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sabato 26 dicembre 2020

"Aquiloni", Roberto Mosi - Edizioni Il Foglio - Presentazione sulle rive dell'Arno - Recensioni Stefania Diamanti, Luigi Fontanella

 



Aquiloni link testo



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 A Q U I L O N I  SULL’ A R N O

18 giugno 2010  –  Società “Canottieri Firenze”

POESIE E MUSICA

 L’iniziativa è promossa dalla Società “Canottieri di Firenze”.       Fondata nel 1886, la Società è parte integrante del patrimonio culturale e sportivo della città.

    POESIE

Le poesie sono tratte dal libro Aquiloni di Roberto Mosi (Ediz. Il Foglio, Piombino 2010; e-book: Ediz. www.larecherche.it, Libri Liberi). Si presenta una scelta di venti poesie raccolte intorno ai temi dell’“arrivo” della protagonista del libro, la piccola Marta, del gioco e del divertimento, della favola, il viaggio nella città con lo sguardo dei bambini.

Leggono i testi Giulia Capone Braga, Roberto Mosi e Renato Simoni.


    MUSICA

  ( a cura di Barbara Betti)

         RICERCARE

In Greco ETAZEIN (Ricercare, Esaminare) da ETYMOS-ETEOS che significa VERO, AUTENTICO.

 

Questo termine indica principalmente un tema, un’idea primigenia, dalla quale si sviluppano rami ed elaborazioni sempre più ampie e virtuosistiche della radice primaria.

Il Ricercare e le forme Cameristiche ad esso legate non sono molto noti al grande pubblico, ma senza il lavoro di preparazione e codificazione di queste forme di linguaggio, non sarebbe stato possibile il raggiungimento delle vette espressive di Mozart, Beethoven o Schubert.

Allo stesso modo, il concetto poetico ed emotivo, nasce e si sviluppa da un imput primario per evolversi attraverso un percorso di impatti e reazioni intime che si muovono attraverso percorsi indipendenti, ma sempre legati dalla prima emozione ispiratrice.

PAROLE E MUSICA

 

Quando ho letto Aquiloni la prima volta ho immediatamente avuto la sensazione di entrare in un diario.  Attraverso le pagine di Roberto Mosi ci ritroviamo a percorrere e guardare il cammino della sua vita, a percepire le sue emozioni ed entrare da ospiti nel suo privato.

 Marta sta per arrivare, ancora non c’è ma è già un tema esistente, un’idea primigenia che deve solo manifestarsi.

Ecco perché il tema musicale della serata è basato sul “Ricercare”: il Ricercare è un’idea, un fondamento, un tema interiore ancestrale che prende vita da una voce primaria, sola, unica, che poi si svilupperà in un percorso sempre più elaborato e virtuosistico, modificandosi attraverso altre voci, colori, possibilità.

Marta cresce e la vita si evolve in gioco, così come il Ricercare si amplierà prima con una, con due, poi a tre voci, passando dal tema del Ricercare per evolversi fino a diventare “Serenata” e “Divertimento.”

I “Divertimenti” sono composizioni cameristiche spesso composte per occasioni speciali nell’ambito della vita di corte. In particolare, il “Divertimento” di Anton Albrechtsberger, con dedica “Per il Giorno del Compleanno”, fu composto e donato dall’autore nel 1768 alla Corte Viennese.

In questa serata la musica non dovrà essere protagonista, sarà solamente la cornice del racconto e del viaggio nel quale Roberto Mosi ha voluto portarci.

Citando da una lettera di Henry Eccles …”vi lascio una cornice di suono, si che vogliendo recordare il momento possiate imaginarlo recolto intro uno spazio che sola voi possiate contemplare nel modo a voi gradito”…

 

Musicisti: Barbara Betti: contrabbasso

                  Giacomo De Simonis: fagotto

                  Diego Rodriguez: viola


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“Aquiloni sull’Arno”, davanti al Ponte Vecchio

POESIA E MUSICA

Recital dal libro “Aquiloni” di Roberto Mosi

 

    Il recital “Aquiloni sull’Arno” è stato promosso dalla Società “Canottieri di Firenze” che ha le proprie strutture sulle rive dell’Arno, nei pressi del Ponte Vecchio. Fondata nel 1886, la Società è parte integrante del patrimonio culturale e sportivo della città.

    Davanti ad un numeroso pubblico, dopo i saluti del presidente, nell’ora del tramonto, ha avuto inizio il recital di poesie dal libro Aquiloni (editore il Foglio, Piombino 2010; in forma di e-book, editore www.larecherche.it 2010), legate  ai temi dell’“arrivo” della protagonista del libro, la piccola Marta, del gioco e del divertimento, della favola, della scoperta della città con gli occhi dei bambini. I testi sono stati letti da Giulia Capone Braga, Roberto Mosi e Renato Simoni.  Un trio ha accompagnato la lettura: Barbara Betti: contrabbasso, Giacomo De Simonis: fagotto, Diego Rodriguez: viola.

    Un vero e proprio progetto, ideato da Barbara Betti, ha caratterizzato la parte musicale, fondato sul tema del ricercare (in Greco ETAZEIN (Ricercare, Esaminare) da ETYMOS-ETEOS che significa VERO, AUTENTICO). Agli spettatori è stato spiegato come il termine ricercare indica un tema, un’idea primigenia, dalla quale si sviluppano rami ed elaborazioni sempre più ampie e virtuosistiche della radice primaria. “Il Ricercare e le forme Cameristiche ad esso legate non sono molto noti al grande pubblico, ma senza il lavoro di preparazione e codificazione di queste forme di linguaggio, non sarebbe stato possibile il raggiungimento delle vette espressive di Mozart, Beethoven o Schubert. “

    Barbara Betti ha dettto che “quando ho letto “Aquiloni” la prima volta ho immediatamente avuto la sensazione di entrare in un diario.  Attraverso le pagine di Roberto Mosi ci ritroviamo a percorrere e guardare il cammino della sua vita, a percepire le sue emozioni ed entrare da ospiti nel suo privato. Marta sta per arrivare, ancora non c’è ma è già un tema esistente, un’idea primigenia che deve solo manifestarsi. Ecco perché il tema musicale della serata è basato sul “Ricercare”: il Ricercare è un’idea, un fondamento, un tema interiore ancestrale che prende vita da una voce primaria, sola, unica, che poi si svilupperà in un percorso sempre più elaborato e virtuosistico, modificandosi attraverso altre voci, colori, possibilità.

    Marta cresce e la vita si evolve in gioco, così come il Ricercare si amplierà prima con una, con due, poi a tre voci, passando dal tema del Ricercare per evolversi fino a diventare “Serenata” e “Divertimento.” I “Divertimenti” sono composizioni cameristiche spesso composte per occasioni speciali nell’ambito della vita di corte. In particolare, il “Divertimento” di Anton Albrechtsberger, con dedica “Per il Giorno del Compleanno”, fu composto e donato dall’autore nel 1768 alla Corte Viennese. In questa serata la musica non dovrà essere protagonista, sarà solamente la cornice del racconto e del viaggio nel quale Roberto Mosi ha voluto portarci.

Citando da una lettera di Henry Eccles …”vi lascio una cornice di suono, si che vogliendo recordare il momento possiate imaginarlo recolto intro uno spazio che solo voi possiate contemplare nel modo a voi gradito”…

    Alla fine del recital è rimasta viva negli spettatori questa cornice viva di suono, mentre gli ultimi raggi del sole si affacciavano sotto le arcate del Ponte Vecchio e, poco oltre, del Ponte a Santa Trinita.

 

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Recensione di Stefania Diamanti

Rivista “Poeti e poesie. Mappe e percorsi”, n. 20, agosto 2010.

Pagg. 118-119

 

Roberto Mosi, Aquiloni, Ed. Il Foglio, 2010-09-23

 

L’autore presenta le sue poesie dedicate a Marta ed Anna con Prefazione e Postfazione da lui stesso scritte.

Aquiloni è un testo di 43 poesie: piane, scorrevoli, di rapida comprensione perché il poeta fa bere il lettore nel suo calice contenente serenità, giovinezza ritrovate nel ruolo di nonno.

Quest’uomo ormai canuto ringiovanisce nell’accudire alla nipotina Marta, che, giorno dopo giorno, si trasforma sotto i suoi occhi, offrendogli immagini straordinarie di cui egli offre svariati flash: dai primi momenti di vita al balbettio, ai giochi della prima infanzia, alle passeggiate sulla bicicletta del nonno o quando dalla finestra lanciavano insieme aeroplani di carta ridendo. Tanta gioia, poeticità semplice sono espresse in modo soffice e lieve come una nube adombrata dalla luna su un poetico sfondo marino. Alla fine l’autore rivolge la sua attenzione alla sopraggiunta nipotina Anna sempre con lo stesso slancio affettivo che lo fa tornare emotivamente molto lontano nel tempo. Infatti, nella sua nuova “funzione” ritrova ancora il suo animo di fanciullo che gli fa godere la vita in senso pieno e nella maniera più sentita e autentica, evocando i suoi giorni più belli dell’età “favolosa”, quando culla le bimbe con le ninne nanne riafforate dai sogni infantili e dalle sue fiabe a suo tempo ascoltate. Due figure emergono dal contesto generale: quella della bimba e quella inalterabile, unica dell’uomo che, con la sua fantasia, trasportata dagli aquiloni, sale molto in alto in una simbiosi ben riuscita di fantasia e realtà.


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Gli aquiloni in volo nella Libreria Libri Liberi di Firenze.

La presentazione del libro “Aquiloni”di Roberto Mosi.

 

    La Libreria Libri Liberi, posta nel Centro di Firenze, presso  San Marco, è stata inondata di aquiloni in occasione della presentazione del libro di poesia di Roberto Mosi, edito da Il Foglio (2010) e già pubblicato come e-book da www.laRecherche.it (2009). Gli aquiloni disegnati dal pittore Enrico Guerrini volavano dal soffitto, dalle pareti, leggerissimi, creati con carta e fogli di plastica, inzuppati dei più diversi colori. Guerrini nel corso della perfomance, ha poi disegnato un quadro ispirato all’atmosfera del momento, dai suoni e dallo spirito della serata. La pittura si è come armonizzata con la poesia dell’autore, che presenta appunto – come è stato rilevato da alcuni critici – una gamma ampia di colori. Hanno dato forma a queste sensazioni, le voci di Giulia Capone Braga e di Renato Simoni, insieme a quella dello stesso autore.

    E’ stato poi l’autore ad illustrare il filo dei commenti e delle recensioni che si sono dipanate in questi mesi intorno al libro “Aquiloni”, interventi, fra gli altri, di Franca Alaimo e Fabio Simonelli, di Silvia Ranzi e Antonio Spagnuolo. Si è affermato che “il libro si presenta senza retorica e artifici. E’ un libro naturale come è naturale la vita nelle sue scansioni fondamentali: la nascita, la crescita, l’amore, la morte”. Il tema dominante è “il tempo, il suo trascorrere, la messe di ricordi che porta con sé.” La poetica di Mosi è assimilabile alla “poetica di J. M. Folon”, l’artista più amato dall’autore.

    Gli aquiloni disegnati da Enrico Guerrini prenderanno il volo nei prossimi giorni, oltre lo spazio della Libreria Libri Liberi, una libreria frequentata da ragazzi e dai loro genitori. Saranno presentati alla prossima festa regionale della creatività, porteranno in volo il senso della leggerezza, planando fra i versi della poesia e il gioco dei colori. 



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Rivista “Gradiva”

New York, U.S.A.

Numero 37/- 38, pag 252

Recensione di Luigi Fontanella

 

Roberto Mosi, Aquiloni, Piombino, Edizioni IlFoglio, 2010, pp75, Euro 6

 

     Delizioso libricino di un poeta e saggista fiorentino che raccoglie un gruppo di poesie scritte per lo più per le sue nipotine. Atmosfera di magico incanto, tenerezza e gioco emergono da questi testi che posseggono la rara virtù della leggerezza e si pongono come dono inaspettato e gradito a chi sappia ancora oggi (soprattutto oggi) ridiventare bambino e guardare il mondo con la struggente innocenza che gli è propria. Cito fra le tante assai accattivanti la poesia eponima:

                      Aquiloni

Dodici bambini scendono a valle

seguendo il maestro,  le braccia

aperte nel vento, coperte da verdi

svolazzanti mantelle. Sulla neve

le spire di un lungo serpente.

 

Li seguo dai vetri del rifugio,

spariscono fra gli abeti del bosco.

Mi aspetto di rivederli in volo,

che si alzino come aquiloni

nella luce del sole al tramonto.

 

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Rivista “Gradiva”

New York, U.S.A.

Numero 37/- 38, pag 252

Recensione di Plinio Perilli

 

Roberto Mosi, Nonluoghi, Biblioteca del Palagio di Parte Guelfa, Firenze 2009, pp.46, s.i.p.

 

    Poeta nonché fotografo, Roberto Mosi s’immerge e ci spalanca i nonluoghi privilegiati del mondo moderno, che ormai elegge aeroporti, stazioni, città, periferie, luoghi d’acqua e mercati, come luoghi arcani permanenti e insondabili del nostro stesso presente, presentito o presunto:

Bolle la pentola bolle

il sogno d’Europa il sogno

le fiamme ballano intorno

le streghe agitano il brodo.

 

Il dito del banchiere deluso

l’occhio aguzzo di un rom

il bianco sorriso di un nero

le vecchie gettano dentro.

 

Ronde occhiute in giro

zero tolleranza zero

idee solidali in fumo

lo scudo spaziale nel cielo.




 

 

 

 

 





giovedì 19 novembre 2020

La Firenze di Dante e le lapidi per la Divina Commedia - L'incredibile "volo" del poeta - Collegamento"Literary"

 


Per il secondo appuntamento di domenica 15 novembre legato al progetto “I versi di Dante scolpiti nel marmo, per le strade di Firenze”, una brutta sorpresa: Firenze e la Toscana sono stati dichiarati “zona rossa” e  sono fissate regole che ci costringono a rimanere a casa. In un primo momento, un profondo sgomento ha preso tutto il gruppo, impegnato a ripercorrere i luoghi segnati dalle lapidi con i versi della Commedia, luoghi ricchi di memorie e di significati. C’è stata però una reazione, è subito piaciuta la proposta di Elisa, che lavora in una celebre biblioteca, di usare internet per collegarci all’inizio della mattina, per riprendere – in maniera virtuale – il cammino già fatto la domenica precedente, dalla “Casa di Dante” e dal Bel San Giovanni, fino alla Loggia dei Lanzi, in piazza della Signoria. 



Così abbiamo fatto, con le faccine degli amici e delle amiche spuntate una ad una sul video, alcuni arzilli, altri ancora spenti, assonnati, in pigiama. Raffaello, solerte guida di un’associazione di camminatori, ci ha detto, a questo punto, che il percorso della seconda tappa era di circa tre chilometri, dalla Loggia dei Lanzi fino a Piazza della Repubblica,  dove sorgeva il foro romano, da qui si apre, con via del Corso, il Sestiere dove nacque e visse Dante. 


I nostri passi, o meglio la nostra fantasia, ci hanno portato per via Por Santa Maria, al Ponte Vecchio, a metà del quale troviamo nella Loggetta sotto il Corridoio Vasariano, i versi:

 

                                                    “… in sul passo d’Arno.”

                                                                        Inf. XIII, 146

 

Più volte, seguendo i percorsi legati alle vicende della Divina Commedia, torneremo sulle rive dell’Arno, fonte di vita ma anche causa di distruzione per la città, con le sue frequenti alluvioni. Questa volta ci limitiamo a ricordare l’episodio al quale fa riferimento il verso citato al termine del XIII Canto: Virgilio si rivolge ad un suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli rivela di essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte con san Giovanni Battista e per questo è vittima di continue guerre; solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione.  





La meta successiva, passando per il Lungarno degli Acciaiuoli, è stata via Tornabuoni, la strada che oggi è il salotto dell’eleganza fiorentina. Sul palazzo turrito che fu della famiglia dei Gianfigliazzi, vicino alla chiesa di Santa Trinita e non lontano dagli abiti e dalle borse di “Gucci”, la lapide:

 

         “… com’io riguardando fra lor vegno,

         In una borsa gialla vidi azzurro

         Che d’un leone aveva faccia e contegno.”

                                                         Inf. XVII, 58-60

 

Elisa, spiritosa, osserva che non è male la combinazione di colori e di forme suggerite da questi versi. “Potrebbe essere l’idea – dice, rivolgendo uno sguardo a Fabrizio -  per il regalo di Natale!”.  Vedo dalle immagini presenti sul video, che ognuno sfoglia la propria Commedia – delle edizioni più diverse e strane – per risalire a questa parte del libro. Siamo nel terzo girone del VII cerchio dell’Inferno e Dante incontra gli usurai e condanna un peccato assai diffuso nella Firenze dell’epoca – e in quella dei nostri giorni. Sono condannati a star seduti in terra su sabbia ardente, agitando continuamente le mani per difendersi dalla pioggia di fuoco che cade su di loro e con gli occhi fissi sopra una borsa vuota al collo, sulla quale è dipinto lo stemma della propria famiglia. E proprio dal loro stemma, un leone azzurro in campo giallo, Dante riconosce i Gianfigliazzi. La borsa è la compagna inseparabile dell’usuraio, dove ripone il libro dei debitori e le monete; e forse, per uno scherzo della sorte, proprio in questa strada oggi si vendono borse a prezzi … da usuraio.

 

Commentando il Canto XVII, grande è stata la nostra meraviglia nello scoprire la figura di Gerione, l’animale mostruoso che fa salire sul proprio dorso Dante e Virgilio, per portarli in volo nei cerchi sottostanti, nelle Malebolge: “Ecco la fiera con la coda aguzza …/ che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto il mondo appuzza! (XVII, 1-3). Vediamo, letteralmente, con immagini impressionanti, la “fiera” gettarsi in volo a spirale, in una folle discesa. Dante ha paura, è angosciato, si sente come assalito dalla febbre quartana, si stringe disperatamente a Virgilio che gli sta davanti, seduto, a cavalcioni, sull’incredibile prototipo di aeroplano (vv. 85-87). Renato ha detto che queste scene fanno venire in mente il volo fantastico di Astolfo a cavallo dell’ippogrifo, nei cieli della luna (Orlando Furioso, XXXIV, 70-87); i ragazzi, Claudio ed Anna, eccitati, ci hanno mostrato le figure del volo di Gerione, presenti sui loro libri.

 

A metà del percorso di questa domenica, Raffaello, da brava guida, ci ha invitato a raggiungere – sempre in maniera virtuale , naturalmente - da via Tornabuoni, per via Strozzi, la vicina piazza della Repubblica, dove era il foro della colonia fondata dai romani nel 59 a. c., con il canonico orientamento N-S ed E-O, del cardine (corrispondente alle attuali via Roma e via Calimala) e del decumano (sulla direttrice di via degli Strozzi, degli Speziali e del Corso). Si rileva quindi che l’orientamento delle strade nelle diverse epoche, è rimasto costante fino ai nostri giorni.




La direttrice che segue il decumano verso est, passa per via del Corso che era la spina dorsale del Sestiere della Porta di San Piero Maggiore, dove erano le case degli Alighieri e dove Dante nacque, trascorse l’infanzia e gli anni della gioventù, dove era la casa che abitò dopo il suo matrimonio con Gemma Donati. San Pier Maggiore era una delle sei circoscrizioni in cui, dal 1250, era divisa la città; cinque su sei, escluso il sesto d’Oltrarno, si dividevano la città come le fette di una torta, partendo dal centro più antico.






Abbiamo fatto una riflessione comune sull’importanza che avevano i sestieri nella vita di Firenze: qualunque nomina o elezione, che si trattasse dei feditori da schierare in prima linea alla battaglia di Campaldino o dei sei priori che subentravano ogni due mesi al governo della città, avveniva sulla base dei sesti, che quindi erano lo spazio naturale delle alleanze politiche e delle competizioni: i Cerchi e i Donati, futuri capi dei Bianchi e dei Neri, avevano le loro case e torri nel sesto di Porta San Piero, a poca distanza dagli Alighieri (si veda Alessandro Barbero, “Dante”, p. 67-70).

La nostra “fantastica” camminata è terminata, dunque, davanti a via del Corso nel sesto di Dante, nel grande mondo di memorie e di storie legate alla sua epoca, che porta per insegna sul gonfalone “due Chiavi vermiglie nel campo bianco”. Prima di salutarci Renato ha voluto ricordare che questa via ha preso il nome dalla corsa, il palio, che ogni anno, si correva per la Festa di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, partendo dal Ponte alle Mosse, fuori di Porta al Prato, passava dal centro e arrivava nel sestiere, alla Porta di San Pier Maggiore. È stata immediata l’idea di un prossimo appuntamento, quando sarà possibile, dopo la pandemia, alla Colonna dell’Abbondanza, posta nel luogo dove in piazza della Repubblica, s’incrociano cardine e decumano: presso questa Colonna, è sempre in movimento una coloratissima giostra, dagli alti, splendenti cavalli: l’idea quella di salire, giovani e anziani sui cavalli di cartapesta, in ricordo del Palio dei tempi di Dante.














Al momento non è rimasto che seguire, in grande allegria, la proposta di Renato di recitare insieme, sotto la sua guida, i versi della Divina commedia, dal Canto XVII, 79-136, sul volo di Dante e di Virgilio, “a cavallo” di Gerione:

 

Trova’ il duca mio ch’era salito 
già su la groppa del fiero animale, 
e disse a me: «Or sie forte e ardito.                               

Omai si scende per sì fatte scale: 
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, 
sì che la coda non possa far male».                             

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo 
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, 
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,                        

tal divenn’io a le parole porte; 
ma vergogna mi fé le sue minacce, 
che innanzi a buon segnor fa servo forte.                      

I’ m’assettai in su quelle spallacce; 
sì volli dir, ma la voce non venne 
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.                        

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne 
ad altro forse, tosto ch’i’ montai 
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;                      

e disse: «Gerion, moviti omai: 
le rote larghe e lo scender sia poco: 
pensa la nova soma che tu hai».                                   

Come la navicella esce di loco 
in dietro in dietro, sì quindi si tolse; 
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,                                 

là ’v’era ’l petto, la coda rivolse, 
e quella tesa, come anguilla, mosse, 
e con le branche l’aere a sé raccolse.                         

Maggior paura non credo che fosse 
quando Fetonte abbandonò li freni, 
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;                 

né quando Icaro misero le reni 
sentì spennar per la scaldata cera, 
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,                      

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era 
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta 
ogne veduta fuor che de la fera.                                    

Ella sen va notando lenta lenta: 
rota e discende, ma non me n’accorgo 
se non che al viso e di sotto mi venta.                         

Io sentia già da la man destra il gorgo 
far sotto noi un orribile scroscio, 
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.                 

Allor fu’ io più timido a lo stoscio, 
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; 
ond’io tremando tutto mi raccoscio.                             

E vidi poi, ché nol vedea davanti, 
lo scendere e ’l girar per li gran mali 
che s’appressavan da diversi canti.                             

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, 
che sanza veder logoro o uccello 
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,                             

discende lasso onde si move isnello, 
per cento rote, e da lunge si pone 
dal suo maestro, disdegnoso e fello;                          

così ne puose al fondo Gerione 
al piè al piè de la stagliata rocca 
e, discarcate le nostre persone, 

si dileguò come da corda cocca.           

 

  

 

 

 

lunedì 16 luglio 2018

Poesia sull'Arno, al Ponte Vecchio


         Festa straordinaria la sera del 13 luglio sulle rive dell’Arno, ai piedi del Ponte Vecchio, presso la sede dei Canottieri di Firenze, per festeggiare Simonetta Cartoni, nota sportiva, vincitrice di due edizioni della corsa del
“Passatore”, dalla città a Faenza, amante della letteratura, del teatro, protagonista di vari progetti culturali.
         Nel corso della serata canti in ottava rima a lei

dedicati da parte di Renato Simoni e poesie di Roberto Mosi. Una di queste celebra le passioni dell’amica Simonetta, la nostra “Principessa”.

Canto per una Principessa
Simonetta ama il Teatro, 
una vera Passione per il Romanzo
da per – correre a gambe alzate
nel vento al ritmo del suo cuore
in testa al gruppo forsen – nato
di amici, amanti, ammiratori
il traguardo lontano, lontano
fra grida e applausi, lancio
di baci innamorati, le luci
i riflettori del palco scenico accesi

in scena rin – novate scene
di Passione,  d’Amore

         La serata è stata l’occasione per ricordare precedenti incontri ai Canottieri, di musica, poesia, disegno
all’impronta, con la partecipazione dell’attore Carlo Monni, del flautista Pierluigi Mencarelli, del pittore Enrico Guerrini e la presentazione di Raccolte poetiche di
Roberto Mosi ( si vedano “L’invasione degli storni”, Gazebo 2012, e i resoconti apparsi su “Occhio all’Autore” di Literary), fino a riprendere il filo con l’ultimo libro “Navicello Etrusco. Per il mare di
Piombino” (edizioni Il Foglio, 2018). La poesia dedicata nel libro alla città di Piombino.

Città nave
 Si spezza la risacca
sulla prua del faro,
le ciminiere liberano a poppa
i fumi dell’altoforno,
al centro il lungo ponte
il corso costellato di torri.

Dalla terrazza dell’albergo 
respiro l’aria del mare
scorgo la linea rosa
dei monti. I gabbiani
saettano striduli
padroni del cielo. 

Marta passerà nel corso
sul passeggino, da principessa.
Saluteremo gli errabondi
gabbiani in un girotondo
di risa felici per liberare
gli ormeggi della città nave.


 
        L’Arno è stato fra i protagonisti della serata, con le sue luci, la folla sulle rive e sui ponti schierata, come ogni sera, davanti allo spettacolo del tramonto; particolare poi l’avventura di un piccolo “Navicello” di carta, sfuggito al “mare di Piombino”, che varato dall’autore nelle acque del fiume, è clamorosamente affondato.
   
      E per finire il racconto della serata, il viaggio in barca degli ospiti alla festa, nella notte, in barca, guidata da Paolo, Caronte fiorentino, fra i palazzi illuminati, le ombre dei ponti, i riflessi delle luci dei lungarni, sorvegliati dallo sguardo misterioso dell’ “Estate”, al Ponte a Santa Trinita. 
Il ritorno ai Canottieri, ai piedi degli Uffizi - fra l’invidia, forse, degli ultimi turisti curiosi dalle spallette dei lungarni - sospinti dalla pertica del nostro “Caronte” e accolti, idealmente dalla, “Venere” del Botticelli, scesa anche lei, dagli Uffizi alle rive dell’Arno.


Visione [da “Concerto”,Gazebo]
 Venere spinta dai venti
giunge alla riva,
ai piedi della Galleria 
degli Uffizi, dove
un tempo sorgeva
il porto romano.

Flora accoglie la dea,
la coperta ricamata
di gigli fra le braccia.
Mano nella mano
salgono la scalinata, 
raggiungono gli Uffizi.

L’Alba si annuncia.

C’è ancora il tempo
per intrecciare una danza, 
per invitare Mercurio
a rinnovare il rito
per un nuovo Rinascimento.

        
Momenti e pensieri dell’incontro rivolti, in definitiva, alla magia del Rinascimento e dell’amica Simonetta, anima e protagonista della serata.