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giovedì 21 maggio 2026

Il libro "I Demidoff" di R. Mosi, Pontecorboli, e la memoria di San Donato - Guerrini disegna

Villa Matilde dei Demidoff, Principi di San Donato
Disegno di Enrico Guerrini

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Alberto Argentile, Quartiere 5



            L'autore e Nicoletta Manetti

Uno straordinario incontro il 20 maggio al Circolo degli Artisti Casa di Dante, introdotto dal presidente Franco Margari, per la presentazione di due libri di Roberto Mosi, volti a narrare e "cantare" la storia e le memorie delle terre a nord-ovest di Firenze, i rioni di Novoli e di Rifredi, luoghi di origine dell'autore: Roberto Mosi, I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze, Pontecorboli Edizioni, e Ritorni, Ladolfi Poesia.


LINK VIDEO INCONTRO 






L'autore porta avanti un progetto per mostrare come la letteratura, la poesia, la pittura, il canto, la fotografia, possono contribuire a recuperare le memorie di un luogo, a diffonderne la conoscenzae e porle in valore, creare identità e partecipazione nel nome di un comune sentire. Nel caso in questione il riferimento è a San Donato in Polversoasa e agli attuali quartieri di Novoli e di Rifredi. Si sono già tenuti incontri presso la Bibliteca Buonarroti a Novoli e prossimamente i due libri saranno presentati alla SMS di Rifredi, al Circolo degli Artisti Casa di Dante nella forma di concerto con la partecipazione del pianista Umberto Zanarelli, alla Coop di piazza Leopoldo, alla Libreria Salvemini, con la raccolta delle reazioni, commenti, documenti. 
Alberto Argentile, presidente della Coommissione Cultura del Q. 5, ha portato il saluto del Quartiere e ha manifestato il pieno interesse per il progetto.

Nicoletta Manetti con il romanzo "I Demidoff"


     Il pittore Enrico Guerrini





Nicoletta Manetti ha illustrato i caratteri del romanzo "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", soffermandosi sul valore della collana "Gli Stranieri e Firenze" dell'editore fiorentino Pontecorboli e sui protagonisti del libro, la villa di San Donato, il Castello incantato, Matilde Bonaparte, artista di valore, donna libera e indipendente, Nostra Signora delle Arti in Francia, la collana dai sette fili di perle che si perde nelle sabbie della storia.
Giuseppe Baldassarre ha commentato il libro "Ritorni", Ladolfi Editore, un poemetto di 12 canzoni, dedicato al viaggio di ritorno dell'autore verso i luoghi della sua infanzia.

I° Canzone, "Ritorni" -Vento

Ritorno alla finestra aperta
sui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.

Il vento supera agile il Monte
investe sibilando il mio
mondo, scompiglia le chiome
degli alberi, le braccia
dei filari allineati nei campi.

Le ombre della sera disegnano
figure al galoppo fra le spighe
agitate del grano, onde
s’infrangono contro la casa
isola al limitare dei campi.

Un tappeto di lucciole rosse
invade il mio breve orizzonte
fra lo stridio incessante
dei grilli che si alza fino
alle pallide luci del cielo.

Un carro torna dal mercato
la luce del fanale avanza
per la strada di campagna.
Mi addormento al canto
lontano del carrettiere.

Nel corso dell'incontro il pittore Enrico Guerrini ha realizzato, all'impronta, i disegni ora riportati, raffigurazion emblematiche di luoghi e personaggi.






Francesco Rainero


Francesco Rainero ha cantato le canzoni "Firenze (canzone triste)" di Ivan Graziani, "Dorme Firenze" di Beppe Dati, e "Ti cerco nel mondo", da lui composta, riportata su YouTube.



Presentazione dal libro su “I Demidoff”, Pontecorboli

Tra i visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse iniziative sociali e culturali come la creazione dell’Istituto Demidoff, per l’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura. Promosse in un’area povera, paludosa di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote di Napoleone, giunta a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte, fratello dell’imperatore. Matilde coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero ed è riconosciuta come Notre-Dame des Arts. L’autore segue la parabola dei protagonisti a Firenze e in Europa, fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, un castello incantato disperso nella furia edilizia che ha investito il quartiere negli ultimi decenni del secolo passato.


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Roberto Mosi, Ritorni, G. Ladolfi Ed., Collana Perle poesia, Borgomanero 2026

             Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

            Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

            Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

            C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

            Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

            Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

            Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

            Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

            Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

            Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

R. M.










sabato 25 aprile 2026

Consoli C. recensisce "RITORNI" ( Mosi R., Ladolfi Ed.) - Per la memoria delle periferie di Firenze, Novoli e Rifredi: Poesia, Fotografia, Musica, Pittura - "Sororità" fra le Arti di Ranzi S.

 

Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed.


LA CAMERATA DEI POETI – 6° TORNATA Del 96° ANNO ACCADEMICO

VENERDI’ 24 APRILE 2026 ore 17,00

BIBLIOTECA MARIO LUZI in via Ugo Schiff 8 – Firenze




Il Presidente CARMELO CONSOLI presenta il TESTO 

“RITORNI”

Collana Perle poesia, G. Ladolfi Editore, 2026

DI ROBERTO MOSI

“ITACA, il ritorno di ognuno di noi alla propria Itaca”

Letture di VALERIA CIRILLO

Intervento del poeta PIETRO BROGI


SORORITA’ FRA LE ARTI a cura del critico d’arte e letterario SILVIA RANZI

FRANCESCO RAINERO - Chitarra acustica e voce

Brani musicali: “Ha perso la città” Niccolò Fabi – “Ci vediamo a casa” Dolcenera –

“La casa del sole” I Bisonti

Artista FOTOGRAFO: ROBERTO MOSI

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NOTA CRITICA per “Ritorni” di Roberto Mosi
A cura di Carmelo Consoli 

Roberto Mosi poeta e fotografo e oltre (ha anche molte altre virtù, capacità, incarichi di successo) affronta in questa sua recente silloge dal titolo: “Ritorni” un fantastico viaggio nella memoria e tra le pieghe profonde del suo cuore e della sua anima.

Ritroviamo, ancora una volta, il vagabondo cantore dei luoghi amati (come lo era stato per i non-luoghi e le scure periferie) intento a riprendere con la propria fotocamera prima e poi con i percorsi arcani del subconscio poetico, i territori della propria giovinezza.

Il risultato di questa sua profonda ed emotiva immersione nelle località amate, residenze storiche, luoghi e personaggi che hanno fatto la storia di Firenze, connotati rimasti come stimmate tra la propria pelle, diviene per tanto confronto e scontro tra un tempo antico ed uno moderno a testimonianza del tempo immutabile che scorre e travolge ogni realtà.

Iniziando a leggere la silloge ci imbattiamo subito in un stupefacente racconto autobiografico in cui l’autore in viaggio per la sua Itaca  si racconta con commozione quando scrive: “Si apriva davanti a me una terra quella di San Donato in Polverosa carica di storie e leggende” dando così inizio al suo ritorno negli edenici luoghi della sua infanzia.

Ritorno che è riscoperta con gli occhi della modernità e confronto con la sua contemporaneità, illuminante comprensione dei cambiamenti della società, dell’arte, dei costumi, delle evoluzioni o involuzioni se vogliamo, delle tecnologie e delle mentalità dell’umana esistenza.

Supportato dalla sua arte fotografica che amplifica e impreziosisce la memoria il suo mondo assume una dimensione favolosa in cui i colori, le fragranze, la musicalità dei versi , la pennellatura dei borghi, delle pievi, di palazzi e residenze provocano emozionanti immersioni del cuore.

Sa bene il poeta come prenderci per mano e condurci nella fastosità dei luoghi e della storia in uno degli angoli più belli del mondo come la città di Firenze e i suoi contorni di collina e di pianura presentandoci passato e presente di un tempo che ha illuminato di bellezza la storia dell’umanità.

Ma andiamo a leggere alcuni brani delle sue poesie come quando già nella prima poesia si avverte tutta l’intima felicità del poeta per il ritorno alla sua giovinezza che canta : “Ritorno alla finestra aperta sui primi anni della mia vita, i papaveri le pievi campanili, fabbriche, cimiteri per sfondo Monte Morello” e prosegue verso il suo parco di San Donato scrivendo: Il parco di San Donato si estende languido fra strade inzuppate d’auto frettolose e binari di tram, supermercati.

E ancora sono amari ricordi i suoi su treni delle guerre e distruzioni quando cita: Arrivano treni pieni dal fronte della prima guerra/ morti martoriati nei saloni sfolgoranti di marmi/ Arrivano anni dopo treni blindati/ prigionieri ebrei diretti ai campi di concentramento/ ai forni crematori

L’ultima parte del libro è un glossario in cui l’autore riporta in dettaglio e con grande impegno di erudizione luoghi e personaggi del suo viaggio poetico e potremo leggere interessanti notizie ad esempio sulla casa dei Demidoff, sulla chiesa di San Donato in polverosa, sul convento degli Umiliati, nonché aperture luminose sui personaggi che hanno arricchito la storia con le loro imprese come: il poeta Dino Campana, Giovanna D’asburgo, Matilde Bonaparte e su edifici e fabbriche che hanno visto  e attraversato la storia industriale e civile della nazione, come le officine Galileo, le ville Medicee e altro ancora.

Si nota come sia lucida e colma di preziosi particolari la sua memoria supportata dagli scatti fotografici che la rendono ancora più viva e smagliante.

E dunque Roberto Mosi dopo aver percorso quasi mezzo secolo i meandri più significati della scrittura poetica tra opere poetiche, di narrativa e saggistica e scattato migliaia di foto a supporto della sua poliedrica natura artistica giunge oggi, dopo tanti anni di lontananza ai luoghi della sua giovinezza con entusiasmo e commozione.

Il poeta urbano dei non luoghi, di Florentia, di Concerto, la vita fa rumore ritorna alla dolce e tenera età in cui tutto si fa sorpresa e stupore immergendosi nelle pieghe più profonde della memoria e quindi i suoi non sono più scatti fotografici di una realtà attuale e vivificante ma pennellate oniriche, abbandoni ad un subconscio profondo e gratificante.

Come sempre la poesia di Roberto Mosi si manifesta con estrema chiarezza di linguaggio, dai versi brevi cesellati a bulino, colmi di una musicalità ritmica immediatamente collegata empaticamente al lettore che riesce a penetrare con lucidità nei luoghi descritti.

Dunque un ringraziamento al nostro Roberto che ancora una volta ci dona con la sua arte e la sua grande cultura (ricordiamo i suoi saggi, le sue opere di narrativa, i profondi studi fatti per giungere ad esaltare la terra natia e a farci innamorare dei suoi splendidi e immortali territori.

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In esposizione OPERE FOTOGRAFICHE scattate nell’area urbanistica di Castello, Rifredi, Novoli a corredo del libro stesso:

Villa Reale di Castello, giardino con le piante di limone - Ex stabilimento FIAT, centrale termica dopo il recente restauro - La Villa Demidoff di San Donato - Chiesa di San Donato in Polverosa: interno.






Connessioni liriche con l’Officina del mito: Rassegna di Arti visive sul tema Lo spirito degli Etruschi - Energia per l’oggi. 2026

Immagini fotografiche ispirate alla Dea etrusca dell’Amore, Turan, oggi.

Apparizioni di Tagete, il fanciullo veggente.




L’autore nella testimonianza che segue sintetizza la struttura compositiva del testo poetico realizzato, arricchito da ricerche documentate, storiche e devozionali, naturalistiche e geologiche, architettoniche e industriali nella dialettica tra passato e presente del quartiere in cui ha abitato nella sua infanzia.

Si vota al culto della memoria che intende riappropriarsi del rione ed aree limitrofe in cui ha vissuto nella giovinezza, per dilatare al fruitore l’esplorazione della cultura del territorio, nelle radici dell’anima dei luoghi, restituendo la fisionomia identitaria di un Urbanesimo in divenire nei secoli ed inoltrarsi nelle trasformazioni ineludibili dell’oggi.

Quale moderno Ulisse nella sua prefazione annuncia: Il Viaggio per Itaca



“Nel mio lavoro di scavo, da archeologo, nella storia della zona delle origini, Novoli e Rifredi, tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva: il lavoro, la religione, le acque.

Riguardo al tema del LAVORO, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme di tralicci che ne rievocano la forma. Ricordo bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le cui voci si alzavano con tonalità diverse dallo stabilimento Fiat, dalla Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi intraprese la lavorazione della lana. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel parco della villa piantò quaranta mila alberi di gelso e avviò un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa era il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali, in Crimea: da qui partivano collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del telegrafo.

In merito al secondo elemento, LA RELIGIONE, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo; di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico: Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino, che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del Papa. A metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose celebri aste.

Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, LE ACQUE, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre culture agricole. Ricordo, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.” R. MOSI

Dalla Raccolta lirica: “RITORNI”

Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi / campanili, fabbriche, ciminiere / per sfondo Monte Morello. (Lirica I: VENTO)

Il recupero delle reminiscenze giovanili affiora nell’esercizio del peregrinare, viaggio identitario che si fonde con lo spirito altalenante retrospettivo per far emergere la pluralità delle stratificazioni storiche: il verseggiare accoglie l’andamento psicologico ricco di suggestioni emozionali e cognitive che si flettono a ricercare la ricchezza patrimoniale dei siti civili, architettonici e monumentali di ville ed edifici sacri della tradizione comunitaria.

La copertina omaggia la specie botanica, carismatica del territorio, “La Citrus Bizzarria”, in cui si fondono l’arancio amaro ed il limone cedrato, che celebra la passione della famiglia Medici per la coltivazione degli agrumi: scoperta che risale al 1674 da parte di Pietro Nati, direttore dell’Orto Botanico di Pisa, nella “Villa torre degli Agli “dei Marchesi Panciatichi per poi far parte delle collezioni Medicee della villa di Castello. La scelta dell’autore per questa immagine onora la fiorentinità botanica, ma al contempo pare quasi assurgere a metafora della mélange di accenti mnemonici nel trasalimento delle suggestioni affioranti.

“Sono d’oro le Ville / dei Medici, villa Petraia / la perla sfolgorante / a primavera di colori / d’azalee e di limoni” (Lirica VII: POESIA)

“Villa di Careggi, la terza perla / culla dell’umanesimo / Marsilio riscopre la sapienza / antica di Platone, parla / ancora il greco antico”. (Lirica VIII: PAROLE)

Il ricorso ad alcuni versi citati di “ITACA” (1911), poesia rinomata del greco K. P. Kavafis, attesta l’importanza della dimensione spirituale del VIAGGIO quale RITORNO - navigazione dell’esistenza, prima ancora della destinazione - che accoglie i connotati immateriali della saggezza: conferire senso alle vicende individuali e collettive di zone periferiche in cui poter discernere i flussi della storia come l’eroe greco, Ulisse. di omerica memoria, assetato di conoscenza e di sapere.

“Nell’ultimo lembo rimasto / della fabbrica s’innalza / l’alta mole della ciminiera / al crocevia gonfio di strade/ fra il quartiere, la città, il mondo.” (Lirica V: OMBRE)

Malinconia ed inquietudine si insinuano, ma confortate dal valore etico – semantico dell’esercizio veggente della poesia, richiamando alla coscienza le spoglie, sepolte nel cimitero della Prioria di San Michele a Castello, dell’illustre Mario Luzi e rievocando i canti orfici del “poeta vagabondo” Dino Campana “sui monti di boschi e di pietra”.

Nella lirica ad epilogo “RITORNI” la sublimazione dei versi si fa canto per le dinamiche narrate, la pluralità delle sensazioni suscitate, nella consapevolezza dell’avvento delle trasformazioni industriali e sociali, per augurarsi nuove rotte da perseguire nella rinascita dei tempi.

“Navigherò a vista fra i cieli / di tempesta, fra dense nubi / squarciate dai fulmini / del temporale, per guida / la voglia di scoprire.” (Lirica XII: “RITORNI”)

ROBERTO MOSI, POETA E FOTOGRAFO dalle innumerevoli pubblicazioni, in ultima analisi ci offre alcune foto, le cui iconografie sono state esposte presso la Società di Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” (Collettiva 7 - 19 marzo 2026): celebrano il tema del decennale dell’Officina del Mito di cui è pioniere “LO SPIRITO DEGLI ETRUSCHI, ENERGIA PER L’OGGI”.

Agricoltori, pastori e abili navigatori, commercianti vivevano di artigianato, abilità manifatturiere nella lavorazione dei metalli nel centro di Populonia.

Cultore di narrativa e poesia, il suo estro di scrittore e poeta si vota ai miti della Toscanità, e facendo leva sulla silloge “IL NAVICELLO ETRUSCO” (Edizioni Il Foglio, 2018) ci propone in esposizione, ad epilogo di questo evento letterario, immagini fotografiche a polittico del Mito di Tagete: fanciullo che emerge dal solco della terra rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse dall’Etruria per trarre auspici dai fenomeni naturali e dall’ esame delle viscere degli animali.

Segue l’onore tributato a TURAN, la dea dell’AMORE e della BELLEZZA, FERTILITA’ E VITALITA’( donna dalle nudità riccamente ornata, con attributi di colombe, cigni e melograni ) - nel parallelismo con la greca Afrodite e la romana Venere - venerata quale protettrice della famiglia, dei Vulci e dei naviganti, frequentemente raffigurata su specchi di bronzo, a cui il poeta collega il richiamo ai giochi di infanzia delle nipoti sulla sabbia dorata ed il mare cristallino a S. Vincenzo nel cuore della Costa degli Etruschi in provincia di Livorno a nord del Golfo di Baratti.

La sedimentazione dei ricordi si tramuta in una sorta di sisma riesumato, dominato dalle relazioni familiari in cui le sinapsi cerebrali coltivano ed alimentano la terapia della rimembranza per sostenere il valore identitario e comunitario dell’esistere, nell’incedere irriducibile del tempo che interroga l’animo sulla priorità della cultura degli affetti nelle contingenze vissute, per un richiamo etico e costruttivo verso rinascite auspicate.

SILVIA RANZI






I.               Vento

 

 

Ritorno alla finestra aperta

sui primi anni della mia vita

i papaveri dei campi, le pievi

campanili, fabbriche, ciminiere

per sfondo Monte Morello.

 

Il vento supera agile il Monte

investe sibilando il mio

mondo, scompiglia le chiome

degli alberi, le braccia

dei filari allineati nei campi.

 

Le ombre della sera disegnano

figure al galoppo fra le spighe

agitate del grano, onde

s’infrangono contro la casa

isola al limitare dei campi.

 

Un tappeto di lucciole rosse

invade il mio breve orizzonte

fra lo stridio incessante

dei grilli che si alza fino

alle pallide luci del cielo.

 

Un carro torna dal mercato

la luce del fanale avanza

per la strada di campagna.

Mi addormento al canto 

lontano del carrettiere.

 

 Vento dalle molte voci

che scendi dal Monte, fammi

volare sulle tue ali per le strade

dell’eterno ritorno, alla vecchia

casa assediata dalle tue braccia.

 

La tua voce invade ancora

la mia testa, mi sorprende

agli angoli del quartiere

si confonde con il fracasso

del traffico, il vocio dei motori.

 

La tua voce, cadenzata dalle

stagioni, è rimaste la stessa

nel tempo?  Strisciavi una volta

sulle acque della palude

ai margini della boscaglia.

 

Ti slanci ora contro i vetri

del Palazzo di Giustizia, dei

supermercati, dell’Università.

Umile sterratore, scavo

scopro gli strati del tempo.

 

Appaiono segni della vita

passata sotto le presenze

di oggi, grumi intricati

di memoria, cerco il senso

del mio, del nostro esistere.

 

(Canto I, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)




Sole



Il sole nasce dal Monte

all’alba, i raggi si gettano

nella valle, sfiorano i tetti

infiammano i vetri della

finestra, il sorriso dei sogni.


Il sole nasce ad oriente

le speranze nel quartiere

arrivavano da oriente

si attendeva da oriente

il sole dell’avvenire.


L’appuntamento la sera

nel cortile della vecchia

casa, zaini e coperte

per salire alla luce della luna

sulla cima del Monte.


Si saliva cantando canzoni

di lotta e d’amore, in testa

i più anziani, poi i ragazzi

scatenati, per ultime

le coppie degli innamorati.


Si stendevano le coperte

alla Croce sul Monte

ci si abbracciava stretti

per difenderci dal freddo.

Il sonno, poi, l’aveva vinta.


“Il sole, il sole”, un urlo

svegliava l’accampamento

la sfera infuocata si affacciava

dalle Alpi del Giogo, una luce

radente, divina, irreale.


(Canto III, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)


venerdì 17 aprile 2026

Ritornare a Firenze/Itaca, al Quartiere dell'infanzia - La Camerata dei Poeti venerdì 24- 4 presenta "Ritorni" di Roberto Mosi, Ladolfi Ed. - Il contributo del poeta Pietro Brogi - Biblioteca Mario Luzi Firenze


 


Il commento del poeta Pietro Brogi

Roberto Mosi, Ritorni, Editore Giuliano Ladolfi, Febbraio 2026

 

“Ritornare”, “Ricordare”, “Rivivere”, tre parole che condividono il prefisso ‘ri’ di ripetizione.

  Ricordare, cioè occupare di nuovo il cuore con qualcosa che ci abbia colpito in un passato anche lontano, e questo significa anche confrontarsi con i ricordi, rivivere te stesso, con quanto è cambiato sia in te sia nell’oggetto del ricordo, e le sensazioni possono essere diverse, non sempre peggiori, anche se il ritorno in luoghi dell’infanzia è più facile che susciti nostalgia per quelle cose che non ci sono più, piuttosto che vedere le nuove cose come migliori, in particolare per il poeta  che aveva vissuto la sua infanzia al confine della città, che poteva con lo sguardo abbracciare la campagna e poi oltre, arrivare fino alle colline. Una città che si affacciava a quel margine, che lo conteneva senza però accerchiarlo, un tempo  che Roberto Mosi viveva con occhi diversi, da fanciullo che si affacciava alla vita, certo di potervi partecipare in un contesto di una città, Firenze, ricca di storia, di architettura, di opere d’arte, di splendide ville, che anche se destinate ad accogliere pochi fortunati, contribuivano e contribuiscono a mantenere un alto profilo di questa città, comunque nel ricordo di un passato attraverso quelle semplici cose, come il vento che scompigliava le chiome degli alberi ed anche faceva ondeggiare le spighe di grano dei campi che circondavano la sua casa nella zona appena fuori S. Jacopino.

I versi delle poesie si stagliano brevi, di sette, otto sillabe, pochissimi superano le dieci, spezzati a volte da inarcature che mantengono il significato in sospeso fino al verso successivo.

Il Vento (pag. 9) che si affaccia prepotentemente dando il titolo alla prima poesia della raccolta, quel vento che faceva ondeggiare le spighe che è visto anche nella sua presenza attuale, mentre si avventa contro i vetri del palazzo di giustizia, e che funge da elemento di continuità di un diverso presente.

Anche il Sole (pag. 15), terza poesia, con la sua superficie rovente, i suoi raggi che infiammano i vetri della finestra della casa, accentua la somiglianza di Monte Morello con un vulcano che il poeta, nella sua fantasia, immagina eruttare lava di fuoco e fa tornare alla mente le passeggiate fino alla vetta del gruppo dei ragazzi che, con il  poeta, passava la notte all’aperto aspettando l’alba che faceva di nuovo spuntare quel sole dalle Alpi del Giogo.

Acqua sesta poesia (pag 24) ci riporta prepotentemente al presente con le auto, i supermercati, il lago e la collina artificiale del parco di S Donato, un tempo palude e foresta. Un anelito di speranza la festa degli alberi, con il suo seguito di bandiere ed aquiloni che simboleggiano e ricercano quella pace così lontana.

 Poesia (pag 27) si tracciano ricordi di storia romana nei nomi dei luoghi : Quarto,Quinto, Sesto, di armonia nelle ville dei Medici. Di Petraia, simboli della potenza e del potere di classi privilegiate, contrapposte a periferie di nuovi insediamenti, di grigiore industriale, di caos di traffico,  poi il cimitero con le spoglie del poeta, Mario Luzi, faro che illumina e guida , con la sua poesia, la poesia di Roberto Mosi.

La silloge si conclude con la poesia che dà il nome alla raccolta: Ritorni  (pag. 42) in exergo i vv 94-100 dell’inferno  di Dante  con la scelta di Ulisse di prolungare il proprio viaggio alla ricerca della comprensione del mondo, un arricchimento di conoscenza che faceva superare anche l’amore e la nostalgia per il padre, la moglie Penelope, il figlio. Così elenca Roberto Mosi le immagini della sua terra, fissate nel suo cuore grazie a tutti gli elementi naturali ed elementari, come il vento, il sole, l’acqua, i suoni ed anche la poesia del Maestro da lui menzionato nella omonima ‘poesia’ e che lo hanno accompagnato nel suo viaggio di ritorno ed unicamente il viaggio rimane, per dare uno scopo,  rimane nella sua voglia di scoperta e riscoperta, non invece l’arrivo ad una realtà profondamente cambiata, talvolta deludente, ma solo la malinconia per quanto perso potrà indurre ad interrompere quel viaggio, potrà portare ad un naufragio in questa sete di conoscenza.   

Le Poesie sono seguite da un sommario dei luoghi menzionati nelle stesse, fornendo un utile richiamo per intraprendere un cammino, percorrendo ogni luogo incontrato, facendo tesoro di  una conoscenza di base sia storica sia artistica.

Pietro Brogi aprile 2026


venerdì 13 febbraio 2026

"L' alba da Monte Morello" - "Ritorni", Ladolfi, Canto III, vv.125-150


 “L’alba da Monte Morello”

- Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III vv. 125-150


Il sole nasce ad oriente

le speranze nel quartiere

arrivavano da oriente

si attendeva da oriente

il sole dell’avvenire.

.

L’appuntamento la sera

nel cortile della vecchia

casa, zaini e coperte

per salire alla luce della luna

sulla cima del Monte.

.

Si saliva cantando canzoni

di lotta e d’amore, in testa

i più anziani, poi i ragazzi

scatenati, per ultime

le coppie degli innamorati.

.

Si stendevano le coperte

alla Croce sul Monte

ci si abbracciava stretti

per difenderci dal freddo.

Il sonno, poi, l’aveva vinta.

.

“Il sole, il sole”, un urlo

svegliava l’accampamento

la sfera infuocata si affacciava

dalle Alpi del Giogo, una luce

radente, divina, irreale. v. 150

Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III  vv. 125-150






Roberto Mosi, Ritorni, Giuliano Ladolfi Editore, Collana Perle poesia, Borgomanero (No), 2026.

 

 

          Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

          Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

          Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

          C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

          Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

          Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

          Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

          Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

          Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

          Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.