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martedì 28 ottobre 2025

Dieci anni dell'Officina del Mito al Caffé delle Murate, Firenze - Roberto Mosi: "Amo le parole", Ladolfi, l'Antologia del MITO - Lo sguardo critico di Silvia Ranzi



DECENNALE DELL’OFFICINA DEL MITO: Il MITO DEGLI ETRUSCHI nel 2026

ROBERTO MOSI

“AMO LE PAROLE”, LADOLFI EDITORE Primo Premio LIBRI POESIA “ALBEROANDRONICO” 2024

DISEGNI DI ENRICO GUERRINI

2016 I CONFINI DEL MITO     2018 LABIRINTO TRA CAOS E COSMO    2019 ORFEO CHI?

2020 PROMETEO    2021 IL CONCITTADINO DANTE         2022 Il GIARDINO GLOBALE

2023 ANTIGONE        2024 EROS           2025 ATHENA

ROBERTO MOSI
Fiorentino di nascita, dirigente per la cultura alla Regione Toscana, da un ventennio si è affermato quale poeta, fotografo di cicli iconografici, scrittore di narrativa   e saggi archivistici alla riscoperta di personalità che hanno segnato la fisionomia della Città dell’IRIS nei carismi della Toscanità

Ha pubblicato due Antologie liriche - “ POESIE 2009 -2016” e “ AMO LE PAROLE”( 2017 – 2023) Ladolfi Editore, prefazione di Carmelo Consoli  - che restituiscono il denso e variegato percorso lirico della sua produzione letteraria  su vari temi nell’esplorazione della Cultura del territorio, luoghi e non luoghi  al crocevia tra STORIA e MITO quale perno portante la sua poetica, il culto per l’amata Florentia nelle sue strade, vicoli, siti panoramici e monumentali, il richiamo per la tutela dell’ecosostenibilità ambientale,  le istanze di un Umanesimo  civile e solidale da difendere, la narrazione della follia ai tempi dei presidi  psichiatrici dei manicomi di S. Salvi, la ricerca  immersiva nel Naturalismo appagante e riesumato di verità ancestrali, itinerari introspettivi e spirituali in cui echeggiano stratificazioni MITICHE, interfacciando L’ANIMA LOCI  o  GENIUS LOCI dai suggestivi riverberi evocativi.

Le sue liriche intrecciano accenti intimi a rimandi semantici nelle ritualità della memoria su piani interdisciplinari: tra reale ed ideale, contingente e sovratemporale, passato e presente, utopico ed onirico, materia e spirito.

Nella veste di poeta e fotografo ROBERTO MOSI  ha fondato l’OFFICINA DEL MITO con l’artista ANDREA SIMONCINI ed altri esponenti rinomati del milieu fiorentino, appartenenti alla società di Belle Arti - Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, approdando al decennale di eventi  espositivi su temi legati al Mito: ROSA CIANCIULLI, GUIDO DEL FUNGO, ENRICO GUERRINI, GIOVANNI MAZZI, SALVATORE MONACO, MARGHERITA OGGIANA, ANDREA ORTUNO,  ZERVA PARASKEVI, ANGIOLO PERGOLINI, ROBERTO ROMOLI e la partecipazione  del musicista UMBERTO ZANARELLI.

Il MITO - racconto simbolico ed immaginifico di esseri divini, eroi e discese nel aldilà - contrapposto in età classica a LOGOS (argomentazione razionale) - è una Ierofania che possiede valore storico ed archetipale universale sconfinando nella dimensione extratemporale, portando ad un ampliamento di coscienza che sconfina nelle frontiere delle personificazioni e simbolismi peculiari delle Arti visive.

 Il concetto moderno di MITO ha un campo di applicazione ampio nell’ambito della storia delle Religioni: naturalismo allegorico, antropologico e sociale.

JOHANN JAKOB BACHOFEN, storico ed antropologo svizzero, sostiene che il mito incarna la lingua primordiale della condizione umana nelle sue valenze metastoriche (forze trascendenti, extraumane, panteismo); autore del saggio “Il simbolismo funerario degli antichi” (1859) ha posto le basi per la  “Storia delle immagini” che influenzerà pensatori come Aby Warburg e Walter Benjamin.

Tale concetto nel ‘900 trova riscontro nelle opere del rumeno Mircea Eliade, storico delle religioni ed antropologo, (1907 – 1986) nel saggio: “Il mito dell’eterno ritorno” (1949). Egli afferma: “Il SACRO è insomma un elemento della struttura della coscienza e non è uno stadio nella storia della coscienza stessa”

ERNST CASSIRER filosofo tedesco naturalizzato svedese, dopo GB. VICO (la moderna scienza del mito ha il suo atto di nascita) E. SCHELLING, diviene il pensatore che in modo sistematico si è dedicato allo studio estetico del Mito: nei suoi testi “Filosofia delle forme simboliche” (1923 -’25) e in “Linguaggio e mito” (1925) afferma l’autonomia semantica del simbolismo mitico quale prodotto della creatività dello spirito umano.

Si avvicendano gli studi psico-etnologici influenzati dal Positivismo e dall’Evoluzionismo.

WILHELM WUNDT, psicologo, fisiologo e filosofo tedesco, seguendo questo indirizzo di ricerca, ritiene il MITO un prodotto dell’immaginazione che appartiene al mondo sentimentale e rappresentativo definito “Appercezione mitica” (“Psicologia dei popoli”1900 –‘1920). La sua enfasi è sull’analisi dei contenuti mentali per comprendere la loro struttura e giungere alla “sintesi creativa” dove l’unione delle parti crea un tutto nuovo.

 E’MILE DURKHEIM (Epinal 1858 - Parigi1917), sociologo, filosofo, storico delle religioni, fondatore del “Funzionalismo” di scuola francese: il Mito una proiezione che riflette le caratteristiche della vita sociale dell’uomo connessa con la tradizione e la continuità della cultura nella connessione con le realtà soprannaturali primigenie.  Decisivo sarà lo sviluppo della PSICOLOGIA DEL PROFONDO   che a partire dal suo pioniere SIGMUND FREUD rese possibili nuovi orientamenti negli studi mitologici.

 La funzione dei Miti - potenze cosmiche, esseri divini, eroi - nella loro sacralità teogonica, cosmogonica, antropogonica, secondo la teoria dell’INCONSCIO COLLETTIVO di CARL GUSTAV JUNG (1875 -1961) assume il ruolo di veicolare simboli quali proiezioni degli “Archetipi” o idee madri della psiche arcaica, “massa ereditaria spirituale che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale”.

 La scuola fenomenologica con KAROLY KERENYI (1897 – 1973), filologo classico e storico delle religioni ungherese, individua per i miti classici l’origine nei mitologemi primordiali: una sorta di materiale originario che la fantasia mitopoietica elabora secondo regole riconducibili all’ “Evoluzione storica”.

Congratulazioni a Roberto Mosi per il suo itinerario composito nella dialettica tra verso lirico e immagine fotografica, per la sua vocazione esplorativa multisensoriale e analitica delle sottese radici culturali nei riverberi della natura, storia del territorio, urbanesimi, fisionomie di Umanesimi alla ricerca di verità vaticinanti nel rapporto con il Divino.

Ringraziamo l’OFFICINA DEL MITO per l’apporto culturale insito nell’alleanza “fenomenologica” tra l’Arte e le valenze sublimatrici del Mito quale scrigno di verità primigenie universali, nel dialogo tra passato e presente secondo rinnovate Iconografie ad opera dei singoli artefici: speculazione ispirativa, prassi stilistica ed atti ermeneutici delle rappresentazioni paradigmatiche.

SILVIA RANZI

LIRICA DI ROBERTO MOSI da Navicello etrusco (Il Foglio, Piombino, 2018)

 IL VULCANO - TURAN, DEA DELL'AMORE

               Il  vulcano

 Il vulcano sprigiona fuoco,

fumo solenne sulla spiaggia.

Il gioco di questa mattina.

Le onde lo circondano,

a tratti, lo lasciano libero.

                    Alimentiamo il fuoco

con i legni raccolti in pineta.

 

Si rinnova l’arte degli Etruschi:

i forni fusori per fondere la pirite

dell’Elba e sulla sabbia ai nostri

piedi brillano al sole la polvere

di ferro, i pezzi di argilla rossa,

i frammenti della storia.

 

Un’onda travolge il vulcano,

il gioco di questa mattina.

 

 

Turan, dea dell’amore

  

La primavera sta per aprire

il suo mantello di fiori,

Marta e Anna sono

padrone della spiaggia.

 

Marta compone un tappeto

di ciottoli, pezzi di rossi

mattoni, di neri rosticci

dai forni di fusione.

 

Anna con una canna

scrive  sulla sabbia

bagnata le ultime

parole che ha imparato.

 

Lancio, felice, nell’acqua

sassi piatti, levigati

dal mare, alla ricerca

di un tiro da cinque rimbalzi.

 

Nell’aria la presenza

di Turan, la dea etrusca

dell’amore, della rinascita.



Disegni di Enrico Guerrini







 

 

 


 

 

 

  

 

 













I dieci anni dell' Officina








domenica 16 febbraio 2025

"Il silenzio dipinto delle pagine": Vermeer ispira Enrico & Roberto - Il video "Poesie 2009-2016", Ladolfi // "De geschilderde stilte van de pagina's": Vermeer inspireert Enrico & Roberto - De video "Gedichten 2009-2016", Ladolfi


 

Il silenzio dipinto delle pagine

 

Silenzio seducente del quadro

nel rumore di folla del Salone.

Pittore senza arte, compone

dall’arte di più pittori

da un frammento del mondo

da prospettive inattese.

Dipinge con la parola

per pennello la parola

per colore il suono della voce.

 

Silenzio sonoro del porto.

Nessun confine, terra e mare

l’acqua penetra le case, oltre

i tetti gli alberi dei battelli.

Barche tra i flutti, la sabbia

bagnata riflette le chiglie,

una nave lontana nascosta

ora dagli edifici, sembra

avanzare in mezzo alla città.

Più lontano tratti neri,

bianchi di spume, di nebbia

compongono lo slancio

della nave verso il cielo.

 

Silenzio ambiguo del ritratto.

Acquerello pieno d’incanto,

soggetto singolare, seducente

fascino da scoprire di giovane

donna non bella, il copricapo

orlato dal nastro color ciliegia,

la sigaretta accesa

nella mano coperta dal guanto.

Travestimento per il ballo?

Un’attrice d’altri tempi

a mezzo vestita da uomo?

Tratti mascolini del volto,

forse un giovane effeminato.

Liberta dalla normalità.

 

Silenzio d’acqua delle ninfee.

Cinque, sei tele per dipingere

inseguendo l’attimo,

la sorpresa dell’inatteso.

Una tela, un pennello diversi

al variare dei brandelli di cielo,

il passare di una nuvola

l’improvvisa folata di vento.

La superficie s’increspa

s’infrange in piccole onde

si sgualcisce il telo di seta

i colori si accendono vivi.

 

Silenzio simbolo di seduzione.

Danza il corpo segnato

da simboli misteriosi,

danza una rosa in mano

in attesa del carnefice,

danza davanti ad Erode

gli occhi accesi di brace,

danza per la decapitazione,

danza per la testa che brilla

di un’aureola di gloria.

Dipinti, acquerelli, disegni

si moltiplicano: la danzatrice

torna a sollevare il braccio,

a muovere passi fatali.

 

Silenzio della pagina scritta.

Regno della lenta cognizione

per l’occhio educato alla pittura,

si stacca dal ritmo usuale

del tempo, dello spazio

 nel laboratorio aperto

per la nuova creazione,

conquista immagini

convergenti in mille rivoli,

allontana di pagina in pagina

il soffio silenzioso della morte.

Roberto Mosi, Il silenzio dipinto delle pagine, in AA. VV. (a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani),  Salon Proust, www.laRecherche.it , n. 139, Roma 2013, pagg. 28-33.

Proust nell’atelier del pittore Eltsir

 

“Salon Proust” è il titolo dell’Antologia pubblicata, in forma di e-Book, nel 2013 dalle edizioni www.laRecherche.it, per il 142° anniversario della nascita (10 luglio 1871) dello scrittore. I Salon erano esposizioni periodiche e sappiamo che Proust, ammiratore dell’arte contemporanea, era un assiduo frequentatore di queste mostre, dalle quali filtrava poi nei suoi libri, descrizioni più o meno evidenti, delle opere che più lo colpivano; in particolare, dai pittori suoi contemporanei creò il personaggio di Eltsir, che compare nel libro All’ombra delle fanciulle in fiore. In occasione della celebre visita del Narratore all’atelier di Eltsir, durante la vacanza a Balbec, assistiamo a una sorta d’inventario di quadri ma anche a una specie di Salon, in cui la voce narrante ci racconta le tele esposte. Nella Recherche è da dire, emerge un rinvio preciso all’arte di Vermeer – detto da alcuni “il pittore del silenzio” – e al suo famoso quadro “La veduta di Delft”. Ci sembra che la passione di Proust per la pittura riveli la vicinanza della sua scrittura a quest’arte, il suo carattere pittorico, spesso le frasi hanno autentici colori, spessori di pennellate, chiaroscuri ed evanescenze, soprattutto impressionistiche insieme a “splendori” fiamminghi. La Recherche, insomma, come un Salon, in cui Proust esponeva i suoi quadri, fatti di parole, ma condivideva lo spazio che andava creando con altri pittori, contemporanei e no.


VIDEO "Poesie 2009-2016", Virginia Bazzechi

sabato 16 marzo 2024

Il "prezioso" commento di Sonia Salsi per l'antologia "Amo le parole. Poesie2017-2023" - La figura del poeta-fotografo

 

ROBERTO MOSI,  Amo le parole Poesie 2017-2023,

Ladolfi Editore, Borgomanero, NO, 2023

da Il nostro giardino globale e I nostri giorni

Il commento di Sonia Salsi

 

 " Nelle poesie di Roberto Mosi Immagine e Parola sono l’una il complemento dell’altra, in continuità con il pensiero classico: nella Grecia del VI/V sec a. C “grafein”, significa incidere, graffiare, scolpire, dipingere, scrivere”. Orazio nell’ Ars Poetica mostra le peculiarità  dei due linguaggi, in accostamento paritetico e non prescrittivo.

Il Medioevo privilegia la parola, mentre nel Rinascimento si individuano analogie e contrasti fra Immagine e Parola,  valorizzando   ora l’una ora l’altra.

Ma Leonardo non ha dubbi; nel  Trattato Della pittura,  scrive al capitolo 17:“La Pittura serve al’ occhio (sic), senso più nobile che l’orecchio, obietto della Poesia”. La Pittura ha una compiutezza sincronica, la Poesia è diacronica, scompone l’unità, cioè l’armonia, non rappresenta  la molteplicità  se non in tempi che si susseguono.

Varie le posizioni, finché, nel secolo dei Lumi, Lessing  supera la diatriba  del rapporto, gerarchico o paritetico, individuando le peculiarità semiotiche di ciascuna: la Pittura è in rapporto con lo spazio, la Poesia col tempo.

Ma Baudelaire ribalta tutto: Glorificare il culto delle immagini, mia grande, unica, primitiva passione!”

Il Novecento sottolinea come l’immagine -elemento peculiare del visivo- non sia traducibile  in altri linguaggi, a meno di non perderne lo “statuto”. Ma è irriducibile l’esigenza di leggere il visivo e si giunge ad una sintesi: l’Immagine e la Parola sono complementari, in un concetto di Arte performativa che unisce più linguaggi e, dal loro incontro, ne crea di nuovi.

Marcel Proust sosterrà che “la vera vita è la letteratura”, sottolineando, però, un elemento fondamentale di convergenza fra Parola e Immagine: “Lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, è questione  non di tecnica, ma di visione”

A maggior ragione vi è complementarietà  quando, come Roberto Mosi, il Poeta è Fotografo e il Fotografo è Poeta e usa il click e il fruscio del pennino sulla carta o il ritmo del tasto del  computer: simbiosi e sintesi di Parola e Immagine, in reciproco disvelamento.

Del resto, le parole  della Poesia  dialogano con lo “spazio” nel bianco della pagina: esse si dispiegano in una spazialità irriducibile, inamovibile, perché strutturalmente collegata al loro riverbero musicale (o  volutamente antimusicale) ed emozionale.

Il Poeta/Fotografo evoca, costruisce immagini-sostanza della Parola e viceversa.

Sapiente è l’uso delle figure “retoriche”, strumentario delle parole immediatamente tradotte in immagini: aggettivazioni, termini tecnici, metafore, correlativi oggettivi… in sintesi visiva, uditiva, emozionale.

E’ difficile trascegliere esempi  tra le poesie di questa raccolta; già il titolo di una delle varie sezioni, Il nostro giardino globale, rimanda, attraverso l’aggettivo “globale”, ad una diffusa sensibilità dell’opinione pubblica, ad una dimensione scientifica e filosofica del problema, che i media sottolineano e sintetizzano tramite immagini.

E  la lirica Giardino globale, col suo ossimoro,  richiama  immagini dell’infinito spazio con termini tecnici (“orbite”, “spazio infinito” ), unite al giardino dell’esperienza ristretta intorno a casa, pulsante di vita minuta. Fino al conclusivo  sincretismo, figurale e verbale, “Terra Giardino”.

 Anche Rondinare, evoca  un sincretismo fra spazio e tempo: spazio abitato dai suoni e rarefatto nel silenzio, fino a farsi memoria del tempo trascorso.  Il titolo ha l’imprevedibilità e l’efficacia di un neologismo.                                                                              

E mentre Il vento ci avvolge in una sensazione uditiva e figurativa,  Dal mare  illustra sincronia e diacronia di passato e di contemporaneità. L’eterno presente del ricordo, perduto nel tempo perduto, resta sempre “qui ed ora” nella rievocazione e si unisce al presente, che si manifesta nella contemporaneità ecologica: “energia prodotta/dal movimento delle onde” potrebbe trovarsi in una relazione tecnica. Immagine immediata ne L’esercito di plastica,  metafora linguistica che, a sua volta dà concretezza alla fisicità della materia, in iperbole visiva.                                                 

Un esempio di titolo di taglio giornalistico è Mobilità verde, che immediatamente evoca istogrammi, grafici, immagini tecniche esplicative.

Spiazzante figurazione politica  in Elogio delle erbacce, con “minoranza apolide” che mette in crisi i nostri spazi interiori, ordinati, razionali, soffocatori di fantasia.

Sullo sfondo dell’ispirazione vi è un elemento fondativo della creatività di Roberto Mosi: il mito, in cui si diluiscono  e si accentuano asprezze e contraddizioni della contemporaneità.

Se Il volo a Kiev trascolora in un intenso sincretismo visivo ed uditivo, L’urlo delle sirene unisce il ricordo  di una esperienza dell’infanzia al  presente della tragedia attuale e al  passato dell’umanità, declinato dal titolo in un sottinteso Mito.

 Anche la cronaca politica si stempera nel mito, che accoglie, in un Tempo estraneo allo scorrere del tempo, le immagini e le voci del Grido di Antigone.

In Rivoluzione digitale e Intelligenza artificiale la più innovativa contemporaneità è figlia di Minerva; Mercurio la protegge e Circe minaccia la nostra indifesa umanità, caduta in trappola,  In rete. Sottesa è una dimensione ironica: i titoli sembrano  celare una spiazzata e spiazzante domanda di chi è  éiron,“colui che interroga, fingendo di non sapere”. Ma il poeta sa bene di cosa si tratta!

 Sino all’immagine conclusiva, sintesi di emozioni: La pace. Il pane, metafora di sentimento e di speranza, è immagine reale, antica, trasfusa nel mito di una pace che non è mai stata davvero vissuta nella sua intensità, se non come “assenza di guerra”.

Indiretto riferimento ad una mitica età dell’oro, che non c’è mai stata, ma di cui, forse, si possono captare ipotesi di impossibili vestigia nella creatività dell’arte che, in Roberto Mosi, si fa Immagine e  Poesia. "

         Firenze, marzo 2024                    Sonia Salsi                                                                                

 

 

                                                                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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venerdì 29 settembre 2023

Salviamo le Gualchiere di Remole - "L'Opificio delle Arti": la manifestazione - Poesie dall'antologia "Amo le parole"





          Alle Gualchiere di Remole la manifestazione dell' "OPIFICIO DELLE ARTI" il sabato 23 settembre 2023, evento progettatto per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sullo stato di degrado dell'antico opificio, di origine medievale, alle origini, con il sistema delle gualchiere lungo il fiume, della ricchezza e della fama del Comune di Firenze. 


          La manifestazione è stata articolata nei seguenti passaggi: Storia, Arti Visive Letterarie Musicali, Poesia, con la partecipazione di:
GRAZIA BIANCHI
CINZIA COSI
PIERO GENSINI
ENRICO GUERRINI
ALBERTO INGLESI
STELIO MASSINI
ROBERTO MOSI
          La manifestazione era a cura della Associazione Ripolese per la Cultura
e l’Ambiente, l’A.R.C.A. 



          Roberto Mosi, per la poesia,  ha ripreso una serie di liriche dalla Antologia "Amo le parole. Poesie 2017-2023", Ladolfi Editore, di recentissima pubblicazione. 


Nella prima parte dell'intervento ha presentato le sue poesie dedicate all'Arno, alla bellezza, alla storia “L’oro del fiume”,  “Piazzale Michelangelo”(il fiume visto dall’alto al tramonto , il fiume colorato di rosso, come sangue, fa pensare alla guerra, alle guerre vicine", “L’Arno in piena” (con il tema dell’inquinamento, della plastica....), Le Murate” (le alluvioni di ieri e di oggi; la rinascita del complesso delle Murate), "Sul fiume di notte" (da un "dialogo" con Marcel Proust).

Sul fiume di notte

.

La barca scivola al centro

del fiume foderato di notte,

la pertica affonda nell’acqua

spinta nel fondo dal barcaiolo.

Le braccia del Ponte Vecchio

si aprono illuminate di finestre

.  .  .  .  .  .  .  .

          Nella seconda parte dell'intervento, Roberto Mosi, si è soffermato sulle poesie dedicate alle acque delle fonti, dal poema "Orfeo in Fonte Santa" (con il tema dell'Arcadia dei Pasori Antellesi, della via della Transumanza verso le Maremme, le pagine della lotta nel periodo della Resistenza, il femminicidio di cui fu testimone la fonte ,...), e dalla composizione "Concerto" (i versi dedicati, per il Golgo di Baratti, alla Fonte di San Cerbone, alla Fonte del Pozzino e alla Fonte delle Serpi in Amore).

          E' importante dunque rilevare che la manifestazione "Opificio delle Arti" ha rinnovato un costante impegno sociale per salvare dal degrado, dalla distruzione le Gualciere di Remole, patrimonio prezioso di tutta la comunità.

Preziosa a questo riguardo la scheda preparata dalla Associazione Italia Nostra, presente online.



"Le Gualchiere di Remole sono ubicate sulla riva sinistra dell'Arno, in un contesto particolarmente naturalistico. Queste strutture, anticamente utilizzate per la follatura dei panni e disabitate dalla Seconda Guerra Mondiale, costituiscono un importante esempio di archeologia industriale risalente al XIV secolo. L'edificio ha impianto rettangolare, con l'asse quasi parallelo al corso dell'Arno, ed è concluso alle estremità dai due corpi turriti, più alti. La struttura è mista in pietra e mattoni. Attorno all'organismo architettonico delle Gualchiere, si articola il borgo di semplici case rurali.

Il complesso, deputato fin dal XIV secolo alla follatura, costituisce un raro esempio di opificio medievale. All'interno dell'edificio è tuttora conservato l'impianto idraulico antico, formato dalla pescaia, dalla diga, dalle cateratte e dal porticciolo per caricare i panni. Nelle gualchiere costruite sull'Arno, infatti, si sfruttava l'energia dell'acqua per consentire il funzionamento dei macchinari che battevano e pressavano le pezze di lana; le tele ancora umide venivano poi trasportate, via fiume, a Firenze per le successive operazioni di finitura.

Le Gualchiere di Remole, unica traccia di questa tipologia una volta molto diffusa sulle rive dell'Arno, costituiscono la preziosa testimonianza della fiorente industria laniera fiorentina a partire dal XIV secolo. Infatti, la lavorazione del panno di lana e la sua commercializzazione furono le attività che accrebbero la potenza economica di Firenze nel Trecento.

Motivazioni del degrado

Aspetti strutturali (fratture), Aspetti strutturali (crolli), Superficiali (umidità), Superficiali (vegetazione), Superficiali (mancanza di intonaco.), Generali (abbandono), Uomo (finestre rotte), Uomo (graffiti)

Nel 2017, il Comune di Firenze metteva all'asta il monumento, nonostante le dichiarazioni di tutela espresse dall'Unesco. Dopo varie aste andate a vuoto, il bene è stato tolto dalla lista delle proprietà alienabili e inserito in quelle da valorizzare. Attualmente, le Gualchiere di Remole rientrano nel programma di interventi di manutenzione ordinaria dell'alveo, delle sponde e delle banchine di tutto il tratto della Gora di Remole, lungo circa 440 metri. È prevista la progettazione di percorsi pedonali e ciclabili. I lavori, finanziati dal Comune di Firenze, sono stati avviati nel 2020 e hanno previsto la messa in sicurezza del complesso.

L'edificio delle Gualchiere è recintato ed è visibile solo dall'esterno. Il borgo adiacente è disabitato, con l'unica presenza dello scultore Piero Gensini, che vi ha allestito il proprio atelier d'arte."