giovedì 24 luglio 2014

FIRENZE CALPESTATA. Mostra di Fotografia, R. Mosi, 1° settembre


Arte in Casa / Cellai Boutique Hotel
Firenze, Via 27 Aprile , 14 – Tel. 055 48 2 21
Mostra Fotografica di Roberto Mosi
“Firenze calpestata”
1 – 30 settembre 2014
Inaugurazione 1 settembre, ore 18 – Presenta Silvia Ranzi

La Mostra “FIRENZE CALPESTATA”  richiama l’attenzione sulla città e la conservazione delle sue molteplici fisionomie storiche, silenti sotto il calpestio inconsapevole dei passanti, come la significativa lapide in Piazza della Signoria, dedicata al luogo in cui - il 23 maggio 1498 - fu condannato al rogo per eresia il monaco domenicano Girolamo Savonarola. Nella scoperta delle sedimentazioni storiche Roberto Mosi offre una campionatura di rapide inquadrature fotografiche di figure, sorprese in inediti scorci dal basso, nella dinamica degli arti inferiori, nell’azione del camminare, correre, stazionare. Il fatto storico evocato diviene il monito performativo attualizzato attorno al quale ruotano una galleria di persone/personaggi: il/la turista, i figuranti (il capitano del Popolo/i soldati), il maratoneta, i podisti, la studentessa,  la ragazza dai tacchi alti, la posa spensierata di una ballerina, i vigili urbani, l’operatore ecologico, l’operaio, le zampe di un  cane, la carrozza trainata dai cavalli, per disegnare sulla mappa cittadina la vita brulicante dell’oggi, che vive, si agita, attende, lavora e spera nei cambiamenti. E’ in gioco la vitalità segreta di un patrimonio storico continuamente da riscoprire ed apprezzare per arginare l’anestesia liquida della dimenticanza, nel rischio dell’eterno presente.
Secondo la tradizione curata dall’autore, Mosi ha preparato una raccolta poetica a “commento” delle fotografie, che sarà presentata in occasione della Mostra.

Roberto Mosi impegnato da anni nel campo della fotografia, coltiva l’attenzione per l’interazione fra le arti, della fotografia e della poesia, in partivolare. Passaggi importanti di questo impegno sono le mostre realizzate presso spazi pubblici e privati.I titoli dei cicli fotografici – in bianco e nero, di solito - richiamano i percorsi iconografici posti in atto: “NONLUOGHI” (2009), “FLORENTIA” (2010), “FoToPoeSia” (2010), “ITINERA” (2011), “MITOMOSI” (2011), “MITH IN FLORENCE” (2012), “TRACCE – LA GALLERIA FOTOGRAFICA SULLA STRADA” (2013), “FIRENZE RIFLESSA” (2013), “FIRENZE, DALLE VETRINE ALLE PERIFERIE” (2013), ”FIRENZE, CONTRASTI” (2013),  allestiti a Firenze presso: Biblioteca Palagio di Parte Guelfa, Circolo degli Artisti-Casa di Dante, Caffè Letterari La Citè e Cuculia, Arteincasa/Cellai Boutique Hotel, Villa Arrivabene, Libreria LibriLiberi, Caffè Serafini.

                                        

venerdì 11 luglio 2014

L'Orto Botanico di Proust, il profumo dei biancospini e il Sentiero di Andrea




Roberto Mosi
Il profumo del biancospino
Il sentiero di Andrea


Dalla parte del Convento
mi aspettano Giganti
folti di aeree chiome,
catturano la luce del sole.
“Che porti nello zaino?”
chiede la voce cavernosa.
“Leggerò nella radura
del bosco Alla ricerca
del tempo perduto”.
Profumano di muschio
di terra sospesa nell’aria.

Proteggono dietro di loro
giovani piante di abete
incolonnate sull’attenti
in molteplici fila regolari.
Ai margini del sentiero
forme informi di ceppaie,
antichi tagli cicatrizzati
si innestano tra loro,
riconquistano la vita.

Cavalieri sfrontati nel profumo
di una luce brillante
hanno invaso i resti
della cava di pietre
per il Convento sognato
da Sette Giovani Nobili
per le sette cime del Monte.
“Benvenuto fra castagni
frassini e quercioli,
giochiamo in pieno sole.
Hai lasciato la parte oscura
di te stesso, sei vicino
al luogo dell’incanto.”

Serpente uscito dalla tana
si affaccia il muro contorto
sotto macchie intricate,
inzuppato di muschio,
baluardo una volta ai bovini
al pascolo delle greggi.

Giganti e Cavalieri
si confondono ora ai lati
del sentiero, lasciano spazio
alla radura luminescente,
il sole proietta ombre
immagini in movimento.
Ascolto il silenzio intrecciato
con il canto degli uccelli
il tambureggiare del picchio
il saliscendi degli scoiattoli.
Il libro scivola dallo zaino,
leggo ad alta voce
Dalla parte di Swann.

Dalla parte della Città
ai bordi del prato
danzano leggiadre ballerine:
il viola rugoso del prugnolo
l’amorosa rosa selvatica
il rosso dei papaveri.
S’inchinano flessuose
al biancospino.
Mi ricordo, nel mese
di Maria ho preso ad amare
il biancospino.

Sugli spalti dell’anfiteatro
personaggi dalle folte chiome,
ciliegio nocciolo sambuco,
da un ramo all’altro il volo
dell’averla, del fringuello.
Fra le quinte del teatro
il guizzo del ramarro
tracce del riccio, della lepre.
In disparte sul prato
caprioli brucano l’erba.

Suona incessante la voce
luminosa della sorgente,
fata amorosa e benigna:
“Acqua purissima il dono,
vita per il Convento, vita
per il Sanatorio abitato
dalla tubercolosi.”
Mi siedo, seguo
il profilo delle colline
interrotto dalla Cupola,
a fianco le braccia
del Sanatorio e il ricordo
degli ultimi giorni di Bruno.

Rende onore al passaggio
la squadra dei cipressi
schierata lungo il sentiero,
sullo sfondo la testa
arcigna della Ghiacciaia.
Emerge dalla terra,
assediata da rovi:
un occhio perfora
le ciclopiche mura.

 “Dodici laghetti mi facevan
corona, nelle notti
d’inverno offrivano
il ghiaccio da ingoiare.
Dal mese di Maria un carro
scendeva ogni notte in città
carico di blocchi di ghiaccio,
mazzi di biancospino
sulla fronte dei cavalli.”

Ho visto i cavalli entrare
in città: il profumo
amaro del biancospino
risale la china del sentiero
dalla profondità del tempo,
incontra i personaggi
ancora vivi del bosco
nel mio Tempo Ritrovato.


* Il sentiero di Andrea è stato realizzato dalla Provincia di Firenze nel bosco del convento di Monte Senario, per ricordare un giovane operaio forestale deceduto per un incidente.




domenica 22 giugno 2014

Flora, Tosca e Venere al' Estate Eclettica di Bivigliano - Sabato 28 giugno

Estate Eclettica Estate Eclettica Estate Eclettica Estate Eclettica
al fresco di Bivigliano
Circolo Arci, via delle Vecchie Scuole 1
 
sabato 28 giugno, ore 17.30

Flora, Tosca e Venere
dagli Uffizi a Bivigliano passando per Peretola

Racconto poetico in "Concerto"

"Mettono la faccia" Roberto Mosi e Giulia Romei
Disegni di Enrico Guerrini





domenica 4 maggio 2014

Maria Walewska incontrò Napoleone 200 anni fa all'Elba, al Santuario della Madonna al Monte


Circolo degli Artisti - Casa di Dante. 
Presentazione del libro di R. Mosi: 29 aprile 2014:
 "Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone. Storie francesi da Piombino a Parigi"Ed. il Foglio 
 Disegno all'impronta di Enrico Guerrini, di Maria Walewska: 
il 1° settembre del 1814 la contessa polacca sbarcò in un posto appartato dell'Elba, 
con il figlioletto Alessandro.
 Le andò incontro il suo amante, Napoleone, e insieme raggiunsero il Santuario 
della Madonna del Monte, dove, nei pressi, era allestita la 
"reggia d'estate", sotto le stelle.

lunedì 10 febbraio 2014

La ragazza dall'orecchino di perla











Lontano il rumore,
il trionfante barocco.
Il pittore di Delft
vive l’atmosfera
castamente medievale
bagnata di silenzio,
del mistero della morte.

Il raggio del sole cattura
l’attimo del trapasso
nell’angolo della stanza,
nello scorcio del paesaggio.
Fissa l’aneddoto del giorno
nell’ossessiva ricerca
del bello soffuso di silenzio.

La mutevole luce degli alti
cieli ventosi  d’Olanda
respira di metafisica fissità,
unisce tempo e spazio,
incontra le case schierate
di Delft, contrappunto
al cielo di nuvole.

Disegna chiaroscuri
d’acqua davanti
alla striscia di sabbia,
il primo piano in ombra
nel grigio delle nubi,
per  sfondo tetti interrotti
da torri e campanili.

Vive il silenzio del cortile
la stradina  di Delft
nella luce del cielo
sui tetti delle case
sul colore rosso dei mattoni
sul bianco dei muri
sulle faccende del giorno.

La luce accende
il bianco del latte
versato dalla caraffa,
la fascia dei capelli.
Incontra il colore:
il vero, metafisico,
diventa immutabile.

L’orecchino di perla
illumina la fanciulla
avvolta di silenzio,
le labbra socchiuse,
lo sguardo rivolto
al lavoro del pittore.
L'anima, sta per afferrare.

                        Roberto Mosi

Nota
Il pittore olandese Jan Vermeer nacque a Delft nel 1635.
Morì a Delft nel 1675.
Nel testo della poesia si fa cenno ai quadri di Vermeer:
- La veduta di Delft, 1660
- La stradina di Delft, 1657
- Lattaia, 1669
- Fanciulla con l’orecchino di perla, 1665

mercoledì 22 gennaio 2014

XII. C. Bigazzi: "The invasion of the starlings", a journey into hope - Review of "Semicerchio"





ROBERTO MOSI,
L’invasione degli storni,
Firenze, Gazebo, 2012, pp. 44
ALLA LIBRERIA SALVEMINI - FIRENZE

XII. C. Bigazzi: "L'invasione degli storni", un viaggio nella speranza - Recensione "Semicerchio"


"Per ispirazione e struttura, la ‘trilogia’
di Mosi si presenta come una contemporanea
rivisitazione della Commedia
dantesca che ambisce ad un disegno
universale e allo stesso tempo ad una
marcata connotazione fiorentina. Un percorso
ascensionale che, tripartito nelle
sezioni Valle dell’Inferno, Via del Purgatorio,
Nuovo Cinema Paradiso, dà vita a
un affresco a forti immagini, giocato tra
mimesi di luoghi reali, citazioni letterarie
ed incontri con personaggi e simboli,
nella ricreazione visiva/vissuta di un patrimonio
acquisito e comune. È il viaggio
di speranza e significato da parte di un
uomo che osserva, registra e testimonia
quella frattura conflittuale tra umanità ed
ambiente che l’impegno poetico è chiamato
a sanare, ma che il ‘maglio della
Storia’ pare riconfermare ad ogni passo.
Nella prima parte, la valle dell’Inferno, sorvegliata
dalla vigile Cornacchia, altro non
è che la postmoderna discarica del mondo,
o come scrive Giuseppe Panella nella
Prefazione «il non-luogo del consumo e
della disarmonia»: l’immagine altrimenti
positiva del passaggio degli uccelli migratori
si riflette sul degrado della comunità
speculatrice, in una paludosa congestione
dalla quale tra i miasmi affiorano mostruose
presenze alla coscienza, tra reale
e virtuale, tradizione ed espressionismo;
anche il ritmo sembra rallentare al peso
di alcuni giudizi sulla storia recente. 

Si passa quindi all’atmosfera umbratile e
alla più scarna precisione del linguaggio
della parte centrale, ovvero il bianco inesorabile
«Tempo dell’Attesa» scandito tra
le squallide mura di un purgatoriale Reparto
oncologico, nel quale l’unica linfa è
la chemioterapia e il paziente è un provvisorio
homo viator osservato in silenzio
dal Ragno che tesse la tela degli umani
destini. 

Poi la malattia sembra vinta e,
sempre con la guida di Gabriella, novella
Beatrice coronata di luce, si conclude
l’ascesa salvifica: come sullo schermo di
un Cinema scorrono in tripudio uno dopo
l’altro fotogrammi luminosi e ‘trasfigurati’.
E qui, nella fucina dove «Appare il senso,
la forma, / il fuoco abbraccia la creta, / l’opera
è pronta per brillare...», approda l’epilogo
di un cammino pensoso ed umano
che non rinuncia a stemperare i mortali
vizi nelle immortali virtù dell’arte. Mentre
anche le presenze naturali, gli uccelli, si
fanno parte integrante della Commedia
in una sintesi che ricompone a scrigno il
cosmo di Mosi: «Nei nidi appesi alle gronde
/ riposano i racconti del mondo, / la
testa sotto le ali».
(Caterina Bigazzi)
Semicerchio nn. 48-49 2013, pag. 231




lunedì 16 dicembre 2013

E' uscito "Pegaso", Commento di Silvia Ranzi a "Concerto per Flora"


"Concerto" di R. Mosi, Edizioni Gazebo, in vendita Libreria Salvemini, dall'Arco di S. Pierino, euro 8
“CONCERTO” per  FLORA
Roberto Mosi, poeta e fotografo, affascinato dall’ interdipendenza fra le Arti, ha di recente pubblicato la Raccolta poetica “Concerto”  in cui il materiale poetico viene orchestrato secondo una pluralità di partiture: i frammenti lirici del vissuto interpretano una sonorità semantica e fonosimbolica che si avvale di suites linguistiche ora vivaci, ora andanti, ora riflessive in adagi. Il testo risulta composito per la struttura polifonica  del verseggiare che si avvale di tempi stagionali metaforici nell’alternanza di ritmi interni tra vita attiva e contemplativa. Le strofe vengono accorpate per temi nel pentagramma del vivere con accenti introspettivi ed istanze etico-sociali. Tra attività diurna e notturna / nella polvere del giorno/ si affaccia, a sanare le contraddizioni, il riscatto del Mito nel rinvigorirsi della consapevolezza di un passato da riscoprire, un presente da sostenere verso un futuro da ricostruire nel miraggio dell’utopia solidale.L’andamento ora allegro, ora meditativo della ferialità si impenna nella riproposizione della bellezza come ideale che si incarna nelle Arti figurative di un glorioso passato da ammirare: la Firenze Medicea in cui il Neoplatonismo, filtrato da Marsilio Ficino, trovava il suo corrispettivo allegorico nell’Arte del Botticelli. Nella sezione a preludio “Sinfonia per Populonia”- sito archeologico prominente il Golfo di Baratti - il poeta riesuma le antiche origini etrusche della Toscana, evocando la fase aurorale del Mito nella fase italica, cui consegue la celebrazione del Mito umanistico del fecondo Rinascimento nella dialettica della memoria storica con le dinamiche inquiete del presente: l’arte fecondi / la sterilità dei tempi… inseguendo / le esili tracce dell’utopia.  --   Oggi c’è bisogno/ di bellezza, di simboli / sereni del bello.
Il  CONCERTO PER FLORA, nel cuore  pulsante della Silloge,  è dedicato alla  figura mitica della Ninfa Flora che richiama l’antico appellativo della città di Firenze, “Florentia”, cantata attraverso una serie di liriche coreograficamente concepite che ruotano attorno ai noti capolavori “la Primavera” e “ La nascita Di Venere”, rifacendosi alle tesi di Cristina Acidini Luchinat - “Botticelli. Allegorie mitologiche”, Electa, 2001 - che mette in campo una chiave di lettura storica sul piano iconologico.
Le iconografie, ispirate alla poesia di Agnolo Poliziano “Stanze per la Giostra di Giuliano”, incarnano la celebrazione della rinnovata fioritura di Firenze “nell’eterna primavera ristabilita dai Medici” grazie alla pace riconquistata dall’abile politica diplomatica del Magnifico che riuscì a porre fine ai due anni di guerra con Ferdinando d’Aragona e di interdetto papale dopo la congiura dei Pazzi, personificata da Mercurio, raffigurato con i calzari alati mentre caccia le nubi con il bastone o“caducéo”( due serpenti avvinghiati: simbolo, nella tradizione del Dio Eusculapio, di concordia, unione e pace).
Le  figure allungate e flessuose - Venere dea dell’Amore casto e generatore vicino ad un cespuglio di mirto a lei sacro; Cupido che scocca una freccia verso le tre Grazie ( le facoltà spirituali dell’humanitas); Zefiro, il vento che introduce la primavera, rapisce la ninfa Clori dalla cui bocca fuoriescono tralci di fiori; Flora, personificazione di Firenze, divinità giovane e feconda protettrice dei lavori agricoli e della fertilità femminile, prende fiori dal lembo della veste sul suo grembo - si muovono al passo di una danza che si staglia in un hortus conclusus: spazio ideale, dove tutto è armonia di forme e sentimenti.
La stessa“ Nascita di Venere “ su una conchiglia dalla spuma del mare è simbolo dell’Amore divino riservato agli spiriti eletti, simbolo della purezza e dello splendore dell’anima per cui  i due Zefiri ( figure intrecciate nella coppa Farnese) la sospingono verso terra dove l’attende Flora, Firenze, per coprirla con un ricco manto….                     
  Rinnoverà alla felice/ terra di Toscana/ i doni dell’amore
Dall’itinerario rinascimentale i frammenti lirici si ricollegano a tempi più recenti per ritrovare e tessere / il filo della memoria/ nelle parole rimembranti del poeta: Il suono della poesia. / Shelley alla Fonte del Narciso,/ i Futuristi alle Giubbe Rosse, Montale all’antico Istituto,/ Campana a S.Salvi. Dante per ogni dove./
Lo stesso omaggio alle “Tredici tempere su tela” di Vinicio Berti, (artista esponente dell’ Astrattismo classico fiorentino anni Sessanta ), donate alla storica Società di Mutuo Soccorso di Peretola ed esposte nella Casa del Popolo a Firenze - II° tempo del Concerto per Flora, denominato “Tesori”- si inarca nel Mito odierno del travaglio storico del dopoguerra. La gestualità astraente tra Cubismo e Futurismo genera trame segniche dalle verticalità ascensionali costruttive ed energiche (Manifesto della “Morfologia costruttiva” 1972) che ricostruiscono la fisionomia storica dell’antico borgo e ne interpretano il sostrato mitico popolare: dagli episodi della Resistenza antifascista di Liberazione-Ricostruzione alla rivisitazione di racconti e leggende legate al territorio nella definizione dell’identità di un popolo in cammino, cui fanno  da controcanto i versi che liberano l’idea di spazialità e progettualità dell’architettura brunelleschiana: Longarine e ganasce, /tavole di cantiere/ si spingono in alto. Lo slancio della cupola,/ delle idee in fermento/ per la nuova società. … nel segno di una auspicata Primavera di ideali.
Un respiro cosmico di fraternità francescana CANTO “Sora nostra matre terra” chiude la poliritmicità poetica nell’umile trasfondere del naturalismo primigenio dei quattro elementi  per un’ ascesi  alle origini della creaturalità nella dimensione  universale.                                                             

 SILVIA RANZI

lunedì 18 novembre 2013

"Hope is contagious" / R. Mosi, The invasion of starlings, Gazebo Libri - "Dialogue with the talkative crow"


Rivista “Il Segnale”, n. 96 . Anno XXXII, ottobre 2013
 Recensione di Marco Furia, pp. 86-87 

La speranza è contagiosa"/ L'invasione degli storni, Gazebo Libri . "Il dialogo con la loquace cornacchia"





Roberto Mosi, L’invasione degli storni, Gazebo Libri, Firenze 2012 

Con L’invasione degli storni, Roberto Mosi presenta una raccolta di versi le cui solide cadenze tendono ad ampliare il discorso poetico per via di consistenti immagini.

L’argomento della malattia è affrontato con forme verbali precise, composte, e verrebbe da dire, rispettose del lettore, come del tema proposto. Un tema trattato in maniera molto attenta ma non ossessiva, secondo un atteggiamento linguistico inteso a promuovere l’altrui partecipazione. La vita c’è, è lì, anche nei momenti meno felici.

Leggo a pag. 23 “Sulle pareti carte disegnate/ dal gemito dell’acqua dei tubi/ dal gorgoglio delle docce".” Rumore d’acqua che scorre in impianti idraulici sono dunque in grado di disegnare misteriosi lineamenti che attirano l’attenzione del poeta, qui fossero carte geografiche appese al muro: non importa, qui, sapere ciò che davvero accade, ma prendere atto che qualcosa accade.

Più oltre viene proposta una sorta d’immagine-dichiarazione: “Le colline sono illuminate/ dallo sguardo indifferente del sole.” Anche la natura inanimata c’è, ma non parla: forse compito precipuo degli uomini, è proprio quello di farla parlare (secondo modelli scientifici, ad esempio).

Leggo a pag. 25: “L’edificio galleggia sugli aghi/ di pini che sfiorano il cielo/ scuro, in attesa della notte.” In questi tre versi, in cui non è rappresentata alcuna figura umana, si avverte un persistere vivo non, come nel caso del “sole”, distaccato.

L’esperienza dolorosa, non chiusa in se stessa, riesce a farsi tramite di riflessioni che non annullano certo il patimento, ma nemmeno inibiscono il sorgere di fecondi impulsi poetici.

Il Nostro, nell’affrontare con quotidiano coraggio malattia e cure, trova (sarebbe più esatto dire vive) in sfavorevoli frangenti un quid che è ancora sofferenza, ma non è più unicamente tale.

L’ultima sezione, dedicata al cinema, tratteggia mondi virtuali con amorevole intensità.

Non ci sono dubbi: l’autore, come molti di noi, porta con sé le sequenze cinematografiche che l’hanno maggiormente colpito, conservandole, assieme agli altri ricordi, nella memoria.

Dopo aver citato il capolavoro di Federico Fellini Otto e mezzo, il poeta scrive due versi che paiono riferirsi alla scena finale del film e, contemporaneamente, al suo stesso stare al mondo come essere umano: “Gli altri sono parte di me/ nel cerchio della vita.”

La Postfazione consiste in un breve “Dialogo tra l’autore e la Cornacchia della Valle dell’Inferno”, le cui ultime parole sono: “la speranza è contagiosa”.

La perspicace Cornacchia, proprio alla fine, ci fornisce la chiava di lettura dell’intera raccolta e, nello stesso tempo, ci rende consci di un contagio che tutti accomuna. Un contagio provvidenziale, non soltanto nei momenti difficili.