domenica 26 maggio 2024

Incoronazione di Napoleone I a Notre-Dame, 1804 - "Tre principesse francesi a Firenze", R. Mosi, Pontecorboli Editore


Incoronazione di Napoleone 2 dicembre 1804


Tre principesse francesi a Firenze

Sylvia Boucot d'Hautmesnil al servizio delle sorelle di Napoleone

 

Le  principesse Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat, grazie alla fortuna e alle capacità di uomo d’arme e di governo del fratello Napoleone Bonaparte, si trovarono dalle umili origini in una terra isolata, povera, come la Corsica, a conquistare onori e ricchezze sullo scenario europeo; la sorte fatale poi del generale corso, il crollo dell’impero, determinò il rovesciamento della loro fortuna, la decadenza. Sylvia Boucot fu dama di compagnia, in tempi diversi, per un periodo di oltre trenta anni, delle  tre principesse; sono preziose le testimonianze che ci offre nelle pagine del romanzo: portano a delineare i caratteri diversi delle tre sorelle e, allo stesso tempo, il loro coraggio di donne libere, la loro determinazione e ad illustrare, per altro verso, i volti che mostra il potere, nei diversi frangenti della storia, l’affermarsi della nuova classe borghese. In questo quadro, Firenze fa da scenario all’agire dei diversi protagonisti, è all’incrocio di dinamiche particolari, incisive per il futuro della città e dell’Italia. Emergono inoltre analogie con il tempo presente, come il mito della nazione e il mito del comandante supremo, del leader, che oggi ricompaiono sugli scenari incerti del nostro presente.


Incipit


Capitolo I

L’azzurro del mare

 

               È una mattina diversa dalle altre. Nella notte si è calmata la bufera sul mare e presto i raggi del sole hanno raggiunto la mia stanza. Come ogni giorno mi sono occupata degli animali e dei lavori quotidiani per la casa; ora ho un po’ di tempo tutto per me. Mi viene naturale pensare ancora una volta a lontani ricordi, alle straordinarie vicende della mia vita lontana da qui, in giro per il mondo. Mio marito riposa nel vicino cimitero della chiesa, sulla strada per il paese, mi ha lasciato da poco, un anno fa, in una mattina come questa piena di luce, invasa da un intenso azzurro, dal mare alla nostra collina.

               Nel silenzio della casa, il mio è un continuo parlare con lui, come fosse ancora al mio fianco, lo interrogo, mi consiglio, gli dico cosa mi passa per la mente, dò voce, ne sono certa, al suo pensiero. Questa mattina ho deciso – anzi, abbiamo deciso – di dare aria all’armadio nell’angolo della camera, aprire i cassetti rimasti chiusi da quando facemmo ritorno in Normandia dopo la morte a Firenze, il 18 maggio 1839, della regina Carolina Bonaparte Murat. Poco dopo l’arrivo, si manifestarono i primi sintomi della malattia di mio marito, che in solo tre mesi, dopo molti patimenti, lo portò alla morte.

               Non c’era stato il tempo di dare un ordine ai tanti ricordi, alle infinite testimonianze di una vita che avevamo portato con noi dopo il lungo periodo trascorso al servizio della famiglia dell’imperatore, delle tre sorelle, le principesse Elisa Baciocchi, Paolina Borghese e Carolina Murat, in particolare. Jean Pierre d’Hautmesnil,  mio marito, era stato sovraintendente alle finanze e, per un certo periodo, quando Elisa era diventata granduchessa di Toscana, dal 1809 al 1814, aveva svolto il ruolo di prefetto della provincia di Lucca.  Negli stessi anni sono stata dama di compagnia di Elisa e, alla sua morte, di Paolina e poi di Carolina.

               Nei cassetti dell’armadio erano finiti, alla rinfusa, appunti di viaggio, cartine geografiche, pagine di diario, diplomi, giornali, quaderni con tracce di racconti e di commedie insieme a disegni, medaglie, corrispondenza. Ben altri erano stati i nostri progetti, si era pensato di riorganizzare le stanze della casa, l’arredamento, dando risalto a queste testimonianze, raccogliendo i documenti in appositi album, mettendo in cornice disegni e medaglie, tutto quanto aveva segnato, in un momento cruciale della storia della Francia e dell’Europa, la nostra vita al servizio di donne straordinarie.

               Le ante dell’armadio cigolano al momento in cui le apro, quasi si lamentano per l’improvviso risveglio, dall’interno si propaga un odore insolito, un misto di lavanda, di cuoio, di polvere. 





Paolina Borghese

Antonio Canova, Paolina Borghese come Venere vincitrice. Galleria Borghese


Palazzo Borghese, Firenze, dove Paolina trscorse gli ultimi mesi


Villa Fabbricotti, già villa Strozzi, sulla collina di Montughi, dove Paolina morì.


Firenze vista dalla collina di Montughi (Zocchi)

                                                          

                                                            Carolina Murat con i figli



 Hotel Excelsior, già Palazzo Bonaparte, visto dall'Istituo Francese, piazza Ognissanti



                                           
                                               La pescaia di Santa Rosa, presso Piazza Ognissanti



                                        Chies di Ognissanti, Cappella Murat, tomba di Carolina


                                                                      Elisa Baciocchi

                                               Palazzo Pitti, dove Elisa fu Granduchessa di Toscana


Giardino di Boboli. Anfiteatro



lunedì 20 maggio 2024

Omaggio a Carlo Monni: giugno 2011, Canottieri Firenze: presentazione "L' invasione degli storni", Gazebo Edizioni, di R. Mosi - Prefazione Giuseppe Panella


Società Canottieri Firenze – 21 giugno. “Racconti in volo sull’Arno”

Dalla Raccolta di poesie  di R. Mosi “L’invasione degli storni”.

Scaletta del Recital e parti  affidate a Carlo Monni

A) Presentazione del Recital (da parte di Carolina) partendo dalle parole di Italo Calvino da “Palomar” , “L’invasione degli storni”.  Piero Mencarelli, flauto, suona “Habanera” di Ravel. Inizia dalla Raccolta di poesie, la Lettura della Trilogia, di richiamo dantesco: La Valle dell’Inferno. Si può immaginare che l’azione è ambientata nella Valle dell’Inferno presso Moscheta (Firenzuola).Inizio.

B)  Prima parte affidata a Carlo Monni:   Trilogia:    I - Valle dell’Inferno

La cornacchia conta gli arrivi

li moltiplica per i numeri primi.

Ad ogni arrivo batte le ali

scrive il nome sulla lavagna.

Gracida contenta, mostra

le gore d’acqua putrida

abitate dal gracidio delle rane.

L’occhio del campanile

di Casetta di Tiara si affaccia

sopra i miasmi della valle.

La macchina cattura immagini

a misura dell’occhio digitale.

Il treno attraversa la galleria

nel pulsare delle vene d’acqua,

tremano le radici del bosco.

Il cervo scappa spaventato

sul fianco la ferita di uno sparo.

 

Il Gigante si scuote dal sonno

si alza vacillando in piedi

le mani alla fronte.

Un lampo illumina la Cupola

il boato squarcia la notte.

Il Palazzo è avvolto dal fumo,

giungono nubi di voci:

“La bomba!”, “Gli Uffizi!”

Il gigante maledice,

gli occhi caverne di fuoco.

La bocca schiuma di bava.

Trema la terra del prato,

si apre il labirinto, cado

come corpo morto cade.

[segue la lettura di 2 strofe da parte di Giulia, Roberto e Renato, per riprendere da parte di Monni]

 


La Ragione sposò il Progresso

si unì alla Giustizia Sociale

bambini rossi sono nati

sono cresciuti bambini rossi

dispersi dalle piene del fiume.

E’ strana la sera di Mosca

suona il carillon della Piazza,

“Mezzanotte a Mosca”, brilla

la stella rossa sul Cremlino,

vibrano bandiere rosse, rosse

al vento sulle mura, sventolano

all’aeroporto di Mosca.

S’illumina la stella rossa sopra

la Casa del Popolo all’Impruneta,

resiste al maglio della Storia.

 

Al capezzale della Storia

si spengono serate d’inverno

i vetri, una piaga rossa languente,

brillano ai raggi del tramonto.

Il profilo aguzzo s’illumina

traspare il cielo degli occhi

specchio di altre stagioni

dolciastro infuso di malinconia.

La corrente ha portato via la salma

ha disciolto il sapore della Storia

nel labirinto dei Nonluoghi.

 



C) Si conclude la Valle dell’Inferno, con lettura di 4 strofe da parte di Giulia, Roberto e Renato. Segue pezzo al flauto”Perorazione di Orfeo”  di Gluck. Si passa alla “Via del Purgatorio” della Trilogia (mondo della sofferenza, immaginato in un ospedale). Dopo la lettura della prima strofa, Monni riprende con la strofa:

Il ragno si affaccia dal soffitto,

di notte tesse la tela.

Scende veloce per il filo,

osserva i pazienti distesi,

gli aghi infilati nelle vene.

Mi guarda con simpatia.

Risale svelto, scompare

oltre il tubo del riscaldamento.

L’aspetto, l’Attesa è lunga.

Penso ai tesori del ripostiglio

resti di mosche, di moscerini.

“Cosa si ricorderà di me,

del mio passaggio nella stanza?”

 


D) Conclusa Via del Purgatorio, si passa a “Nuovo Cinema Paradiso” sempre della Trilogia, si può immaginare ambientato in un cinema all’aperto – tipo il cinema del Dopolavoro Ferrovieri di via Paiesello – pieno dei “sogni” dei film. Dopo le prime 4 strofe, Monni legge (Gabriella, citata nella seconda strofa, rappresenta la “Beatrice” della Trilogia):

 

 

Le vie della città nel sole.

Evapora ogni angolo d’ombra

i ventilatori ronzano

intorno ad opachi pensieri.

Ragazzi disegnano spirali

sulle pareti del sottopasso,

lo sguardo di Marylin

il corpo di Jane Russel.

Un sassofono incanta

il cappello di monete.

E’ la tregua della sera, chitarre

si accordano con brezze leggere.

Apre Nuovo Cinema Paradiso,

ombre innamorate

vagano per l’acquario della città.

“Suona la mia canzone,

Sam. Come a quel tempo.”

Implora dallo schermo

lo sguardo innamorato

di Ingrid, vago il suo sorriso.

“Canta: As time goes by.”

Ripeto le sue parole,

seguo Gabriella nel film.

Sono alle spalle di Bogart

sulla pista dell’aeroporto,

sento le parole dell’addio.

La mia mano non stringe

Gabriella, la poltrona è vuota.

 


 

E) Finito con un’ultima strofa “Nuovo Cinema Paradiso”, il pezzo al flauto “Interlude” di Debussy; poi Carolina legge un breve estratto da”Storie della citta, dai non luoghi”.

Si passa alla parte finale: “Racconti del mito”, con cinque poesie finali. Monni interviene dopo le prime due poesie, con la poesia “Orfeo”, dedicata a Firenze:

 


 

Orfeo

 

Cerbero il gigante dalle teste

rotanti ha trafitto Firenze.

Nove chilometri di galleria.

La folla attende il treno in arrivo.

“Orfeo è alla guida del treno,

Euridice è vestita di bianco”.

Sospira una voce innamorata.

 

Nella città divisa dall’odio

la vita si è accesa.

Orfeo ha convinto tutti

a scendere all’inferno,

a gettare i simboli dell’odio

nelle voragini profonde

oltre il suono dell’eco.

 

“Il canto ci ha conquistati,

siamo scesi in fila indiana

seguendo il suono della voce”.

Paraventi per tramare nell’ombra,

ceste di retorica, simboli

della Chiesa trionfante,

insegne della massoneria.

 

Euridice è alla guida di Cerbero

la tuta bianca, l’elmetto sopra

i capelli biondi. Orfeo

s’innamorò al primo sguardo.

Implorò Ade di lasciarla salire.

“Uscirà alla fine dello scavo

quando passerà il primo treno”.

 

 

Orfeo ha distrutto, Orfeo

ha creato, il suo canto

ha scolpito Firenze.

Il centro è diventato periferia,

la periferia centro. In ogni

quartiere incontri

con i popoli del mondo.

 

Un boato scuote la terra,

un vortice acre di fumo.

Sul silenzio di gelo

le parole di Orfeo alla radio:

“I binari hanno ceduto.

Scendiamo sotto terra

per gettare altre scorie”.

 

Euridice è già al lavoro

i motori di Cerbero accesi.



LInk E-book: R. Mosi, L'invasione degli storni


domenica 19 maggio 2024

Franca Alaimo interviene per: "L 'invasione degli storni", R. Mosi, Gazebo Edizioni, Prefazione di Giuseppe Panella -

Link testo e-book LaRecherche

Franca Alaimo - 06/03/2014 22:01:00 

Lo scempio della Bellezza sembra diventato da qualche tempo il tema di molte opere d’arte. Impossibile non citare il film di Sorrentino, La grande bellezza, vincitore in questi giorni del premio Oscar, e non ricordare chè e stato il filo conduttore perfino di uno spettacolo come il Festival di Sanremo. Anche la silloge di Mosi si fa carico di tanto insulto ( a partire dallo scempio di una delle più belle biblioteche fiorentine per continuare con quello dell’ambiente naturale e del paesaggio urbano) per farne la metafora di un decadimento dell’io interiore, o, meglio, vista la struttura della silloge, dell’inferno dell’uomo contemporaneo che con la bellezza ha perduto se stesso. Per recuperare la bellezza ( ma la storia dell’esilio dall’Eden imbeve di sè la Poesisa in genere, anche se spesso sottintesa) è necessario un viaggio di ritorno grazie alla guida di una donna, che ha lo stesso nome dell’angelo nunziante il Salvatore, e quello - come precisa l’autore stesso - di una sorellina vissuta solo un giorno. La figura femminile si carica, allora, come per gli stilnovisti e Dante stesso, di un ruolo di intermediatrice fra terra e cielo.
Mosi, in questa come nelle precedenti sillogi, sceglie sempre di collocare i suoi testi in percorsi dinamici e poco a poco disvelanti della natura della sua meta. E questa volta lo fa con un apparato simbolico imponente e con la sua abituale intelligenza ed attenzione verso gli eventi della Storia dell’uomo parallelamente a quella personale, attraversata e mutata da una lunga malattia fisica.
Tornare a Dante, alla sua idea di viaggio catartico ( che Mosi compie attraverso il Regno del male e poi attraverso, come si diceva, quello della malattia per approdare al paradiso dell’arte cioè alla Bellezza d matrice divina), non solo è il segnale della sua fiorentinità, ma testimonia anche l’intramontabile valore della tradizione, che sempre si rinnova adattandosi ai tempi ed agli scopi.
Così dimostra anche il felice connubio tra i testi di Mosi e le immagini di Guerrini dialoganti fra loro, spesso delle vere e proprie scenografie in cui fatti e persone si muovono.
Il prodotto finale è di notevole qualità etica ed estetica, frutto com’è di un lavoro davvero fine d’interpretazione dei testi da parte del Guerrini. In particolare mi sembra un’esperienza tutta nuova coniugare la poesia con l’arte del fumetto e mi sembra un ascommessa bellissima e feconda.
Viene proprio voglia di averlo questolibro. Come si fa? 


giovedì 16 maggio 2024

"Percorsi francesi a Firenze" e "Monte Senario e la la poesia di Luzi" - "Le principesse" sorelle di Napoleone, Pontecorboli

Roberto Mosi – Contributo per Incontro Camerata giovedì 16 maggio

“Rassegna di eventi”

Rubrica a cura di Roberto Mosi

Percorsi francesi a Firenze al tempo di Napoleone

La Francia è oggi di attualità, per l’anno delle Olimpiadi a Parigi, per la partenza del Giro di Francia dalla nostra città, ed altro. Proponiamo di seguire percorsi “francesi” dall’alto, dalla terrazza del palazzo Bonaparte in piazza Ognissanti, che oggi ospita l’Hotel Excelsior. Il palazzo fu la dimora negli anni ’30 dell’Ottocento, di Carolina Murat, la sorella minore di Napoleone: affacciandosi dalla terrazza, vediamo nella piazza il palazzo che ospita L’Istituto Francese, il più antico istituto culturale nel mondo, e l’antica chiesa di Ognissanti dove Carolina è sepolta in una cappella, prossima a quella di Sandro Botticelli, restaurata di recente per rendere onore a lei che dal 1808 fu regina del Regno di Napoli, impegnata nel mondo della Cultura: Napoli, grazie a lei, è fra le prime città a rappresentare “Le nozze di Figaro” di Mozart. Dalla stessa terrazza, guardando verso l’Oltrarno, scorgiamo la grande mole di Palazzo Pitti, dove regnò dal 1809 la granduchessa d’Etruria Elisa Baciocchi, la sorella maggiore. È nota la sua passione per il teatro, anche come interprete di opere classiche: la possiamo immaginare mentre in abiti antichi interpreta nell’anfiteatro di Boboli, la “Fedra” di Racine: Je le vis, je rougit, je palis a sa vue/ Un trouble s’éleva dans mon ame éperdue/. Volgiamo lo sguardo verso Monte Morello, nella parte in basso si innalza la collina di Montughi e la Villa Fabbricotti, dove morì fra atroci sofferenze nel 1825, a soli 44 anni, Paolina Borghese, la sorella più famosa, consegnata al mondo dei miti dalla scultura di Antonio Canova come Venere vincitrice. Ricordiamo di lei la sua passione per la poesia del Petrarca, condivisa con il suo primo amante, Freron, famoso a Marsiglia e a Tolone come instancabile tagliatore di teste nel periodo più aspro della Rivoluzione francese. La nostra ricerca di percorsi francesi non può che terminare osservando dalla terrazza, al di là dell’Arno, la massiccia mole della Porta di San Frediano, da dove entrò (nella sua unica visita a Firenze) il 30 giugno del 1796 il giovane generale Napoleone Bonaparte, accompagnato da un drappello di guardie, comandante delle forze francesi in Italia, destinato ad un futuro di gloria. È immediato rivolgere il pensiero a Beethoven: 3°. Sinfonia (»Eroica «).

 

Sentieri poetici

Leggere a Monte Senario la poesia di Luzi “Vanno ai monti i monti”

Siamo saliti a Monte Senario per leggere ad alta voce davanti al panorama che si apre da questa vetta, la poesia di Mario Luzi “Vanno ai monti i monti” (da "Sotto specie umana", 1999): Vanno ai monti i monti/ da soli o con le nubi/ sulla cresta o ai fianchi, / si uniscono, si salgono sulla groppa, / si celano l’un l’altro, / si confondono/ terra in cielo/ …/. Poco prima della vetta abbiamo percorso il sentiero di Andrea. Nei boschi del Convento di Monte Senario (Vaglia) fu inaugurato un percorso didattico – naturalistico dedicato ad Andrea Zampiero scomparso prematuramente a 39 anni in un incidente stradale nell’estate del 2012. Andrea era un operaio forestale in forza al Servizio Foreste della Provincia, è proprio in questi boschi, che amava molto, aveva cominciato a lavorare ad appena 18 anni. Il tracciato, della lunghezza di 1.250 metri e un dislivello di 40 metri, parte dal Piazzale della Croce e attraversa le aree boscate e i prati nei dintorni del Convento e grazie a 10 tappe debitamente segnalate fa conoscere all’escursionista importanti aspetti storico – naturalistici di questi suggestivi luoghi. Lungo il percorso poi sono state installate alcune panchine e delle tabelle attraverso le quali poter riconoscere 20 specie vegetali tra arbusti e alberi.





 

giovedì 9 maggio 2024

Roberto Mosi, "Itinera", Masso delle Fate /E-book collana LaRecherche - Recensione di Giorgina Busca Gernetti

 


E-book LaRecherche "Itinera", LINK



ROBERTO MOSI, ITINERA 

La Recherche.it, Roma 2010 pp. 89. E-book n. 48 (pdf) 

Recensione a cura di Giorgina Busca Gernetti 


"Il libro Itinera del poeta fiorentino Roberto Mosi già nel titolo in latino, non certo per sfoggio culturale ma per suggerire qualcosa di più di un semplice viaggio concreto, lascia intendere che si sta per compiere insieme con l’autore un itinerario esistenziale metaforicamente espresso con parole e immagini, con poesie dal linguaggio simbolico, limpido e lineare, reso ancor più cadenzato dalle frequentissime anafore, e splendide fotografie a colori in parte scattate da Mosi stesso, in parte maggiore da Andrea Mugnaini. 



I versi, però, non si pongono come didascalia delle immagini fiorentine, italiane o esotiche, né le fotografie come illustrazione delle poesie: sarebbe un grave errore nell’impostazione della lettura valutare in questi termini il rapporto tra i due linguaggi, quello verbale e quello iconico, quello della parola e quello dell’immagine fotografica. 
Talora non c’è un nesso evidente, se non il tema del viaggio, tra le persone e i luoghi rappresentati o evocati con i due diversi strumenti espressivi, perché il poeta narra il suo “peregrinare” cambiando linguaggio tra le varie pagine, così come l’organista cambia talora registro fra un tempo e l’altro della composizione che sta interpretando. Ciò che conta è la coerenza della struttura ideata dal poeta o dal musicista per esprimere il suo progetto artistico, utilizzando gli strumenti più consoni a produrre effetti icastici. Insito in quest’itinerario simbolico, oppure parallelo a esso, è il viaggio reale che Roberto Mosi ha compiuto in varie epoche della sua vita in svariati luoghi della Terra, traendone emozioni profonde e riportando alla luce, grazie alla vista di quei luoghi affascinanti o al ricordo di quelli legati per consuetudine alla sua vita reale, i sentimenti più nobili del suo animo, talora la sua sottile ironia, molto spesso una dolente malinconia e un presagio d’angoscia. 


La fine di ogni viaggio segna l’inizio di un nuovo viaggio, di un’esperienza esistenziale nuova, come si evince dagli ultimi versi della poesia Aqaba: “Ad Aqaba inizia il viaggio / nelle angosce del nostro tempo.”; oppure dagli ultimi di Capo Nord: “Una fredda paura m’invade / a Capo Nord / davanti al mare sconosciuto / un nuovo viaggio comincia / nel mondo dell’angoscia.”. È proprio la fine del viaggio in un luogo che ha appagato l’animo, unita al pensiero del ritorno alla mediocre vita concreta, ciò che suscita quel senso d’angoscia che amareggia e quasi impaurisce il viaggiatore. 
Tutto ha avuto inizio in una corte chiusa da un cancello di ferro in un quartiere dell’amata Firenze, sia nella vita reale, sia nell’itinerario poetico-esistenziale di Roberto Mosi, poiché proprio “nell’infanzia è già accaduto tutto”, come affermava Cesare Pavese nella sua celebre definizione del mito dell’infanzia, cui si deve tornare per comprendere il presente. Perciò nell’explicit della prima poesia, La corte, Roberto scrive: “Con la scatola dei sogni in mano / ho superato il cancello di ferro.”, come volesse dire che dal luogo della nascita e degli anni infantili, in cui ha sognato e fantasticato tra i suoi libri d’avventure e i tesori serbati in una scatola, in breve dall’infanzia, è uscito per andare verso la vita, che è appunto un continuo viaggiare con un “bagaglio” di sogni.



 Il libro è strutturato in sei sezioni: La partenza, Terre di Toscana, Mare, Terre del Sud, Deserti, Nord. Esse pare descrivano un periplo che inizia nell’omfhalόs, nell’ombelico del mondo che per lui è l’amata natia Firenze, la “città cupola” secondo l’icastica definizione metaforica ideata dal poeta per tradurre in icona la sua e altre città dalla forma o particolarità singolare (la “città piazza”, la “città nave”, la “città luna”, la “città dispensa”). 


Il periplo passa poi per vari splendidi paesaggi campestri o città e cittadine della Toscana ricche d’arte e di vestigia storiche; prosegue verso il mare dalla Versilia, solare ambiente di tanti soggiorni estivi, e vaga per il Mediterraneo e per l’Egeo, tra le mitiche isole ove “abitano ancora gli eroi di Omero”; raggiunge i luoghi più belli dell’Italia meridionale, nella terraferma o presso il mare cristallino; discende nell’Africa settentrionale, centrale e nel vicino Medio Oriente dove il poeta subisce il fascino dei deserti di fine sabbia dai vari colori, di cui ha conservato qualche ricordo in cinque coppe di cristallo (la poesia Coppe di sabbia apre appunto la sezione dedicata ai deserti). Giunge infine al “mite calore del mare” solcato dai Vichinghi, da Erik il Rosso invece che da Ulisse, e arriva al gelido vento che sferza Capo Nord dove “ogni viaggio finisce” ai confini del mondo (Capo Nord). “Una magia solleva le nubi / per un momento infinito / il mare vasto di onde senza / alcun riparo di terre, brilla / a Capo Nord.”. 



Dinanzi a questo mirabile spettacolo naturale il poeta sente che è vicino il momento del ritorno dal viaggio iniziatico e, come si è scritto sopra, prova un senso di timore e una profonda angoscia, quella stessa che aveva provata ad Aqaba alla fine di quel viaggio tra i deserti. Il periplo si conclude nel porto di Copenagen, nella cui acqua si riflette lo sfavillio di luci del Teatro dell’Opera (“A Copenagen il filo / si spezza // è l’addio / ai paesi del nord (…). / All’aurora boreale / lego i miei pensieri.”). Molti luoghi senza dubbio compaiono in questo viaggio, ma anche persone della sua famiglia ormai fissate nei ricordi; personaggi celebri delle varie arti immaginati nei luoghi in cui hanno vissuto o soggiornato; vittime strazianti dell’eccidio nazista a Sant’Anna di Stazzema; viaggiatori “pendolari” su un treno affollato; persone ciarliere nelle piazze cittadine; persone singolari incontrate in vari luoghi del Sud; uomini simbolo di una civiltà millenaria come il Tuareg velato dalla tagelmust blu, raffigurato in una bella fotografia scattata a Timbouctou nel Mali. 



Queste presenze dimostrano una volta ancora la natura metaforica del viaggio di Roberto Mosi, compiuto “a divenir del mondo esperto”, “per seguir virtute e canoscenza”. Un viaggio iniziatico, dunque, per conoscere e conoscersi sempre più profondamente. Non è finito, però, tale peregrinare, poiché ad ogni espressione di fine si accompagna la dichiarazione di un nuovo inizio, quasi fosse un “moto perpetuo” che ricomincia daccapo, percorre varie tappe e giunge alla fine per ricominciare dall’inizio, come dimostrano i versi già citati prima: “Ad Aqaba finisce il viaggio”, “Ad Aqaba inizia il viaggio / nelle angosce del nostro tempo.”; “(…) ogni viaggio finisce / a Capo Nord”, “(…) a Capo Nord / (…) / un nuovo viaggio comincia / nel mondo dell’angoscia.” 
Rafforza questo concetto la figura retorica dell’anafora così diffusa nel corpo dei testi poetici. La ripetizione di una frase intera all’inizio di ogni strofa (la più frequente), di un verbo, di un numero dà l’impressione di un continuum che vuole suggerire qualcosa di più del puro significato letterale o dell’effetto formale. 
Chi ha presente il celebre “scherzo” di Johann Strauss Perpetuum Mobile (Moto Perpetuo), oppure quello di Mendelssohn o di Paganini, comprende perfettamente la continuità perenne del viaggio di Roberto Mosi e forse riesce a decifrarne la simbologia. 

Recensione a cura di Giorgina Busca Gernetti