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Presentazione
dal libro su “I Demidoff”, Pontecorboli
Tra i visitatori che
nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff
capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in
Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel
1822, regione celebre per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo
II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse iniziative
sociali e culturali come la creazione dell’Istituto Demidoff, per l’educazione
dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e
dell’architettura. Promosse in un’area povera, paludosa di Firenze, San Donato
in Polverosa, la costruzione di una villa di una tale bellezza da essere
segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio
Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più
lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da
Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio
con Matilde Bonaparte, nipote di Napoleone, giunta a Firenze con il padre
Girolamo Bonaparte, fratello dell’imperatore. Matilde coltiva lo studio della
pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da
seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di
passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846. Si afferma
a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più
celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una
supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero ed è riconosciuta come Notre-Dame
des Arts. L’autore segue la parabola dei protagonisti a Firenze e in
Europa, fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie,
Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla
rovina della villa di San Donato in Polverosa, un castello incantato
disperso nella furia edilizia che ha investito il quartiere negli ultimi
decenni del secolo passato.
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Roberto Mosi, Ritorni, G. Ladolfi Ed., Collana Perle poesia, Borgomanero 2026
Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.
Ho narrato questo viaggio con la
lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni”
presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci
strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal
giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia
della Crusca.
Mi inoltro così nei luoghi e nelle
immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori
e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust,
suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso
nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono
scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del
paesaggio incontrato.
C’è sempre un punto fisso dal quale
il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa
ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente
sviluppo edilizio della zona.
Ritorno alla finestra aperta / sui
primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …
Da questa finestra
si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una
villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe
giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna,
alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le
eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla
dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove
era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa
Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima
guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta
agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora
magica dell’alba.
Lunga la via del ritorno / per mari
tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore.
// Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte ,
l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro //
Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica //
delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.
Alla
fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto
frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.
Passo oggi lungo i muri / cerco
il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa /
stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di
cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con
le rose scarlatte.
Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.
R.
M.















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