idee solidali in fumo
lo scudo spaziale nel cielo.
Narciso ama se stesso
si specchia alla fonte
abbraccia se stesso
il resto sfuma nel nulla.
Narciso ama Dio
afferra il suo scettro, il suo
trono, sacerdoti lo osannano
capo Supremo.
Narciso ama il potere
alla follia, sulla scena
assegna ogni parte
il riso, il pianto.
Narciso ama il petrolio
alla pazzia, lo cerca
lo trova, in ogni
parte del mondo.
Narciso invia
messaggi, diffonde
in rete parole d’orgoglio
di rabbia rabbiosa.
Bit
byte bit byte
zero uno zero uno
uno zero, le Streghe
cantano in coro.
Blog ergosum, sum ergoblog
Narciso google,
google Narciso
Narciso yahoo.
I like Meta I love Meta
Artificial AI Artificial AI,
Ahi Ahi
Ahimé Creso Musk.
Messaggio d’amore
d’amore messaggio
Narciso you
tube, you tube
tube you.
Roberto
Mosi, Maggio 2026
Caravaggio, Narciso
Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia
L’ipertrofica
attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette
“intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di
narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò
in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza
formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed
emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che
continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto
indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1],
dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a
pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in
una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza
metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio
deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa
scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente,
un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione
perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria
fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre
ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di
dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto
alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed
emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una
malfondata e pericolante falsità.
Nello specchio della propria
autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di
prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque
dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente
con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste
due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico,
della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e
quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di
artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più
ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci
tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e
quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il
conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito,
secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in
una correzione una tantum del
reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della
vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un
errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono
un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino
al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata
che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.
«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce
infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione
supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che
evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo
sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla
simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un
esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione,
rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può
co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la
conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per
essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile
se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo
ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3].
L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i
livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci
sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone
di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve
arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo
computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto
dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo
mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di
conoscere sempre di più il mondo.
Nessuna macchina può sostare
allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La
vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di
un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da
quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove
nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di
una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se
stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in
cui consiste la conoscenza[4],
in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non
giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che
permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende
forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme
di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima
istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della
macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le
macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che
abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è
immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora,
anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro,
e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa,
l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.
L’approssimazione delle macchine
presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza
naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si
dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una
dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato
algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può
al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di
nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già
costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già
disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette
capo a una computazione autocosciente non
organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una
contraddizione in termini in via di principio incalcolabile).
Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme
di proprietà date, un cluster di
osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che
essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno
dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui
l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne
possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che
incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un
elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene
ricorsivamente come insieme di altri
insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale,
insondabilmente ambivalente.
Ogni relazione umana ce lo
testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire
una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che
le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo
che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un
bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie
infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro
definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un
movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a
trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.
Proprio perché l’intelligenza si
autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico
sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste
quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento
delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente,
e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato,
cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È
insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che
guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera
incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente
suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5],
storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le
generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo
orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo
diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la
conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.
Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il
risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della
precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico
contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente
regionale (cosmotecnico[6]),
in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista,
l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova,
l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come
ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di
macchine»[8],
ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci
costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.
Per questo non si è mai
intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del
soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla
parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto
sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che
il lato dell’intellectus stanno l’uno
con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa
essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è
solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai
coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua
opacità.
Il vitalismo si corregge così per
estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo
grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più
chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo
attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente
come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può
eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9],
ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di
un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica,
se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria
stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante,
meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere
tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale,
coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio
dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata
forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più
potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità
della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe
catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le
nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed
esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di
un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.
Il narcisismo della nostra specie
può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza
naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che
credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni
competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla
contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la
piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a
conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi
stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali
fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come
ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una
volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una
profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta
nettezza.
Note
[1] Cfr. M. Tegmark, Vita
3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello
Cortina, Milano 2018.
[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo,
a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.
[3] G. Canguilhem, La
formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris
1999, p. 155.
[4] G. Prodi, Alla
radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.
[5] Cfr. H. Bergson, Il
riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.
[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica.
La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.
[7] Cfr. S. Lem, Summa
technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.
[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e
Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo,
Einaudi, Torino 2025.
[9] Cfr. G. Canguilhem, La
conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.
sabato 25 aprile 2026
Alla Camerata dei Poeti: "RITORNI" di Roberto Mosi, Ladolfi Ed.- L' incontro fra le Arti per celebrare la memoria di un Quartiere alla periferia di Firenze: Poesia, Fotografia, Racconto, Musica, Lettura, Pittura - "La Sororità" di Silvia Ranzi alla Biblioteca Mario Luzi
| Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed. |
LA CAMERATA DEI POETI – 6° TORNATA Del 96° ANNO ACCADEMICO
VENERDI’ 24 APRILE 2026 ore 17,00
BIBLIOTECA MARIO LUZI in via Ugo Schiff 8 – Firenze
Il Presidente CARMELO CONSOLI presenta il TESTO
“RITORNI”
Collana Perle poesia, G. Ladolfi Editore, 2026
DI ROBERTO MOSI
“ITACA, il ritorno di ognuno di noi alla propria Itaca”
Letture di VALERIA CIRILLO
Intervento del poeta PIETRO BROGI
SORORITA’ FRA LE ARTI a cura del critico d’arte e letterario SILVIA RANZI
FRANCESCO RAINERO - Chitarra acustica e voce
Brani musicali: “Ha perso la città” Niccolò Fabi – “Ci vediamo a casa” Dolcenera –
“La casa del sole” I Bisonti
Artista FOTOGRAFO: ROBERTO MOSI
In esposizione OPERE FOTOGRAFICHE scattate nell’area urbanistica di Castello, Rifredi, Novoli a corredo del libro stesso:
Villa Reale di Castello, giardino con le piante di limone - Ex stabilimento FIAT, centrale termica dopo il recente restauro - La Villa Demidoff di San Donato - Chiesa di San Donato in Polverosa: interno.
Immagini fotografiche ispirate alla Dea etrusca dell’Amore, Turan, oggi.
Apparizioni di Tagete, il fanciullo veggente.
L’autore nella testimonianza che segue sintetizza la struttura compositiva del testo poetico realizzato, arricchito da ricerche documentate, storiche e devozionali, naturalistiche e geologiche, architettoniche e industriali nella dialettica tra passato e presente del quartiere in cui ha abitato nella sua infanzia.
Si vota al culto della memoria che intende riappropriarsi del rione ed aree limitrofe in cui ha vissuto nella giovinezza, per dilatare al fruitore l’esplorazione della cultura del territorio, nelle radici dell’anima dei luoghi, restituendo la fisionomia identitaria di un Urbanesimo in divenire nei secoli ed inoltrarsi nelle trasformazioni ineludibili dell’oggi.
Quale moderno Ulisse nella sua prefazione annuncia: Il Viaggio per Itaca
“Nel mio lavoro di scavo, da archeologo, nella storia della zona delle origini, Novoli e Rifredi, tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva: il lavoro, la religione, le acque.
In merito al secondo elemento, LA RELIGIONE, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo; di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico: Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino, che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del Papa. A metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose celebri aste.
Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, LE ACQUE, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre culture agricole. Ricordo, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.” R. MOSI
Dalla Raccolta lirica: “RITORNI”
Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi / campanili, fabbriche, ciminiere / per sfondo Monte Morello. (Lirica I: VENTO)
Il recupero delle reminiscenze giovanili affiora nell’esercizio del peregrinare, viaggio identitario che si fonde con lo spirito altalenante retrospettivo per far emergere la pluralità delle stratificazioni storiche: il verseggiare accoglie l’andamento psicologico ricco di suggestioni emozionali e cognitive che si flettono a ricercare la ricchezza patrimoniale dei siti civili, architettonici e monumentali di ville ed edifici sacri della tradizione comunitaria.
La copertina omaggia la specie botanica, carismatica del territorio, “La Citrus Bizzarria”, in cui si fondono l’arancio amaro ed il limone cedrato, che celebra la passione della famiglia Medici per la coltivazione degli agrumi: scoperta che risale al 1674 da parte di Pietro Nati, direttore dell’Orto Botanico di Pisa, nella “Villa torre degli Agli “dei Marchesi Panciatichi per poi far parte delle collezioni Medicee della villa di Castello. La scelta dell’autore per questa immagine onora la fiorentinità botanica, ma al contempo pare quasi assurgere a metafora della mélange di accenti mnemonici nel trasalimento delle suggestioni affioranti.
“Sono d’oro le Ville / dei Medici, villa Petraia / la perla sfolgorante / a primavera di colori / d’azalee e di limoni” (Lirica VII: POESIA)
“Villa di Careggi, la terza perla / culla dell’umanesimo / Marsilio riscopre la sapienza / antica di Platone, parla / ancora il greco antico”. (Lirica VIII: PAROLE)
Il ricorso ad alcuni versi citati di “ITACA” (1911), poesia rinomata del greco K. P. Kavafis, attesta l’importanza della dimensione spirituale del VIAGGIO quale RITORNO - navigazione dell’esistenza, prima ancora della destinazione - che accoglie i connotati immateriali della saggezza: conferire senso alle vicende individuali e collettive di zone periferiche in cui poter discernere i flussi della storia come l’eroe greco, Ulisse. di omerica memoria, assetato di conoscenza e di sapere.
“Nell’ultimo lembo rimasto / della fabbrica s’innalza / l’alta mole della ciminiera / al crocevia gonfio di strade/ fra il quartiere, la città, il mondo.” (Lirica V: OMBRE)
Malinconia ed inquietudine si insinuano, ma confortate dal valore etico – semantico dell’esercizio veggente della poesia, richiamando alla coscienza le spoglie, sepolte nel cimitero della Prioria di San Michele a Castello, dell’illustre Mario Luzi e rievocando i canti orfici del “poeta vagabondo” Dino Campana “sui monti di boschi e di pietra”.
Nella lirica ad epilogo “RITORNI” la sublimazione dei versi si fa canto per le dinamiche narrate, la pluralità delle sensazioni suscitate, nella consapevolezza dell’avvento delle trasformazioni industriali e sociali, per augurarsi nuove rotte da perseguire nella rinascita dei tempi.
“Navigherò a vista fra i cieli / di tempesta, fra dense nubi / squarciate dai fulmini / del temporale, per guida / la voglia di scoprire.” (Lirica XII: “RITORNI”)
ROBERTO MOSI, POETA E FOTOGRAFO dalle innumerevoli pubblicazioni, in ultima analisi ci offre alcune foto, le cui iconografie sono state esposte presso la Società di Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” (Collettiva 7 - 19 marzo 2026): celebrano il tema del decennale dell’Officina del Mito di cui è pioniere “LO SPIRITO DEGLI ETRUSCHI, ENERGIA PER L’OGGI”.
Agricoltori, pastori e abili navigatori, commercianti vivevano di artigianato, abilità manifatturiere nella lavorazione dei metalli nel centro di Populonia.
Cultore di narrativa e poesia, il suo estro di scrittore e poeta si vota ai miti della Toscanità, e facendo leva sulla silloge “IL NAVICELLO ETRUSCO” (Edizioni Il Foglio, 2018) ci propone in esposizione, ad epilogo di questo evento letterario, immagini fotografiche a polittico del Mito di Tagete: fanciullo che emerge dal solco della terra rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse dall’Etruria per trarre auspici dai fenomeni naturali e dall’ esame delle viscere degli animali.
Segue l’onore tributato a TURAN, la dea dell’AMORE e della BELLEZZA, FERTILITA’ E VITALITA’( donna dalle nudità riccamente ornata, con attributi di colombe, cigni e melograni ) - nel parallelismo con la greca Afrodite e la romana Venere - venerata quale protettrice della famiglia, dei Vulci e dei naviganti, frequentemente raffigurata su specchi di bronzo, a cui il poeta collega il richiamo ai giochi di infanzia delle nipoti sulla sabbia dorata ed il mare cristallino a S. Vincenzo nel cuore della Costa degli Etruschi in provincia di Livorno a nord del Golfo di Baratti.
La sedimentazione dei ricordi si tramuta in una sorta di sisma riesumato, dominato dalle relazioni familiari in cui le sinapsi cerebrali coltivano ed alimentano la terapia della rimembranza per sostenere il valore identitario e comunitario dell’esistere, nell’incedere irriducibile del tempo che interroga l’animo sulla priorità della cultura degli affetti nelle contingenze vissute, per un richiamo etico e costruttivo verso rinascite auspicate.
SILVIA RANZI
I.
Vento
Ritorno alla finestra aperta
sui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.
Il vento supera agile il Monte
investe sibilando il mio
mondo, scompiglia le chiome
degli alberi, le braccia
dei filari allineati nei campi.
Le ombre della sera disegnano
figure al galoppo fra le spighe
agitate del grano, onde
s’infrangono contro la casa
isola al limitare dei campi.
Un tappeto di lucciole rosse
invade il mio breve orizzonte
fra lo stridio incessante
dei grilli che si alza fino
alle pallide luci del cielo.
Un carro torna dal mercato
la luce del fanale avanza
per la strada di campagna.
Mi addormento al canto
lontano del carrettiere.
che scendi dal Monte, fammi
volare sulle tue ali per le strade
dell’eterno ritorno, alla vecchia
casa assediata dalle tue braccia.
La tua voce invade ancora
la mia testa, mi sorprende
agli angoli del quartiere
si confonde con il fracasso
del traffico, il vocio dei motori.
La tua voce, cadenzata dalle
stagioni, è rimaste la stessa
nel tempo?
Strisciavi una volta
sulle acque della palude
ai margini della boscaglia.
Ti slanci ora contro i vetri
del Palazzo di Giustizia, dei
supermercati, dell’Università.
Umile sterratore, scavo
scopro gli strati del tempo.
Appaiono segni della vita
passata sotto le presenze
di oggi, grumi intricati
di memoria, cerco il senso
del mio, del nostro esistere.
(Canto I, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed.,
2026)
Sole
Il sole nasce dal Monte
all’alba, i raggi si gettano
nella valle, sfiorano i tetti
infiammano i vetri della
finestra, il sorriso dei sogni.
Il sole nasce ad oriente
le speranze nel quartiere
arrivavano da oriente
si attendeva da oriente
il sole dell’avvenire.
L’appuntamento la sera
nel cortile della vecchia
casa, zaini e coperte
per salire alla luce della luna
sulla cima del Monte.
Si saliva cantando canzoni
di lotta e d’amore, in testa
i più anziani, poi i ragazzi
scatenati, per ultime
le coppie degli innamorati.
Si stendevano le coperte
alla Croce sul Monte
ci si abbracciava stretti
per difenderci dal freddo.
Il sonno, poi, l’aveva vinta.
“Il sole, il sole”, un urlo
svegliava l’accampamento
la sfera infuocata si affacciava
dalle Alpi del Giogo, una luce
radente, divina, irreale.
(Canto III, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)

















