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sabato 13 giugno 2026

"Un posto al sole", poesia, omaggio a Bruno - "Testimonianze", n.475/2012: "La mia Africa, dai ricordi della guerra in Etiopia".


 Un posto al sole

(Omaggio a Bruno, mio padre)

 

Parlano della tua guerra in Africa

Bruno, oggi, alla televisione

italiani brava gente

alla conquista dell’Abissinia.

 

Te con il mulo consegnato

a Napoli dall’Esercito Regio

prima del viaggio, per mare

per terra, per pianure e altipiani

da Massaua ad Asmara, ad Addis Abeba.

 

Paciuk, dalle grandi orecchie

per amico nel battaglione delle salmerie

parli con lui della casa, del lavoro

che hai lasciato, degli amici.

 

Ti aggrappi a lui per i sentieri

a fianco dei dirupi, per le salite

che portano ai monti vicini al cielo

ti protegge con il suo corpo

dagli assalti degli abissini

all’arma bianca, sulla cima del monte.

 

La foto nel nostro salotto

parla di te, magro come un’ombra

per la fame che hai patito

la pelle nera, bruciata dal sole

all’età dei tuoi trent’anni

per conquistare un posto al sole

così dicevano, per la tua Nazione.

 

Parlano della nostra città

oggi, alla televisione,

un generale impettito arringa

la folla nella piazza, davanti

alla casa dove abitavi.

 

Urla re-migrazione

re-migrazione, i neri africani

sono arrivati da noi

che tornino ai loro Paesi!

 

Sono passati cento anni

Bruno, dalla tua amicizia

con Paciuk ma il Dio dell’odio

è ancora fra noi, cerca ancora

il suo tremendo, sciagurato posto al sole.


Roberto Mosi




"La mia Africa", dai ricordi della guerra d’Etiopia

di Roberto Mosi

     Se mi capita davanti agli occhi una carta dell’Africa, il mio sguardo si posa in maniera automatica sull’Africa orientale, l’Eritrea e l’Etiopia, ed in particolare, sul lungo percorso che congiunge Massaua sul Mar Rosso, con Addis Abeba.  Dalle informazioni raccolte da varie fonti, posso dire di avere una certa conoscenza delle tappe principali di questo percorso e delle regioni attraversate. Nella prima parte si incontra il caldo torrido di Massaua, antica “Perla del Mar Rosso”, “ rasa al suolo nel corso della recente lotta di liberazione”, poi il passaggio brusco, in soli cento chilometri, dal livello del mare ai 2350 m. di Asmara, la capitale dell’Eritrea, posta sul bordo orientale dell’altopiano etiopico, con un clima “montano tropicale”, mite e temperato, con “cieli tersi per otto mesi l’anno”. Superata, idealmente, la frontiera fra i due paesi – oggi chiusa, dopo l’ultimo conflitto, a tempo indeterminato – è possibile raggiungere con un autoveicolo in un giorno e mezzo Addis Abeba, posta a 2400 m., la terza capitale del mondo per altitudine.

     Lungo questo tragitto, o con brevi deviazioni, il turista incontra ambienti che offrono “le migliori opportunità in Africa per praticare il trekking e per avvistare le più interessanti specie di animali”; per visitare, d’altra parte, luoghi che conservano un patrimonio unico nella storia dell’umanità. Basti ricordare Yeha, l’antica capitale dell’Etiopia che conserva testimonianze antiche di 3000 anni, Aksum, la città santa, dove si trovano tombe precristiane ai piedi di splendide stele risalenti a 1800 anni fa,  Lalibela, dove undici  straordinarie chiese scolpite nella roccia e una miriade di gallerie, “hanno cristallizzato nella pietra l’Etiopia del XII e del XII secolo”.

 

     Questo stesso itinerario compì, con uno sguardo ben diverso da quello del turista di oggi, mio padre nel 1935/1936, che partecipò, richiamato alle armi, alla guerra d’Etiopia. Il suo racconto, ascoltato quando ero ragazzo, di reduce dalla guerra ha lasciato tracce indelebili nella mia memoria.

    Il “viaggio” cominciò da Firenze, la sua città, in maniera improvvisa, nell’estate del 1935. Alla partenza non vi fu il saluto entusiasta di una folla di concittadini, come ci mostrano molte riprese dei cinegiornali dell’epoca.  Una cartolina precetto – i voucher più alla moda in quell’epoca – raggiunse la casa popolare del quartiere di Rifredi, dove viveva con la famiglia. La trovò di ritorno dal lavoro. Proprio non se l’aspettava. Aveva 28 anni e aveva già dato ventiquattro mesi della sua giovinezza al regio esercito, in un reparto di cavalleria, e credeva che la partita ormai fosse chiusa con la vita militare. Da pochi mesi aveva trovato un posto di lavoro come operaio in una fabbrica di confezioni presente nel quartiere, diretta da un proprietario noto nella zona per il buon rapporto con i dipendenti. Sia detto per inciso, che questa persona finirà nei forni di Mathausen, per le sue origini ebraiche.  Il nuovo lavoro era un sostegno prezioso per la famiglia che attraversava periodi nei quali non era facile mettere insieme il pranzo con la cena.

      La cartolina precetto portava l’ordine di presentarsi immediatamente a Pisa, in una caserma, senza indicare la destinazione finale. Arrivato a Pisa apprende, insieme ai nuovi compagni, che la destinazione era l’Eritrea dove avrebbe preso parte alla spedizione contro l’Abissinia: “L’imbarco sarà a Napoli fra tre giorni”. Nella notte Bruno, con altri compagni, scavalca il muro di recinzione della caserma e salta su un treno in corsa per Firenze, per evitare di essere fermato dalla polizia militare. Arriva la mattina dopo a casa ed ha appena il tempo di raccontare alla famiglia cosa l’aspetta che per le scale risuonano i passi di una pattuglia di carabinieri. E’ prelevato e condotto a Napoli, all’imbarco per l’Eritrea, senza che subisca alcuna condanna per la fuga: “Intanto, peggio che in Africa …”, si sente dire dai superiori.

 Nel racconto di mio padre il primo motivo che mi colpisce, è quello della scoperta, della meraviglia. La partenza da Napoli in mezzo ad una miriade di bandiere e ad una folla festante ai piedi di un enorme piroscafo bianco, con il nome di un duca della famiglia Savoia, poi il viaggio di sette giorni per mare, l’incontro con i colori dell’Oriente a Porto Said, in Egitto, la nave circondata da un bazar di barche, cariche delle merci più strane, i ragazzi che si tuffano in mare per ripescare le monete gettate dai soldati, il bianco accecante delle due sponde desertiche del Canale di Suez.

     Il continente africano era pieno di sorprese, di meraviglie che balzavano fuori dalla visione di un paesaggio vario e grandioso, dalla sensazione nuova dello spazio, dall’ampiezza degli orizzonti, della limpidezza dell’aria sugli altipiani, con lo spettacolo sempre nuovo delle albe e dei tramonti, con la magia delle notti africane splendenti di vivissime stelle, notti abitate spesso dall’urlo delle iene e degli sciacalli. Mi sembrava che le parole di mio padre prendessero spesso il tono della malinconia.



 

    Il racconto poi dei dieci mesi trascorsi in Africa, si snodava attraverso una trama fitta di episodi, di sensazioni, della quale mi sono rimasti nella memoria solo alcuni flash, un numero limitato di tracce sufficienti, tuttavia, per ricostruire alcuni capitoli di questa storia.

     Da Massaua i protagonisti di questa storia diventano due, mio padre e il mulo che gli viene affidato per il trasporto delle salmerie da parte di una compagnia. Il mulo ha un nome, Paciuk, diventa l’amico con cui si parla, ci si confida, risponde prontamente agli ordini, le sue reazioni sono importanti per avvertire il pericolo di un nemico in agguato; rappresenta un riparo per spostarsi durante gli scontri, è un sostegno nelle marce più dure, ci si attacca alla coda quando i sentieri in salita, per raggiungere gli altopiani, sono più aspri o si tratta di affrontare percorsi aperti su profondi dirupi. Era vivo il ricordo, quando la paura, l’ansia era più forte, delle reazioni dell’animale, il suo sguardo, il movimento delle orecchie, il restare, a volte, immobile davanti a fruscii, ombre, rifiutando di andare avanti.

      A momenti spuntavano nella narrazione alcune parole in aramaico, fra le più semplici, come acqua, cibo, lo scambio di saluti. La sensazione che percepivo era quella di una costante diffidenza nei confronti degli abitanti dei villaggi attraversati, spesso di paura specie quando i tucul apparivano disabitati e sembrava, tuttavia, di essere seguiti dallo sguardo di qualcuno. La paura raggiungeva il suo apice nei casi in cui doveva andare, da solo, a prendere l’acqua per la compagnia da un torrente, presso uno stagno, una pozzanghera. L’acqua, in questo caso, era fliltrata mettendo il fazzoletto sulla bocca delle borracce.




      Le parole ripetute con più frequenza erano quelle dei luoghi degli scontri, tutti con nomi scoppiettanti, come Sellaclacla, Taccazzè, compresi i nomi dei capi abissini, come quello di Ras Immirù. Era costante il ricordo delle armi primordiali dei soldati abissini, spesso si trattava di lance, spade, scudi. Percepivo tuttavia nelle parole del racconto l’ammirazione per il coraggio di questi soldati nel combattere.

   La narrazione è ritornata infinite volte su una battaglia – mi sembra di ricordare nella zona di Sellaclacla – che vide il battaglione di cui faceva parte mio padre, circondato sulla cima di un monte dalle truppe di Ras Immiru. La battaglia durò tre giorni e tre notti. I soldati abissini si lanciarono a più riprese, sguainando sciabole e pugnali, contro gli italiani asserragliati sul monte. “Arrivavano a ondate, davanti ai fucili e alle mitragliatrici che spazzavano il terreno circostante. Più volte qualcuno riuscì ad afferrare la canna delle mitragliatrici, prima di cadere, dilaniato dai colpi. Sembrava proprio, questa volta, di essere arrivati alla fine! Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla”.

      Poche volte il racconto si è fermato – quasi per pudore – su un episodio di feroce atrocità. La compagnia arrivò ad un villaggio immerso nel silenzio, i tucul vuoti. Mio padre scorge nell’erba alta uno strano batuffolo, lo alza, è la testa di un bambino. Il giorno precedente era passata una squadra di camicie nere e aveva fatto scempio degli abitanti del villaggio, un gioco al tirassegno su tutto quello che si muoveva.

       Cosa mi rimane di questo racconto? I frammenti di memoria che ho riportato, una croce di guerra di ferro al valor militare ornata da un nastrino bianco e azzurro, una fotografia dell’epoca che mostra un giovane – mio padre – magrissimo, curvo, con un sorriso stanco, la pelle scura bruciata dal sole. A questa immagine mi è naturale unire il ricordo delle cicatrici che aveva sulle gambe, per le punture delle zecche e delle “pulci perforanti”.

 Più volte ho cercato di ripercorrere idalmente questo percorso da Massaua ad Addis Abeba attraverso le pagine di libri di storia e di guide turistiche, per cercare di fare rivivere questi frammenti di memoria nel loro contesto geografico e storico.

    Un libro utile per la mia ricerca è stato il recente libro di Angelo Del Boca “La guerra di Etiopia” (Longanesi, Milano 2010). Ho colto dalla ricostruzione storica dell’autore  lo sguardo ansioso, assillante di Mussolini, sull’avanzata italiana lungo la direttrice da Asmara ad Addis Abeba, la volontà di alimentare la macchina del consenso nazionale, di procedere rapidamente  nell’avanzata per mostrare al mondo risultati vittoriosi e rispondere alle pressioni della Società delle Nazioni.  Effetto immediato di questo, la chiamata alle armi di un enorme contingente di soldati, l’invio spasmodico di ulteriori rinforzi dopo le difficoltà incontrate nei primi mesi di guerra e le pressanti richieste di ulteriori forze da parte dei comandanti in capo, Del Bono e poi Badoglio.

     Da Roma partono anche le autorizzazioni per il massiccio impiego di gas velenosi, dell’iprite in particolare, specie nelle fasi decisive della guerra.  Dalle fonti storiche del libro, emergono le testimonianze di episodi atroci di fanatismo, di rappresaglie; valga per tutte, quella del figlio di Mussolini, Vittorio, aviatore: “ Una bella sventagliata e l’abissino era a terra. era dunque una caccia isolata all’uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l’abissino”, “ Era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello. […] Bisognava centrare bene il tetto di paglia e solo al terzo passaggio ci riuscii. Quei disgraziati che stavano dentro e si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori come indemoniati” ( V. Mussolini “Voli sulle ambe”, Sansoni, Firenze 1936).

    Nel libro di Del Boca si trovano testimonianze poi diffuse sul valore dei soldati abissini, sul modo di cambattere con armi primitive, quasi privi di armi moderne. In una battaglia nella zona Abbi Addi, un ufficiale italiano riferisce che gli abissini calano dalle alture ad ondate successive, usando più le sciabole che le armi da fuoco, abbattono i serventi sulle loro mitragliatrici, arrivano a pochi passi dai pezzi di artiglieria (pag. 136). La stessa immagine, dunque, delle parole di mio padre “arrivavano ad ondate”, quando parlava dell’assedio del suo reparto sulla cima di un monte.

      Il libro di Del Boca, attraverso i documenti di fonte etiopica e le interviste ad alcuni portagonisti, ci presenta cosa succedeva sugli altipiani e le montagne etiopiche oltre le linee italiane. Emerge la figura dell’imperatore Hailè Selassiè, la sua voce forte che si alza all’inizio della guerra per invocare l’aiuto della Società delle Nazioni e delle maggiori potenze, che diventa sempre più flebile, inascoltata. La sua abilità strategica di ricorrere, specie nelle prime fasi, alla guerriglia per sfruttare le capacità naturali dei soldati, e impegnarsi, alla fine, al comando del suo esercito, in battaglie campali, per tentare di rovesciare le sorti della guerra. Nel racconto dell’imperatore è forte la denuncia degli effetti dei bombardamenti aerei, dell’impiego massiccio in ogni regione dei gas velenosi. “La guerra chimica non ci ha causato soltanto un gran numero di morti e di feriti, ma ha avuto innanzitutto l’effetto di distruggere la forza morale e la capacità di resistenza delle truppe etiopiche. Senza l’impiego di questo inumano mezzo di combattimento, la decisione dei nostri soldati non sarebbe mai venuta meno …” (pag. 149).

      Queste testimonianze si intrecciano con i frammenti del racconto di Bruno, mio padre. Penso che la sorte della battaglia di Sellaclacla a cui prese parte– “Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla” – sia da legare all’assalto continuo dell’aviazione italiana. Mi sembra che nella mia ricerca riesca a ricomporre i pezzi di un puzzle, a dare respiro a memorie personali nel contesto di fatti generali, fatti che segnarono come cicatrici indelebili il volto dell’Africa e, per altro verso, la storia del notro Paese.




 

    L’interesse ad approfondire i caratteri del percorso da Asmara a Addis Abeba e la loro traformazione, mi ha portato a consultare la prima guida che uscì nel 1938, in 500 mila copie, a cura della Consociazione Turistica Italiana: “Guida dell’Africa Orientale Italiana”. Quali gli scopi per preparare in tempi rapidi una guida così complesa di quasi 700 pagine, a solo due anni dal giorno nel quale “il Duce da palazzo Venezia proclamava al mondo il ritorno dell’Impero ?”.  Quello di rendere omaggio alla vittoria italiana e ai suoi protagonisti e di mostrare come l’Italia abbia saputo rispondere alle “sanzioni di 52 Stati coalizzati contro un popolo risoluto a trovare il proprio posto al sole”. La strada che porta ad Addis Abeba, riferisce la Guida, è indicata come “la grande strada della Vittoria” che scavalcando “eccelse quinte montane, traversa i luoghi sacri alla memoria degli Italiani: Macallè, Amba Aradàm, Amba Alàgi, Mài Cèu”. E’ una terra che “racchiude in sé tali possibilità da alimentare le più ardite speranze e da permettere le più audaci previsioni” per il turismo, per le intraprese economiche”.  Al turista che desideri “farsi un’idea abbastanza completa dell’Impero e che disponga di un autoveicolo ( meglio se un autocarro leggero con tenda, riserve di carburante, acqua e viveri)” si raccomanda un itinerario da compiere in 60-80 giorni, dei quali 22 per raggiungere Addis Abeba partendo per Massaua. Quale contegno deve tenere il turista, secondo i consigli della Guida della Consociazione Italiana? “L’Abissino è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubilee, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. .. Gl’Italiani, con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nel rapporto con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo” (pag. 20).

 

     Le guide di oggi pongono da parte, naturalmente, ogni diffidenza ed invitano con calore a visitare l’Etiopia e l’Eritrea, “diverse da qualunque paese che abbiate mai visitato. Chiese monolitiche scolpite nella roccia, bazar brulicanti e terre incontaminate: il Corno d’Africa è davvero unico”.

     I libri di viaggio ci invitano ad immergerci in un mondo di ricche testimonianze storiche, culturali, etnografiche, ambientali, da scoprire direttamente, anche, facendo riferimento in più casi, a strutture turistiche spartane, tipiche di Paesi segnati ancora dalla povertà. A queste testimonianze legate al passato, le guide ci presentano le vie di ricerche artistiche nuove, animate dai giovani, che in maniera originale progettano la visione del futuro di una terra che ha vinto il “drago del colonialismo”, come nelle immagini dell’artista Afewerk Tekle, presenti  nella monumentale vetrata istoriata dell’”Africa Hall” di Addis Abeba.

    Non lontana da questo monumento, si innalza la Cattedrale della Santissima Trinità dove i dipinti murali ritraggono l’imperatore Hailè Selassiè a Ginevra mentre pronuncia davanti alla Società delle Nazioni,  nel 1936, il suo famoso discorso contro la guerra e per i diritti di tutti i popoli della terra. Nelle vicinanze della cattedrale, il monumento eretto in memoria delle migliaia di etiopi uccisi dagli italiani in segno di rappresaglia per l’attentato contro il vicerè Graziani del 19 febbraio 1937.

     Debellato il “drago del colonialismo” lungo il percorso di cui abbiamo parlato, legato per me a ricordi familiari, emergono le recenti ferite del “mostro della Guerra”, dalle città eritree bombardate nel corso del conflitto con l’Etiopia, i campi di  mine antiuomo sul confine, i numerosi cimiteri di guerra. La lotta contro questo mostro è decisiva per il futuro del Corno d’Africa e dell’intero continente.

Testo sulla Rivista Testimonianze, n. 475 del 2012




lunedì 11 maggio 2026

"Narciso ama il petrolio / alla pazzia ..."- Caravaggio e la danza delle streghe di Shakespeare. Trump, narcisismo e AI

 



Narciso e le Streghe di Shakespeare (Macbeth)

 

Le Streghe

soffiano sul fuoco

cantano Narciso

bello bullo bolle.

 

Bolle la pentola bolle

il sogno d’Europa il sogno

le fiamme ballano intorno

il miscuglio sobbolle.

 

L’occhio aguzzo di un rom

il bianco sorriso di un nero

l’idea svanita di pace

le vecchie gettano dentro.

 

Ronde occhiute in giro

zero tolleranza zero

idee solidali in fumo

lo scudo spaziale nel cielo.

 

Narciso ama se stesso 

si specchia alla fonte

abbraccia se stesso

il resto sfuma nel nulla.

 

Narciso ama Dio

afferra il suo scettro, il suo

trono, sacerdoti lo osannano

capo Supremo.

 

Narciso ama il potere

alla follia, sulla scena

assegna ogni parte

il riso, il pianto.

 

Narciso ama il petrolio

alla pazzia, lo cerca

lo trova, in ogni

parte del mondo.

 

Narciso invia

messaggi, diffonde

 in rete parole d’orgoglio

di rabbia rabbiosa.

 

Bit byte bit byte             

zero uno zero uno

uno zero, le Streghe

cantano in coro.

 

Blog ergosum, sum ergoblog

Narciso google,

google Narciso

Narciso yahoo.

 

I like Meta I love Meta

Artificial AI  Artificial AI,

Ahi Ahi

Ahimé Creso Musk.

 

Messaggio d’amore

d’amore messaggio

Narciso you tube, you tube

tube you.                 

 

 

 

                               Roberto Mosi, Maggio 2026

 

Caravaggio, Narciso



Narcisismo (e intelligenza artificiale). Un’infallibile propensione.
Daniele Poccia

L’ipertrofica attenzione mediatica, popolare e saggistica riservata ormai alle cosiddette “intelligenze artificiali generative” (e in particolare ai Large Language Models) è l’ennesimo atto di narcisismo antropologico. Siamo convinti che almeno ‘loro’ riusciranno in ciò in cui noi non facciamo altro che fallire – dotarsi di un’intelligenza formalmente compiuta, compiutamente scissa dal vincolo delle emozioni, ed emancipatasi dunque dall’aderenza materiale a una situazione determinata, che continua dopotutto a proiettarci tra le spire di un’infallibile quanto indispensabile propensione all’errore. Ci sembra che una “vita 3.0”[1], dopo la vita organica e quella culturale specie-specifica, debba esprimere a pieno titolo, e per procura, la possibilità di evolvere in una spazialità e in una temporalità non concrete, ma logiche, astratte, in ultima istanza metafisiche. Ma le invenzioni tecnologiche sono da sempre lo specchio deformante in cui l’umanità scopre di sapere meno di quello che può. In questa scoperta, dunque, non è la nostra ignoranza temporanea che si fa presente, un’ignoranza che si presume erroneamente rimediabile – è la destinazione perturbante di un’esistenza che non ha garanzie ultime contro la propria fallibilità, e che solo un lavoro di razionalizzazione retrospettiva, sempre ritardatario, e quindi per questo propriamente scientifico, si fa carico di dissolvere in maniera mai definitiva. Un errore al quadrato, un errore rispetto alla nostra stessa capacità di errare, che la consideri transitoria ed emendabile, non equivale in breve a una verità di secondo ordine: è solo una malfondata e pericolante falsità.

 

Nello specchio della propria autoriflessione macchinica, la specie ha di conseguenza l’opportunità di prendere consapevolezza di una tendenza persistente all’errore, e dunque dell’incorporazione inevadibile nello spazio-tempo, che fa tutt’uno paradossalmente con la propria volontà di rimediarvi. L’apparente incompossibilità di queste due forze centrifughe configura così un esempio, potente perché paradigmatico, della costituzione insuperabilmente organica dell’intelligenza naturale, e quindi di ogni intelligenza reale, anche al cospetto dell’emergenza di artefatti digitali che sanno produrre (altri) artefatti cognitivi sempre più ottimizzati. Siamo e non siamo convinti allo stesso tempo, infatti, di poterci tirare su per il codino dalla palude della nostra erranza. Solamente nel continuum dell’esperienza concreta, e quindi indecidibile nella sua natura ultima, l’espansione e la contrazione, il conato e il rifiuto, il divenire e l’essere, possono concatenare all’infinito, secondo un numero di gradi di libertà crescente, che non si esauriscono mai in una correzione una tantum del reale e/o dell’intelligenza naturale. A ogni livello logico della storia della vita-cultura, in tutte le sue forme determinate, è presente allora almeno un errore che sarà emendato nel livello ulteriore. Il tempo e lo spazio non sono un fattore accessorio, un orpello da allungare e restringere a piacimento, sino al loro grado zero, o al loro completo sovrapporsi, nella speranza infondata che ogni errore possa essere prima o poi completamente soppresso.

 

«La legge dell’osservazione»[2] stabilisce infatti che non c’è conoscenza scientifica se non in una dimensione supplementare a quelle proprie dell’oggetto osservato. La vita, esistenza che evolve sempre congiuntamente nello spazio e nel tempo, che si articola sullo sfondo e grazie ad altre articolazioni parimenti concrete, non permette alla simulazione macchinica un simile dislocamento – anche la macchina è un esistente come un altro, e il suo ‘pensiero’, come ogni altra sua funzione, rimane incastonato in un contesto circostanziato in cui al massimo può co-evolvere con i viventi, senza mai pretendere di oltrepassarli. Dunque la conoscenza scientifica del vivente non è incompleta per accidente, ma per essenza. Dunque una simulazione integrale della vita organica non è possibile se non ipoteticamente, nello scarto che comunque l’assegna a «un ritardo ontologico e perciò cronologicamente irrecuperabile»[3]. L’urgenza e la precipitazione che contraddistinguono il nostro agire, a tutti i livelli, ci fanno credere di poter colmare questo scarto, senza il quale non ci sarebbe né intelligenza, né invenzione. L’imprevedibilità tecnologica ci impone di non poter sapere dove arriveremo, ma sappiamo che da qualche parte si deve arrivare, e che quell’urgenza è proprio ciò che ci fa credere in modo computazionalmente infondato di potere fare a meno tanto dell’urgenza quanto dell’imprevedibilità delle nostre azioni innovative. È perché insomma siamo mortali, e abbiamo paura, che l’intelligenza ci occorre, e cerchiamo di conoscere sempre di più il mondo.

 

Nessuna macchina può sostare allora in questo guado paradossale, ma per i viventi quanto mai creativo. La vita è variazione, nello spazio e nel tempo, e simultaneamente è conoscenza di un mondo che cambia in funzione della sua stessa azione. Questo feedback loop vale a ogni livello, da quello prettamente trofico di un organismo monocellulare, che si muove nell’oceano in cerca di cibo, a quello prettamente psichico-interpersonale di una relazione di coppia in crisi, che cerca di capire come non rinnegare se stessa. Solo trovando un equilibrio dinamico tra la sospensione metabolica in cui consiste la conoscenza[4], in quanto accettazione della mera esistenza dell’altro, non consumante, non giudicante, non prevaricante, e la differenziazione, storica e geografica, che permette a ogni forma di vita di continuare ad esistere, l’intelligenza prende forma attraverso il prendere forma del suo contesto di esercizio – dell’insieme di stimoli con cui viene in contatto. Se potrebbe sembrare quindi, in prima istanza, che siano tanto le macchine a cibarsi di noi quanto noi della macchina, in una sorta di magico allineamento antropofagico, la verità è le macchine che ci restituiscono in maniera distillata e concentrata quello che abbiamo dato loro, perché noi siamo il loro ambiente, e la loro ‘vita’ è immersa nella nostra, come nessun’altro artefatto lo è mai stato prima d’ora, anche se non è vero il contrario, il nostro ambiente non si restringe al loro, e alla fine c’è sempre un solo utilizzatore finale, la specie umana stessa, l’unica che può avere bisogno di scoprire come farcela ancora.

 

L’approssimazione delle macchine presuntamente intelligenti al target dell’intelligenza naturale è quindi un’approssimazione indefinita, così come gli iperpiani che si dipanano all’interno di un algoritmo generativo restano sempre di una dimensione inferiore alle dimensioni proprie del fenomeno rappresentato algoritmicamente. La cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (AGI) può al massimo funzionare come un ideale regolativo, che informa sì la scoperta di nuove procedure di calcolo, e dunque di rappresentazione del reale già costituito (dei discorsi, delle raffigurazioni, delle creazioni già disponibili), ma non si configura mai come un obiettivo realizzabile, non mette capo a una computazione autocosciente non organica, capace di trattare l’imprevedibile del vivere (che è una contraddizione in termini in via di principio incalcolabile). Finalmente sappiamo, allora, che l’intelligenza, quella vera, non è un insieme di proprietà date, un cluster di osservabili descrivibili, padroneggiabili e anticipabili. Ora lo vediamo che essere intelligenti significa passare dai molti del pensiero all’uno dell’azione, e dunque, per ciò stesso, di nuovo dai molti degli eventi su cui l’azione apporta la sua modifica all’uno dell’esperienza che comunque ne possiamo avere, in un gioco mai a somma zero. Il significato, ciò che incontriamo nel nostro mondo-ambiente come alcunché di definito e univoco, è un elemento dato ‘accanto’ al senso, nella misura quest’ultimo si auto-contiene ricorsivamente come insieme di altri insiemi, sdoppiandosi e aprendosi continuamente a un’eccedenza plurale, insondabilmente ambivalente.




 

Ogni relazione umana ce lo testimonia, d’altro canto, nella misura in cui nessuno può decidere e stabilire una volta per tutte dove abbiano avuto inizio le implicazioni che fanno sì che le cose, tra due o più persone, accadano come accadono. Il perimetro cognitivo che ci circonda, ogni volta che ci rapportiamo in presenza con qualcuno, in un bagno di emozioni di cui è impossibile districare il disegno, è una serie infinita di cerchi concentrici di abitudini, che però non hanno un centro definito, e la cui circonferenza si allarga e si restringe, secondo un movimento continuo e capricciosissimo. Sono quelle stesse abitudini a trascolorare continuamente nel loro stesso cambiamento critico.

 

Proprio perché l’intelligenza si autodefinisce (e cos’altro potrebbe fare?) unicamente come un fenomeno storico sensibile alle sue condizioni iniziali (e cioè, artefattuali), essa consiste quindi, da sempre, nel tentare di produrre uno scarto rispetto al funzionamento delle macchine che pure ha immesso nel mondo, per quanto non intenzionalmente, e dunque rispetto al sapere-pensiero che le macchine hanno coagulato, cristallizzato e sistematizzato nel loro schema strutturale e funzionale. È insomma l’orrore di assomigliare ai nostri prodotti e protocolli meccanici che guida la riforma spontanea che l’intelligenza naturale umana opera incessantemente su se stessa – il che spiega perché il comico è puntualmente suscitato da una certa meccanizzazione del corpo vivente[5], storicamente e geograficamente situata, tale che il conflitto tra le generazioni si configura innanzitutto come un conflitto tra umorismi. Questo orrore per ciò che siamo (stati) è propulsivo rispetto a ciò che stiamo diventando, e va da sé, agli esperimenti inediti della conoscenza con la conoscenza, e quindi della realtà vivente con la realtà, vivente e non.

 

Ogni macchina, come ogni medium per Marshall McLuhan, è infatti il risultato di un’incorporazione (selettiva, oltre che progressiva) della precedente nella seguente, e quindi ogni procedimento meccanico paradigmatico contiene virtualmente l’intera storia del macchinismo umano, almeno etnicamente regionale (cosmotecnico[6]), in un gioco di scatole cinesi a dir poco vertiginoso. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale generativa si candida a divenire una specie di Summa technologiae[7], che ricapitola, e quindi rinnova, l’intera storia delle nostre protesi e delle nostre tecniche scrittorie, come ogni macchina, che è invero in prospettiva storica anche «una macchina di macchine»[8], ha puntualmente fatto, ma portando questo movimento a un non plus ultra riflessivo che ci costringe per la prima volta a contemplarlo nella sua incontrovertibilità.

 

Per questo non si è mai intelligenti da soli. L’intelligenza eccede l’individuo, sia dalla parte del soggetto dell’intelligenza, che si situa a cavallo tra gli individui, che dalla parte dell’oggetto, che non è un ente staccato, separato dal resto del tutto sommato imprendibile ‘essere’. Sia il lato dell’intelligere che il lato dell’intellectus stanno l’uno con l’altro nel loro reciproco (dis)ingannarsi. Essere intelligenti significa essere disposti a non credere di esserlo, e conoscere, in ultima analisi, è solamente il processo che porta l’intelligenza ad avvicinarsi, senza mai coincidervi, con l’essere e la sua inesauribilità, con l’altro e la sua opacità.

 

Il vitalismo si corregge così per estensione massimale, realizzando come ogni macchina, a prescindere dal suo grado di complicazione, è incapsulata nell’organico, oramai sempre più chiaramente collettivo, trans-individuale, sempre più interconnesso, e solo attraverso un perfezionamento infinito può ridurre questa distanza, esattamente come il quadrato inscritto o circoscritto a una circonferenza non può eguagliare la circonferenza stessa senza un passaggio all’infinito[9], ovvero, senza l’intermediazione di un qualche ipostasi divina, ovvero di un’appartenenza di gruppo che si vorrebbe immutabile. Ma ogni identità statica, se religiosamente chiusa rispetto all’esterno, finisce per rendere la propria stessa intelligenza del contorno invariabilmente più pigra, più intollerante, meno disposta a riformularsi, e l’ipotesi di una macchina che sa di essere tale, completamente schiacciata sul suo schema funzionale e strutturale, coincide con la fine della sua stessa funzione prostetica di ausilio dell’adattamento umano, e dunque con la messa in mora della nostra variegata forma di vita. L’invenzione di una macchina capace di inventare macchine più potenti, e dotate quindi di un’organizzazione interna di maggiore complessità della propria, è perciò un mito iper-moderno, il cui avveramento implicherebbe catastroficamente la fine dell’anticipazione di principio con cui tutte le nostre stesse invenzioni – tecno-scientifiche, artistiche, politiche ed esistenziali – ci si presentano senza eccezioni sotto la specie di un’originaria quanto benefica opacità cognitiva.

 

Il narcisismo della nostra specie può dunque convergere straordinariamente con la sua riduzione, e l’intelligenza naturale rispecchiarsi in quella artificiale, per scoprirsi diversa da ciò che credeva di se stessa, proprio nel momento storico in cui le pulsioni competitive e predatorie risultano vincenti, sul piano geopolitico. Dalla contemplazione ogni volta stupefatta della nostra potenza impariamo la piccolezza della nostra sapienza, e dunque la necessità di continuare a conoscere – se stessi, gli altri, e il mondo, semplicemente chattando con noi stessi, attraverso i nostri specchi stocastici. Le intelligenze artificiali fanno parte di questa storia, la capacità che ‘ci chiedono’ di sviluppare, come ulteriore segno della nostra intelligenza deviante, è l’etica, ancora una volta, e cioè la consapevolezza inimitabile della nostra erranza, ma a una profondità, forse, che nessun’altra epoca ha avuto modo di cogliere con tanta nettezza.

 

Note

 

 

[1] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina, Milano 2018.

[2] Cfr. R. Ruyer, Neo-finalismo, a cura di V. Cavedagna, U. Ugazio, G. Vissio, Mimesis, Milano 2017.

[3] G. Canguilhem, La formation du concept de réflexe au XVIIe et au XVIIIe siècles, Vrin, Paris 1999, p. 155.

[4] G. Prodi, Alla radice del comportamento morale, Marinetti, Genova 1987.

[5] Cfr. H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, Feltrinelli, Milano 2017.

[6] Cfr. Y. Hui, Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina, Nero, Roma 2021.

[7] Cfr. S. Lem, Summa technologiae. Scritti sul futuro, Luiss, Roma 2023.

[8] Come il desiderio inconscio per Gilles Deleuze e Félix Guattari: cfr. G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 2025.

[9] Cfr. G. Canguilhem, La conoscenza della vita, Il Mulino, Bologna 1976, p. 164.

 


 


lunedì 28 aprile 2025

Roberto Mosi - POETRY: book, e-book- Catalog // POESIA: libri, e-book - Catalogo

                                                               L' invasione degli storni









Fabrizio Borghini intervista Roberto Mosi

L’autore  vive a Firenze, è stato dirigente per la cultura alla Regione Toscana e si interessa di poesia, narrativa, saggi, fotografia, ricerche nel campo multimediale. Collabora con riviste fiorentine, fra le quali Testimonianze, L’area di Broca, la TOSCANA nuova; è presidente dell’Associazione Culturale Testimonianze, vicepresidente della Camerata dei Poeti di Firenze.

                     Collegamento al catalogo         


                      





di Giuseppe Panella

Alla ricerca dei  nuovi luoghi della poesia. Roberto Mosi, Nonluoghi, Firenze, Edizioni del Comune di Firenze, 2009

Una sottile plaquette di versi questa di Mosi ma intensa, capace di suscitare emozioni e riflessioni non banali. E’ ancora nostro il tempo della poesia lirica? C’è ancora la possibilità di individuare delle correspondances tra il mondo del poeta e quello del mondo in cui si trova a vivere? E’ utile scrivere ancora poesia come se il progresso scientifico e tecnologico non fosse intervenuto a cambiare le carte in tavola al gioco dei poeti?

L’anonimo estensore della Nota iniziale al volumetto ammonisce con un po’ di spavento e, tuttavia, tanta fiducia nel futuro:

«Sicuramente non è più il mondo ottocentesco delle corrispondenze: su questo argomento già negli anni Sessanta Roland Barthes ha scritto pagine più che interessanti (Il grado zero della scrittura). Le corrispondenze di oggi non sono i ruscelli e gli alberi delle foreste, ma gli oggetti, i treni, gli aerei, anche perché “sopra il mare di pece / si vola a basso costo / i sedili inzuppati di giallo / … da prenotare”. Rimane il mondo fluido delle emozioni, da inseguire con i versi della poesia, con l’obiettivo della macchina fotografica. La partita da giocare è proprio questa» (p. 6).

Eppure i non-lieux (come li ha chiamati, scoprendoli quasi all’improvviso nel mondo in cui ciascuno di noi viveva inconsapevole di essi, il grande sociologo Marc Augè) esistono anche nella coscienza del poeta – anzi, sono forse proprio quella coscienza.

L’anima segreta della poesia di Mosi si nasconde nei non-luoghi sempre aperti e palesi della modernità dispiegata, si ritrova nelle musiche degli e per gli aeroporti, nelle voci metalliche degli altoparlanti delle stazioni ferroviarie, nelle periferie puteolenti e straziate delle Metropoli gigantesche e abbandonate dalla visione dei media, nei mercati infinitamente riforniti e poi vuotati per essere riempiti ancora di merci e di inutile ciarpame, nella prospettiva vertiginosa di un mondo che è più piccolo di un paesino dell’altro secolo ed è sempre così spaventosamente grande e impercorribile. In aereo verso Dublino, la voce narrante riscopre la grande poesia irlandese di questo secolo (un lungo e raggiante percorso che va da Yeats fino a Seamus Heaney):

«Vibra l’aereo. / L’annuncio: / “allacciarsi le cinture, / forte turbolenza”. / Terrore nei volti, / Di gelo le mani di Giovanna, / brividi fra i passeggeri / in volo per Dublino. / Per primo sorride / il bambino sul sedile / davanti, m’invita / a giocare a nascondino. // Una terribile bellezza è nata (William Butler Yeats) / Infinito il tempo per l’imbarco, / la rete dei voli impazzita. // Sui cristalli della sala dell’attesa, / scopro la poesia di Yeats, / i versi d’amore di Heaney. // Parlano ai passeggeri / i poeti d’Irlanda» (pp. 10-11).

E’ l’Apocalisse della globalizzazione capitalistica che Mosi canta con spirito ancora democratico, inseguendo Whitman e il suo afflato di cantore della totalità del mondo:

«Cerco l’anima delle città / raggiunte ai quattro / angoli de mondo. // Scivola l’anima delle città. / Rimangono nella rete / schegge di storia, / riflessi di uno stesso viso, / vesti nuove cucite / per la vanità di Narciso» (p. 20)

Le città irredimibili e sognanti nel loro delirio di iperattività si configurano come orizzonte di senso del futuro. In esso si trova lo spazio del destino dell’uomo futuro, condannato al postumano, confitto nello spazio ristretto di una sopravvivenza sempre più difficile:

«Witches. Fair is foul, and foul is fair.  / Hover the fog and filthe air (William Shakespeare, Macbeth, atto I) / Bolle la pentola bolle / il sogno d’Europa il sogno / le fiamme ballano intorno / le streghe agitano il brodo. / Il dito del banchiere deluso / l’occhio aguzzo di un rom / il bianco sorriso di un nero / le vecchie gettano dentro. / Ronde occhiute in giro / zero tolleranza zero / idee solidali in fumo / lo scudo spaziale nel cielo. // Deflagra nella normalità del giorno / il messaggio e-mail / porta il dolore del mondo. […] Bit byte bit byte / zero uno zero uno / uno zero // acceso spento spento acceso / locale globale globale locale // punto rete punto rete / rete punto / nano secondo nano secondo / secondo nano // blog ergosum sum ergoblog / google yahoo google yahoo / yahoo google // messaggio d’amore d’amore messaggio / you tube you tube / tube you» (pp. 41-42).

Nella sua poesia raggiata e simmetricamente agghiacciante, in un nuovo progetto di eliotiana Waste Land, Mosi mostra la verità di ciò che esiste solo nelle allucinazioni degli architetti e nelle formulazioni contabili degli economisti o nei programmi irraggiungibili dei webmaster. Anche per lui quello che conta è pur sempre l’uomo e la sua sfida al mondo che verrà. Ma per quanto potrà resistere ancora? Per questo compito immane e (forse) inutile esistono ancora dei poeti (come Heidegger ci ha insegnato molti anni or sono).

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