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venerdì 4 dicembre 2020

Dante e il "Canto degli aretini" - Bondelmonte all'origine degli odi e delle violenze - Literary 7 dicembre

 



Dante e la sciagurata scelta di Buondelmonte


Le prescrizioni in tempo di pandemia per la zona rossa ci hanno costretto anche domenica 29 novembre, ad un incontro virtuale, in video conferenza, riguardo al percorso dedicato ai versi di Dante, scolpiti sulle lapidi presenti in alcune strade di Firenze. Speriamo in tempi prossimi, di vivere insieme, all’aria aperta queste esperienze, in parte a piedi e in parte in bicicletta. Raffaello, il nostro nocchiero, ci ha detto che la tappa progettata per questa domenica, con la partenza da piazza Piave, alla Torre della Zecca Vecchia, e la sosta davanti a sette targhe dantesche, è di sei chilometri e meriterà, al momento effettivo della realizzazione, fare affidamento sulla nostra flotta di mezzi a due ruote.



Ho visto dallo schermo che tutti gli amici del gruppo erano in forma, contenti di partecipare alla nuova avventura, impressionati ancora dal racconto fatto alla fine della precedente passeggiata, della tragica fuga di Corso Donati per le torri e per i tetti delle case del Sestiere di San Pier Maggiore. 


Si sono uniti a noi Hannah e Paul, due amici svedesi, che vivono nella zona di Gavinana e dalle loro proposte è nata l’idea di estendere il nostro percorso, passando per il ponte Ponte San Niccolò e per via di Ripoli, ad un luogo particolare della memoria, “il Canto degli Aretini”.


Hannah ci ha ricordato da persona curiosa delle vicende della città: “In via di Ripoli all’angolo con via Benedetto Accolti si trova il Canto degli Aretini, un piccolo spazio verde recintato da una ringhiera con una colonna posta al centro. Il nome fa riferimento alla sanguinosa battaglia di Campaldino del 1289 tra Guelfi, prevalentemente fiorentini, e Ghibellini, fazione dove erano schierati gli abitanti di Arezzo, i quali subirono una rovinosa sconfitta. I Guelfi vittoriosi trascinarono in catene migliaia di prigionieri a Firenze e chiesero il riscatto alle famiglie; chi non venne liberato morì in breve tempo nelle prigioni cittadine, per poi essere sepolto a lato di via Ripoli. Sembra che i capitani fiorentini acconsentirono alla sepoltura in quel punto a patto che gli aretini sconfitti continuassero a prendersi cura di quel lembo di terra, che da allora fa parte del comune di Arezzo. La colonna venne posta nel 1921 per volontà del comune di Arezzo e sul piedistallo furono incise le parole: “Sulla via lungo la quale l’oste/ Guelfa fiorentina moveva le insegne/ per andare in terra di nemici questo/ cosiddetto “cantone di Arezzo” che/ è del comune Ghibellino proprietà/ d’ignota secolare origine riceveva/ dal verso immortale del poeta combattente/ in Campaldino memoria degli infausti/ odii da città a città oggi/ nell’italiana concorde potenza/ aboliti per sempre.” Il poeta combattente rammentato nello scritto altri non è che Dante Alighieri, che prese parte alla battaglia di Campaldino, in prima fila, tra i feditori a cavallo. “


“Io vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra”

Inf. XXII, 1-6




È prevista successivamente la tappa nel rione di San Niccolò, ai piedi della scalinata che conduce alla Chiesa di San Miniato. Il percorso è di notevole fascino paesaggistico e si svolge per la pista ciclabile che costeggia l’Arno, in riva sinistra. Odraccir e Paul, ingegnere, amante della natura, a questo punto sono intervenuti, in uno stretto confronto, sull’importanza del fiume – un fiumicel che nasce in Falterona - per la città di Firenze, nelle varie epoche, specie per i tempi in cui visse Dante: “Gli abitanti delle colline erano scesi a popolare la città richiamati anche dai vantaggi del fiume – ha detto Paul - dove sorsero via via i mulini ad acqua per macinare il sale, segare il legno, spremere le olive e follare i panni. Il fiume dava energia ai conciatori (da qui gli attuali nomi di via delle Conce e di via dei Conciatori), ai pellicciai (le pelli giungevano via mare dal Mar Nero). Lavoravano sul fiume i cordai, i renaioli. Furono costruite le prime pescaie che frenavano la corrente, conservando acqua per i lavori sul fiume.” Odraccir ha ripreso: “Importante la navigazione sull’Arno, fino a Pisa e al mare. Alla fine del XII secolo fu costituita la Corporazione dei Navaioli d’Arno.” 



Siamo così arrivati al rione di San Niccolò e in via San Salvatore al Monte, abbiamo incontrato la lapide, ai piedi della scalinata che oggi porta al viale dei Colli e poi alla Chiesa di San Miniato:


… per salire al monte

Dove siede la chiesa che soggioga

La ben guidata sopra Rubaconte

Si rompe del montar l’ardita foga

Per le scalee che si fero ad etade

Ch’era sicuro il quaderno e la doga;

Purg. XII, 100-105


Questi versi ricordano che, sopra il Ponte alle Grazie (già Ponte Rubaconte), il sentiero sale con grande pendenza (ardita foga) verso la collina dove è posta la Chiesa di San Miniato e che la salita è facilitata dalle scale costruite in tempi in cui non si falsificavano i registri e le misure (come invece accadeva ai tempi di Dante). “La Chiesa di San Miniato, oggi Basilica, è il vertice dello stile romanico fiorentino assieme al Battistero di San Giovanni - ci ha ricordato Ariam Aizitel – e sul mons florentinus le prime comunità cristiane scavarono le loro catacombe. Fu costruita nell’anno 1018 come basilica benedettina nel luogo dove era un’antica cappella dedicata a Miniato, primo martire cristiano.” Su consiglio di Elisa, abbiamo previsto di entrare nel vicino parco comunale “Giardino delle Rose” e di salire in alto dove vi sono le statue di Folon e si apre un’ampia, splendida vista su Firenze. Ha mostrato da un libro della sua biblioteca, l’immagine del primo panorama di Firenze ripreso da un dipinto ai piedi della “Madonna della Misericordia” (1342) nel Museo del Bigallo. “Le case sono strette le une alle altre, si estendono in altezza, molte con la forma della casa-torre. Al centro vi è il Battistero, la Badia con il campanile poligonale. Gli edifici più conosciuti sono in costruzione, come il Duomo, il campanile di Giotto, la chiesa di Santa Croce. La città era tutto un cantiere, il cantiere più grande della sua storia! In questo contesto urbano, civile deve essere considerata la figura di Dante.”



Da San Niccolò è immediato recuperare il percorso che costeggia l’Arno in riva sinistra e incontrare il Ponte alle Grazie, il “ponte di Rubaconte”, dal nome del podestà che lo fece costruire nel 1237.

La tappa successiva al Ponte Vecchio, il più antico della città, l’unico di epoca medievale sopravvissuto alle distruzioni dell’ultima guerra. Il ponte ospitava case e botteghe affittate a beccai (macellai) e verdurai dall’Arte della Lana, che ne deteneva l’amministrazione. Ai piedi del ponte, in riva destra, all’angolo con Piazza del Pesce, la lapide:


… conveniesi a quella pietra scema

che guarda il ponte, che Fiorenza fesse

vittima nella sua pace postrema.

Par. XVI, 145-147


Renato ci ha detto che era felice a questo punto perché incontra finalmente il personaggio di Cacciaguida e i canti nei quali l’avo di Dante è protagonista, dei quali ha fatto più volte letture pubbliche in occasione di lecturae Dantis. L’amica Ariam Aizitel ha illustrato i versi della targa: “Cacciaguida spiega l’origine delle discordie e delle fazioni in Firenze. Il giovane cavaliere Buondelmonte della nobile famiglia dei Buondelmonti, per porre fine a una controversia, si impegna a sposare una giovane della famiglia degli Amidei. Il giorno convenuto per le nozze però non si fa trovare: è stato convinto da Aldrada de’ Donati a chiedere in sposa la figlia. L’offesa fu enorme: nel giorno di Pasqua del 1216 Buondelmonte, mentre si reca con la sposa in piazza del Duomo, fu ucciso dai congiurati delle famiglie degli Amidei, degli Uberti e dei Lamberti. La vendetta personale si allarga a contesa civile, alla formazione delle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini.”



Hannah e Paul, attori dilettanti in gioventù, hanno improvvisato una scenetta, ispirandosi a quanto riferisce Dino Compagni nella sua “Cronica”.

“Chi hai tu tolta per moglie” – chiede Hannah, nelle vesti di Aldrada, dal balcone del suo palazzo, a Buondelmonte in basso, a cavallo, nella via; e mostrando la bellissima figlia – Io ti serbavo questa!” 


“Non posso altro ormai”, risponde Paul, nei panni di Buondelmonte. “Sì, puoi, che la pena pagherò io per te.” “E io la voglio”, risponde Paul/Buondelmonte. “E tolsela per moglie, lasciando quella che avea tolta e giurato, ci dice Dino Compagni.” Decisione che fu l’antefatto di una vera e propria tragedia con effetti dolorosi nei decenni successivi.

Il nostro percorso è proseguito alla ricerca ancora delle testimonianze legate alla figura di Buondelmonte. Dal Lungarno Acciaiuoli siamo entrati per un piccolissimo vicolo, nella suggestiva piazza del Limbo: “La piazza prima dell'anno Mille – ha detto Odraccir - era ancora situata al di fuori della cerchia romana delle mura cittadine, che passavano a pochissima distanza e solo con le nuove fortificazioni di epoca carolingia (X secolo) fu inclusa come tutto il triangolo di terra fino all'Arno. Il toponimo prende il suo nome dal cimitero degli infanti morti prima di aver ricevuto il battesimo, per questo destinati a popolare con le loro anime il Limbo nel mondo ultraterreno. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santi Apostoli, una delle chiese fiorentine che maggiormente ha mantenuto un aspetto altomedievale al suo interno.” Nel vicino Borgo Sant’Apostoli, sulla Torre dei Baldovinetti, la targa:


Già eran Gualterotti e Importuni;

e ancor saria Borgo più quieto,

se di nuovi vicin fosser digiuni.

Par. XVI, 133-135


Il borgo sarebbe rimasto, dunque, un luogo tranquillo se non fossero arrivate famiglie che hanno portato discordia e scontri feroci.

Nelle vicinanze, sempre in Borgo Sant’Apostoli, una lapide piena di significato:


O Buondelmonte, quanto mal fuggisti Dio

le nozze sue per altrui conforti!

Molti sarebber lieti, che son tristi,

se Dio t’avesse conceduto ad Ema

la prima volta ch’a città venisti.

Par. XVI, 140-144


“Meglio per tutti sarebbe stato – così Hannah ha illustrato questo passaggio del Canto - se Buondelmonte fosse morto, affogato nel fiume Ema, invece di venire a risiedere a Firenze, dove era destino che avrebbe dovuto essere causa di tutte le discordie.”

Da questa strada si arriva in via Por Santa Maria dove si leggono questi versi incisi nella lapide sui resti della torre della famiglia degli Amidei.


La casa di che nacque il vostro fleto,

per lo giusto disdegno che v’ha morti,

e posto fine al vostro viver lieto,

era onorata essa e’ suoi consorti

Par. XVI, 136-139


Fleto è il” pianto”, il dolore dei Fiorentini per gli odi, le discordie e le violenze conseguenti all’offesa (giusto disdegno) compiuta da Buondelmonti nei confronti degli Amidei. 


Ci è parso infine naturale l’invito di Elisa, al termine del nostro progetto di escursione, di attraversare Piazza della Signoria, entrare in Palazzo vecchio, nel primo cortile e leggere insieme i bellissimi versi dell’avo di Dante, scolpiti nella lapide sotto il porticato a destra, che chiudono il Canto XVII del Paradiso: “Evocano – ha detto Elisa – un’immagine della antica Firenze pacifica e gloriosa, che richiama subito per contrasto l’attuale condizione della città.”


Vid’io Fiorenza in sì fatto riposo,

che non avea cagione onde piangesse;

con queste genti vid’io glorioso

e giusto il popol suo, tanto che il giglio

non era ad asta mai posto a ritroso,

né per division fatto vermiglio.

Par. XVI, 149-154


“Riguardo agli ultimi versi – ha commentato Paul, esperto di armi – alla fine della battaglia, in segno di irrisione, i vincitori trascinavano sul campo l’asta con l’insegna dei vinti rovesciandola; ciò non era mai successo al giglio, insegna di Firenze. L’insegna originale di Firenze, ai tempi di Cacciaguida era costituita da un giglio bianco in campo rosso. I colori si invertirono successivamente, in conseguenza delle lotte intestine fra guelfi e ghibellini.” 


Prima di salutarci dal video, guidati da Renato abbiamo letto ad alta voce questi versi e ci è sembrato che il suono invadesse il cortile di Palazzo Vecchio e si alzasse in alto fino alla Torre di Arnolfo e a sfiorare la gloriosa insegna del Marzocco.




Premio Sarzana 




giovedì 19 novembre 2020

La Firenze di Dante e le lapidi per la Divina Commedia - L'incredibile "volo" del poeta - Collegamento"Literary"

 


Per il secondo appuntamento di domenica 15 novembre legato al progetto “I versi di Dante scolpiti nel marmo, per le strade di Firenze”, una brutta sorpresa: Firenze e la Toscana sono stati dichiarati “zona rossa” e  sono fissate regole che ci costringono a rimanere a casa. In un primo momento, un profondo sgomento ha preso tutto il gruppo, impegnato a ripercorrere i luoghi segnati dalle lapidi con i versi della Commedia, luoghi ricchi di memorie e di significati. C’è stata però una reazione, è subito piaciuta la proposta di Elisa, che lavora in una celebre biblioteca, di usare internet per collegarci all’inizio della mattina, per riprendere – in maniera virtuale – il cammino già fatto la domenica precedente, dalla “Casa di Dante” e dal Bel San Giovanni, fino alla Loggia dei Lanzi, in piazza della Signoria. 



Così abbiamo fatto, con le faccine degli amici e delle amiche spuntate una ad una sul video, alcuni arzilli, altri ancora spenti, assonnati, in pigiama. Raffaello, solerte guida di un’associazione di camminatori, ci ha detto, a questo punto, che il percorso della seconda tappa era di circa tre chilometri, dalla Loggia dei Lanzi fino a Piazza della Repubblica,  dove sorgeva il foro romano, da qui si apre, con via del Corso, il Sestiere dove nacque e visse Dante. 


I nostri passi, o meglio la nostra fantasia, ci hanno portato per via Por Santa Maria, al Ponte Vecchio, a metà del quale troviamo nella Loggetta sotto il Corridoio Vasariano, i versi:

 

                                                    “… in sul passo d’Arno.”

                                                                        Inf. XIII, 146

 

Più volte, seguendo i percorsi legati alle vicende della Divina Commedia, torneremo sulle rive dell’Arno, fonte di vita ma anche causa di distruzione per la città, con le sue frequenti alluvioni. Questa volta ci limitiamo a ricordare l’episodio al quale fa riferimento il verso citato al termine del XIII Canto: Virgilio si rivolge ad un suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli rivela di essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte con san Giovanni Battista e per questo è vittima di continue guerre; solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione.  





La meta successiva, passando per il Lungarno degli Acciaiuoli, è stata via Tornabuoni, la strada che oggi è il salotto dell’eleganza fiorentina. Sul palazzo turrito che fu della famiglia dei Gianfigliazzi, vicino alla chiesa di Santa Trinita e non lontano dagli abiti e dalle borse di “Gucci”, la lapide:

 

         “… com’io riguardando fra lor vegno,

         In una borsa gialla vidi azzurro

         Che d’un leone aveva faccia e contegno.”

                                                         Inf. XVII, 58-60

 

Elisa, spiritosa, osserva che non è male la combinazione di colori e di forme suggerite da questi versi. “Potrebbe essere l’idea – dice, rivolgendo uno sguardo a Fabrizio -  per il regalo di Natale!”.  Vedo dalle immagini presenti sul video, che ognuno sfoglia la propria Commedia – delle edizioni più diverse e strane – per risalire a questa parte del libro. Siamo nel terzo girone del VII cerchio dell’Inferno e Dante incontra gli usurai e condanna un peccato assai diffuso nella Firenze dell’epoca – e in quella dei nostri giorni. Sono condannati a star seduti in terra su sabbia ardente, agitando continuamente le mani per difendersi dalla pioggia di fuoco che cade su di loro e con gli occhi fissi sopra una borsa vuota al collo, sulla quale è dipinto lo stemma della propria famiglia. E proprio dal loro stemma, un leone azzurro in campo giallo, Dante riconosce i Gianfigliazzi. La borsa è la compagna inseparabile dell’usuraio, dove ripone il libro dei debitori e le monete; e forse, per uno scherzo della sorte, proprio in questa strada oggi si vendono borse a prezzi … da usuraio.

 

Commentando il Canto XVII, grande è stata la nostra meraviglia nello scoprire la figura di Gerione, l’animale mostruoso che fa salire sul proprio dorso Dante e Virgilio, per portarli in volo nei cerchi sottostanti, nelle Malebolge: “Ecco la fiera con la coda aguzza …/ che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto il mondo appuzza! (XVII, 1-3). Vediamo, letteralmente, con immagini impressionanti, la “fiera” gettarsi in volo a spirale, in una folle discesa. Dante ha paura, è angosciato, si sente come assalito dalla febbre quartana, si stringe disperatamente a Virgilio che gli sta davanti, seduto, a cavalcioni, sull’incredibile prototipo di aeroplano (vv. 85-87). Renato ha detto che queste scene fanno venire in mente il volo fantastico di Astolfo a cavallo dell’ippogrifo, nei cieli della luna (Orlando Furioso, XXXIV, 70-87); i ragazzi, Claudio ed Anna, eccitati, ci hanno mostrato le figure del volo di Gerione, presenti sui loro libri.

 

A metà del percorso di questa domenica, Raffaello, da brava guida, ci ha invitato a raggiungere – sempre in maniera virtuale , naturalmente - da via Tornabuoni, per via Strozzi, la vicina piazza della Repubblica, dove era il foro della colonia fondata dai romani nel 59 a. c., con il canonico orientamento N-S ed E-O, del cardine (corrispondente alle attuali via Roma e via Calimala) e del decumano (sulla direttrice di via degli Strozzi, degli Speziali e del Corso). Si rileva quindi che l’orientamento delle strade nelle diverse epoche, è rimasto costante fino ai nostri giorni.




La direttrice che segue il decumano verso est, passa per via del Corso che era la spina dorsale del Sestiere della Porta di San Piero Maggiore, dove erano le case degli Alighieri e dove Dante nacque, trascorse l’infanzia e gli anni della gioventù, dove era la casa che abitò dopo il suo matrimonio con Gemma Donati. San Pier Maggiore era una delle sei circoscrizioni in cui, dal 1250, era divisa la città; cinque su sei, escluso il sesto d’Oltrarno, si dividevano la città come le fette di una torta, partendo dal centro più antico.






Abbiamo fatto una riflessione comune sull’importanza che avevano i sestieri nella vita di Firenze: qualunque nomina o elezione, che si trattasse dei feditori da schierare in prima linea alla battaglia di Campaldino o dei sei priori che subentravano ogni due mesi al governo della città, avveniva sulla base dei sesti, che quindi erano lo spazio naturale delle alleanze politiche e delle competizioni: i Cerchi e i Donati, futuri capi dei Bianchi e dei Neri, avevano le loro case e torri nel sesto di Porta San Piero, a poca distanza dagli Alighieri (si veda Alessandro Barbero, “Dante”, p. 67-70).

La nostra “fantastica” camminata è terminata, dunque, davanti a via del Corso nel sesto di Dante, nel grande mondo di memorie e di storie legate alla sua epoca, che porta per insegna sul gonfalone “due Chiavi vermiglie nel campo bianco”. Prima di salutarci Renato ha voluto ricordare che questa via ha preso il nome dalla corsa, il palio, che ogni anno, si correva per la Festa di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, partendo dal Ponte alle Mosse, fuori di Porta al Prato, passava dal centro e arrivava nel sestiere, alla Porta di San Pier Maggiore. È stata immediata l’idea di un prossimo appuntamento, quando sarà possibile, dopo la pandemia, alla Colonna dell’Abbondanza, posta nel luogo dove in piazza della Repubblica, s’incrociano cardine e decumano: presso questa Colonna, è sempre in movimento una coloratissima giostra, dagli alti, splendenti cavalli: l’idea quella di salire, giovani e anziani sui cavalli di cartapesta, in ricordo del Palio dei tempi di Dante.














Al momento non è rimasto che seguire, in grande allegria, la proposta di Renato di recitare insieme, sotto la sua guida, i versi della Divina commedia, dal Canto XVII, 79-136, sul volo di Dante e di Virgilio, “a cavallo” di Gerione:

 

Trova’ il duca mio ch’era salito 
già su la groppa del fiero animale, 
e disse a me: «Or sie forte e ardito.                               

Omai si scende per sì fatte scale: 
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, 
sì che la coda non possa far male».                             

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo 
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, 
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,                        

tal divenn’io a le parole porte; 
ma vergogna mi fé le sue minacce, 
che innanzi a buon segnor fa servo forte.                      

I’ m’assettai in su quelle spallacce; 
sì volli dir, ma la voce non venne 
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.                        

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne 
ad altro forse, tosto ch’i’ montai 
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;                      

e disse: «Gerion, moviti omai: 
le rote larghe e lo scender sia poco: 
pensa la nova soma che tu hai».                                   

Come la navicella esce di loco 
in dietro in dietro, sì quindi si tolse; 
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,                                 

là ’v’era ’l petto, la coda rivolse, 
e quella tesa, come anguilla, mosse, 
e con le branche l’aere a sé raccolse.                         

Maggior paura non credo che fosse 
quando Fetonte abbandonò li freni, 
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;                 

né quando Icaro misero le reni 
sentì spennar per la scaldata cera, 
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,                      

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era 
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta 
ogne veduta fuor che de la fera.                                    

Ella sen va notando lenta lenta: 
rota e discende, ma non me n’accorgo 
se non che al viso e di sotto mi venta.                         

Io sentia già da la man destra il gorgo 
far sotto noi un orribile scroscio, 
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.                 

Allor fu’ io più timido a lo stoscio, 
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; 
ond’io tremando tutto mi raccoscio.                             

E vidi poi, ché nol vedea davanti, 
lo scendere e ’l girar per li gran mali 
che s’appressavan da diversi canti.                             

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, 
che sanza veder logoro o uccello 
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,                             

discende lasso onde si move isnello, 
per cento rote, e da lunge si pone 
dal suo maestro, disdegnoso e fello;                          

così ne puose al fondo Gerione 
al piè al piè de la stagliata rocca 
e, discarcate le nostre persone, 

si dileguò come da corda cocca.           

 

  

 

 

 

lunedì 16 novembre 2020

"... Io fui nato e cresciuto/ sovra il bel fiume d'Arno alla gran villa". Όμορφη παρουσίαση του Δάντη με τους στίχους του σκαλισμένους σε μάρμαρο - Τα επίθετα «όμορφος» που αποδίδεται στον Άρνο και «μεγάλος» που αποδίδεται στη Φλωρεντία, προδίδουν, με την επιμονή τους, τη μελαγχολία του εξόριστου και του πολιτικού

 

Bella presentazione di Dante con i suoi versi scolpiti nel marmo - Gli aggettivi “bello” attribuito all’Arno e “grande” attribuito a Firenze, tradiscono, con la loro insistenza, la malinconia dell’esule e del politico.

Όμορφη παρουσίαση του Δάντη με τους στίχους του σκαλισμένους σε μάρμαρο - Τα επίθετα «όμορφος» που αποδίδεται στον Άρνο και «μεγάλος» που αποδίδεται στη Φλωρεντία, προδίδουν, με την επιμονή τους, τη μελαγχολία του εξόριστου και του πολιτικού




I versi di Dante scolpiti nel marmo, a Firenze

 

Incontrare, oggi, Dante Alighieri nelle strade di Firenze e i versi della Divina Commedia scolpiti nel marmo, sui muri degli antichi edifici, che ricordano personaggi e avvenimenti della vita della città nei tempi dell’infanzia e della giovinezza del poeta: questo il compito, esaltante, da perseguire domenica 8 novembre con un piccolo gruppo di amici e di amiche, di età diverse, ognuno fornito delle regolamentari mascherine. È stata purtroppo l’ultima domenica della Firenze “gialla”, nell’epoca della pandemia, prima della fase arancione che ci vedrà, nella sostanza, relegati in casa ma sempre intenti, ne sono certo, a programmare, disegnare per tempi migliori, futuri percorsi di visita. 

Il gruppo, nei frequenti collegamenti in video conferenza tenuti nei giorni precedenti l’incontro, aveva già deciso di eleggere come guida, pratica, il prezioso libretto di Foresto Niccolai “Firenze. Le lapidi dei luoghi danteschi” e, in particolare, la parte dedicata al primo “viaggio”, l’Inferno. Il libretto di Niccolai informa che le lapidi che ricordano fatti ed episodi della vita fiorentina “nel tempo torbido del grande poeta”. Fatti ed episodi ai quali sono legati i nomi di gloriose famiglie e di uomini famosi che Dante giudicò, con il suo sdegno o con la sua lode.

“Ma il tempo molti ricordi ha fatto svanire, e molti giudizi ha reso vaghi e sibillini. Dare una spiegazione chiara è lo scopo che mi propongo”, sostiene Foresto Niccolai. “Fu nel 1900 che il Comune di Firenze prese l’iniziativa di collocare nelle vie e nelle piazze cittadine, una serie di lapidi a ricordo dei luoghi danteschi. Fu formata una commissione composta da Isidoro del Lungo, Pietro Torrigiani, Giuseppe Minuti, con compiti storico-letterari, che ricercò i luoghi ed i canti della Divina Commedia e nel 1907 le lapidi furono collocate.” Le lapidi sono 34: 9 per l’Inferno, 8 per il Purgatorio, 20 per il Paradiso; la maggior parte di queste, 20, sono collocate al centro, nel Sestiere di San Piero, dove nacque e visse Dante.

 

Il nostro gruppo si è dunque ritrovato la mattina di domenica 8 novembre, proprio in via Dante Alighieri.  Ho visto, con piacere, che ognuno è arrivato con libri sotto il braccio o nella borsa, comprati nelle librerie o presi a prestito nelle biblioteche, scelti in vario modo, rispondendo al richiamo tamburellante dei media sull’avvicinarsi dei 700 anni dalla morte del poeta. In tutti la voglia di conoscere, capire, godere della poesia, poter anche avanzare riflessioni critiche, senza farsi travolgere dall’onda anomala della retorica. Non mancava il libro, dai toni eccessivi di Cazzullo “A riveder le stelle”, l’ammaliante volume “Firenze segreta di Dante” di Dario Pisano, il “Dante” di Barbero con la provocazione sul profilo di usuraio del poeta, “Come donna innamorata” di Marco Santagata.

Mia nipote Anna si è portata dietro “Dante per gioco. L’Inferno” (Federighi Edizioni) e il suo amico Claudio “Dante. La Divina Commedia a fumetti” di Marcello Toninelli.

 

L’incontro è stato sotto la lapide posta sulla cosiddetta Casa di Dante - edificio ricostruito da Giuseppe Castellucci (1910) su antiche mura – che recita:

 

                          … “Io fui nato e cresciuto

Sovra ‘l bel fiume d’Arno alla gran villa.

                                                        Inf. XXIII , 94-95

 

Sono queste le parole che pronuncia Dante in risposta alla domanda che gli rivolgono, nel girone degli ipocriti, i due frati che si sono avvicinati a lui:

 “O Tosco, ch’al collegio/ de l’ipocriti tristi se’ venuto, / dir chi tu se’ non aver in dispregio”.

Abbiamo osservato che nelle espressioni del poeta si avverte il sospiro dell’esule per la sua patria. Gli aggettivi “bello” attribuito all’Arno, e “grande” attribuito a Firenze, insieme alla precisazione “nato e cresciuto” per indicare che non è fiorentino del contado, tradiscono, con la loro insistenza, questa sottintesa malinconia dell’esule e del politico. Ci siamo soffermarti, in particolare sull’espressione “la gran villa”, ricordando che nello scorcio del Duecento, il movimento di rinnovamento edilizio, all’interno e all’esterno di Firenze, ebbe la sua naturale conclusione nella costruzione dei grandi edifici pubblici e religiosi, che hanno dato poi nei secoli la fisionomia definitiva alla città, modificandola completamente. Si pensi all’inizio dei lavori – alla loro ripresa – per quanto riguarda Santa Maria Novella, Santa Croce, la nuova cattedrale, Palazzo Vecchio, il palazzo del Comune. Si può dire che a quell’epoca Firenze era tutto un cantiere!

 

Abbiamo voluto proseguire seguendo ancora il registro della malinconia e dei teneri ricordi dell’esule. Ci siamo fermati al Battistero:

 

“ … nel mio bel San Giovanni”

                             Inf. XIX, 17

 

Poche parole queste che ci dicono l’affetto nostalgico dell’esule per l’antico tempio, il Battistero della città, al cui fonte fu battezzato. Abbiamo continuato poi il percorso per la vicina via Cerretani fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, per scoprire i versi:

 

          “… in la mente m’è fitta, e or m’accora,

           La cara e buona immagine paterna

           Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora

           M’insegnavate come l’uom s’eterna”

                                                 Inf. 58-63

 

E’ il ricordo affettuoso dell’illustre letterato Brunetto Latini, maestro di Dante, notaio e cancelliere del Comune di Firenze.  La tomba di Brunetto Latini fu ritrovata nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Firenze e abbiamo potuto constatare che è segnalata da un'antica colonnetta nella cappella a sinistra dell'altare maggiore.

A questo punto del nostro percorso è apparso naturale incamminarci verso via Calzaioli dove è presente la lapide dedicata a Cavalcante Cavalcanti e al ricordo del figlio Guido, amico fraterno di gioventù di Dante, considerato con lui, Guido Guinicelli, Cino da Pistoia, Gianni Alfani, uno dei padri della nostra lingua, poeta soave del “dolce stil novo”.

 

               “ … Se per questo cieco

Carcere vai per altezza d’ingegno

Mio figlio ov’è? E perché non èò teco?”

E io a lui, “Da me stesso non vegno:

Colui che attende là, per qui mi mena,

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.”

                                        Inf. X, 58-63

 

Un amico del gruppo, Renato, fine lettore di Dante, davanti a questi versi incisi nel marmo, ha voluto ricordare che il canto X, di straordinaria bellezza poetica , è anche il canto di Farinata della nobile famiglia degli Uberti, capo di parte Ghibellina in Firenze, che nel famoso incontro dei vincitori a Empoli, si oppose alla richiesta senese di radere al suolo “Fiorenza”.

        

            “ … fu’ io sol colà dove sofferto

         Fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

         Colui che la difesi a viso aperto.”

                                               In. X, 91-93

 

Abbiamo potuto vedere come oggi Firenze conservi questa lapide, in un posto prezioso, nel primo cortile del suo palazzo comunale, in Palazzo Vecchio. È stato a questo punto del nostro percorso, al termine della mattina, che Renato ci ha invitato a raggiungere la Loggia dei Lanzi, in piazza della Signoria, e presso la statua del “Perseo con la testa di Medusa” di Benvenuto Cellini, abbiamo aperto ognuno la nostra Divina Commedia e, guidati dalla voce altisonante del nostro amico, abbiamo letto insieme le sequenze drammatiche, umanissime del decimo canto.

Presto un nuovo appuntamento, nel centro di Firenze, nel sestiere di Porta San Piero, per scoprire altre pagine dell’arte e dell’umanità di Dante, con alcuni giorni per preparare a distanza ma collegati online fra noi – in questo periodo di piena pandemia - il prossimo percorso di visita.