Società delle Belle Arti-Circolo degli Artisti “Casa di Dante”COMUNICATO STAMPA
Mostra: Mostra collettiva “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi”Artisti: Pietro Brogi, Enrico Guerrini, Nicoletta Manetti, Giovanni Mazzi, Roberto Mosi, Margherita Oggiana, Andrea Ortuño, Silvia Ranzi, Andrea Simoncini, Giuseppe Venturini, Umberto ZanarelliInaugurazione Mostra: Sabato 7 Marzo 2026 ore 17.00Durata Mostra: 7 Marzo – 19 Marzo 2026Luogo: Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, via Santa Margherita n.1/r, Firenze
Sito web: www.circoloartisticasadante.com Email: info@circoloartisticasadante.com Tel. +39 055 218402
Orario apertura: da Martedì a Domenica compresi dalle 10:00 -12:00 e dalle 16.00-19.00;
Ingresso libero
“Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” è il titolo della nuova mostra d’arte contemporanea organizzata dagli artisti di Officina del Mito che si svolgerà presso le prestigiose sale della “Società delle Belle Arti-Circolo degli Artisti, Casa di Dante”.L’ “Officina del Mito”, costituitasi quasi dieci anni fa con l’intenzione di dar vita ad “una vera e propria officina d’idee per future mitiche mostre collettive”, ha all’attivo numerose mostre nelle quali i suoi artisti hanno affrontato miti, topoi e simboli emblematici, indagando forme espressive, linguaggi e storia delle culture attraverso proposte eterogenee. In questa nuova rassegna, gli artisti di Officina del Mito si sono voluti misurare con la complessa e variopinta eredità etrusca. Il confronto con tale popolazione italica, nelle opere esposte e nei differenti contributi artistici, non si è però esaurito in una semplice attrazione di tipo estetico, ma ha offerto lo spunto per esplorare temi profondi e quanto mai attuali, come il rapporto con il mistero, la vita, la morte, la natura e l’identità culturale. Gli artisti hanno cioè saputo cogliere quella forza espressiva, quel “di più” fatto di malinconia, superstizione, bellezza, crudeltà, ritualità ed edonismo, ricavandone uno straordinario laboratorio autonomo di forme, un paesaggio mentale e materiale attraverso il quale creare un’alternativa artistica vibrante ed originale.Questa inedita kermesse artistica non propone solo un viaggio evocativo attraverso le radici profonde della civiltà etrusca, ma piuttosto ne indaga lo spirito più profondo, affinché si trasformi in energia per il presente. Si tratta di un concetto potente che, attraverso l’arte, unisce antropologia, sociologia e una profonda sensibilità spirituale. Non è “nostalgia", ma un vero e proprio motore di innovazione e resilienza. Undici i partecipanti, Pietro Brogi, Enrico Guerrini, Nicoletta Manetti, Giovanni Mazzi, Roberto Mosi, Margherita Oggiana, Andrea Ortuño, Silvia Ranzi, Andrea Simoncini, Giuseppe Venturini, Umberto Zanarelli, che attraverso proposte eterogenee e medium differenti, ci sveleranno una eredità straordinaria, che non è solo archeologica, ma tocca l'arte, la spiritualità e la concezione stessa dell’esistenza. “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” celebra il legame tra il patrimonio culturale e l'innovazione contemporanea, evidenziando come i valori, le conoscenze e le tradizioni antiche possano alimentare lo sviluppo sostenibile e la resilienza energetica del presente. La nuova rassegna artistica firmata Officina del Mito, dunque, non è solo un omaggio a un passato glorioso, ma un invito a continuare a costruire ponti tra le civiltà; a trasformare l’archeologia in esperienza e visione.L’inaugurazione della mostra “Lo spirito degli Etruschi. Energia per l’oggi” avrà luogo Sabato 7 Marzo 2026 alle ore 17.00 presso la Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, in via Santa Margherita n.1/r, Firenze. La mostra sarà presentata dalla storica e critica d’arte Virginia Bazzechi Ganucci Cancellieri.
Catalogo della Mostra: LINK
Pagina personale del Catalogo
ENERGIA PER L’OGGI. Lo spirito Etrusco
Nella mitologia etrusca troviamo miti dal passato più remoto, tra questi il mito di Tagete, il fanciullo che appare dal solco della terra appena rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse da tutta l’Etruria dell’arte di trarre auspici dai fenomeni naturali o dall’esame delle viscere degli animali. are.
La religione etrusca si distingue per la rivelazione delle conoscenze da parte della divinità, per i libri sacri e per il pensiero sul destino dell’uomo. Nella sapienza divina dei veggenti è racchiusa la scienza che illustra l’ordine delle cose del mondo. Il mito è il più importante strumento di conoscenza consegnato dai veggenti divini all’umanità.
Gli Etruschi, inizialmente agricoltori e pastori, continuarono a sentire il richiamo della terra anche quando, divenuti abili navigatori e commercianti, si avventuravano in lunghe navigazioni per mare. E la donna, a differenza dei Greci e dei Romani, era considerata pari all’uomo. Sensibili alle arti, ingegnosi nelle tecnologie e nella manualità, avevano dato vita ad una confederazione di 12 città; fra queste, Populonia, città sul mare, centro per la lavorazione dei metalli.
Gli Etruschi vivevano di commercio e artigianato, sempre aperti a culture diverse, assimilavano con perspicacia le abilità manifatturiere e i costumi di altri popoli, adattandoli al loro stile di vita e alla loro visione del mondo. Tante qualità si sono armonizzate nel corso dei secoli in un linguaggio unico, in atteggiamenti comuni in cui si avverte la presenza di una matrice originaria solida e allo stesso tempo fluida, caratteri ancora oggi unici che mi portano ad affermare a voce alta:
Etruscus sum
Io sono Etrusco
I’m Etruscan Je suis Étrusque Yo soy Etrusco
Tagete
Mentre
si lavorava la terra, un certo Tagete balzò su all'improvviso e rivolse la
parola all'aratore….Tagete aveva l'aspetto di un bambino, ma la sapienza di un
vecchio. Poiché il contadino levò un alto grido di meraviglia, ci fu un
accorrere in massa ; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne in quel
luogo.
M.
T. Cicerone, Della Divinazione , L.
II, P. 23
“Ho
sentito un gemito dal trattore.
Dal solco appena scavato,
si sono alzate zolle di terra,
è comparsa una testa ricciuta.”
Fatima stringe il neonato
al petto, muove lieve le braccia.
Occhi di meraviglia intorno,
occhi inquieti che chiedono.
Scattano i flash degli obiettivi,
ronzio continuo di telecamere.
Il bambino ora alza la testa,
sorride e parla, parla!
“Sono Tagete, figlio di Genio
e di Terra. Sono venuto fra voi
per mostrare i segni del Cielo.”
Racconta per ore. Si allontana
poi fra i solchi, verso Populonia,
scompare fra le zolle brune.
Nella valle scende il silenzio
la folla si disperde, pensosa.
Fatima è sola. Un’ora
di lavoro prima del tramonto.
Si aggiusta il velo, avvia
il
trattore, Massey Ferguson.
(dal libro Roberto Mosi, Navicello Etrusco, Il Foglio, Piombino)
Link video Navicello Etrusco per il mare di Piombino
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Link Video
Testo:
Roberto Mosi – Immagini e composizioni grafiche: Enrico Guerrini
Il
viaggio del Navicello Etrusco è tratto dalla Raccolta: Roberto Mosi, Navicello Etrusco – Per il mare di Piombino, Edizioni Il Foglio , Piombino 2018
Il Navicello Etrusco è il simbolo della raccolta, composta
da due parti, la prima “Lo
specchio di Turan” in onore della dea etrusca dell’amore, della
rinascita, raffigurata spesso nell’atto di ammirarsi allo specchio. La seconda, “L’Ombra della sera”,
richiama la statuetta votiva, conservata nel museo di Volterra. Fu proprio
Gabriele D’Annunzio a darle questo nome perché nel guardarla, con la sua forma
allungata, venivano in mente al poeta le lunghe ombre del tramonto. Le due
parti della Raccolta riguardano momenti diversi, la prima legata al motivo
della luce del giorno in sintonia con lo specchio di Turan; la seconda
all’oscurità della sera, della notte.
Il Navicello Etrusco naviga per il mare di Populonia che fu un antico
insediamento etrusco,
di nome Fufluna (da Fufluns, dio etrusco del vino e
dell'ebbrezza) o Pupluna,
l'unica città etrusca sorta lungo la costa. Era una delle dodici città
della Dodecapoli etrusca,
le città-stato che facevano parte dell'Etruria,
governate da un lucumone.
Il
Navicello percorre, sospinto dai
venti della costa, il tratto di mare dal
golfo di Baratti al promontorio dell’attuale città di Piombino, alle spiagge
del golfo di Follonica, sempre al cospetto dell’isola d’Elba. Attraversa,
poi, sotto il nostro sguardo curioso, le acque, per lo più tempestose, della
storia che separano il mondo degli etruschi dai nostri giorni, giorni pieni di
ansie e di sconfitte, dall’alto dei quali ci rivolgiamo sovente all’indietro
per porre domande al mondo delle nostre origini. Nella nostra costante ricerca,
troviamo di continuo tracce, materiali e immateriali.
Populonia deve il suo splendore, oltre
che allo sfruttamento delle risorse minerarie della vicina isola d'Elba, che la
resero uno dei centri più fiorenti della metallurgia antica del bronzo e del
ferro, anche alla sua felice posizione geografica. Fin dall'Età del Bronzo
Populonia diventa un importante crocevia dei traffici medio tirrenici, vero
porto di mare e luogo d'incontro privilegiato di influssi provenienti dal resto
del Mediterraneo. La vicinanza con l'Arcipelago toscano, che si connota presto
come un vero ponte di isole e sul quale la città inizia presto a esercitare una
forma di controllo, la rende un interlocutore
di rilievo nei rapporti con la vicina Corsica e
la Sardegna.
Nel VI secolo a.C. visse il suo periodo di
massimo splendore, arrivando ad ospitare molte migliaia di abitanti, con
un'acropoli, una necropoli, diversi quartieri portuali ed industriali (presso
la marina, sul golfo di Baratti), munita di un'imponente cinta muraria. L'acropoli
e l'abitato erano difesi da una prima cinta, mentre una seconda cinta era a
protezione dei quartieri industriali situati presso il porto; questi si erano
estesi al di sopra delle necropoli più antiche, lasciando una notevole quantità
di scorie di ferro residuate
dall'attività metallurgica.
Sono appunto queste ultime tracce
materiali che noi oggi rinveniamo di continuo sulle in-cantevoli spiagge dei
nostri soggiorni al mare, residui impalpabili che luccicano come lamine d’oro,
come brillanti al sole e appaiono fra i componimenti poetici della presente
raccolta (Il vulcano, Fonte di San Cerbone). Presenze costanti sono,
poi, i ritrovamenti archeologici e il fascino dei luoghi in cui sono avvenuti,
che in-cantano come la voce delle sirene (L’anfora di Antiochia, La fonte del Pozzino,
Lo schiavo, L’archeologo).
Al
centro della scoperta del mondo etrusco, vi è naturalmente l’olimpo delle sue
divinità e dei miti (Tagete, Turan dea dell’amore, Tular
Dardanium, Il navicello), l’arte
e la sapienza dei sacerdoti (I fulmini degli dei, L’aruspice). In questo paesaggio storico e mitico,
risalta la figura della donna etrusca (Velia), presente nella vita pubblica e
privata, al pari dell’uomo, disprezzata, come è noto, da autori greci e latini,
per i quali era inconcepibile la sua libertà, fuori luogo il suo comportamento
Il navicello fa vela, a ritroso, come si è
detto, verso i tempi della contemporaneità.
Un passaggio importante è
rappresentato dalle invasioni barbariche e dal passare del tempo (Barbari),
dal rovinare dell’imponente città etrusca – e poi romana - di Populonia . Rutilio
Namaziano, nel viaggio per mare che lo porterà da Roma a Narbona, dalla
nave ancorata nel golfo di Baratti (anno 415) scorge le rovine della città, ne
rimane colpito e ne dà conto nel poema De
reditu (vv. 413-414):
Non
indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco
che possono anche le città morire.
Seguiranno
i tempi delle invasioni dei Goti e dei Longobardi e l’emergere della figura di
San Cerbone, vescovo di questa terra (La fonte di San Cerbone). Recenti ricerche archeologiche per
individuare i resti della tomba del santo e della cattedrale sulle rive del
golfo di Baratti, hanno fatto emergere,
presso l’attuale chiesetta di San Cerbone, un cimitero medievale con
oltre trecento sepolcri: fra questi, due con i resti di due donne: l’una
“segnata” da un sacchetto di diciassette dadi, gioco del diavolo, da osteria,
infamante per una donna, forse messo nella tomba per indicare il mestiere di
meretrice; l’altra, forse una strega, segnata da una serie di chiodi ricurvi
nella bocca e da altri chiodi che la trafiggevano, per fissare corpo e spirito
al terreno (La strega, Diciassette dadi).
Una scoperta dunque che ci riporta a un’epoca denotata da riti magici e da una
marginalizzazione della donna.
Il Navicello continua a navigare verso la contemporaneità ed è significativo l’incontro con la
figura di Napoleone, relegato dalle
maggiori potenze europee, dopo la sua avventura da imperatore, all’isola
d’Elba, come re di un minuscolo regno. Una composizione poetica della Raccolta
(Elba) evoca questa epoca e, in particolare,
l’incontro con Maria Walewska nella “reggia sotto le stelle”, nell’accampamento
alzato presso la Madonna del Monte, sopra il paese di Marciana.
In questo percorso s’insinuano
ricordi più recenti legati all’ultima guerra, al promontorio di Punta di
Falcone, dove era piazzata una batteria navale a guardia del Canale di Piombino
(Punta
Falcone), e al Castello di
Populonia, sopra il quale passava la rotta aerea per bombardare l’Italia
Centrale – e Firenze, in particolare. I bombardieri alleati, provenienti dagli
aeroporti della Tunisia e della Corsica, sfioravano la torre del Castello,
prendevano quota e si gettavano con il loro carico di bombe, sulle città (Aerei
su Populonia).
Il
porto di arrivo del viaggio poetico per il mare di Populonia e di Piombino, è rappresentato dal “luogo
del nonlavoro”, la grande acciaieria con i forni spenti, un ammasso inutile di
ferraglia sul quale non svettano più le fiamme dell’altoforno. I personaggi
della poesia (La Sterpaia, Cigli erbosi),
lavoratori disoccupati, animano il nuovo paesaggio industriale, visto dalla
lunga striscia di spiaggia che si distende all’inizio del golfo di Follonica.
Un breve componimento (Temporale) rappresenta
la figura del diavolo che scappa sotto il temporale, con una mantella rossa: forse,
per metafora, la figura di un operaio che fugge dall’inferno dell’altoforno.
Al
porto d’arrivo del Navicello possono
essere ritrovate anche ragioni di speranza, uno stare bene, in definitiva, un
essere felici, in un luogo incantevole, ricco di storia, di bellezze naturali e
artistiche, qualità che possono marcare il futuro cammino culturale e economico
di questa terra (Turan dea dell’amore, Città nave, Città libro, Città lanterna,
Solstizio d’estate, Buca delle Fate, Parole, Dalla loggia).
Il
Navicello, infine, è pronto a salpare
di nuovo per tornare ai tempi delle origini, per le vie del mito. Nello scritto
poetico Tular Dardanium –
Migrare, si riprende la
figura mitica di Dardano che partì dall’Etruria per andare a fondare la città
di Troia, attraversando il Mediterraneo. Questo mare vede i migranti del nostro
tempo che, al pari degli Etruschi di una volta, superano, al prezzo di infiniti
sacrifici e tragedie, i confini, alla ricerca di una nuova terra che li possa
accogliere. La Raccolta si chiude con il pensiero rivolto
ai sacrifici dei migranti (Mani, Uccelli migratori, La stella cometa,
35.5 Latitudine Nord – 12,6 Longitudine Est) nell’auspicio che si
aprano nuove rotte sulla via della solidarietà e della pace, che popoli diversi
s’incontrino per far germogliare nuove vitalità culturali.
R. M.
Titoli Pannelli Mostra Lo spirito degli Etruschi - Roberto Mosi
1- Roberto Mosi
Tagete
Composizione:
foto, poesia, disegno di E. Guerrini
2-
Roberto Mosi
Io
sono Etrusco
Composizione,
foto
3-
Roberto Mosi
Tagete:
il discorso al popolo etrusco,
la
partenza, il veggente
Composizione,
foto
4-
Roberto Mosi
I
fulmini degli Dei
Composizione:
foto, poesia, disegno di E. Guerrini
5-
Roberto Mosi
Un
archeologo nella terra degli Etruschi:
omaggio
a Riccardo Francovich
Composizione:
foto, poesia, disegno di E. Guerrini
6-
Roberto Mosi
Tular
Dardanium
Composizione:
foto, poesia, disegno di V. Giovannini
7.
Roberto Mosi
L’arte
etrusca dei metalli
Composizione:
foto, poesia, disegno di E. Guerrini
8-
Roberto Mosi
Tular,
la Dea etrusca dell’Amore
Composizione:
foto, poesia
9-
Roberto Mosi
La
Dea Tular ri-sorge
ogni
sera dal mare di Populonia
Foto
10-
Roberto Mosi
Populonia,
le mura in-crollabili
Foto
Il decennale dell’officina del mito verte sul tema
LO SPIRITO DEGLI ETRUSCHI: ENERGIA PER L’OGGI (2026)
ROBERTO MOSI “AMO LE PAROLE”
2016 I CONFINI DEL MITO - 2018 LABIRINTO TRA CAOS E COSMO
2019 ORFEO Chi? - 2020 PROMETEO
2021 IL CONCITTADINO DANTE - 2022 IL GIARDINO GLOBALE
2023 ANTIGONE - 2024 EROS - 2025 ATHENA
di Silvia Ranzi
Fiorentino di nascita, dirigente
per la cultura alla Regione
Toscana, da un ventennio
si è affermato quale poeta,
fotografo di cicli iconografici,
scrittore di narrativa e saggi archivistici
alla riscoperta di personalità
che hanno segnato la
fisionomia della Città dell’IRIS
nei carismi della Toscanità.
Ha pubblicato due Antologie
liriche - “POESIE 2009
-2016” e “AMO LE PAROLE”
( 2017 – 2023) Ladolfi Editore,
prefazione di Carmelo Consoli
- che restituiscono il denso e
variegato percorso lirico della
sua produzione letteraria su
vari temi nell’esplorazione della
Cultura del territorio, luoghi
e non luoghi al crocevia tra
STORIA e MITO quale perno
portante la sua poetica, il culto
per l’amata Florentia nelle sue
strade, vicoli, siti panoramici
e monumentali, il richiamo
per la tutela dell’ecosostenibilità
ambientale, le istanze di
un Umanesimo civile e solidale
da difendere, la narrazione
della follia ai tempi dei presidi
psichiatrici dei manicomi di S.
Salvi, la ricerca immersiva nel
Naturalismo appagante e riesumato
di verità ancestrali, itinerari
introspettivi e spirituali
in cui echeggiano stratificazioni
MITICHE, interfacciando
L’ANIMA LOCI o GENIUS
LOCI dai suggestivi riverberi
evocativi.
Amo le parole / che si sollevano
/ dalle strade/ con il respiro
/ della poesia. Amo le parole / che
rotolano per / terra / vestite di pane
e / di vino. Amo le parole / che vagano
nella / mente / nel silenzio /
assordante / dell’io. Amo le parole /
che navigano sul / mare / verso l’isola
di / ogni perché. Amo le parole
/ che volano nel / mondo / nelle ali i
colori / della pace. (LIRICA: AMO
LE PAROLE)
Le sue liriche intrecciano
accenti intimi a rimandi semantici
nelle ritualità della memoria
su piani interdisciplinari: tra
reale ed ideale, contingente e
sovratemporale, passato e presente,
Mito ed utopia, materia
e spirito. Nella veste di poeta
e fotografo ROBERTO MOSI
ha fondato l’OFFICINA DEL
MITO con l’artista ANDREA
SIMONCINI ed altri esponenti
rinomati del milieu fiorentino,
appartenenti alla società di
Belle Arti - Circolo degli Artisti
“Casa di Dante”, approdando
al decennale di eventi espositivi
su temi legati al Mito i cui
cataloghi sono stati curati da
VIRGINIA BAZZECHI CANCELLIERI:
artisti quali ROSA
CIANCIULLI, GUIDO DEL
FUNGO, ENRICO GUERRINI,
GIOVANNI MAZZI,
SALVATORE MONACO,
MARGHERITA OGGIANA,
ANDREA ORTUNO, ZERVA
PARASKEVI, ANGIOLO
PERGOLINI, ROBERTO
ROMOLI e la partecipazione
del musicista UMBERTO ZANARELLI.
Il MITO - racconto
simbolico ed immaginifico di
esseri divini, eroi e discese nell’
OLTRE - contrapposto in età
classica a LOGOS (argomentazione
razionale) - è una IEROFANIA
che possiede valore storico
ed archetipale universale,
sconfinando nella dimensione
extratemporale, portando ad
un ampliamento di coscienza
che si connette con le frontiere
delle personificazioni e simbolismi
peculiari delle Arti visive.
Il concetto moderno di MITO
ha un campo di applicazione
ampio nell’ambito della storia
delle Religioni: naturalismo allegorico,
antropologico e sociale.
JOHANN JAKOB BACHOFEN,
storico ed antropologo
svizzero, sostiene che il mito
incarna la lingua primordiale
della condizione umana nelle
sue valenze metastoriche (forze
trascendenti, extraumane,
panteismo); autore del saggio
“Il simbolismo funerario degli
antichi” (1859) ha posto le basi
per la “Storia delle immagini”
che influenzerà pensatori come
Aby Warburg e Walter Benjamin.
Tale concetto nel ‘900 trova
riscontro nelle opere del rumeno
Mircea Eliade, storico delle
religioni ed antropologo (1907
– 1986), nel saggio: “Il mito
dell’eterno ritorno” (1949). Egli
afferma: “Il SACRO è insomma
un elemento della struttura della
coscienza e non è uno stadio nella
storia della coscienza stessa”
ERNST CASSIRER filosofo
tedesco naturalizzato svedese,
dopo GB. VICO (la moderna
scienza del mito ha il suo atto di
nascita) E. SCHELLING, diviene
il pensatore che in modo sistematico
si è dedicato allo studio
estetico del Mito: nei suoi
testi “Filosofia delle forme simboliche”
(1923 -’25) e in “Linguaggio
e mito” (1925) afferma
l’autonomia semantica del simbolismo
mitico quale prodotto
della creatività dello spirito
umano. Si avvicendano gli studi
psico-etnologici influenzati
dal Positivismo e dall’Evoluzionismo.
WILHELM WUNDT,
psicologo, fisiologo e filosofo
tedesco, seguendo questo indirizzo
di ricerca, ritiene il MITO
un prodotto dell’immaginazione
che appartiene al mondo
sentimentale e rappresentativo
definito “Appercezione mitica”
(“Psicologia dei popoli”1900
–‘1920). La sua enfasi è sull’analisi
dei contenuti mentali per
comprendere la loro struttura e
giungere alla “sintesi creativa”
dove l’unione delle parti crea
un tutto nuovo.
È MILE DURKHEIM (Epinal
1858 - Parigi1917), sociologo,
filosofo, storico delle
religioni, fondatore del “Funzionalismo”
di scuola francese:
il Mito una proiezione che
riflette le caratteristiche della
vita sociale dell’uomo connessa
con la tradizione e la continuità
della cultura nella connessione
con le realtà soprannaturali
primigenie. Decisivo sarà lo
sviluppo della PSICOLOGIA
DEL PROFONDO che a partire
dal suo pioniere SIGMUND
FREUD rese possibili nuovi
orientamenti negli studi mitologici.
La funzione dei Miti - potenze
cosmiche, esseri divini,
eroi - nella loro sacralità teogonica,
cosmogonica, antropogonica,
secondo la teoria dell’INCONSCIO
COLLETTIVO di
CARL GUSTAV JUNG (1875
-1961) assume il ruolo di veicolare
simboli quali proiezioni
degli “Archetipi” o idee madri
della psiche arcaica, “massa ereditaria
spirituale che rinasce in
ogni struttura cerebrale individuale”.
La scuola fenomenologica
con KAROLY KERENYI
(1897 – 1973), filologo classico e
storico delle religioni ungherese,
individua per i miti classici
l’origine nei mitologemi primordiali:
una sorta di materiale
originario che la fantasia mitopoietica
elabora secondo regole
riconducibili all’ “Evoluzione
storica”.
ROBERTO MOSI ci offre
in linea con le valenze mitiche
un itinerario composito nella
dialettica tra verso lirico e immagine
fotografica, per la sua
vocazione esplorativa multisensoriale
e analitica delle
sottese radici culturali nei riverberi
della natura, storia del
territorio, urbanesimi, fisionomie
di Umanesimi alla ricerca
di verità vaticinanti nel rapporto
con il Divino. Pioniere e
fondatore dell’OFFICINA DEL
MITO, aderisce alla Rassegna
di arti visive e letterarie nella
sinergia tra l’Arte e le valenze
sublimatrici del Mito quale scrigno
di verità primigenie universali,
nel dialogo tra passato
e presente secondo rinnovate
Iconografie ad opera dei singoli
artefici: speculazione ispirativa,
prassi stilistica ed atti ermeneutici
delle rappresentazioni paradigmatiche.
Il vulcano /sprigiona fuoco / e
fumo sulla / spiaggia, nel / cratere
legni della / pineta. / Il gioco di
questa / mattina. / Le onde lo / circondano
/ a tratti, lo / lasciano libero.
Si rinnova l’Arte / degli Etruschi:
/ forni fusori per / fondere
pirite / dell’Elba e sulla / sabbia ai
nostri / piedi brillano al / sole pezzi
/ di argilla rossa, / polvere di ferro/
frammenti di altri / tempi. Un’onda
travolge / il vulcano, /il gioco di
questa / mattina. (Lirica Lo specchio
di Turan - Il VULCANO, R.
Mosi - Silloge “Navicello Etrusco”,
il Foglio. Piombino, 2018)
Amo le parole - Roberto Mosi
Navicello etrusco - Roberto Mosi
Letteratura Letteratura
Io sono Etrusco
Dalla Casa di Dante parte
il mio Navicello
Etrusco
lascia l’angolo
dell’ultima sala
si avventura per le acque
del mare, dalla foce
dell’Arno.
Nelle vele l’incanto
fonico
dei versi della poesia, sullo
scafo
immagini luminose
di scatti, profumo dell’energia
che regala il mondo degli
etruschi.
Con il vento teso di
marzo
raggiunge veloce il mare
di Populonia, nel golfo
etrusco
di Baratti si sente già
l’aria di Primavera.
Su golfo si sta per
aprire
un mantello di fiori, di
gigli
di mare, nell’aria la
presenza
di Turan, la Dea Etrusca
dell’ amore, della
rinascita.
Marta e Anna sono
padrone della spiaggia
compongono un tappeto
di ciottoli rossi di
argilla
di neri rosticci dai
forni fusori.
Sulla sabbia bagnata
passi leggeri di danza,
là dove arrivava
il ferro dall’Elba
ora brilla al sole una
distesa
di mille e mille
brillanti.
Anna rinnova il gioco
di ogni mattina, il
vulcano
di sabbia sulla riva del
mare
costruito come i forni
degli etruschi,
sulla cima il pennacchio
solenne di fumo.
Dalla rocca di Populonia
guardiamo lontano.
Nei campi un trattore
volge la terra, seguito
dal volo dei gabbiani.
Mi sembra che la testa
bionda di un bambino
appaia fra le zolle
si alza, si muove
parla con gesti solenni.
Rivive ancor il mito
di Tagete, il bambino
veggente
porge a noi increduli
le sacre conoscenze
per dissipare l’infamia
dell’oggi.
Le mura della città
etrusca
sono ancora in piedi,
solenni,
in alto sul mare, davanti
all’Elba
le felci spuntano fra le
gigantesche pietre
a presidio di antichi
misteri.
Al di là delle mura la
città dei morti
il respiro del mare
raggiunge
le occhiaie tenebrose
delle tombe
invase dal profumo dei
fiori della primavera.
La vita invade il mondo
della morte.
Fra le pietre più esposte
al sole
nasceranno i gigli, le
ginestre.
Mi fermo ad osservare
dall’alto l’immensa
distesa
del mare, lontano
lontano.
Mi sembra di scorgere
all’orizzonte la nave
etrusca
dei Dardani, stanno
navigando
ad oriente, per
incontrare nuovi popoli
per fondare nuove città.
Naviga nel segno della
pace
dell’amicizia fra le
genti
su rotte libere, aperte
sulle vie dei commerci
per i sentieri della
conoscenza.
IO sono con loro sulla
nave
guidata da Dardano,
l’eroe etrusco.
Fuggo dagli orrori
dell’oggi
dal mare cosparso di
corpi di migranti
dalle terre ferite dalle
guerre.
IO sono Etrusco.













Tagete
RispondiEliminaMentre si lavorava la terra, un certo Tagete balzò su all'improvviso e rivolse la parola all'aratore….Tagete aveva l'aspetto di un bambino, ma la sapienza di un vecchio. Poiché il contadino levò un alto grido di meraviglia, ci fu un accorrere in massa ; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne in quel luogo.
M. T. Cicerone, Della Divinazione , L. II, P. 23
“Ho sentito un gemito dal trattore.
Dal solco appena scavato,
si sono alzate zolle di terra,
è comparsa una testa ricciuta.”
Fatima stringe il neonato
al petto, muove lieve le braccia.
Occhi di meraviglia intorno,
occhi inquieti che chiedono.
Scattano i flash degli obiettivi,
ronzio continuo di telecamere.
Il bambino ora alza la testa,
sorride e parla, parla!
“Sono Tagete, figlio di Genio
e di Terra. Sono venuto fra voi
per mostrare i segni del Cielo.”
Racconta per ore. Si allontana
poi fra i solchi, verso Populonia,
scompare fra le zolle brune.
Nella valle scende il silenzio
la folla si disperde, pensosa.
Fatima è sola. Un’ora
di lavoro prima del tramonto.
Si aggiusta il velo, avvia
il trattore, Massey Ferguson.
(dal libro Roberto Mosi, Navicello Etrusco, Il Foglio, Piombino)
Link video Navicello Etrusco per il mare di Piombino