| Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed. |
LA CAMERATA DEI POETI – 6° TORNATA Del 96° ANNO ACCADEMICO
VENERDI’ 24 APRILE 2026 ore 17,00
BIBLIOTECA MARIO LUZI in via Ugo Schiff 8 – Firenze
Il Presidente CARMELO CONSOLI presenta il TESTO
“RITORNI”
Collana Perle poesia, G. Ladolfi Editore, 2026
DI ROBERTO MOSI
“ITACA, il ritorno di ognuno di noi alla propria Itaca”
Letture di VALERIA CIRILLO
Intervento del poeta PIETRO BROGI
SORORITA’ FRA LE ARTI a cura del critico d’arte e letterario SILVIA RANZI
FRANCESCO RAINERO - Chitarra acustica e voce
Brani musicali: “Ha perso la città” Niccolò Fabi – “Ci vediamo a casa” Dolcenera –
“La casa del sole” I Bisonti
Artista FOTOGRAFO: ROBERTO MOSI
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NOTA CRITICA per “Ritorni” di Roberto Mosi
A cura di Carmelo Consoli
Roberto Mosi poeta e fotografo e oltre
(ha anche molte altre virtù, capacità, incarichi di successo) affronta in
questa sua recente silloge dal titolo: “Ritorni” un fantastico viaggio nella
memoria e tra le pieghe profonde del suo cuore e della sua anima.
Ritroviamo, ancora una volta, il
vagabondo cantore dei luoghi amati (come lo era stato per i non-luoghi e le
scure periferie) intento a riprendere con la propria fotocamera prima e poi con
i percorsi arcani del subconscio poetico, i territori della propria giovinezza.
Il risultato di questa sua profonda ed
emotiva immersione nelle località amate, residenze storiche, luoghi e
personaggi che hanno fatto la storia di Firenze, connotati rimasti come
stimmate tra la propria pelle, diviene per tanto confronto e scontro tra un
tempo antico ed uno moderno a testimonianza del tempo immutabile che scorre e
travolge ogni realtà.
Iniziando a leggere la silloge ci
imbattiamo subito in un stupefacente racconto autobiografico in cui l’autore in
viaggio per la sua Itaca si racconta con
commozione quando scrive: “Si apriva
davanti a me una terra quella di San Donato in Polverosa carica di storie e
leggende” dando così inizio al suo ritorno negli edenici luoghi della sua
infanzia.
Ritorno che è riscoperta con gli occhi
della modernità e confronto con la sua contemporaneità, illuminante
comprensione dei cambiamenti della società, dell’arte, dei costumi, delle
evoluzioni o involuzioni se vogliamo, delle tecnologie e delle mentalità dell’umana
esistenza.
Supportato dalla sua arte fotografica
che amplifica e impreziosisce la memoria il suo mondo assume una dimensione
favolosa in cui i colori, le fragranze, la musicalità dei versi , la
pennellatura dei borghi, delle pievi, di palazzi e residenze provocano emozionanti
immersioni del cuore.
Sa bene il poeta come prenderci per mano
e condurci nella fastosità dei luoghi e della storia in uno degli angoli più
belli del mondo come la città di Firenze e i suoi contorni di collina e di
pianura presentandoci passato e presente di un tempo che ha illuminato di
bellezza la storia dell’umanità.
Ma andiamo a leggere alcuni brani delle
sue poesie come quando già nella prima poesia si avverte tutta l’intima
felicità del poeta per il ritorno alla sua giovinezza che canta : “Ritorno alla finestra aperta sui primi anni
della mia vita, i papaveri le pievi campanili, fabbriche, cimiteri per sfondo
Monte Morello” e prosegue verso il suo parco di San Donato scrivendo: Il parco di San Donato si estende languido
fra strade inzuppate d’auto frettolose e binari di tram, supermercati.
E ancora sono amari ricordi i suoi su
treni delle guerre e distruzioni quando cita: Arrivano treni pieni dal fronte della prima guerra/ morti martoriati nei
saloni sfolgoranti di marmi/ Arrivano anni dopo treni blindati/ prigionieri
ebrei diretti ai campi di concentramento/ ai forni crematori
L’ultima parte del libro è un glossario
in cui l’autore riporta in dettaglio e con grande impegno di erudizione luoghi
e personaggi del suo viaggio poetico e potremo leggere interessanti notizie ad
esempio sulla casa dei Demidoff, sulla chiesa di San Donato in polverosa, sul convento
degli Umiliati, nonché aperture luminose sui personaggi che hanno arricchito la
storia con le loro imprese come: il poeta Dino Campana, Giovanna D’asburgo,
Matilde Bonaparte e su edifici e fabbriche che hanno visto e attraversato la storia industriale e civile
della nazione, come le officine Galileo, le ville Medicee e altro ancora.
Si nota come sia lucida e colma di
preziosi particolari la sua memoria supportata dagli scatti fotografici che la rendono
ancora più viva e smagliante.
E dunque Roberto Mosi dopo aver percorso
quasi mezzo secolo i meandri più significati della scrittura poetica tra opere
poetiche, di narrativa e saggistica e scattato migliaia di foto a supporto della
sua poliedrica natura artistica giunge oggi, dopo tanti anni di lontananza ai
luoghi della sua giovinezza con entusiasmo e commozione.
Il poeta urbano dei non luoghi, di
Florentia, di Concerto, la vita fa rumore ritorna alla dolce e tenera età in
cui tutto si fa sorpresa e stupore immergendosi nelle pieghe più profonde della
memoria e quindi i suoi non sono più scatti fotografici di una realtà attuale e
vivificante ma pennellate oniriche, abbandoni ad un subconscio profondo e
gratificante.
Come sempre la poesia di Roberto Mosi si
manifesta con estrema chiarezza di linguaggio, dai versi brevi cesellati a
bulino, colmi di una musicalità ritmica immediatamente collegata empaticamente
al lettore che riesce a penetrare con lucidità nei luoghi descritti.
Dunque un ringraziamento al nostro
Roberto che ancora una volta ci dona con la sua arte e la sua grande cultura (ricordiamo
i suoi saggi, le sue opere di narrativa, i profondi studi fatti per giungere ad
esaltare la terra natia e a farci innamorare dei suoi splendidi e immortali
territori.
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In esposizione OPERE FOTOGRAFICHE scattate nell’area urbanistica di Castello, Rifredi, Novoli a corredo del libro stesso:
Villa Reale di Castello, giardino con le piante di limone - Ex stabilimento FIAT, centrale termica dopo il recente restauro - La Villa Demidoff di San Donato - Chiesa di San Donato in Polverosa: interno.
Immagini fotografiche ispirate alla Dea etrusca dell’Amore, Turan, oggi.
Apparizioni di Tagete, il fanciullo veggente.
L’autore nella testimonianza che segue sintetizza la struttura compositiva del testo poetico realizzato, arricchito da ricerche documentate, storiche e devozionali, naturalistiche e geologiche, architettoniche e industriali nella dialettica tra passato e presente del quartiere in cui ha abitato nella sua infanzia.
Si vota al culto della memoria che intende riappropriarsi del rione ed aree limitrofe in cui ha vissuto nella giovinezza, per dilatare al fruitore l’esplorazione della cultura del territorio, nelle radici dell’anima dei luoghi, restituendo la fisionomia identitaria di un Urbanesimo in divenire nei secoli ed inoltrarsi nelle trasformazioni ineludibili dell’oggi.
Quale moderno Ulisse nella sua prefazione annuncia: Il Viaggio per Itaca
“Nel mio lavoro di scavo, da archeologo, nella storia della zona delle origini, Novoli e Rifredi, tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva: il lavoro, la religione, le acque.
In merito al secondo elemento, LA RELIGIONE, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo; di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico: Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino, che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del Papa. A metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose celebri aste.
Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, LE ACQUE, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre culture agricole. Ricordo, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.” R. MOSI
Dalla Raccolta lirica: “RITORNI”
Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi / campanili, fabbriche, ciminiere / per sfondo Monte Morello. (Lirica I: VENTO)
Il recupero delle reminiscenze giovanili affiora nell’esercizio del peregrinare, viaggio identitario che si fonde con lo spirito altalenante retrospettivo per far emergere la pluralità delle stratificazioni storiche: il verseggiare accoglie l’andamento psicologico ricco di suggestioni emozionali e cognitive che si flettono a ricercare la ricchezza patrimoniale dei siti civili, architettonici e monumentali di ville ed edifici sacri della tradizione comunitaria.
La copertina omaggia la specie botanica, carismatica del territorio, “La Citrus Bizzarria”, in cui si fondono l’arancio amaro ed il limone cedrato, che celebra la passione della famiglia Medici per la coltivazione degli agrumi: scoperta che risale al 1674 da parte di Pietro Nati, direttore dell’Orto Botanico di Pisa, nella “Villa torre degli Agli “dei Marchesi Panciatichi per poi far parte delle collezioni Medicee della villa di Castello. La scelta dell’autore per questa immagine onora la fiorentinità botanica, ma al contempo pare quasi assurgere a metafora della mélange di accenti mnemonici nel trasalimento delle suggestioni affioranti.
“Sono d’oro le Ville / dei Medici, villa Petraia / la perla sfolgorante / a primavera di colori / d’azalee e di limoni” (Lirica VII: POESIA)
“Villa di Careggi, la terza perla / culla dell’umanesimo / Marsilio riscopre la sapienza / antica di Platone, parla / ancora il greco antico”. (Lirica VIII: PAROLE)
Il ricorso ad alcuni versi citati di “ITACA” (1911), poesia rinomata del greco K. P. Kavafis, attesta l’importanza della dimensione spirituale del VIAGGIO quale RITORNO - navigazione dell’esistenza, prima ancora della destinazione - che accoglie i connotati immateriali della saggezza: conferire senso alle vicende individuali e collettive di zone periferiche in cui poter discernere i flussi della storia come l’eroe greco, Ulisse. di omerica memoria, assetato di conoscenza e di sapere.
“Nell’ultimo lembo rimasto / della fabbrica s’innalza / l’alta mole della ciminiera / al crocevia gonfio di strade/ fra il quartiere, la città, il mondo.” (Lirica V: OMBRE)
Malinconia ed inquietudine si insinuano, ma confortate dal valore etico – semantico dell’esercizio veggente della poesia, richiamando alla coscienza le spoglie, sepolte nel cimitero della Prioria di San Michele a Castello, dell’illustre Mario Luzi e rievocando i canti orfici del “poeta vagabondo” Dino Campana “sui monti di boschi e di pietra”.
Nella lirica ad epilogo “RITORNI” la sublimazione dei versi si fa canto per le dinamiche narrate, la pluralità delle sensazioni suscitate, nella consapevolezza dell’avvento delle trasformazioni industriali e sociali, per augurarsi nuove rotte da perseguire nella rinascita dei tempi.
“Navigherò a vista fra i cieli / di tempesta, fra dense nubi / squarciate dai fulmini / del temporale, per guida / la voglia di scoprire.” (Lirica XII: “RITORNI”)
ROBERTO MOSI, POETA E FOTOGRAFO dalle innumerevoli pubblicazioni, in ultima analisi ci offre alcune foto, le cui iconografie sono state esposte presso la Società di Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” (Collettiva 7 - 19 marzo 2026): celebrano il tema del decennale dell’Officina del Mito di cui è pioniere “LO SPIRITO DEGLI ETRUSCHI, ENERGIA PER L’OGGI”.
Agricoltori, pastori e abili navigatori, commercianti vivevano di artigianato, abilità manifatturiere nella lavorazione dei metalli nel centro di Populonia.
Cultore di narrativa e poesia, il suo estro di scrittore e poeta si vota ai miti della Toscanità, e facendo leva sulla silloge “IL NAVICELLO ETRUSCO” (Edizioni Il Foglio, 2018) ci propone in esposizione, ad epilogo di questo evento letterario, immagini fotografiche a polittico del Mito di Tagete: fanciullo che emerge dal solco della terra rimossa dall’aratro e parla alle genti accorse dall’Etruria per trarre auspici dai fenomeni naturali e dall’ esame delle viscere degli animali.
Segue l’onore tributato a TURAN, la dea dell’AMORE e della BELLEZZA, FERTILITA’ E VITALITA’( donna dalle nudità riccamente ornata, con attributi di colombe, cigni e melograni ) - nel parallelismo con la greca Afrodite e la romana Venere - venerata quale protettrice della famiglia, dei Vulci e dei naviganti, frequentemente raffigurata su specchi di bronzo, a cui il poeta collega il richiamo ai giochi di infanzia delle nipoti sulla sabbia dorata ed il mare cristallino a S. Vincenzo nel cuore della Costa degli Etruschi in provincia di Livorno a nord del Golfo di Baratti.
La sedimentazione dei ricordi si tramuta in una sorta di sisma riesumato, dominato dalle relazioni familiari in cui le sinapsi cerebrali coltivano ed alimentano la terapia della rimembranza per sostenere il valore identitario e comunitario dell’esistere, nell’incedere irriducibile del tempo che interroga l’animo sulla priorità della cultura degli affetti nelle contingenze vissute, per un richiamo etico e costruttivo verso rinascite auspicate.
SILVIA RANZI
I.
Vento
Ritorno alla finestra aperta
sui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.
Il vento supera agile il Monte
investe sibilando il mio
mondo, scompiglia le chiome
degli alberi, le braccia
dei filari allineati nei campi.
Le ombre della sera disegnano
figure al galoppo fra le spighe
agitate del grano, onde
s’infrangono contro la casa
isola al limitare dei campi.
Un tappeto di lucciole rosse
invade il mio breve orizzonte
fra lo stridio incessante
dei grilli che si alza fino
alle pallide luci del cielo.
Un carro torna dal mercato
la luce del fanale avanza
per la strada di campagna.
Mi addormento al canto
lontano del carrettiere.
che scendi dal Monte, fammi
volare sulle tue ali per le strade
dell’eterno ritorno, alla vecchia
casa assediata dalle tue braccia.
La tua voce invade ancora
la mia testa, mi sorprende
agli angoli del quartiere
si confonde con il fracasso
del traffico, il vocio dei motori.
La tua voce, cadenzata dalle
stagioni, è rimaste la stessa
nel tempo?
Strisciavi una volta
sulle acque della palude
ai margini della boscaglia.
Ti slanci ora contro i vetri
del Palazzo di Giustizia, dei
supermercati, dell’Università.
Umile sterratore, scavo
scopro gli strati del tempo.
Appaiono segni della vita
passata sotto le presenze
di oggi, grumi intricati
di memoria, cerco il senso
del mio, del nostro esistere.
(Canto I, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed.,
2026)
Sole
Il sole nasce dal Monte
all’alba, i raggi si gettano
nella valle, sfiorano i tetti
infiammano i vetri della
finestra, il sorriso dei sogni.
Il sole nasce ad oriente
le speranze nel quartiere
arrivavano da oriente
si attendeva da oriente
il sole dell’avvenire.
L’appuntamento la sera
nel cortile della vecchia
casa, zaini e coperte
per salire alla luce della luna
sulla cima del Monte.
Si saliva cantando canzoni
di lotta e d’amore, in testa
i più anziani, poi i ragazzi
scatenati, per ultime
le coppie degli innamorati.
Si stendevano le coperte
alla Croce sul Monte
ci si abbracciava stretti
per difenderci dal freddo.
Il sonno, poi, l’aveva vinta.
“Il sole, il sole”, un urlo
svegliava l’accampamento
la sfera infuocata si affacciava
dalle Alpi del Giogo, una luce
radente, divina, irreale.
(Canto III, da Roberto Mosi, Ritorni, Ladolfi Ed., 2026)











Ritorno alla finestra aperta
RispondiEliminasui primi anni della mia vita
i papaveri dei campi, le pievi
campanili, fabbriche, ciminiere
per sfondo Monte Morello.