martedì 17 febbraio 2026

"I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", di R. Mosi, Pontecorboli Ed.


 


Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze 2026

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.






lunedì 16 febbraio 2026

Roberto Mosi, "I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze", I geniali fabbri russi, principi di San Donato, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze 2026


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze 2026

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.









domenica 15 febbraio 2026

I "Demidoff" (i geniali fabbri russi, principi di San Donato), "Tre principesse francesi a Firenze", "Rilke e Salomè" di R. Mosi, Pontecorboli Ed.


 

Roberto Mosi,  I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

I geniali fabbri russi, principi di San Donato

Angelo Ponteorboli Editore, Firenze

 

          Tra i molti visitatori che nell’Ottocento giunsero a Firenze e decisero di fermarsi, vi è Nicola Demidoff capostipite di una famiglia di ricchi proprietari di miniere e di fabbriche in Russia, che Lenin chiamò geniali fabbri russi. Arrivò in Toscana nel 1822, regione celebre per la ricchezza dei beni culturali, per il buon clima, per il saggio e illuminato governo del granduca Leopoldo II; seguendo la tradizione delle origini familiari, Nicola promosse varie iniziative sociali come la creazione dell’Istituto Demidoff, dedicato all’educazione dei fanciulli poveri, interventi nel campo del collezionismo d’arte e dell’architettura.

          Iniziò in un’area povera di Firenze, San Donato in Polverosa, la costruzione di una villa dalle eleganti forme neoclassiche, di una tale bellezza da essere segnalata come la seconda reggia della città, dopo Palazzo Pitti. Il figlio Anatolio continuò l’opera del padre, fu un esploratore e studioso delle più lontane terre russe, un fervido cultore del mito di Napoleone, fu nominato da Leopoldo II principe di San Donato. Celebre il tempestoso e breve matrimonio con Matilde Bonaparte, nipote dell’imperatore, giunta nel 1831 a Firenze con il padre Girolamo Bonaparte.

          Matilde nella città coltiva lo studio della pittura, frequenta i luoghi d’arte e celebri salotti fiorentini animati da fervidi seguaci della causa risorgimentale, si forma un bagaglio di conoscenze e di passioni che sarà per lei prezioso in Francia, dove fugge nel 1846 con l’amante. Si afferma a Parigi come pittrice, dà vita ad un famoso salotto frequentato dai più celebri artisti e scrittori, fra i quali Marcel Proust, conquista una tale supremazia nel mondo delle arti del Secondo Impero da essere riconosciuta come Notre-Dame des Arts.

          L’autore segue la parabola dei protagonisti fino alla dispersione finale dei beni e del potere delle famiglie, Demidoff e Bonaparte: il simbolo di questo processo è rappresentato dalla rovina della villa di San Donato in Polverosa, il castello incantato investito dalle trasformazioni urbane degli ultimi tempi.



Tre principesse francesi a Firenze

Sylvia Boucot d'Hautmesnil al servizio delle sorelle di Napoleone

 

Le  principesse Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat, grazie alla fortuna e alle capacità di uomo d’arme e di governo del fratello Napoleone Bonaparte, si trovarono dalle umili origini in una terra isolata, povera, come la Corsica, a conquistare onori e ricchezze sullo scenario europeo; la sorte fatale poi del generale corso, il crollo dell’impero, determinò il rovesciamento della loro fortuna, la decadenza. Sylvia Boucot fu dama di compagnia, in tempi diversi, per un periodo di oltre trenta anni, delle  tre principesse: di Elisa quando divenne granduchessa di Toscana, di Paolina Bonaparte negli ultimi cinque anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a Firenze nella villa di Montughi, di Carolina, che dimorò, e morì, nel capoluogo della regione negli anni trenta dell’Ottocento; sono preziose le testimonianze che ci offre Sylvia Boucot nelle pagine del romanzo che portano a delineare i caratteri diversi delle tre sorelle e, allo stesso tempo, il loro coraggio di donne libere, la loro determinazione e ad illustrare, per altro verso, i volti che mostra il potere, nei diversi frangenti, il modo differente di reagire delle persone, l’affermarsi della nuova classe borghese. In questo quadro, Firenze fa da scenario all’agire dei diversi protagonisti, è all’incrocio di dinamiche particolari, incisive per il futuro della città e del Paese. Si ricercano inoltre analogie con il tempo presente, specie riguardo ai miti che in quei tempi sono stati coltivati, come il mito della nazione e il mito del comandante supremo, del leader, che oggi ricompaiono sugli scenari incerti del nostro presente.

L’opera è così articolata: I     L’azzurro del mare; II Firenze, l’incontro con l’imperatore e le tre principesse; III  Elisa Bonaparte Baciocchi; IV          Il teatro allo specchio; V          Paolina Bonaparte Borghese; VI       Il palazzo Salviati-Borghese; VII Gli ultimi giorni di Venere Vincitrice; VIII  La cappella Paolina della Basilica romana di S. Maia Maggiore; IX       Carolina Bonaparte Murat; X            Firenze accoglie Carolina Murat; XI Piazza Ognissanti, la terrazza sulle acque; XII       Un angolo di Francia; XIII    Firenze sogna; Postfazione;  Perché si scrive ?; Cronologia; Bibliografia. Elementi





Capitolo I


Firenze, la musa di Rainer Maria Rilke

 

 

 

                                           Anche oggi sono salito a San Miniato, il pensiero rivolto a Rainer Maria Rilke, alla sua poesia e ai suoi viaggi. Seguendo la mia passione, mi sono imbattuto in questo poeta vissuto fra l’Ottocento e il Novecento, il poeta lirico più celebre  della Germania sempre in viaggio per le vie dell’Europa, autore di un’opera preziosa, iniziata a Firenze a solo ventidue anni, Il diario fiorentino. Ho sempre con me in questo periodo qualcuno dei suoi libri e mi piace leggerli seduto da qualche parte a San Miniato, davanti al panorama di Firenze. Lo sento vicino ai miei interessi per la poesia e per il viaggio e più che procedo nella lettura, scopro come fu profondamente influenzato dalle sue visite nel nostro Paese, meta più volte raggiunta alla ricerca di ispirazione artistica e spirituale: l’arte e la cultura italiana, i paesaggi, furono fonte di nuovi stimoli che lasciarono un segno indelebile nella sua produzione poetica e nella sua visione del mondo.

                                           Rilke visitò l’Italia in diverse occasioni, esplorò città d’arte, paesaggi rurali, marini e antichi luoghi di culto, facendo propria la ricca tradizione culturale e artistica italiana. Tra le città visitate spiccano Firenze, Roma Venezia e Napoli, ma anche località meno conosciute , come Arco, Capri e Duino. Per Rilke l’Italia non era solo una terra di bellezze materiali, ma anche un luogo dove l’arte, la storia e la natura si intrecciavano in un’armonia capace di evocare il divino. Questo contesto influì profondamente sul suo pensiero e sulla sua scrittura. I viaggi in Italia furono veri e propri momenti di trasformazione personale, trovò ispirazione per esplorare temi universali come la bellezza, l’amore, la morte e il rapporto dell’uomo con il divino; l’Italia divenne per lui un laboratorio creativo dove poter affinare il suo linguaggio poetico e approfondire la sua visione esistenziale, sviluppare una visione più profonda e universale della condizione umana, gettare un ponte tra la bellezza terrestre  e il mistero divino, lasciando nelle sue opere un’impronta indelebile del suo legame con il nostro Paese.

 

                                           Tra le esperienze italiane , Firenze occupa un posto speciale , non solo come città d’arte, ma come luogo di profonda introspezione e riflessione creativa. Il diario fiorentino, scritto durante il soggiorno nella città toscana del 1898, rappresenta un documento chiave per comprendere il legame tra la sua visione estetica e le tematiche della sua poesia; è una raccolta di annotazioni sulla città, riflessioni sull’arte e sull’architettura, e pensieri sulla condizione umana: il rapporto tra l’eternità dell’arte e la transitorietà della vita, la spiritualità e il senso del divino, la bellezza come via per trascendere il tempo. Il diario si distingue per il suo stile lirico e contemplativo, dove l’osservazione del reale si trasforma in meditazione poetica. La città di Firenze, con i suoi capolavori rinascimentali, diventa per Rilke una metafora della capacità umana di creare bellezza immortale in contrasto con l’effimero della vita, lo porta a riflettere su come la poesia possa catturare l’eterno. Questo tema, centrale nel diario, si riflette successivamente nelle sue poesie, in particolare nelle Elegie Duinesi, dove l’arte e la bellezza diventano veicoli per avvicinarsi al mistero dell’esistenza. Il poeta, sviluppando le sue osservazioni e riflessioni, rafforza alcune tematiche che diventeranno centrali nella sua produzione successiva:

-        La tensione tra visibile e invisibile: Rilke è affascinato dalla capacità dell’arte di rendere visibile l’invisibile, un tema che troverà piena espressione nelle Elegie Duinesi.

-         La spiritualità dell’arte: Il diario fiorentino pone in risalto l’idea che l’arte non sia solo un prodotto estetico, ma un’esperienza spirituale che connette l’uomo al divino.

-        La poesia come testimonianza dell’effimero: come l’arte rinascimentale, anche la poesia di Rilke diventa un tentativo di eternare il momento, di fissare l’effimero in una forma duratura.

      Molti degli spunti del diario trovano eco diretta nella poesia di Rilke: nella raccolta Nuove Poesie si percepisce la contemplazione delle opere fiorentine, che trasformarono oggetti e immagini in simboli universali; nelle Elegie Duinesi l’esperienza di Firenze si traduce nella ricerca di un nuovo linguaggio poetico che riesca ad esprimere l’attenzione per i dettagli, il senso di armonia e la capacità di osservare il mondo con occhi nuovi, sviluppata durante il soggiorno fiorentino.

                                           Il diario fiorentino non è dunque solo un documento che registra l’esperienza di Rilke a Firenze, ma un vero e proprio laboratorio creativo che ha influenzato la sua visione poetica. Attraverso la riflessione sull’arte , l’architettura e la spiritualità, egli sviluppa una poetica che cerca di cogliere l’eterno nel transitorio e di connettere l’umano al divino. Firenze, con la sua ricchezza artistica e culturale , non è solo una città visitata, ma una musa che continua a vivere nelle sue opere.

 

                                           Si è fatta sera, un vento fresco investe l’abbazia di San Miniato, il sole è già tramontato oltre le Cascine, in un incendio di fuoco; è l’ora di scendere in città, di dedicarsi alle faccende quotidiane. Sul quaderno dalla copertina nera che porto con me, si sono aggiunte alcune annotazioni sulla scrittura di Rilke, che andranno a comporre il nuovo libro dedicato al diario. Mi soffermo nella basilica romana di San Miniato, rimango in raccoglimento nella penombra rischiarata dalla luce baluginante delle candele, dei mosaici, dei riflessi d’oro dei quadri, proseguo il dialogo con i pensieri del poeta fissati nelle pagine, che proseguirà più tardi per le strade della Firenze di oggi, con i segni forti del suo passato che  le hanno dato un’anima, una fama unica fra le nostre città.

Scendo in basso, alla porta di San Niccolò per le antiche scalee rese celebri dai versi di Dante: 

 

Come a man destra, per salire al monte 
dove siede la chiesa che soggioga 
la ben guidata sopra Rubaconte,                                 

si rompe del montar l’ardita foga 
per le scalee che si fero ad etade 
ch’era sicuro il quaderno e la doga

 

Dante Alighieri, Purgatorio, XII, vv. 100-105              



 

 

 

venerdì 13 febbraio 2026

"L' alba da Monte Morello" - "Ritorni", Ladolfi, Canto III, vv.125-150


 “L’alba da Monte Morello”

- Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III vv. 125-150


Il sole nasce ad oriente

le speranze nel quartiere

arrivavano da oriente

si attendeva da oriente

il sole dell’avvenire.

.

L’appuntamento la sera

nel cortile della vecchia

casa, zaini e coperte

per salire alla luce della luna

sulla cima del Monte.

.

Si saliva cantando canzoni

di lotta e d’amore, in testa

i più anziani, poi i ragazzi

scatenati, per ultime

le coppie degli innamorati.

.

Si stendevano le coperte

alla Croce sul Monte

ci si abbracciava stretti

per difenderci dal freddo.

Il sonno, poi, l’aveva vinta.

.

“Il sole, il sole”, un urlo

svegliava l’accampamento

la sfera infuocata si affacciava

dalle Alpi del Giogo, una luce

radente, divina, irreale. v. 150

Roberto Mosi, “Ritorni”, Ladolfi Ed., Canto III  vv. 125-150






Roberto Mosi, Ritorni, Giuliano Ladolfi Editore, Collana Perle poesia, Borgomanero (No), 2026.

 

 

          Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

          Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

          Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

          C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

          Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

          Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

          Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

          Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

          Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

          Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

 


sabato 7 febbraio 2026

Roberto Mosi, "Ritorni", Ladolfi Editore, Collana Perle poesia. Intervista a Radio Versilia 7 marzo ore 12




Roberto Mosi, Ritorni, Giuliano Ladolfi Editore, Collana Perle poesia, Borgomanero (No), 2026.

 

          Con il libro “Ritorni” anch’io compio il mio viaggio per Itaca, un viaggio, come dice il celebre poeta greco, “fertile in avventure e in esperienze”. Mi sono messo in viaggio dopo anni di lontananza per ritornare alla mia terra delle origini, alla periferia, una volta proletaria, di Firenze, il quartiere di Novoli, detto in altri tempi “Polverosa”, fra il Centro e l’autostrada per il mare.

          Ho narrato questo viaggio con la lingua della poesia e, in parte, della fotografia. Il poemetto “Ritorni” presenta una cadenza regolare, con il respiro di dodici canti, ognuno con dieci strofe di cinque versi ciascuna, illuminato da una fotografia ripresa dal giardino dei limoni della vicina villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.

          Mi inoltro così nei luoghi e nelle immagini delle origini, ritorno ai paesaggi dell’infanzia, ai colori, ai sapori e ai suoni rimasti in fondo all’anima, che come le madeleines di Proust, suscitano ricordi ed emozioni personali. Un ritorno prima sognato, immerso nella trama dei ricordi dell’infanzia, della gioventù, dei sogni che rimangono scolpiti dentro, come è per ognuno di noi, incastrati nelle pieghe del paesaggio incontrato.

          C’è sempre un punto fisso dal quale il nostro io interiore si sporge ad osservare il mondo. Nel mio caso, la casa ai margini della periferia di Novoli, fra i campi, prima del travolgente sviluppo edilizio della zona.

          Ritorno alla finestra aperta / sui primi anni della mia vita / i papaveri dei campi, le pievi …

          Da questa finestra si apriva un paesaggio straordinario, in primo piano i resti del parco di una villa meravigliosa, già abitata da un’affascinante principessa e da un principe giunto da lontane terre orientali, poi borghi e pievi sparse nella campagna, alcune fabbriche punteggiate da altissime ciminiere. Sulle prime colline le eleganti forme delle ville medicee, da quella di Careggi, già culla dell’Umanesimo, con Poliziano, Ficino, Botticelli, a quella di Castello, dove era la scuola che frequentò il grande poeta Mario Luzi, alla magnifica villa Petraia, trasformata in un tragico ospedale militare nel corso della prima guerra mondiale; sullo sfondo, la massiccia presenza di Monte Morello, meta agognata per le escursioni dei ragazzi, per raggiungerne la cima nell’ora magica dell’alba.

          Lunga la via del ritorno / per mari tempestosi / e porti sconosciuti / l’immagine della mia terra fissa nel cuore. // Sono il sibilo del vento / delle origini, il sole che sorge /dal Monte , l’acqua fresca / della fonte, il suono delle chiarine, la poesia del Maestro // Le mie impronte sono nel fango, nelle strade // polverose, nella fatica // delle fabbriche, nel suono / lacerante delle sirene.

          Alla fine del viaggio si precipita nel quartiere affollato di oggi, fra il moto frenetico del traffico, le luci e le ombre del vivere quotidiano.    

          Passo oggi lungo i muri / cerco il profumo dei ricordi / tra la folla dei motori / di San Donato in Polverosa / stanza di sbratto della città. // Scopro ombre di storia / tra monconi di cemento / il convento degli Umiliati / il parco dei principi russi / l’orto con le rose scarlatte.

          Emerge la voglia di ripartire, lo zaino in spalla e in mano la mappa per altre terre, dove si trovano le risposte // ad ogni nostro perché. Rimane la felicità per il viaggio compiuto, per la riscoperta di sentimenti e di emozioni, per aver aperto un dialogo con gli altri  attraverso la poesia, aver suscitato, credo, sensazioni analoghe, che tutti proviamo quando ci mettiamo in cammino per i sentieri della vita.  

 

R. M.

I.               Vento

 

 

Ritorno alla finestra aperta

sui primi anni della mia vita

i papaveri dei campi, le pievi

campanili, fabbriche, ciminiere

per sfondo Monte Morello.

 

Il vento supera agile il Monte

investe sibilando il mio

mondo, scompiglia le chiome

degli alberi, le braccia

dei filari allineati nei campi.

 

Le ombre della sera disegnano

figure al galoppo fra le spighe

agitate del grano, onde

s’infrangono contro la casa

isola al limitare dei campi.

 

Un tappeto di lucciole rosse

invade il mio breve orizzonte

fra lo stridio incessante

dei grilli che si alza fino

alle pallide luci del cielo.

 

Un carro torna dal mercato

la luce del fanale avanza

per la strada di campagna.

Mi addormento al canto 

lontano del carrettiere.

 

 

 

Vento dalle molte voci

che scendi dal Monte, fammi

volare sulle tue ali per le strade

dell’eterno ritorno, alla vecchia

casa assediata dalle tue braccia.

 

La tua voce invade ancora

la mia testa, mi sorprende

agli angoli del quartiere

si confonde con il fracasso

del traffico, il vocio dei motori.

 

La tua voce, cadenzata dalle

stagioni, è rimaste la stessa

nel tempo?  Strisciavi una volta

sulle acque della palude

ai margini della boscaglia.

 

Ti slanci ora contro i vetri

del Palazzo di Giustizia, dei

supermercati, dell’Università.

Umile sterratore, scavo

scopro gli strati del tempo.

 

Appaiono segni della vita

passata sotto le presenze

di oggi, grumi intricati

di memoria, cerco il senso

del mio, del nostro esistere.

 






 

domenica 25 gennaio 2026

“Inseguire lo sguardo dei poeti. Firenze e le colline”, al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”. Roberto Mosi e Nicoletta Manetti

 



        È stato presentato il 21 gennaio scorso un insieme di percorsi poetici per la città di Firenze e i suoi dintorni, progettati e organizzati da Roberto Mosi in varie occasioni, con associazioni, scuole, gruppi di amici. I percorsi sono stati illustrati dall’autore e da Nicoletta Manetti, con la lettura dei testi poetici più suggestivi, legati ai luoghi maggiormente evocativi di emozioni vissute dai poeti, di storie particolari. Dopo il saluto del presidente Franco Margari e l’introduzione di Giuseppe Baldassarre, Mosi si è soffermato sul carattere particolare dello “sguardo del poeta” che viene – secondo quanto affermato il filosofo Sergio Givone – “da un’ispirazione profonda che ci spossessa della nostra quotidianità e della nostra realtà e ci costringe a guardare il mondo altrimenti, ce lo restituisce come non l’abbiamo mai visto e in modo da scoprire ciò che si nasconde nel cuore del mondo”.

 
 

        Lo sguardo, e la ricerca, è rivolta a Firenze e alle sue colline, è condivisa, nelle esperienze che vengono illustrate, dall’autore insieme ad altri, sul luogo, sui luoghi dove lo sguardo dei poeti si è soffermato, portando i testi, le poesie, per condividerle, leggerle a voce alta; un impegno che esce dai canonici luoghi chiusi, per andare all’aperto, respirare l’aria del luogo, investirla con la voce della poesia recitata.



        Riguardo ai percorsi organizzati, alcuni fanno riferimento a itinerari “ufficiali” riportati nelle cartine delle guide: il più noto è l’Anello del Rinascimento, un sentiero che percorre l’intero cerchio delle colline e si snoda per ben 170 chilometri, un territorio ricco di storia, di bellezze naturali, culturali e paesaggistiche, un cammino che permette di scorgere da ogni punto del percorso, la Cupola del Brunelleschi, punto chiave del paesaggio fiorentino; consente, d’altra parte di incontrare luoghi ricchi di “evocazioni poetiche”. Altri percorsi sono stati costruiti partendo dalle opere, dalla vita di poeti, come Mario Luzi, Dino Campana, Dante Alighieri, Shelley, Rilke, ecc.



        Mosi ha fatto inoltre riferimento alla lezione che ha offerto Mariangela Gualtieri con il libro “L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia”, al rilievo dell’esperienza della poesia recitata ad alta voce: “la poesia chiede libertà dai vincoli semantici, chiede di farsi viva voce, vuole essere suonata, o cantata, proprio come ogni spartito musicale”.



        Nicoletta Manetti e Roberto Mosi hanno dato lettura ad una serie di poesie legate ai “Percorsi poetici”, illustrati da apposite mappe, fra i quali:

I - L’Anello del Rinascimento: per Monte Senario, di Mario Luzi “Vanno ai monti i monti”; per l’argine del Bisenzio, presso Campi, “Magma” di Mario Luzi; per il bosco di Fonte Santa “Incredibile la morte” dal libro “Orfeo in Fonte Santa dell’autore.

II – L’ Anello dei poeti, il Centro: “Fiore nostro fiorisci ancora” e “Fiore della fede” di Luzi, poesie dedicate alla Cupola; “La passeggiata” di Aldo Palazzeschi; “Ode al vento Occidentale” di Shelley (Parco delle Cascine, Fonte del Narciso);

III – L’Anello dei poeti, l’Oltrarno: “Il teatro degli Artigianelli”, di Saba (via del Serraglio);

IV – Percorso del Dantedì “sperimentato dal Circolo degli Artisti in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante, illustrato nel libro dell’autore “Ogni sera Dante ritorna a casa”.

V -  Per Campana brani di varie poesie relative ai percorsi dal Giogo a Casetta di Tiaria e da Marradi a La Verna.

VI - Per il Sentiero Luzi, il testo in prosa “le Origini e la poesia “Passa sotto la nostra casa qualche volta”, brani riferiti al paese di Castello.

VII - Per il Sentiero Rilke le poesie sul soggiorno fiorentino del 1898, del poeta tedesco e le poesie dello stesso periodo su “Le fanciulle” di Viareggio.