Roberto
Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte
a Firenze
I geniali fabbri russi, principi di San Donato
Angelo
Ponteorboli Editore, Firenze
Tra i molti visitatori che
nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff
capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in
Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel
1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima,
per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la
tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come
la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli
poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.
Iniziò in un’area povera di Firenze,
San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme
neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia
della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre,
fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore
del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato.
Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote
dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.
Matilde nella città coltiva lo studio
della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati
da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di
conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel
1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso
salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel
Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da
essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.
L’autore segue la parabola dei
protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie,
Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla
rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito
dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.
Tre
principesse francesi a Firenze
Sylvia
Boucot d'Hautmesnil al servizio delle sorelle di Napoleone
Le principesse Elisa Baciocchi, Paolina Borghese
e Carolina Murat, grazie alla fortuna e alle capacità di uomo d’arme e di
governo del fratello Napoleone Bonaparte, si trovarono dalle umili origini in
una terra isolata, povera, come la Corsica, a conquistare onori e ricchezze
sullo scenario europeo; la sorte fatale poi del generale corso, il crollo
dell’impero, determinò il rovesciamento della loro fortuna, la decadenza. Sylvia
Boucot fu dama di compagnia, in tempi diversi, per un periodo di oltre trenta
anni, delle tre principesse: di Elisa
quando divenne granduchessa di Toscana, di Paolina Bonaparte negli ultimi
cinque anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a Firenze nella villa di
Montughi, di Carolina, che dimorò, e morì, nel capoluogo della regione negli
anni trenta dell’Ottocento; sono preziose le testimonianze che ci offre Sylvia
Boucot nelle pagine del romanzo che portano a delineare i caratteri diversi
delle tre sorelle e, allo stesso tempo, il loro coraggio di donne libere, la
loro determinazione e ad illustrare, per altro verso, i volti che mostra il
potere, nei diversi frangenti, il modo differente di reagire delle persone,
l’affermarsi della nuova classe borghese. In questo quadro, Firenze fa da
scenario all’agire dei diversi protagonisti, è all’incrocio di dinamiche
particolari, incisive per il futuro della città e del Paese. Si ricercano
inoltre analogie con il tempo presente, specie riguardo ai miti che in quei
tempi sono stati coltivati, come il mito della nazione e il mito del comandante
supremo, del leader, che oggi ricompaiono sugli scenari incerti del nostro
presente.
L’opera è così
articolata: I L’azzurro del mare; II Firenze, l’incontro con l’imperatore e le tre
principesse; III Elisa Bonaparte
Baciocchi; IV Il teatro allo
specchio; V Paolina Bonaparte
Borghese; VI Il palazzo
Salviati-Borghese; VII Gli ultimi giorni
di Venere Vincitrice; VIII La cappella
Paolina della Basilica romana di S. Maia Maggiore; IX Carolina Bonaparte Murat; X Firenze
accoglie Carolina Murat; XI Piazza
Ognissanti, la terrazza sulle acque; XII Un
angolo di Francia; XIII Firenze sogna; Postfazione; Perché si scrive ?; Cronologia; Bibliografia.
Elementi
Capitolo I
Firenze,
la musa di Rainer Maria Rilke
Anche
oggi sono salito a San Miniato, il pensiero rivolto a Rainer Maria Rilke, alla
sua poesia e ai suoi viaggi. Seguendo la mia passione, mi sono imbattuto in
questo poeta vissuto fra l’Ottocento e il Novecento, il poeta lirico più celebre
della Germania sempre in viaggio per le vie
dell’Europa, autore di un’opera preziosa, iniziata a Firenze a solo ventidue
anni, Il diario fiorentino. Ho sempre con me in questo periodo qualcuno
dei suoi libri e mi piace leggerli seduto da qualche parte a San Miniato,
davanti al panorama di Firenze. Lo sento vicino ai miei interessi per la poesia
e per il viaggio e più che procedo nella lettura, scopro come fu profondamente
influenzato dalle sue visite nel nostro Paese, meta più volte raggiunta alla
ricerca di ispirazione artistica e spirituale: l’arte e la cultura italiana, i
paesaggi, furono fonte di nuovi stimoli che lasciarono un segno indelebile
nella sua produzione poetica e nella sua visione del mondo.
Rilke
visitò l’Italia in diverse occasioni, esplorò città d’arte, paesaggi rurali,
marini e antichi luoghi di culto, facendo propria la ricca tradizione culturale
e artistica italiana. Tra le città visitate spiccano Firenze, Roma Venezia e
Napoli, ma anche località meno conosciute , come Arco, Capri e Duino. Per Rilke
l’Italia non era solo una terra di bellezze materiali, ma anche un luogo dove
l’arte, la storia e la natura si intrecciavano in un’armonia capace di evocare
il divino. Questo contesto influì profondamente sul suo pensiero e sulla sua
scrittura. I viaggi in Italia furono veri e propri momenti di trasformazione
personale, trovò ispirazione per esplorare temi universali come la bellezza,
l’amore, la morte e il rapporto dell’uomo con il divino; l’Italia divenne per
lui un laboratorio creativo dove poter affinare il suo linguaggio poetico e
approfondire la sua visione esistenziale, sviluppare una visione più profonda e
universale della condizione umana, gettare un ponte tra la bellezza
terrestre e il mistero divino, lasciando
nelle sue opere un’impronta indelebile del suo legame con il nostro Paese.
Tra
le esperienze italiane , Firenze occupa un posto speciale , non solo come città
d’arte, ma come luogo di profonda introspezione e riflessione creativa. Il
diario fiorentino, scritto durante il soggiorno nella città toscana del
1898, rappresenta un documento chiave per comprendere il legame tra la sua
visione estetica e le tematiche della sua poesia; è una raccolta di annotazioni
sulla città, riflessioni sull’arte e sull’architettura, e pensieri sulla
condizione umana: il rapporto tra l’eternità dell’arte e la transitorietà della
vita, la spiritualità e il senso del divino, la bellezza come via per
trascendere il tempo. Il diario si distingue per il suo stile lirico e
contemplativo, dove l’osservazione del reale si trasforma in meditazione
poetica. La città di Firenze, con i suoi capolavori rinascimentali, diventa per
Rilke una metafora della capacità umana di creare bellezza immortale in
contrasto con l’effimero della vita, lo porta a riflettere su come la poesia
possa catturare l’eterno. Questo tema, centrale nel diario, si riflette
successivamente nelle sue poesie, in particolare nelle Elegie Duinesi, dove
l’arte e la bellezza diventano veicoli per avvicinarsi al mistero
dell’esistenza. Il poeta, sviluppando le sue osservazioni e riflessioni,
rafforza alcune tematiche che diventeranno centrali nella sua produzione
successiva:
-
La tensione tra visibile e invisibile:
Rilke è affascinato dalla capacità dell’arte di rendere visibile l’invisibile,
un tema che troverà piena espressione nelle Elegie Duinesi.
-
La
spiritualità dell’arte: Il diario fiorentino pone in risalto l’idea che
l’arte non sia solo un prodotto estetico, ma un’esperienza spirituale che
connette l’uomo al divino.
-
La poesia come testimonianza
dell’effimero: come l’arte rinascimentale, anche la poesia di Rilke diventa un
tentativo di eternare il momento, di fissare l’effimero in una forma duratura.
Molti degli spunti del diario trovano eco diretta nella poesia di Rilke:
nella raccolta Nuove Poesie si percepisce la contemplazione delle opere
fiorentine, che trasformarono oggetti e immagini in simboli universali; nelle Elegie
Duinesi l’esperienza di Firenze si traduce nella ricerca di un nuovo
linguaggio poetico che riesca ad esprimere l’attenzione per i dettagli, il
senso di armonia e la capacità di osservare il mondo con occhi nuovi,
sviluppata durante il soggiorno fiorentino.
Il
diario fiorentino non è dunque solo un documento che registra l’esperienza
di Rilke a Firenze, ma un vero e proprio laboratorio creativo che ha
influenzato la sua visione poetica. Attraverso la riflessione sull’arte ,
l’architettura e la spiritualità, egli sviluppa una poetica che cerca di
cogliere l’eterno nel transitorio e di connettere l’umano al divino. Firenze,
con la sua ricchezza artistica e culturale , non è solo una città visitata, ma
una musa che continua a vivere nelle sue opere.
Si
è fatta sera, un vento fresco investe l’abbazia di San Miniato, il sole è già
tramontato oltre le Cascine, in un incendio di fuoco; è l’ora di scendere in
città, di dedicarsi alle faccende quotidiane. Sul quaderno dalla copertina nera
che porto con me, si sono aggiunte alcune annotazioni sulla scrittura di Rilke,
che andranno a comporre il nuovo libro dedicato al diario. Mi soffermo nella
basilica romana di San Miniato, rimango in raccoglimento nella penombra
rischiarata dalla luce baluginante delle candele, dei mosaici, dei riflessi
d’oro dei quadri, proseguo il dialogo con i pensieri del poeta fissati nelle
pagine, che proseguirà più tardi per le strade della Firenze di oggi, con i
segni forti del suo passato che le hanno
dato un’anima, una fama unica fra le nostre città.
Scendo in basso,
alla porta di San Niccolò per le antiche scalee rese celebri dai versi
di Dante:
Come a man destra, per salire al
monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l’ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga
Dante
Alighieri, Purgatorio, XII, vv. 100-105



Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze
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