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domenica 15 febbraio 2026

I "Demidoff" (i geniali fabbri russi, principi di San Donato), "Tre principesse francesi a Firenze", "Rilke e Salomè" di R. Mosi, Pontecorboli Ed.


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.



Tre principesse francesi a Firenze

Sylvia Boucot d'Hautmesnil al servizio delle sorelle di Napoleone

 

Le  principesse Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat, grazie alla fortuna e alle capacità di uomo d’arme e di governo del fratello Napoleone Bonaparte, si trovarono dalle umili origini in una terra isolata, povera, come la Corsica, a conquistare onori e ricchezze sullo scenario europeo; la sorte fatale poi del generale corso, il crollo dell’impero, determinò il rovesciamento della loro fortuna, la decadenza. Sylvia Boucot fu dama di compagnia, in tempi diversi, per un periodo di oltre trenta anni, delle  tre principesse: di Elisa quando divenne granduchessa di Toscana, di Paolina Bonaparte negli ultimi cinque anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a Firenze nella villa di Montughi, di Carolina, che dimorò, e morì, nel capoluogo della regione negli anni trenta dell’Ottocento; sono preziose le testimonianze che ci offre Sylvia Boucot nelle pagine del romanzo che portano a delineare i caratteri diversi delle tre sorelle e, allo stesso tempo, il loro coraggio di donne libere, la loro determinazione e ad illustrare, per altro verso, i volti che mostra il potere, nei diversi frangenti, il modo differente di reagire delle persone, l’affermarsi della nuova classe borghese. In questo quadro, Firenze fa da scenario all’agire dei diversi protagonisti, è all’incrocio di dinamiche particolari, incisive per il futuro della città e del Paese. Si ricercano inoltre analogie con il tempo presente, specie riguardo ai miti che in quei tempi sono stati coltivati, come il mito della nazione e il mito del comandante supremo, del leader, che oggi ricompaiono sugli scenari incerti del nostro presente.

L’opera è così articolata: I     L’azzurro del mare; II Firenze, l’incontro con l’imperatore e le tre principesse; III  Elisa Bonaparte Baciocchi; IV          Il teatro allo specchio; V          Paolina Bonaparte Borghese; VI       Il palazzo Salviati-Borghese; VII Gli ultimi giorni di Venere Vincitrice; VIII  La cappella Paolina della Basilica romana di S. Maia Maggiore; IX       Carolina Bonaparte Murat; X            Firenze accoglie Carolina Murat; XI Piazza Ognissanti, la terrazza sulle acque; XII       Un angolo di Francia; XIII    Firenze sogna; Postfazione;  Perché si scrive ?; Cronologia; Bibliografia. Elementi





Capitolo I


Firenze, la musa di Rainer Maria Rilke

 

 

 

                                           Anche oggi sono salito a San Miniato, il pensiero rivolto a Rainer Maria Rilke, alla sua poesia e ai suoi viaggi. Seguendo la mia passione, mi sono imbattuto in questo poeta vissuto fra l’Ottocento e il Novecento, il poeta lirico più celebre  della Germania sempre in viaggio per le vie dell’Europa, autore di un’opera preziosa, iniziata a Firenze a solo ventidue anni, Il diario fiorentino. Ho sempre con me in questo periodo qualcuno dei suoi libri e mi piace leggerli seduto da qualche parte a San Miniato, davanti al panorama di Firenze. Lo sento vicino ai miei interessi per la poesia e per il viaggio e più che procedo nella lettura, scopro come fu profondamente influenzato dalle sue visite nel nostro Paese, meta più volte raggiunta alla ricerca di ispirazione artistica e spirituale: l’arte e la cultura italiana, i paesaggi, furono fonte di nuovi stimoli che lasciarono un segno indelebile nella sua produzione poetica e nella sua visione del mondo.

                                           Rilke visitò l’Italia in diverse occasioni, esplorò città d’arte, paesaggi rurali, marini e antichi luoghi di culto, facendo propria la ricca tradizione culturale e artistica italiana. Tra le città visitate spiccano Firenze, Roma Venezia e Napoli, ma anche località meno conosciute , come Arco, Capri e Duino. Per Rilke l’Italia non era solo una terra di bellezze materiali, ma anche un luogo dove l’arte, la storia e la natura si intrecciavano in un’armonia capace di evocare il divino. Questo contesto influì profondamente sul suo pensiero e sulla sua scrittura. I viaggi in Italia furono veri e propri momenti di trasformazione personale, trovò ispirazione per esplorare temi universali come la bellezza, l’amore, la morte e il rapporto dell’uomo con il divino; l’Italia divenne per lui un laboratorio creativo dove poter affinare il suo linguaggio poetico e approfondire la sua visione esistenziale, sviluppare una visione più profonda e universale della condizione umana, gettare un ponte tra la bellezza terrestre  e il mistero divino, lasciando nelle sue opere un’impronta indelebile del suo legame con il nostro Paese.

 

                                           Tra le esperienze italiane , Firenze occupa un posto speciale , non solo come città d’arte, ma come luogo di profonda introspezione e riflessione creativa. Il diario fiorentino, scritto durante il soggiorno nella città toscana del 1898, rappresenta un documento chiave per comprendere il legame tra la sua visione estetica e le tematiche della sua poesia; è una raccolta di annotazioni sulla città, riflessioni sull’arte e sull’architettura, e pensieri sulla condizione umana: il rapporto tra l’eternità dell’arte e la transitorietà della vita, la spiritualità e il senso del divino, la bellezza come via per trascendere il tempo. Il diario si distingue per il suo stile lirico e contemplativo, dove l’osservazione del reale si trasforma in meditazione poetica. La città di Firenze, con i suoi capolavori rinascimentali, diventa per Rilke una metafora della capacità umana di creare bellezza immortale in contrasto con l’effimero della vita, lo porta a riflettere su come la poesia possa catturare l’eterno. Questo tema, centrale nel diario, si riflette successivamente nelle sue poesie, in particolare nelle Elegie Duinesi, dove l’arte e la bellezza diventano veicoli per avvicinarsi al mistero dell’esistenza. Il poeta, sviluppando le sue osservazioni e riflessioni, rafforza alcune tematiche che diventeranno centrali nella sua produzione successiva:

-        La tensione tra visibile e invisibile: Rilke è affascinato dalla capacità dell’arte di rendere visibile l’invisibile, un tema che troverà piena espressione nelle Elegie Duinesi.

-         La spiritualità dell’arte: Il diario fiorentino pone in risalto l’idea che l’arte non sia solo un prodotto estetico, ma un’esperienza spirituale che connette l’uomo al divino.

-        La poesia come testimonianza dell’effimero: come l’arte rinascimentale, anche la poesia di Rilke diventa un tentativo di eternare il momento, di fissare l’effimero in una forma duratura.

      Molti degli spunti del diario trovano eco diretta nella poesia di Rilke: nella raccolta Nuove Poesie si percepisce la contemplazione delle opere fiorentine, che trasformarono oggetti e immagini in simboli universali; nelle Elegie Duinesi l’esperienza di Firenze si traduce nella ricerca di un nuovo linguaggio poetico che riesca ad esprimere l’attenzione per i dettagli, il senso di armonia e la capacità di osservare il mondo con occhi nuovi, sviluppata durante il soggiorno fiorentino.

                                           Il diario fiorentino non è dunque solo un documento che registra l’esperienza di Rilke a Firenze, ma un vero e proprio laboratorio creativo che ha influenzato la sua visione poetica. Attraverso la riflessione sull’arte , l’architettura e la spiritualità, egli sviluppa una poetica che cerca di cogliere l’eterno nel transitorio e di connettere l’umano al divino. Firenze, con la sua ricchezza artistica e culturale , non è solo una città visitata, ma una musa che continua a vivere nelle sue opere.

 

                                           Si è fatta sera, un vento fresco investe l’abbazia di San Miniato, il sole è già tramontato oltre le Cascine, in un incendio di fuoco; è l’ora di scendere in città, di dedicarsi alle faccende quotidiane. Sul quaderno dalla copertina nera che porto con me, si sono aggiunte alcune annotazioni sulla scrittura di Rilke, che andranno a comporre il nuovo libro dedicato al diario. Mi soffermo nella basilica romana di San Miniato, rimango in raccoglimento nella penombra rischiarata dalla luce baluginante delle candele, dei mosaici, dei riflessi d’oro dei quadri, proseguo il dialogo con i pensieri del poeta fissati nelle pagine, che proseguirà più tardi per le strade della Firenze di oggi, con i segni forti del suo passato che  le hanno dato un’anima, una fama unica fra le nostre città.

Scendo in basso, alla porta di San Niccolò per le antiche scalee rese celebri dai versi di Dante: 

 

Come a man destra, per salire al monte 
dove siede la chiesa che soggioga 
la ben guidata sopra Rubaconte,                                 

si rompe del montar l’ardita foga 
per le scalee che si fero ad etade 
ch’era sicuro il quaderno e la doga

 

Dante Alighieri, Purgatorio, XII, vv. 100-105              



 

 

 

mercoledì 11 giugno 2025

Critique de Michela Landi: Mosi R., "Trois princesses françaises à Florence", Pontecorboli - Publié par "Rivista di Letterature Moderne" // Recensione di Michela Landi: "Tre principesse francesi a Firenze", Pontecorboli - Pubblicata da "Rivista di Letterature Moderne"







La recensione di Michela Landi (Università di Firenze) 

in: "Rivista di Letterature Moderne e Comparate e Storia delle arti", Fas. 2, aprile-giugno 2025, pp. 222-226

Roberto Mosi, Tre principesse francesi a Firenze. Sylvia Boucot e le sorelle di Napoleone, Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat, Firenze, Angelo Pontecorboli Editore, 2024, pp.172.

In occasione dei duecentocinquant’anni dalla nascita di Napoleone Bonaparte (1769), l’Università di Firenze ha organizzato nel 2019, in collaborazione con la Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, un convegno dal titolo di sapore manzoniano: “Fu vera gloria? Napoleone tra sacralità e parodia”.  Il convegno ambiva a ricostruire, ripercorrendone la ricezione in Francia, la discussa figura del condottiero in particolar modo laddove fioriscono da lunga tradizione le parodie dei potenti e, a maggior ragione, di personalità non autoctone. Di origini italiane (Sarzana e San Miniato), ma còrso di nascita in una fase storica in cui la Corsica, terra povera e sediziosa, difficilmente governabile dalla Repubblica di Genova, fu ceduta alla Francia in cambio dell’aiuto francese durante le rivolte corse per l’indipendenza capeggiate da Pasquale Paoli, il Bonaparte seppe approfittare dello strascico della Rivoluzione per auto-proclamarsi, come è noto, Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone I. L’auto-incoronazione a Notre-Dame del 2 dicembre 1804 inaugura così un decennio unico nella storia di Francia e d’Europa che, conclusosi nel 1814, con la breve appendice che va  dal 20 marzo al 22 giugno 1815, lascia in Europa un segno indelebile, instaurandovi quella che chiameremmo con buona approssimazione la politica capitalistico-borghese, nata dal compromesso tra il familismo e il liberalismo economico. Incoronato Re d’Italia nel 1805 a Milano, Napoleone sa che la gloria si costruisce anche con quel potere simbolico e suggestivo che è l’arte; a Firenze  individua, ricorda Mosi, le opere artistiche atte a glorificare  il regno di Francia (p. 22). Nasce così, in Italia, il mito revanscista della Gioconda leonardesca sottratta da Napoleone durante queste sue razzie mentre, come è noto, essa fu venduta a Francesco I di Francia dallo stesso Leonardo a caro prezzo.

Il mito di Napoleone, in Francia come in Italia, è un mito romantico; e,  in Francia in come in Italia il Romanticismo è, come Napoleone stesso, un fenomeno non autoctono: ha, per questo, una durata storica limitata sebbene i suoi strascichi giungano, attraverso la tradizione scolastica e la cultura di massa, fino a noi. Se il mito romantico di Napoleone ha alimentato in Francia tanta grande letteratura –  da Chateaubriand a Lamartine;  da Stendhal e Balzac, a Hugo – tutto questo repertorio è segnato, appunto,  dall’ambivalenza. L’oriundo  che acclimata  in Francia, interpretando in forma autonoma ed eccentrica una inveterata tradizione politica organica alla nazione; che esibisce un virilismo marziale talvolta anche brutale in un paese dove la nobiltà era cortigiana da secoli;  che procede al ripristino delle leggi marziali e all’abolizione di molte conquiste etico-sociali della Rivoluzione, tra cui la scuola laica e repubblicana, la schiavitù e la libertà di stampa, è e resta un personaggio scomodo e ingombrante.  Di eccentrico, vi è anche il fatto che la Francia non avendo in stima, per consuetudine morale,  alcun pathos, né bellico né sentimentale, né alcun eccesso autocelebrativo, Napoleone  finì per incarnare, tra i più sciovinisti, l’ennesima immagine folklorica dell’Italia. Resta il fatto che Napoleone servì da modello ai novelli borghesi di Francia, diseredati dalla Rivoluzione o di nuova ascensione sociale,  ai cosiddetti “parvenus” che popoleranno i romanzi realisti dell’Ottocento.

Come ricorda l’Autore nella sua postfazione, questo libro costituisce il coronamento di un percorso iniziato nel 2013 con il saggio Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone. Storie francesi da Piombino a Parigi. Già allora il riflettore era posto sulla granduchessa di Toscana, la quale resta la protagonista indiscussa anche di questo lavoro. Il particolare di copertina del volume, tratto dall’Incoronazione di Napoleone (Le sacre de l’Empereur) di Jacques-Louis David (1805-1807) esposto al Louvre e in copia a Versailles, rende conto in modo esemplare dell’intenzione dell’autore: attraverso lo spostamento del riflettore su un dettaglio del dipinto ritraente  le tre sorelle, si mostra come esse possano godere di luce mitica propria, acquisendo in un contesto storico e familiare certo non loro favorevole, doti politiche, umane ed imprenditoriali del tutto personali.

La cornice narrativa è rappresentata dalla figura di Sylvia Boucot de Hautmesnil, la cui prerogativa è quella di aver svolto il ruolo di dama di compagnia delle tre sorelle nei tre momenti successivi della loro vita fiorentina. La funzione della Boucot è duplice: testimone oculare nella storia reale, essa funge da catalizzatrice della narrazione. Essa costituisce insomma il prisma attraverso il quale le tre figure rivelano al narratore la loro dimensione intima, domestica, mentre al narratore è dato in prima persona il compito di osservarle nella vita sociale. Attraverso la   figura di garanzia che è Sylvia Boucot e del suo resoconto che va sotto il titolo di  Diario Fiorentino, il narratore spalanca i polverosi armadi-archivi della storia tentando di  classificare la mole invadente e caotica dei ricordi pubblici e privati. Emissaria della voce di Sylvia Boucot è la voce seconda del Narratore, la quale, in apparenza tributaria di tutte le voci di cui Sylvia è testimone aurale, tira le fila del passato e del presente legandoli fra loro inscindibilmente, così come lega fra loro i luoghi attraversati a fasi alterne dalle tre sorelle (Austria, Francia, Italia, Corsica, Inghilterra), ponendo appunto il riflettore sui loro soggiorni fiorentini.

Elisa giunge in Toscana come principessa sovrana otto mesi dopo l’Incoronazione di Napoleone, avvenuta il 2 dicembre 1804: entra a Lucca, trionfalmente, il  14 luglio 1805. Quando è acclamata Granduchessa di Toscana, nel 1809, la corte si sposta a Palazzo Pitti; Paganini suona per lei. Ma ecco che deve lasciare rapidamente Firenze nel 1814 con la caduta di Napoleone e, dopo un breve soggiorno in Moldavia, si trasferisce a Trieste, dove muore per un’infezione contratta durante un bagno termale.

Paolina, principessa Borghese ritratta da Canova, artista da lei protetto, come Venere Vincitrice, approda a Firenze nell’ultima fase della sua vita per ricongiungersi con il marito che risiedeva presso il Palazzo Borghese-Salviati in Via Ghibellina. Si trasferisce poi a Villa Strozzi, a Montughi, oggi nota come Villa Fabbricotti, dove muore. Mosi si arresta sul drammatico effetto di una donna guastata dalla malattia che si rivede all’apice della sua bellezza, resa immortale dallo scultore. 

Moglie di Gioacchino Murat, re di Napoli, e reggente per conto del marito,  Carolina Murat chiama a sé Sylvia Boucot prima in Austria, poi a Trieste, e Napoli, infine a Firenze. Anche per lei, come per Paolina, Firenze è l’ultima dimora. Risiederà nel palazzo Bonaparte, che accoglie oggi l’Hotel Excelsior di piazza Ognissanti, di fronte a quel palazzo che sarebbe divenuto la sede del più antico Istituto di cultura al mondo: l’Istituto Francese di Firenze. Scomparsa nel 1839, Carolina è sepolta a pochi metri dalla sua residenza, nella cappella Murat della chiesa di Ognissanti, dove riposano Sandro Botticelli e Amerigo Vespucci.

Questa, in sintesi, la trama delle tre vite, che si snodano come in una sequenza filmica sotto gli occhi della longeva Sylvia Boucot e, per procura, sotto quelli del narratore. Questi propone, delle tre trame succedentisi storicamente, un intreccio suggestivo che segue il filo immaginario dei ricordi della dama di compagnia. Grazie alla abile tessitura narrativa di Mosi, infatti, diversi tempi  e diversi luoghi vengono a convergere in modo centripeto intorno alla città di Firenze, punto focale della rimemorazione. La cartografia urbana del capoluogo toscano, i palazzi nobiliari abitati dalle tre donne e la vita che ruota intorno ad esse ci permette di ripercorrere la città con un doppio sguardo, al contempo diacronico e sincronico, storico-archivistico, e topologico.  Una rimemorazione che ha spesso un  carattere onirico, quello di una “città sognata”, nella misura in cui certi “temi”,  certi “eventi” o certi “luoghi” si ripropongono periodicamente alla memoria sotto più angolazioni e punti di vista: veri e propri “motivi musicali”, leitmotive alla Wagner che ritroviamo, variati, in fasi diverse della narrazione. Forse il modello Proust, l’amato autore di Mosi, affiora  attraverso l’effetto sgranato del racconto, imprimendo alle cose la forma del ricordo che gli fu congeniale.

E, proprio come in Proust, il fasto immaginifico dello sguardo d’infanzia si profila attraverso la descrizione di figure principesche magnificenti,  belle di fama e di sventura, che avvivano il nostro atavico desiderio di immedesimazione: Sylvia impersona  allora, catalizzandola intorno a sé, tutta la nostra segreta ammirazione fanciullesca. Il realismo del dato storico viene, infatti, continuamente passato al setaccio del suo ricordo, che polverizza la continuità del dettato e la fa turbinare intorno ad una topografia magica: la Firenze dei primi anni dell’Ottocento, punto di fuga, appunto, su cui convergono tutte le linee narrative. Ed è Firenze che elegge come protagonista del volume ancora una volta Elisa Baciocchi, Granduchessa di Toscana dal 1809 al 1814. A lei infatti si deve in larga parte la Firenze attuale, urbanisticamente improntata al modello parigino in fase anch’esso di accelerata modernizzazione sotto il segno di Napoleone I. La Baciocchi acclimata in Toscana i modi di vita della corte francese e, come a compensare l’assenza di un terreno di coltura e una certa italica refrattarietà al codice comportamentale, potenzia l’etichetta, che si avvale di ben duecentocinquantatré articoli. Mentre la Toscana, divenuta parte integrante dell’Impero napoleonico, si divide in tre dipartimenti – Arno, Ombrone (Siena), Mediterraneo (Livorno) – e la legislazione leopoldina è sostituita dalla legislazione francese, Firenze, “la belle ville”, si trasforma nella “Mairie de Florence”, con un “maire” nominato dall’Imperatore e un Consiglio con funzioni consultive, sovraordinato da un prefetto  (p. 53). Così, Firenze, sotto il governo di colei che il fratello considerava “la migliore dei suoi ministri”,  costituisce un caso esemplare degli effetti del buongoverno francese in Italia, frutto della recente Rivoluzione. I sei anni in cui la Toscana fu annessa all’Impero napoleonico (nel 1814 la Baciocchi dovette lasciare la Toscana, ritornata nelle mani del Granduca Ferdinando III) furono infatti gli anni dei più grandi mutamenti politico-urbanistici per Firenze: dalla nascita del catasto e del regolamento edilizio, all’anagrafe, che richiese l’assegnazione di un nome alle vie e un numero civico. Tra le grandi opere progettate dalla Baiocchi merita almeno ricordarne due: il Foro Napoleone, che prevedeva un corridoio tra San Marco e Porta San Gallo, e la porta sul Mare di Firenze, con un canale navigabile aperto sulla riva destra dell’Arno, da piazza Ognissanti: qui un arco monumentale avrebbe significato che Firenze era la porta verso il mondo. Un ruolo preponderante in questi progetti “illuminati” doveva avere avuto la massoneria: del Grande Oriente d’Italia, fondato nel 1805 a Milano sul modello francese, il Gran Maestro era Eugenio de Beauharnais, viceré del Regno d’Italia. La stessa Elisa aprì nel 1809 una loggia a lei intitolata presso l’attuale Chiesa di San Pancrazio. E, così come i Lumi della Rivoluzione nacquero dalle inquietanti ombre dell’esoterismo massone,  non  mancano elementi anche macabri  legati alla principessa come il prelievo, in punto di morte, del suo cuore,  conservato nella cappella Baciocchi a San Petronio a Bologna.

I  documenti qui convocati (scambi epistolari, decreti, annunci) funzionano come un primo piano storico, mentre intorno aleggia la forza disgregante della morte e lo sfumato della lontananza. Dovessimo ricondurre questo lavoro ad un qualche genere di riferimento lo ascriveremmo alla “mitobiografia”, dove la lacuna storica è colmata appunto dalla forza poietica del ricordo o dell’immaginazione. Non solo vi è qui polifonia (la voce narratoriale interna o esterna, la voce di Sylvia, narratrice delegata…), ma vi è ibridazione di modi enunciativi: romanzo, romanzo epistolare, saggio storico, diario intimo.

L’Autore si concede talvolta il lusso di togliersi la maschera, e di assumere lui medesimo lo sguardo panoramico dell’onniscienza: si situa, ad esempio, in quello che Northrop Frye definisce il “punto di epifania” fornitogli dall’elevazione del palazzo nobiliare. Dalla terrazza dell’Hotel Excelsior, già Palazzo Bonaparte, egli gode, ad esempio,  della magnifica vista su Firenze: panoramica storica e topografica al contempo restituita in tempo scenico.  In questa fusione di sacralità e mondanità Firenze è, in fondo, la grande protagonista; è, al contempo, una Chiesa e un palcoscenico. Certo è che la passione di Elisa Baciocchi per il teatro (si veda il capitolo: “Il teatro allo specchio”), e in particolare la sua vocazione attoriale tragica  (amava Racine e aveva  interpretato Fedra in più luoghi suggestivi della Toscana), la sua frequentazione, in parallelo all’attività politica, del “salotto buono” di Firenze, il mondano Teatro della Pergola, fa di lei la protagonista indiscussa del sogno imperiale.

 

Corredano il lavoro le quattro sinossi biografiche che riassumono cronologicamente i fatti storici,  mentre le magnifiche riproduzioni di immagini  su carta rigata avorio aggiungono eleganza e la patina del tempo a questo gioiello storico e narrativo.

 

                                                                     Michela Landi           

                                                                 (Università di Firenze)

                                                                 michela.landi@unifi.it




 

lunedì 26 maggio 2025

Renato Campinoti: TRE PRINCIPESSE FRANCESI A FRENZE, Pontecorboli - "Fa divertire e imparare a collegare storia, visita dei luoghi, viaggi di ricerca"





Roberto Mosi, Tre principesse francesi a Firenze

Sylvia Boucot e le sorelle di Napoleone, Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat

Angelo Pontecorboli Editore, Collana Stranieri e Firenze, 2024

                   Recensione di Renato Campinoti

Ancora uno spaccato di Firenze, al tempo di Napoleone e dopo la sua sconfitta


Ancora una volta la notevole cultura e la ricerca mirata di Roberto Mosi, ci portano a contatto con la grande storia e con le sue ricadute nella vita sociale e culturale di Firenze e della Toscana. Questa volta il filo conduttore del racconto di Roberto è dato dalle memorie di Sylvia Boucot, che per trent'anni, in momenti differenti, fu dama di compagnia delle tre sorelle di Napoleone, raccolte in particolare nel Diario fiorentino. In altre occasioni Mosi si era interessato, separatamente, alla vita e al ruolo svolto dalle tre donne che, pur partendo da una relativamente umile vita in Corsica, seppero cavalcare la poderosa onda di potere del fratello, per avvantaggiarsene fino a diventare personaggi a loro volta inserite nei luoghi del potere. Questa volta, con grande capacità di tessitura degli avvenimenti, il nostro autore riesce a far girare la vita, le fortune e le sfortune delle sorelle nell’ambito di Firenze e, come inevitabile, di Viareggio e della Toscana. Con uno stacco notevole a Caserta e alla sua meravigliosa Reggia. Seguendo il filo delle memorie della dama di compagnia si parte col periodo degli anni trascorsi dalla Boucot con Elisa Bonaparte Baciocchi. Si sa che dopo aver sposato Felice Baciocchi, e dopo che solo una figlia, Elisa Napoleona, riuscì a raggiungere la maggiore età, i due coniugi faranno vite separate e frequenteranno persone diverse. Elisa Baciocchi, dopo aver assunto il titolo, non senza difficoltà, di Granduchessa di Toscana, dimostrerà di saper esercitare il suo ruolo in maniera esemplare, del resto già dimostrato nelle esperienze di Lucca, Piombino e Massa. Il fratello Napoleone, come riferisce Sylvia Boucot nella raccolta "Il teatro allo specchio" considerava Elisa "il migliore dei suoi ministri", gestisce con efficacia il potere seguendo gli indirizzi stabiliti dal fratello, tanto è vero che, rispetto alle altre città italiane, Firenze costituisce un caso esemplare degli effetti della politica francese in Italia. La politica urbanistica si impone per la correttezza amministrativa...I migliori architetti progettano interventi...per aggiornare l'impianto e la qualità dello spazio urbano...di piazza della Signoria, piazza del Duomo, piazza San Giovanni, tutte interessate da ampliamenti e dalla riqualificazione della cortina edilizia."   Saranno anche altri gli interventi urbanistici pensati per la città di Firenze (come del resto Elisa aveva già fatto anche nell'area di Piombino con la nuova "Via della principessa" tuttora a lei dedicata!), basti pensare al progetto del canale navigabile sulla riva destra dell'Arno, con inizio in piazza Ognissanti trasformata in un porto capace di ospitare trenta battelli grandi e quaranta piccoli, all'ingresso del porto un arco monumentale: la porta di Firenze verso il mare e il mondo. Come era inevitabile, dopo la caduta del fratello nel 1814, finisce anche il regno di Elisa, che è costretta alla fuga da Lucca, il 14 marzo di quell'anno, ben descritta dalla figlia Napoleona, insieme, appunto, alla figlia di otto anni e al giovane compagno di quel periodo, il marchese Lucchesini. Sempre nel ricordo della figlia: "Mi fa piacere...ricordare il carattere di donna forte, deciso di mia madre, nel quale mi riconosco...superò con coraggio le infinite prove alle quali fu sottoposta per decisione di Metternich...Arrivarono poi i giorni felici di Villa Vicentina nella campagna triestina. La famiglia si ricompose. Tornarono i giorni della passione per la lettura, il teatro, l'arte...E questo fino all'agosto del 1820, al fatale bagno nelle acque termali della palude di Monfalcone.  Elisa fu sepolta nella cattedrale di San Petronio a Bologna, nella cappella della famiglia del marito, Baciocchi. 



 "Paolina è la sorella prediletta e più amata dall'imperatore, con un carattere capriccioso e frivolo ma, allo stesso tempo, generosa, molto legata al fratello Napoleone". La fama in vita e dopo le derivò soprattutto dalla sua bellezza e da quella immortalata dal Canova nel capolavoro della "Venere vincitrice", tuttora oggetto di meraviglia e di continue visite nella villa Borghese a Roma. Si sa di lei che, dopo lo sfortunato matrimonio con l'ufficiale di Napoleone, Victor Leclerc, morto di febbre gialla a Santo Domingo dove era stato inviato per domare una rivolta, incontrò Camillo Borghese e, per il suo tramite, il Canova. Per un periodo a Roma organizzò anche un salotto nella Villa Paolina presso le mura aureliane, per trasferirsi poi a Firenze nel palazzo Salviati-Borghese di via Ghibellina prima, nella villa di Montughi della famiglia Strozzi poi, quando è già assalita dalla malattia. Sarà ancora una volta la dama di compagnia Sylvia Boucot, nel suo Diario fiorentino, a raccontarci l'ultimo periodo della vita della donna più bella del mondo, secondo i canoni adottati anche dal Canova. Sono pagine, quelle del Diario della Boucot, che giustamente Mosi ci presenta distesamente e invito il lettore ad approfittarne perchè rappresentano uno spaccato interessante della Firenze degli anni '20 dell'ottocento, e delle ultime ore di Paolina. Fino alla dettatura delle sue volontà, di essere imbalsamata e posta nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Paolina, come ci ricorda Roberto, è stata l'unica sorella cui Napoleone non aveva donato né corona né trono, eppure essa volle accompagnare il fratello nel suo esilio all'isola d'Elba...Durante l'esilio di Napoleone a Sant' Elena Paolina cercò in ogni modo, ma invano, di raggiungere il fratello e seppe della sua morte solo due mesi dopo". Paolina è davvero la sorella più amata da Napoleone, che ne ricorda la generosità: "Paolina era troppo prodiga, troppo abituata alle spese eccessive. I miei doni avrebbero potuto arricchirla, ma ella amava il lusso, ed essendo benefica donava tutto". 


Della terza sorella di Napoleone, Carolina Bonaparte Murat, Mosi ci presenta una notevole mole di notizie, grazie al fatto che è di "ben tredici anni il periodo che Sylvia Boucot trascorre con Carolina Bonaparte Murat, in parte a Vienna, a Trieste e poi, dal 1931, a Firenze dove la regina di Napoli muore nel 1839 a 58 anni". La più giovane delle sorelle di Napoleone, costretta alla fuga con la madre dalla Corsica, raggiunse nel 1796 il fratello Napoleone, già comandante d'Italia, a Mombello, vicino a Milano, dove incontrò anche il generale Gioacchino Murat che diventò suo marito. Quando il fratello regalò alla famiglia il regno di Napoli, sarà lei, con Murat impegnato nell'esercito e nel tentativo di conquistare la Sicilia, a reggere il regno, rinnovando le strutture amministrative, completando istituzioni come l'Orto botanico, l'osservatorio astronomico, il teatro San Carlo e tanti interventi infrastrutturali e urbanistici. "Carolina è la regina reggente, il vero motore della vita artistica e culturale, si occupa degli affari generali con passione e grande abilità politica, tanto che Talleyrand disse di lei: 'ha una testa di Cromwell sul corpo di una bella donna". Ancora una volta, insomma, è dimostrato che le sorelle, pur beneficiate dal fratello padrone del mondo, sono all'altezza degli incarichi che le vengono offerti. Naturalmente per Carolina, la più giovane, resta molto tempo da vivere dopo la caduta del fratello. E qui Mosi riesce a ricostruire con grande abilità il periodo che la regina di Napoli potrà trascorrere a Firenze, l'unico luogo che le potenze vincitrici sul fratello, le permettono infine di frequentare. Sono tantissime le traversie che Carolina è costretta a vivere, compreso l'impegno per farsi assegnare una rendita dal governo francese al posto dei beni a suo tempo da lei donati al fratello. Ci sarà, infine, spazio, per un nuovo, breve, matrimonio con un generale di suo fratello, Macdonald, che morirà due anni prima di lei. Belle, infine, le pagine che Mosi ci regala sul rapporto di Carolina con la zona di Ognissanti e la sua Chiesa, nella quale, infine, verrà seppellita. 



Ma la novità ancora più affascinante di questo bellissimo racconto, arriva nella parte finale, dove Roberto, dopo aver reso omaggio all'Istituto Francese fondato nel 1907, (il più antico istituto culturale francese nel mondo) e alla mostra "la Firenze sognata", incontra una gentile bibliotecaria francese che mostra il collegamento tra quella biblioteca e la biblioteca nazionale francese che  permette all’autore di accedere al giudizio di Napoleone sulle sue sorelle, che, naturalmente, rimando alla curiosità del lettore di questo affascinante lavoro di Roberto. Così come rimando alla lettura del testo per scoprire cosa raccontano, in una ricostruzione virtuale, le tre sorelle dei momenti topici della vita del fratello, a cominciare dalla incoronazione imperiale a Notre Dame del 2 gennaio del 1804. Naturalmente Mosi non poteva chiudere la sua originale fatica senza accostare la chiesa della sepoltura di Carolina e della zona del Palazzo francese, alla vita fiorentina a cominciare dal quartiere di residenza e di vita della famiglia Vespucci, di quell'Amerigo che ha dato il suo nome alla più grande, finora, potenza del mondo. Si chiude infine questo libro e si è grati all'amico scrittore per averci fatto fare un passo avanti nella nostra modesta conoscenza della storia non solo fiorentina e, soprattutto, avendoci fatto divertire e imparare a collegare storia, visita dei luoghi, viaggi di ricerca. Ancora una volta grazie Roberto Mosi.

Renato Campinoti










 


 

giovedì 22 maggio 2025

Gordiano Lupi per TRE PRINCIPESSE FRANCESI A FIRENZE - La figura di Elisa Baciocchi e il principato di Piombino



Articoli & Approfondimenti

Tre principesse francesi a Firenze

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di Gordiano Lupi

Il libro di Roberto Mosi mi è caro soprattutto per la figura di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e principessa di Piombino (e Lucca), alla quale lo scrittore e poeta fiorentino aveva già dedicato un bel libro edito da Il Foglio Letterario Edizioni. In questa nuova opera Mosi ci racconta anche le esistenze di Paolina Borghese e Carolina Murat, le altre due sorelle di Napoleone che si trovarono a diventare donne di potere grazie alle doti militari del fratello. Tre donne che dalla povera e derelitta Corsica assursero ai più alti onori delle corti per poi decadere seguendo la parabola discendente di Napoleone. La narrazione segue i ricordi e le testimonianze di Sylvia Boucot, dama di compagnia in periodi storici diversi (per oltre trent’anni) delle tre principesse. Roberto Mosi racconta la vita delle sorelle di Napoleone mettendo l’accento sulla loro libertà e sulla grande determinazione che le accompagnava, caratteristiche certo non viste di buon occhio dai contemporanei. Elisa a Piombino veniva definita la Baciocca, proprio per far capire che era soltanto la moglie del principe Felice Baciocchi – considerato un inetto – e per mettere l’accento sul fatto che era soltanto una donna e il potere non poteva spettarle. Nella realtà Elisa decideva ogni cosa e le riforme messe in atto nel piccolo Stato si devono soltanto al suo acume, dalla bonifica delle zone paludose, alle strade di comunicazione, per finire con l’Ospedale. Ancora oggi la strada di grande comunicazione che collega Piombino a San Vincenzo si chiama via della Principessa ed è il luogo dove prima di Elisa sorgeva la grande palude malarica di Rimigliano. Il popolino mise in giro anche la falsa notizia che Elisa fosse una sorta di strega, mangiatrice di uomini, dedita a grandi appetiti sessuali da soddisfare con i giovani abitanti del principato. Tutto questo per sminuire la grandezza di una persona e la sua abilità come regnante, non bene accetta per il fatto che era una donna. Le tre storie narrate da Mosi vedono sullo sfondo anche la città di Firenze, descrivono la nuova classe borghese che comincia a muoversi e a liberarsi dei vecchi regnanti per prendere il potere. Molte le analogie con il mondo contemporaneo, dal mito della nazione al comandante supremo, il leader che tiene ben salde nelle sue mani le sorti di uno Stato.  Il libro è pubblicato in un’edizione molto curata con foto a colori e riproduzioni in bianco e nero, in appendice la cronologia storica del periodo e delle tre principesse.

Roberto Mosi
Tre principesse francesi a Firenze
Angelo Pontecorboli Editore – Euro 17 – Pag. 170




 

giovedì 12 dicembre 2024

"Che famiglia questi Bonaparte": Caterina Perrone: commento magico per "Le tre sorelle francesi a Firenze", Roberto Mosi





 

Roberto Mosi, Tre principesse francesi a Firenze,

Pontecorboli Editore, Firenze 2024, p. 170

 

Sylvia Boucot e le sorelle di Napoleone,

Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat

 

Commento di Caterina Perrone

 

Che famiglia questi Bonaparte!

 

Occorre iniziare dalla madre Laetitia, determinata ad emergere con tutti i suoi figli e le sue figlie, per lasciare un segno nella storia.

Le donne scopriamo, per chi ancora non lo sapeva, sono state altrettanto intraprendenti anche se non altrettanto gloriose del fratello maggiore, lasciando segni tangibili sui loro cammini.

È su questi che ci accompagna Roberto Mosi con il suo libro “Tre principesse francesi a Firenze”, pubblicato dall’editore Pontecorboli nella collana Stranieri a Firenze, che narra delle tre sorelle Bonaparte, Elisa Baciocchi, Paolina Borghese, Carolina Murat.

Tanto simili nella volontà e capacità di emergere, tanto diverse nel carattere, negli obiettivi, nel modo di esprimersi.

Tutte e tre sono passate e a Firenze hanno vissuto, due di loro sono morte qui, una vi è sepolta.

L’autore ci accompagna dall’ingresso di Napoleone alla Porta San Frediano nel 1796 mentre, ancora luogotenente in lotta con gli inglesi, saluta il picchetto di guardia, accolto da una popolazione intimorita.

Elisa entrerà in città dopo più di dieci anni come granduchessa di Toscana, e il popolo fiorentino la sentirà come una straniera, non le riconoscerà le innovazioni e gli ammodernamenti apportati nell’assetto della città e del territorio.

Paolina, famosa per la sua bellezza, eleganza, stravaganza, per il suo carattere dolce e generoso, che viaggiava per le Cascine, in piedi sul calesse scoperto, scortata dal suo cocchiere dominicano, suscitava meraviglia e sussurri al suo passaggio.

Carolina che venne per trascorrere a Firenze i suoi ultimi anni nel palazzo di famiglia a piazza Ognissanti, e ancora riposa tra eterne contraddizioni nella Chiesa accanto.

Roberto riesce nella narrazione a coniugare i testi ufficiali e le complesse vicende delle donne, con l’immaginario verosimile delle loro vite personali, supportato da un documento d’eccezione, il diario di Madame Sylvia Boucot che, per trent’anni e in successione, fu al servizio come dama di compagnia, ma anche molto di più, delle tre sorelle, accompagnandole ciascuna alla sua fine.

Un’occasione straordinaria di conoscerle da vicino, nella loro dimensione umana, in quel dialogo tra immagine ufficiale e domestica che sempre affascina il lettore appassionato di narrazioni storiche.

Conosciamo così la irrequieta vita di Paolina sempre in viaggio, la intransigente etichetta di Elisa, l’ambizione di Carolina.

L’autore ci accompagna nel cammino per i luoghi frequentati dalle protagoniste, ci immerge nel loro immaginario, mentre osserva il panorama della città che sconfina con la piana, coinvolto dai colori del tramonto, dai sapori e profumi di un mondo francese, assaporati sulla terrazza dell’attuale Hotel Excelsior ,che fu nel primo ottocento una delle residenze dei Bonaparte a Firenze.

Il linguaggio fascinoso di Roberto Mosi ci fa sentire tutte le vibrazioni ancora presenti, a saperle ascoltare.

 

Caterina Perrone