sabato 13 giugno 2026

"Un posto al sole", poesia, omaggio a Bruno - "Testimonianze", n.475/2012: "La mia Africa, dai ricordi della guerra in Etiopia".


 Un posto al sole

(Omaggio a Bruno, mio padre)

 

Parlano della tua guerra in Africa

Bruno, oggi, alla televisione

italiani brava gente

alla conquista dell’Abissinia.

 

Te con il mulo consegnato

a Napoli dall’Esercito Regio

prima del viaggio, per mare

per terra, per pianure e altipiani

da Massaua ad Asmara, ad Addis Abeba.

 

Paciuk, dalle grandi orecchie

per amico nel battaglione delle salmerie

parli con lui della casa, del lavoro

che hai lasciato, degli amici.

 

Ti aggrappi a lui per i sentieri

a fianco dei dirupi, per le salite

che portano ai monti vicini al cielo

ti protegge con il suo corpo

dagli assalti degli abissini

all’arma bianca, sulla cima del monte.

 

La foto nel nostro salotto

parla di te, magro come un’ombra

per la fame che hai patito

la pelle nera, bruciata dal sole

all’età dei tuoi trent’anni

per conquistare un posto al sole

così dicevano, per la tua Nazione.

 

Parlano della nostra città

oggi, alla televisione,

un generale impettito arringa

la folla nella piazza, davanti

alla casa dove abitavi.

 

Urla re-migrazione

re-migrazione, i neri africani

sono arrivati da noi

che tornino ai loro Paesi!

 

Sono passati cento anni

Bruno, dalla tua amicizia

con Paciuk ma il Dio dell’odio

è ancora fra noi, cerca ancora

il suo tremendo, sciagurato posto al sole.


Roberto Mosi




"La mia Africa", dai ricordi della guerra d’Etiopia

di Roberto Mosi

     Se mi capita davanti agli occhi una carta dell’Africa, il mio sguardo si posa in maniera automatica sull’Africa orientale, l’Eritrea e l’Etiopia, ed in particolare, sul lungo percorso che congiunge Massaua sul Mar Rosso, con Addis Abeba.  Dalle informazioni raccolte da varie fonti, posso dire di avere una certa conoscenza delle tappe principali di questo percorso e delle regioni attraversate. Nella prima parte si incontra il caldo torrido di Massaua, antica “Perla del Mar Rosso”, “ rasa al suolo nel corso della recente lotta di liberazione”, poi il passaggio brusco, in soli cento chilometri, dal livello del mare ai 2350 m. di Asmara, la capitale dell’Eritrea, posta sul bordo orientale dell’altopiano etiopico, con un clima “montano tropicale”, mite e temperato, con “cieli tersi per otto mesi l’anno”. Superata, idealmente, la frontiera fra i due paesi – oggi chiusa, dopo l’ultimo conflitto, a tempo indeterminato – è possibile raggiungere con un autoveicolo in un giorno e mezzo Addis Abeba, posta a 2400 m., la terza capitale del mondo per altitudine.

     Lungo questo tragitto, o con brevi deviazioni, il turista incontra ambienti che offrono “le migliori opportunità in Africa per praticare il trekking e per avvistare le più interessanti specie di animali”; per visitare, d’altra parte, luoghi che conservano un patrimonio unico nella storia dell’umanità. Basti ricordare Yeha, l’antica capitale dell’Etiopia che conserva testimonianze antiche di 3000 anni, Aksum, la città santa, dove si trovano tombe precristiane ai piedi di splendide stele risalenti a 1800 anni fa,  Lalibela, dove undici  straordinarie chiese scolpite nella roccia e una miriade di gallerie, “hanno cristallizzato nella pietra l’Etiopia del XII e del XII secolo”.

 

     Questo stesso itinerario compì, con uno sguardo ben diverso da quello del turista di oggi, mio padre nel 1935/1936, che partecipò, richiamato alle armi, alla guerra d’Etiopia. Il suo racconto, ascoltato quando ero ragazzo, di reduce dalla guerra ha lasciato tracce indelebili nella mia memoria.

    Il “viaggio” cominciò da Firenze, la sua città, in maniera improvvisa, nell’estate del 1935. Alla partenza non vi fu il saluto entusiasta di una folla di concittadini, come ci mostrano molte riprese dei cinegiornali dell’epoca.  Una cartolina precetto – i voucher più alla moda in quell’epoca – raggiunse la casa popolare del quartiere di Rifredi, dove viveva con la famiglia. La trovò di ritorno dal lavoro. Proprio non se l’aspettava. Aveva 28 anni e aveva già dato ventiquattro mesi della sua giovinezza al regio esercito, in un reparto di cavalleria, e credeva che la partita ormai fosse chiusa con la vita militare. Da pochi mesi aveva trovato un posto di lavoro come operaio in una fabbrica di confezioni presente nel quartiere, diretta da un proprietario noto nella zona per il buon rapporto con i dipendenti. Sia detto per inciso, che questa persona finirà nei forni di Mathausen, per le sue origini ebraiche.  Il nuovo lavoro era un sostegno prezioso per la famiglia che attraversava periodi nei quali non era facile mettere insieme il pranzo con la cena.

      La cartolina precetto portava l’ordine di presentarsi immediatamente a Pisa, in una caserma, senza indicare la destinazione finale. Arrivato a Pisa apprende, insieme ai nuovi compagni, che la destinazione era l’Eritrea dove avrebbe preso parte alla spedizione contro l’Abissinia: “L’imbarco sarà a Napoli fra tre giorni”. Nella notte Bruno, con altri compagni, scavalca il muro di recinzione della caserma e salta su un treno in corsa per Firenze, per evitare di essere fermato dalla polizia militare. Arriva la mattina dopo a casa ed ha appena il tempo di raccontare alla famiglia cosa l’aspetta che per le scale risuonano i passi di una pattuglia di carabinieri. E’ prelevato e condotto a Napoli, all’imbarco per l’Eritrea, senza che subisca alcuna condanna per la fuga: “Intanto, peggio che in Africa …”, si sente dire dai superiori.

 Nel racconto di mio padre il primo motivo che mi colpisce, è quello della scoperta, della meraviglia. La partenza da Napoli in mezzo ad una miriade di bandiere e ad una folla festante ai piedi di un enorme piroscafo bianco, con il nome di un duca della famiglia Savoia, poi il viaggio di sette giorni per mare, l’incontro con i colori dell’Oriente a Porto Said, in Egitto, la nave circondata da un bazar di barche, cariche delle merci più strane, i ragazzi che si tuffano in mare per ripescare le monete gettate dai soldati, il bianco accecante delle due sponde desertiche del Canale di Suez.

     Il continente africano era pieno di sorprese, di meraviglie che balzavano fuori dalla visione di un paesaggio vario e grandioso, dalla sensazione nuova dello spazio, dall’ampiezza degli orizzonti, della limpidezza dell’aria sugli altipiani, con lo spettacolo sempre nuovo delle albe e dei tramonti, con la magia delle notti africane splendenti di vivissime stelle, notti abitate spesso dall’urlo delle iene e degli sciacalli. Mi sembrava che le parole di mio padre prendessero spesso il tono della malinconia.



 

    Il racconto poi dei dieci mesi trascorsi in Africa, si snodava attraverso una trama fitta di episodi, di sensazioni, della quale mi sono rimasti nella memoria solo alcuni flash, un numero limitato di tracce sufficienti, tuttavia, per ricostruire alcuni capitoli di questa storia.

     Da Massaua i protagonisti di questa storia diventano due, mio padre e il mulo che gli viene affidato per il trasporto delle salmerie da parte di una compagnia. Il mulo ha un nome, Paciuk, diventa l’amico con cui si parla, ci si confida, risponde prontamente agli ordini, le sue reazioni sono importanti per avvertire il pericolo di un nemico in agguato; rappresenta un riparo per spostarsi durante gli scontri, è un sostegno nelle marce più dure, ci si attacca alla coda quando i sentieri in salita, per raggiungere gli altopiani, sono più aspri o si tratta di affrontare percorsi aperti su profondi dirupi. Era vivo il ricordo, quando la paura, l’ansia era più forte, delle reazioni dell’animale, il suo sguardo, il movimento delle orecchie, il restare, a volte, immobile davanti a fruscii, ombre, rifiutando di andare avanti.

      A momenti spuntavano nella narrazione alcune parole in aramaico, fra le più semplici, come acqua, cibo, lo scambio di saluti. La sensazione che percepivo era quella di una costante diffidenza nei confronti degli abitanti dei villaggi attraversati, spesso di paura specie quando i tucul apparivano disabitati e sembrava, tuttavia, di essere seguiti dallo sguardo di qualcuno. La paura raggiungeva il suo apice nei casi in cui doveva andare, da solo, a prendere l’acqua per la compagnia da un torrente, presso uno stagno, una pozzanghera. L’acqua, in questo caso, era fliltrata mettendo il fazzoletto sulla bocca delle borracce.




      Le parole ripetute con più frequenza erano quelle dei luoghi degli scontri, tutti con nomi scoppiettanti, come Sellaclacla, Taccazzè, compresi i nomi dei capi abissini, come quello di Ras Immirù. Era costante il ricordo delle armi primordiali dei soldati abissini, spesso si trattava di lance, spade, scudi. Percepivo tuttavia nelle parole del racconto l’ammirazione per il coraggio di questi soldati nel combattere.

   La narrazione è ritornata infinite volte su una battaglia – mi sembra di ricordare nella zona di Sellaclacla – che vide il battaglione di cui faceva parte mio padre, circondato sulla cima di un monte dalle truppe di Ras Immiru. La battaglia durò tre giorni e tre notti. I soldati abissini si lanciarono a più riprese, sguainando sciabole e pugnali, contro gli italiani asserragliati sul monte. “Arrivavano a ondate, davanti ai fucili e alle mitragliatrici che spazzavano il terreno circostante. Più volte qualcuno riuscì ad afferrare la canna delle mitragliatrici, prima di cadere, dilaniato dai colpi. Sembrava proprio, questa volta, di essere arrivati alla fine! Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla”.

      Poche volte il racconto si è fermato – quasi per pudore – su un episodio di feroce atrocità. La compagnia arrivò ad un villaggio immerso nel silenzio, i tucul vuoti. Mio padre scorge nell’erba alta uno strano batuffolo, lo alza, è la testa di un bambino. Il giorno precedente era passata una squadra di camicie nere e aveva fatto scempio degli abitanti del villaggio, un gioco al tirassegno su tutto quello che si muoveva.

       Cosa mi rimane di questo racconto? I frammenti di memoria che ho riportato, una croce di guerra di ferro al valor militare ornata da un nastrino bianco e azzurro, una fotografia dell’epoca che mostra un giovane – mio padre – magrissimo, curvo, con un sorriso stanco, la pelle scura bruciata dal sole. A questa immagine mi è naturale unire il ricordo delle cicatrici che aveva sulle gambe, per le punture delle zecche e delle “pulci perforanti”.

 Più volte ho cercato di ripercorrere idalmente questo percorso da Massaua ad Addis Abeba attraverso le pagine di libri di storia e di guide turistiche, per cercare di fare rivivere questi frammenti di memoria nel loro contesto geografico e storico.

    Un libro utile per la mia ricerca è stato il recente libro di Angelo Del Boca “La guerra di Etiopia” (Longanesi, Milano 2010). Ho colto dalla ricostruzione storica dell’autore  lo sguardo ansioso, assillante di Mussolini, sull’avanzata italiana lungo la direttrice da Asmara ad Addis Abeba, la volontà di alimentare la macchina del consenso nazionale, di procedere rapidamente  nell’avanzata per mostrare al mondo risultati vittoriosi e rispondere alle pressioni della Società delle Nazioni.  Effetto immediato di questo, la chiamata alle armi di un enorme contingente di soldati, l’invio spasmodico di ulteriori rinforzi dopo le difficoltà incontrate nei primi mesi di guerra e le pressanti richieste di ulteriori forze da parte dei comandanti in capo, Del Bono e poi Badoglio.

     Da Roma partono anche le autorizzazioni per il massiccio impiego di gas velenosi, dell’iprite in particolare, specie nelle fasi decisive della guerra.  Dalle fonti storiche del libro, emergono le testimonianze di episodi atroci di fanatismo, di rappresaglie; valga per tutte, quella del figlio di Mussolini, Vittorio, aviatore: “ Una bella sventagliata e l’abissino era a terra. era dunque una caccia isolata all’uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l’abissino”, “ Era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello. […] Bisognava centrare bene il tetto di paglia e solo al terzo passaggio ci riuscii. Quei disgraziati che stavano dentro e si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori come indemoniati” ( V. Mussolini “Voli sulle ambe”, Sansoni, Firenze 1936).

    Nel libro di Del Boca si trovano testimonianze poi diffuse sul valore dei soldati abissini, sul modo di cambattere con armi primitive, quasi privi di armi moderne. In una battaglia nella zona Abbi Addi, un ufficiale italiano riferisce che gli abissini calano dalle alture ad ondate successive, usando più le sciabole che le armi da fuoco, abbattono i serventi sulle loro mitragliatrici, arrivano a pochi passi dai pezzi di artiglieria (pag. 136). La stessa immagine, dunque, delle parole di mio padre “arrivavano ad ondate”, quando parlava dell’assedio del suo reparto sulla cima di un monte.

      Il libro di Del Boca, attraverso i documenti di fonte etiopica e le interviste ad alcuni portagonisti, ci presenta cosa succedeva sugli altipiani e le montagne etiopiche oltre le linee italiane. Emerge la figura dell’imperatore Hailè Selassiè, la sua voce forte che si alza all’inizio della guerra per invocare l’aiuto della Società delle Nazioni e delle maggiori potenze, che diventa sempre più flebile, inascoltata. La sua abilità strategica di ricorrere, specie nelle prime fasi, alla guerriglia per sfruttare le capacità naturali dei soldati, e impegnarsi, alla fine, al comando del suo esercito, in battaglie campali, per tentare di rovesciare le sorti della guerra. Nel racconto dell’imperatore è forte la denuncia degli effetti dei bombardamenti aerei, dell’impiego massiccio in ogni regione dei gas velenosi. “La guerra chimica non ci ha causato soltanto un gran numero di morti e di feriti, ma ha avuto innanzitutto l’effetto di distruggere la forza morale e la capacità di resistenza delle truppe etiopiche. Senza l’impiego di questo inumano mezzo di combattimento, la decisione dei nostri soldati non sarebbe mai venuta meno …” (pag. 149).

      Queste testimonianze si intrecciano con i frammenti del racconto di Bruno, mio padre. Penso che la sorte della battaglia di Sellaclacla a cui prese parte– “Alla terza notte, l’assedio cessò, i soldati abissini scomparvero nel nulla” – sia da legare all’assalto continuo dell’aviazione italiana. Mi sembra che nella mia ricerca riesca a ricomporre i pezzi di un puzzle, a dare respiro a memorie personali nel contesto di fatti generali, fatti che segnarono come cicatrici indelebili il volto dell’Africa e, per altro verso, la storia del notro Paese.




 

    L’interesse ad approfondire i caratteri del percorso da Asmara a Addis Abeba e la loro traformazione, mi ha portato a consultare la prima guida che uscì nel 1938, in 500 mila copie, a cura della Consociazione Turistica Italiana: “Guida dell’Africa Orientale Italiana”. Quali gli scopi per preparare in tempi rapidi una guida così complesa di quasi 700 pagine, a solo due anni dal giorno nel quale “il Duce da palazzo Venezia proclamava al mondo il ritorno dell’Impero ?”.  Quello di rendere omaggio alla vittoria italiana e ai suoi protagonisti e di mostrare come l’Italia abbia saputo rispondere alle “sanzioni di 52 Stati coalizzati contro un popolo risoluto a trovare il proprio posto al sole”. La strada che porta ad Addis Abeba, riferisce la Guida, è indicata come “la grande strada della Vittoria” che scavalcando “eccelse quinte montane, traversa i luoghi sacri alla memoria degli Italiani: Macallè, Amba Aradàm, Amba Alàgi, Mài Cèu”. E’ una terra che “racchiude in sé tali possibilità da alimentare le più ardite speranze e da permettere le più audaci previsioni” per il turismo, per le intraprese economiche”.  Al turista che desideri “farsi un’idea abbastanza completa dell’Impero e che disponga di un autoveicolo ( meglio se un autocarro leggero con tenda, riserve di carburante, acqua e viveri)” si raccomanda un itinerario da compiere in 60-80 giorni, dei quali 22 per raggiungere Addis Abeba partendo per Massaua. Quale contegno deve tenere il turista, secondo i consigli della Guida della Consociazione Italiana? “L’Abissino è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubilee, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. .. Gl’Italiani, con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nel rapporto con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo” (pag. 20).

 

     Le guide di oggi pongono da parte, naturalmente, ogni diffidenza ed invitano con calore a visitare l’Etiopia e l’Eritrea, “diverse da qualunque paese che abbiate mai visitato. Chiese monolitiche scolpite nella roccia, bazar brulicanti e terre incontaminate: il Corno d’Africa è davvero unico”.

     I libri di viaggio ci invitano ad immergerci in un mondo di ricche testimonianze storiche, culturali, etnografiche, ambientali, da scoprire direttamente, anche, facendo riferimento in più casi, a strutture turistiche spartane, tipiche di Paesi segnati ancora dalla povertà. A queste testimonianze legate al passato, le guide ci presentano le vie di ricerche artistiche nuove, animate dai giovani, che in maniera originale progettano la visione del futuro di una terra che ha vinto il “drago del colonialismo”, come nelle immagini dell’artista Afewerk Tekle, presenti  nella monumentale vetrata istoriata dell’”Africa Hall” di Addis Abeba.

    Non lontana da questo monumento, si innalza la Cattedrale della Santissima Trinità dove i dipinti murali ritraggono l’imperatore Hailè Selassiè a Ginevra mentre pronuncia davanti alla Società delle Nazioni,  nel 1936, il suo famoso discorso contro la guerra e per i diritti di tutti i popoli della terra. Nelle vicinanze della cattedrale, il monumento eretto in memoria delle migliaia di etiopi uccisi dagli italiani in segno di rappresaglia per l’attentato contro il vicerè Graziani del 19 febbraio 1937.

     Debellato il “drago del colonialismo” lungo il percorso di cui abbiamo parlato, legato per me a ricordi familiari, emergono le recenti ferite del “mostro della Guerra”, dalle città eritree bombardate nel corso del conflitto con l’Etiopia, i campi di  mine antiuomo sul confine, i numerosi cimiteri di guerra. La lotta contro questo mostro è decisiva per il futuro del Corno d’Africa e dell’intero continente.

Testo sulla Rivista Testimonianze, n. 475 del 2012




sabato 6 giugno 2026

Splendifo incontro di poeti a Firenze per la pace - Le associazioni "Poetas del Mundo" e "La Camerata dei Poeti di Firenze"- 13 giugno 2028 Biblioteca Mario Luzi









 I Poeti del mondo (Poetas del Mundo) è un movimento internazionale Artistico-Letterario che conta oltre 8000 poeti in 140 paesi dei cinque continenti di poeti che mettono la propria arte al servizio dell’uomo per trasformare la parola in un potere reale, in grado di influenzare con la bellezza il destino dell’umanità verso un livello vibrazionale-energetico più elevato di consapevolezza per lo spirito e per l’anima in nome della pacifica condivisione e fratellanza universale. 


"La passione per la Poesia mi ha permesso di creare questa bellissima opportunità di scambio interculturale e l’anno scorso quando Luis Arias Manzo il fondatore del movimento (il 14 ottobre 2005 a Valparisio - Cile) e autore del Manifesto Universale dei Poeti tradotto in 28 lingue,  mi propose di aiutarlo al suo progetto di venire in Italia, accettai con grande entusiasmo.
In veste di segretario nazionale per l’Italia dei Poeti del Mondo, sono riuscito (non senza fatica, ma con grande determinazione, perseveranza, coraggio, passione e coerenza) di coinvolgere anche 3 associazioni (Il Gruppo Autori Polesani di Rovigo, presidente Angioletta Masiero, la Camerata dei Poeti di Firenze, presidente Carmelo Consoli e il Gruppo Scrittori Ferraresi, presidente Federica Graziadei, che hanno dato la loro disponibilità (e ringrazio di cuore) per accogliere questi poeti.
 
Sono stati in Italia dal 6 al 15 settembre con un tour di 8 giorni visitando alcune città (Rovigo, Firenze, Ferrara, Arquà Petrarca, Verona e Venezia) unendo l’aspetto turistico con quello letterario.

E' stato presente agli eventi anche il fondatore del movimento Luis Arias Manzo (Cile), il sottosegretario generale
Maggy Gómez Sepúlveda (Colombia) con alcuni poeti del mondo Margarita Garcia Zenteno (Messico), Rocío Biedma (Spagna), Sujit Kumar Mukherjee (India) che sono intervenuti ai vari reading."


Roberto Mosi – La Camerata dei Poeti di Firenze

Biblioteca Mario Luzi, 13 giugno 2026

L'intervento

 Un caloroso benvenuto a nome della Camerata dei Poeti e della Città di Firenze a questo incontro organizzato con il fondatore dell’Associazione Poetas del Mundo, il poeta Luis Arios Manzo, e con il segretario nazionale dell’Associazione, Stefano Caronti, incontro dedicato al dialogo interculturale di poesia, ambiente, pace e fraternità fra i popoli.

È qui rappresentato un movimento internazionale di artisti e poeti nato nel 2005 che riunisce oltre 9500 persone in 143 paesi. Sono Roberto Mosi del Consiglio Direttivo della Camerata dei Poeti di Firenze e a nome della Camerata esprimo tutta la nostra soddisfazione nell’accogliere in questa prestigiosa sede, la Biblioteca dedicata al poeta Mario Luzi, il fondatore del Movimento Luis Arios Manzo e i celebri poeti che provengono da tanti diversi paesi.

Nello spazio qui accanto alla sala centrale della Biblioteca, un’intera parete è occupata dalle opere, nelle varie edizioni, di Mario Luzi e dalle pubblicazioni di vari Paesi che parlano della sua poesia: il poeta nacque a Firenze, nel quartiere operaio di Castello, nel 1914 e morì nel 2005, dopo che fu nominato senatore a vita della Repubblica italiana. Il pensiero di Mario Luzi, una delle figure più eminenti della letteratura italiana, si fonda sulla poesia come strumento di conoscenza e di salvezza. Attraverso i suoi scritti, ha esplorato l’esperienza umana come un ponte teso tra la caducità del tempo e l’eternità, abbracciando un forte impegno civile ed etico. Ha vissuto gran parte della sua vita in questo quartiere, fra le rive dell’Arno e le colline di Fiesole e Settignano, ben conosciuto e amato dai cittadini, in una delle periferie di Firenze ben ricca di presenze e di memorie. Vicino a noi sorge la chiesa medievale di San Salvi, una lapide all’ingresso riporta i versi della Divina Commedia: ricordano che in quel luogo fu ucciso Corso Donati, il maggiore nemico di Dante, in fuga a cavallo dalla furia dei fiorentini; qui sopra, verso Settignano, si trova la villa di Poggio Gherardo dove Giovanni Boccaccio, il geniale autore del Decameron, immagina che si ritirino i giovani in fuga dal contagio della peste del 1348;   un accenno, infine, alla presenza in questo stesso quartiere, nel secolo passato, dell’Ospedale psichiatrico dove fu recluso nel 1918 il grande poeta Dino Campana e dove i pazienti, negli anni ’70 curarono un grande affresco, ancora presente, su uno degli edifici,  con la celebre poesia “La città” di Pablo Neruda, scritta dopo la visita al palazzo comunale:  E quando in Palazzo Vecchio, / bello come un'agave di pietra, / salii i gradini consunti, /attraversai le antiche stanze …

Si deve riconoscere che la poesia nelle sue diverse manifestazioni è presente in maniera significativa nelle dieci biblioteche civiche di Firenze, che concorrono a formare l’infrastruttura culturale ed educativa della città, una città che è stata dichiarata “Città operatrice di pace” da una delibera del Consiglio comunale di 30 anni orsono.

Era un provvedimento che prendeva spunto da una serie di atti che l’avevano più volte vista operare in questo senso, a partire, per esempio, dalle finestre chiuse dell’Arcivescovado, tenute serrate dal cardinale Elia Dalla Costa in mezzo ad un tripudio di balconi imbandierati a festa nel maggio del 1938, durante la visita di Hitler a Firenze.

Un impegno per la pace ripreso in pieno dal sindaco Giorgio La Pira negli anni ‘50 con il suo prodigarsi per unire le città del mondo, da Mosca a New York contro la prospettiva di nuovi conflitti armati, e di uso delle armi atomiche, che si affacciava minacciosa all’orizzonte. Un impegno che cercava anche di intervenire sui conflitti in atto, su quello, ad esempio, fra israeliani e palestinesi – con gli incontri dei “Colloqui Mediterranei” – e sulla guerra che insanguinò il Vietnam per molti anni. Nella storia fiorentina della seconda metà del secolo scorso è immediato ricordare grandi personaggi schierati per la difesa delle ragioni della pace e contro le ingiustizie sociali, da don Lorenzo Milani a Ernesto Balducci.

Balducci, con la rivista “Testimonianze”, dette vita, negli anni ’80, ai Convegni “Se vuoi la pace, prepara la pace” (un’affermazione che rovesciava il detto tradizionale “se vuoi la pace, prepara la guerra”), mentre, nello stesso periodo, sarebbe stata messa in piazza San Giovanni la “Tenda della Pace”. È in questo clima e con questi precedenti che si giunge alla proclamazione di Firenze “città operatrice di pace”, un provvedimento che recepisce a livello istituzionale quello che era già presente a livello sociale e culturale nella realtà fiorentina.

La situazione generale, ai nostri giorni è veramente difficile, se non tragica, papa Francesco ha parlato con ragione di una guerra mondiale a pezzi, frammentata, una situazione che ci interpella tutti, interroga le nostre coscienze, ci chiama ad assumere le nostre responsabilità.

Pablo Picasso ha affermato che: L’arte scuote dall’animo la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. L’arte infatti è in grado di dare risonanza a fenomeni che incombono sul destino dell’uomo e coinvolge la sfera emotiva di ognuno di noi, riesce a cambiare la prospettiva di osservazione di chi guarda: le opere d’arte si trasformano in “oggetti parlanti” ricchi di significato che contribuiscono a trasmettere l’urgenza di una determinata questione e, allo stesso tempo, spingere l’osservatore ad agire. Emerge sempre più nell’arte contemporanea la consapevolezza di una pluralità di legami che connettono tra loro forme di vita differenti, ecosistemi, tecnologie, frammenti di natura e storia. La natura, le nature, in forma plurale, ibrida, frammentata, tornano così ad essere focali anche nel mondo dell’espressione artistica, dell’espressione poetica.

La poesia e lo sguardo ingenuo del poeta e dell’artista sono i più appropriati per dialogare con la natura. E questo è invito e compito di tutti, proprio tutti.

 

L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore.

 

Scriveva il poeta Giorgio Caproni nei suoi “Versicoli quasi ecologici”. E siamo, forse, ancora in tempo per ritornare in armonia con la natura.

 


giovedì 28 maggio 2026

L' interessante e partecipata presentazione del libro "Rabbia Social-e", curato da A. Gensini e L. Santoli - "L'arte ci salverà"

Alessio Gensini e Leonardo Santoli - Curatori "Rabbia social-e"





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L'intervento di Roberto Mosi


Il sentimento della rabbia 

 

    Nella collana Edizioni dell’Assemblea è stato pubblicato Rabbia social–e, un libro che ci fa vedere la rabbia da un punto di vista diverso dal solito. Il presidente dell’Assemblea, Antonio Mazzeo, ricorda nella presentazione del libro che la rabbia è un’emozione primaria che ci accompagna dalla nascita e che si manifesta spesso in modi aggressivi e violenti sia nella dimensione fisica (sociale) che in quella digitale (social). I curatori del libro, Alessio Gensini e Leonardo Santoli, ci invitano però a recuperare questa emozione come fonte di energia per azioni che hanno una ricaduta sociale positiva e contribuiscono a far crescere la comunità di cui siamo parte. Come non pensare a quella rabbia che diventa indignazione davanti all’ingiustizia, che contribuisce a far crollare i muri dell’indifferenza? Nella storia della Toscana emergono episodi in cui la rabbia è stata la spinta positiva per costruire una società più giusta, si pensi, fra tutti, alla partecipazione alla lotta contro il fascismo e per la Liberazione.

    Confesso che in un primo momento sono rimasto sorpreso dalla scelta del Consiglio Regionale di pubblicare un libro su questo tema non propriamente istituzionale; ho lavorato per anni presso gli uffici dell’Assemblea e per me il prototipo di questo tipo di impegno è rappresentato dai dodici volumi che nel 1980 raccolsero i risultati della dotta ricerca sul tema dei lavori all’Assemblea Costituente e le scelte che il legislatore operò per il Sistema delle Autonomie: ricordo bene, fra l’altro, che le pubblicazioni furono consegnate in forma solenne dal presidente del Consiglio, Loretta Montemaggi, al presidente della Camera Nilde Iotti, in occasione di un incontro al quale ero presente.

    La lettura del libro Rabbia social–e, che è disponibile in distribuzione gratuita, mi ha fatto ampiamente ricredere, ho apprezzato l’originalità e l’attualità della ricerca condotta dagli autori che hanno messo a fuoco un fenomeno di notevole rilievo soprattutto ai nostri giorni. I curatori Ezio Alessio Gensini e Leonardo Santoli, autori, rispettivamente, delle poesie presenti nel libro e della parte grafica, spiegano che la rabbia è innescata da problemi sociali collettivi. Ognuno di questi problemi è il risultato di una combinazione tra il tipo di società e gli squilibri in essa presenti: disuguaglianza economica, assenza di valide politiche pubbliche, scarsità di risorse, esistenza di leggi ingiuste e crisi di valori; questi problemi innescano conseguenze psicologiche notevoli dei problemi sociali, come ansia, depressione, rabbia e violenza, tendenza all’isolamento e delusione.  Il libro traccia un lungo percorso per i diversi profili dell’argomento con una ricca raccolta di contributi realizzati da persone competenti in vari rami della scienza e della cultura. 

    Da questo insieme variegato di contributi, emergono concetti chiave, ai quali abbiamo già fatto cenno:  1.  La doppia natura della rabbia, il carattere ibrido del fenomeno, sociale perché radicata in problemi collettivi reali e social-e perché trova nel web un’arena che ne amplifica la velocità e la portata.  2. Effetti psicologici e isolamento: il testo evidenzia come la rabbia collettiva si traduca a livello individuale in ansia, depressione, delusione e una crescente tendenza all’isolamento, spesso accentuato dal passaggio dei contatti sociali al piano puramente virtuale.  3. Il ruolo della pandemia: diversi autori sottolineano come il COVID-19 abbia compromesso il benessere psicosociale, spostando le interazioni simboliche nell’ambito digitale dove la rabbia è diventata una nuova pratica sociale.

    Si passa infine dalla protesta alla proposta, il libro, infatti, non è solo un’analisi critica, ma rappresenta un manifesto per futuri indirizzi e suggerisce che la comprensione di questi fenomeni è il primo passo per trasformare l’indignazione in partecipazione consapevole.

Nel volume Rabbia Social-e le riflessioni sui temi sociali e psicologici dei giovani si intrecciano costantemente al mondo dell’arte, poiché l’arte viene vista come il linguaggio privilegiato per dare forma e senso al disagio giovanile. Si evidenzia poi come per i giovani il web non sia solo un mezzo di comunicazione, ma rappresenti un’estensione del sé; i risultati della ricerca riportati mostrano, per altro verso, come la pandemia abbia accelerato un processo di analfabetismo emotivo: i giovani, privati del confronto fisico, usano i social per manifestare una rabbia che spesso non sanno nominare. In un mondo poi che non offre certezze lavorative o identitarie, la rabbia diventa «un modo per sentirsi esistenti». Nel libro è analizzato il nesso tra l’uso intensivo dei social e l’aumento di ansia e depressione tra gli adolescenti e la rabbia appare come il simbolo visibile di una profonda solitudine strutturale.

    Riguardo al mondo dell’arte, i curatori sostengono che l’artista ha come il compito di intercettare la rabbia nell’aria e trasformarla in un’immagine o un’opera che induca alla riflessione invece che alla violenza. Il volume è arricchito da contributi visivi che fungono da contrappunto ai saggi sociologici. L’arte contemporanea viene presentata come un linguaggio che permette di comunicare tra generazioni diverse, superando le barriere della comunicazione verbale spesso violenta dei social, gli autori ritengono infatti che la bellezza e la creatività siano preziosi anticorpi, efficaci contro l’odio online. L’arte non deve essere quindi elitaria, ma deve tornare a parlare dei problemi collettivi per aiutare i giovani a dare una forma estetica (e quindi controllata) delle loro pulsioni.

    Il libro è stato pubblicato nel 2024 e suscita un notevole interesse a partire dal mondo dell'arte, dalle persone che frequentano la Società delle Belle Arti - Circolo dgli Artisti "Casa di Dante", dove avviene la presentazione di "Rabbia social-e". Sono argomenti oggi, da riprendere ancora e approfondire ulteriormente con la comune partecipazione di artisti, ricercatori, umanisti, anche alla luce della lettera enciclica "Magnifica Humanitas" di paa Leone XIV "sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale". Un articolo di oggi su "L'Avvenire", di Antonio Spadaro, porta il titolo quanto mai significativo "Il genio creativo come resistenza all'algoritmo. L'arte ci salverà.". Nel sottotitolo la prima spiegazione: "Dove l'algoritmo ottimizza, accelera e replica, l'uomo si espone al rischio, alla lentezza, all'errore, alla trasformazione. E' dall'attraversamento del limite - mai codificabile - che nasce la nostra capacità di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, la pittura, persino il cinema. E lo facciamo col cuore, col corpo, con le nostre storie, non solo con l'intelligenza. Che non può essere assolutizzata." 

    Si pò dire che sugli argomenti di questa sera "i lavori sono in corso", richiedono un forte, comune impegno di approfondimeto, di confronto, di partecipazione critica e responsabile, da parte delle associazioni culturali, artistiche, di ricerca. L'auspicio è che nei prossimi tempi fioriscano nuovi appuntamenti e incontri, nuove pubblicazioni, come quello di oggi.



Franco Margari e Alessio Gensini






Letture a cura di Sandra Vigiani 












 

giovedì 21 maggio 2026

Il libro "I Demidoff" di R. Mosi, Pontecorboli, e la memoria di San Donato - Guerrini disegna

Villa Matilde dei Demidoff, Principi di San Donato
Disegno di Enrico Guerrini

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Alberto Argentile, Quartiere 5



            L'autore e Nicoletta Manetti

Uno straordinario incontro il 20 maggio al Circolo degli Artisti Casa di Dante, introdotto dal presidente Franco Margari, per la presentazione di due libri di Roberto Mosi, volti a narrare e "cantare" la storia e le memorie delle terre a nord-ovest di Firenze, i rioni di Novoli e di Rifredi, luoghi di origine dell'autore: Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Pontecorboli Edizioni, e Ritorni, Ladolfi Poesia.


LINK VIDEO INCONTRO 






L'autore porta avanti un progetto per mostrare come la letteratura, la poesia, la pittura, il canto, la fotografia, possono contribuire a recuperare le memorie di un luogo, a diffonderne la conoscenzae e porle in valore, creare identità e partecipazione nel nome di un comune sentire. Nel caso in questione il riferimento è a San Donato in Polversoasa e agli attuali quartieri di Novoli e di Rifredi. Si sono già tenuti incontri presso la Bibliteca Buonarroti a Novoli e prossimamente i due libri saranno presentati alla SMS di Rifredi, al Circolo degli Artisti Casa di Dante nella forma di concerto con la partecipazione del pianista Umberto Zanarelli, alla Coop di piazza Leopoldo, alla Libreria Salvemini, con la raccolta delle reazioni, commenti, documenti. 
Alberto Argentile, presidente della Coommissione Cultura del Q. 5, ha portato il saluto del Quartiere e ha manifestato il pieno interesse per il progetto.

Nicoletta Manetti con il romanzo "I Demidoff"


     Il pittore Enrico Guerrini





Nicoletta Manetti ha illustrato i caratteri del romanzo "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", soffermandosi sul valore della collana "Gli Stranieri e Firenze" dell'editore fiorentino Pontecorboli e sui protagonisti del libro, la villa di San Donato, il Castello incantato, Matilde Bonaparte, artista di valore, donna libera e indipendente, Nostra Signora delle Arti in Francia, la collana dai sette fili di perle che si perde nelle sabbie della storia.
Giuseppe Baldassarre ha commentato il libro "Ritorni", Ladolfi Editore, un poemetto di 12 canzoni, dedicato al viaggio di ritorno dell'autore verso i luoghi della sua infanzia.

I° Canzone, "Ritorni" -Vento

Ritorno alla finestra aperta
sui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.

Il vento supera agile il Monte
investe sibilando il mio
mondo, scompiglia le chiome
degli alberi, le braccia
dei filari allineati nei campi.

Le ombre della sera disegnano
figure al galoppo fra le spighe
agitate del grano, onde
s’infrangono contro la casa
isola al limitare dei campi.

Un tappeto di lucciole rosse
invade il mio breve orizzonte
fra lo stridio incessante
dei grilli che si alza fino
alle pallide luci del cielo.

Un carro torna dal mercato
la luce del fanale avanza
per la strada di campagna.
Mi addormento al canto
lontano del carrettiere.

Nel corso dell'incontro il pittore Enrico Guerrini ha realizzato, all'impronta, i disegni ora riportati, raffigurazion emblematiche di luoghi e personaggi.






Francesco Rainero


Francesco Rainero ha cantato le canzoni "Firenze (canzone triste)" di Ivan Graziani, "Dorme Firenze" di Beppe Dati, e "Ti cerco nel mondo", da lui composta, riportata su YouTube.



Presentazione dal libro su “I Demidoff”, Pontecorboli

Tra i visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse iniziative sociali e culturali come la creazione dell’Istituto Demidoff, per l’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura. Promosse in un’area povera, paludosa di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote di Napoleone, giunta a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte, fratello dell’imperatore. Matilde coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero ed è riconosciuta come Notre-Dame des Arts. L’autore segue la parabola dei protagonisti a Firenze e in Europa, fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, un castello incantato disperso nella furia edilizia che ha investito il quartiere negli ultimi decenni del secolo passato.


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Roberto Mosi, Ritorni, G. Ladolfi Ed., Collana Perle poesia, Borgomanero 2026

             Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

            Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

            Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

            C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

            Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

            Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

            Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

            Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

            Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

            Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

R. M.