lunedì 15 dicembre 2025

"Il cortocircuito urbano" nella Città che Cambia- Testimonianze al Circolo Vie Nuove - Il caso Novoli e i Demidoff

 


Registrazione video Incontro 15 dicembre 2025 Circolo Vie Nuove







La città che cambia fra memoria e futuro. Il caso Novoli

Roberto Mosi

 

La linea della tramvia per l’aeroporto di Firenze, da via Gordigiani, dopo aver sfiorato il liceo scientifico Leonardo da Vinci, s’impenna sul lungo ponte intitolato a Margherita Hack, alla confluenza del Mugnone e del Terzolle, e scende su via di Novoli per raggiungere la fermata San Donato-Università. Per coloro che sono nati nella zona come me e hanno una certa età, l’impatto con il paesaggio urbano di oggi è veramente sconvolgente. Da una parte, nella direzione dell’Arno, gli imponenti agglomerati degli edifici costruiti negli anni Settanta, lasciano un breve respiro all’antica chiesa di San Donato in Polverosa, al suo campanile medievale e ad un tratto della villa Demidoff, sottoposta di recente ad una drastica opera di restauro. Dalla parte opposta della via di Novoli, verso Monte Morello, i segni più forti dei recenti cambiamenti avvenuti nella città, con la realizzazione del centro commerciale di San Donato, aperto su un’ampia piazza da dove inizia il percorso verso il polo delle Scienze Sociali dell’Università di Firenze; con il restauro dell’imponente ex Centrale Termica dello stabilimento Fiat, trasformata in urban centre. Poco oltre si apre il parco di San Donato, realizzato in questi ultimi anni, un’area verde che, per dimensioni, è la terza nella città; all’estremità del parco, sul viale Guidoni, si alza l’enorme massa di cristalli e cemento del Palazzo di Giustizia.

Nella definizione di questo nuovo contesto urbano, accennato a grandi linee, si può individuare, per un verso, la ricerca della salvaguardia della memoria del luogo, per l’altro, lo sviluppo in questa zona di nuove funzioni importanti per il quartiere e per la città. Sono aspetti diversi fra loro ma crediamo che richiedano una precisa attenzione, passaggi importanti per dare consapevolezza e speranza ad un’intera comunità. Tre sono gli elementi legati alla memoria collettiva della zona: il lavoro, la religione, le acque.

Riguardo al primo elemento, l’edificio della centrale termica dell’ex stabilimento industriale Fiat, è certamente un simbolo di rilievo all’interno del nuovo scenario urbano. Si tratta di un edificio a torre, alto 30 metri con struttura portante in cemento armato dalla cui sommità si innalzava, una volta, una ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza, ora sostituita da un insieme di tralicci che ne rievocano la forma. È un’occasione unica per i cittadini visitare questo luogo, scoprirne la storia e comprendere gli interventi che stanno trasformando il sito in un polo culturale. Le visite consentono di accedere al cuore della centrale, ovvero agli spazi dove sul finire degli anni Trenta del Novecento, furono costruite due imponenti caldaie, in grado di fornire l’approvvigionamento elettrico utile all’adiacente stabilimento Fiat. Il complesso, più volte modificato, è rimasto in funzione fino agli anni Novanta. Dal piano alto dell’edificio si ha uno sguardo d’insieme sul quartiere di Novoli, sulla sua struttura urbana, sull’articolazione delle residenze e delle fabbriche.

Ricordo bene, quando ero ragazzo, il concerto delle sirene al mattino e alla sera, le cui voci si alzavano, con tonalità diverse, dallo stabilimento Fiat, dalla Manifattura Tabacchi e, più lontano, dalle Officine Galileo e dalla Nuova Pignone. Questa zona, d’altra parte, è stata sempre dedicata al lavoro sia agricolo che industriale; già nel secolo XIII si insediò l’Ordine degli Umiliati che, grazie all’abbondanza delle acque e dei fossi, presenti fin dalla centuriazione romana, intraprese la lavorazione della lana, che poi trasferì in Borgo Ognissanti. Nell’Ottocento l’imprenditore russo Anatolio Demidoff nel parco della villa, pianta quaranta mila alberi di gelso e avvia, per alcuni anni, un ciclo completo di una fiorente industria della seta. La stessa villa è il centro della gestione degli affari del ricchissimo industriale, proprietario di fabbriche e miniere anche in Russia, in Siberia, nella regione degli Urali, in Crimea: da qui partono collegamenti internazionali, resi possibili dall’uso del telegrafo.



In merito al secondo elemento preso in considerazione, un particolare significato riveste la chiesa di San Donato in Polverosa, dagli anni Sessanta del secolo passato sede della parrocchia della zona, aperta a tutte le ore del giorno, un rifugio prezioso di raccoglimento, sfiorato oggi dal traffico convulso verso le autostrade. Sorta come oratorio nei pressi del Mugnone, ha origini romaniche, risalenti al 1187, l’interno restaurato è ad un’unica navata, conserva alcuni affreschi staccati del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l'Annunciazione, il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la Madonna della Cintola, mentre l'Adorazione dei Magi e la Nascita del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni;  di Gaetano Bianchi è il dipinto neogotico Pazzino de' Pazzi, crociato fiorentino,  che rende omaggio a san Donato (1880). Da questa chiesa partirono nel febbraio 1188, 84 cavalieri fiorentini per la Terza Crociata dopo che le loro insegne erano state benedette dall’inviato del papa. Dalle terre d’oriente, conquistate allora dai crociati, arrivano oggi molti migranti, che vivono una pacifica integrazione con le persone del quartiere.

Il grande portone della chiesa si apre, dopo gli ultimi lavori alla villa, su una piazzetta, ben visibile dalla fermata della tramvia, arredata con pannelli multicolori che danno conto della storia antica, preziosa del luogo; a metà dell’Ottocento, lo spazio dell’edificio religioso fu utilizzato per la biblioteca Demidoff, composta da quaranta mila volumi tecnici e umanistici, nelle più diverse lingue; nella villa vi era un patrimonio di collezioni d’arte antica e moderna che unite a quelle dei palazzi della famiglia di Pietroburgo, Mosca, Parigi, formavano una raccolta fra le più ricche del mondo, che poi è andata dispersa in numerose, celebri aste.

Riguardo al terzo elemento della memoria collettiva, le acque, merita soffermarsi sul toponimo Polverosa che ricorda le esondazioni dai fossi, dai torrenti che per lunghi secoli hanno interessato d’inverno il quartiere di Novoli, invaso dal fango: d’estate la fanghiglia si seccava e la polvere invadeva strade e campi; un paesaggio ben diverso da quello dell’epoca romana, in cui, partendo dalla via di Novoli, che seguiva l’allineamento del decumano maggiore (est-ovest), si era dato vita, nella pianura fiorentina, alla centuriazione, ad un’agricoltura prospera, per un lungo periodo. La Polverosa, nei tempi a noi più vicini, comprendeva una zona che dalle mura della città arrivava a Peretola, tutto il territorio era accomunato dalla stessa realtà ambientale, i torrenti a corso libero devastavano le magre cultura agricole, l’Arno, ancora privo di argini, si diramava, circondando le Cascine e scorrendo sull’attuale tracciato di via Baracca, formava continuamente acquitrini ed isolotti. Un mondo ricco di acque, libere, regimentate via via, con grande fatica dall’opera dell’uomo. Ricordo, da parte mia, da ragazzo, via di Novoli, stretta fra alte siepi, spesso d’inverno allagata, impraticabile; allo stesso tempo, conservo ancora l’immagine del bindolo, il marchingegno vicino alla casa del contadino su via di Novoli, azionato da due asini bendati, per il sollevamento dell’acqua dal pozzo; dallo stesso pozzo saliva acqua freschissima, di grande conforto per il vicinato nelle estati caldissime.




Nella progettazione del parco di San Donato si è dato un giusto peso alla memoria delle acque, che abbiamo visto protagoniste della storia di questa zona. Il parco è stato realizzato da pochi anni (inaugurazione nel 2008) a seguito della valorizzazione di parte dell'area dell'ex stabilimento Fiat (la restante parte è servita per la costruzione dell'enorme complesso del Palazzo di Giustizia, la cui mole domina buona parte dell'orizzonte del parco). Se si escludono le Cascine, il parco di San Donato, pur trovandosi in un quartiere periferico, risulta tra le aree verdi pubbliche più grandi di Firenze. Sono stati inseriti degli elementi di abbellimento o funzionali: una cascata, un laghetto di forma ellittica attraversato da un lungo ponte, ruscelli, una collinetta artificiale con cipressi a cui si accede costeggiando una siepe che sale a tortiglione, arriva ad un belvedere aperto su uno spazio occupato da una sorta di tettoia con sottostanti panchine, un'area giochi per i piccoli, un'area cani, alcune fontanine. Nel parco, polmone verde di oltre dieci ettari, si è curata negli ultimi anni la piantagione di un nuovo bosco urbano, con oltre 250 alberi. È importante rilevare che questo tipo interventi fanno oggi riferimento al “Piano del verde e degli spazi aperti”, approvato dal Comune all’inizio del 2025: Firenze è fra le prime città in Italia a dotarsi di questo strumento, con il quale si perseguono le strategie necessarie per adattarsi ai cambiamenti climatici e mitigarne gli effetti, ispirandosi al principio 3-30-300: 3 alberi visibili da ogni finestra, il 30% di copertura verde e 300 metri al massimo tra casa e lo spazio verde più vicino. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Firenze sostenibile, resiliente e vivibile per le generazioni presenti e future anche di fronte al cambiamento del clima di cui già si stanno vedendo gli effetti. Il Piano analizza e fotografa la situazione attuale della città, dalle caratteristiche ambientali e climatiche, alla temperatura media fino alle piogge e alla loro evoluzione nel tempo, passando dalla disponibilità di aree per mettere a dimora alberi in giardini, strade, piazze o parcheggi. Il Piano, che è stato chiamato Iris in onore del fiore simbolo della città di Firenze, si occupa di tutti gli spazi aperti e non solo del verde urbano (pubblico o privato) promuovendo una trasformazione green delle aree pubbliche. 




Sono stati analizzati i cambiamenti del clima nel corso del tempo con alcuni indici usati comunemente in climatologia, dai quali emergono evidenti tendenze al riscaldamento del clima nell’area fiorentina. È stata registrata, ad esempio, una temperatura media annuale del ventennio 2001-2020 più alta di 1,4 gradi rispetto a quella registrata fra il 1878–1918. Anche il freddo è cambiato: i giorni di gelo sono scesi da 270 medi in 10 anni fino agli anni ’40 ai circa 100 medi del decennio 2011 – 2020. Sono aumentati i giorni di caldo (temperatura superiore ai 34 gradi) passati dai 50 medi in dieci anni registrati fino agli anni ‘20 agli oltre 200 medi in dieci anni degli anni 2000 fino a superare i 400 giorni caldi medi nel decennio 2011-2020. Sulla base dei dati storici raccolti nel Piano si nota anche l’aumento dei fenomeni temporaleschi ma con una minore disponibilità idrica (perché le piogge sono più forti e concentrate in pochi giorni). Sulla base dei dati raccolti che mettono in risalto l’evidente riscaldamento della città, l’aumento dei fenomeni temporaleschi estremi e la minore disponibilità idrica, sono state evidenziate le aree con le maggiori criticità e la loro densità abitativa, informazioni importanti per poter definire le priorità di intervento. 

Il territorio fiorentino, con le sue tipologie di spazi aperti, ha un patrimonio verde di 922,3 ettari di cui 189 sottoposti a vincolo storico e con ben 875 ettari di competenza dell’amministrazione comunale, con meno verde a disposizione degli abitanti nel Quartiere 1 e nel Quartiere 5, dove sorge, appunto, il parco di San Donato.

Il Piano evidenzia la necessità generale di recuperare ogni spazio disponibile per realizzare “infrastrutture verdi” e arricchire il tessuto urbano di elementi naturali, recuperando vivibilità. In primo luogo, prevede nuovi alberi con funzione di ombreggiamento specialmente lungo strade e parcheggi (oltre arbusti, cespugli e prati), nuovi spazi verdi anche di dimensioni ridotte, soluzioni basate sulla natura (depavimentazioni, rain garden e trincee drenanti, pareti e tetti verdi). Piccoli e grandi interventi per portare in 5 anni 50.000 nuovi alberi e arbusti, 20 nuovi spazi verdi vicino casa, 50 nuove aree gioco, 10 piazze verdi, 10.000 mq di superfici rese permeabili.

Sono queste tappe importanti nel processo di cambiamento della città, generale e nelle singole parti, dal centro alle periferie, che fanno sperare in un futuro accettabile per l’uomo. 








domenica 14 dicembre 2025

STRA - ORDINARIO incontro con messer GIOVANNI BOCCACCIO dell' Officina del Mito al Circolo degli Artisti "Casa di Dante" - 13 dicembre 2025 - I dieci anni dell' Officina


Boccaccio650"

Registrazione video 


 Programma dell'Incontro


- Giuseppe Baldassarre – Introduzione alla bellezza e alla originalità del Decamerone
- Virginia Bazzechi G. C. – Dieci le Mostre dell'Officina del Mito, dieci le Giornate del Decamerone, dedicato alle Donne "vaghe" d'amore"
- Enrico Guerrini – Dipingere il fascino del Decamerone
- Nicoletta Manetti – Poggio Gherardo e Ponte a Mensola. I luoghi del Decamerone e del Ninfale Fiesolano
- Roberto Mosi – La “cornice” del Decamerone, il contagio della peste, ieri, del Covid, oggi: scrivere, dipingere per non morire
- Silvia Ranzi – A come Amore: Cimon amando divien savio (I, V giornata)
- Andrea Simoncini – A come Arguzia: La Badessa e le brache del prete (2, IX giornata)
- Umberto Zanarelli – Giovanni Boccaccio e la musica del suo tempo: uno sguardo al Decamerone
- Franco Margari – Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto, pittore (5, VI giornata)




Immagini dalla Mostra di Enrico Guerrini sul Decamerone







I dieci anni dell'Officina del Mito


Intervento di Roberto Mosi

 

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 (anno successivo all'epidemia di peste nera in Europa) e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori (si pensi a I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, opera con una struttura e una cornice narrativa del tutto simili), oltre che la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. Boccaccio nel Decameron raffigura l'intera società del tempo, integrando l'ideale di vita aristocratico, basato sull'amor cortese, la magnanimità e la liberalità coi valori della mercatura: l'intelligenza, l'intraprendenza, l'astuzia.

Il libro narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze, spostandosi in una villa sulle colline del fiorentino, per sfuggire alla peste nera che imperversa nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all'erotismo bucolico del tempo. Per quest'ultimo aspetto il libro fu tacciato d'immoralità o di scandalo e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente considerato nella storia della letteratura. Il Decameron fu anche ripreso in versione cinematografica da diversi registi, tra cui Pier Paolo Pasolini e i fratelli Taviani.

La peste nera fu una pandemia generatasi in Asia centrale settentrionale durante gli anni trenta del XIV secolo e diffusasi in Europa.

La peste nera si diffuse in fasi successive dall'altopiano della Mongolia, prima attraverso la Cina e la Siria e poi anche alla Turchia asiatica ed europea, per poi raggiungere la Grecia, l'Egitto e la penisola balcanica. Nel 1347 arrivò in Sicilia, a Messina, e da lì a Genova. Nel 1348 aveva infettato la Svizzera e tutta la penisola italiana, risparmiando parzialmente il territorio di Milano; dalla Svizzera si allargò quindi alla Francia e alla Spagna. Nel 1349 raggiunse l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda. Infine nel 1353, dopo aver infettato tutta l'Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a quasi scomparire, restando però occasionalmente endemici. Secondo studi moderni, la peste nera uccise almeno un terzo della popolazione del continente, provocando verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.

Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto nella società del tempo. La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a persecuzioni e uccisioni; molti attribuirono l'epidemia alla volontà di Dio e di conseguenza nacquero o si affermarono diversi movimenti religiosi. Anche la cultura fu notevolmente influenzata: Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dieci giovani fiorentini fuggiti dalla loro città appestata; in pittura, il soggetto della "danza macabra" fu un tema ricorrente delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.

 

Il proemio

 

Il proemio al libro delinea i motivi della stesura dell'opera. Boccaccio afferma che il libro è dedicato a coloro che sono afflitti da pene d'amore, allo scopo di dilettarli con piacevoli racconti e dare loro utili consigli. L'autore specifica poi che l'opera è rivolta in particolare a un pubblico di donne, e più precisamente a quelle che amano. Il destinatario dell'opera è la borghesia cittadina, che si contrappone all'istituto della corte, sviluppatosi soprattutto in Francia. Dunque la novella, essendo caratterizzata da uno stile semplice, breve e immediato, tende a interfacciarsi col nuovo ceto sociale, la borghesia laica, benestante e acculturata di cui Boccaccio è espressione.

Sempre nel proemio, Boccaccio racconta di rivolgersi alle donne per rimediare al peccato della Fortuna: le donne possono trovare poche distrazioni dalle pene d'amore rispetto agli uomini. Alle donne, infatti, a causa delle usanze del tempo, erano preclusi certi svaghi che agli uomini erano concessi, come la caccia, il gioco o il commerciare, tutte attività che possono occupare l'esistenza dell'uomo. Quindi nelle novelle le donne potranno trovare diletto e utili soluzioni che allevieranno le loro sofferenze.

Sin dal proemio, il tema dell'amore mostra la propria importanza: in effetti gran parte delle novelle tocca questa tematica, che assume anche forme licenziose e che susciterà reazioni negative da parte di un pubblico retrivo; per questo motivo Boccaccio, nell'introduzione alla IV giornata e nella conclusione all'opera, rivendicherà il suo diritto a una letteratura libera e ispirata a una concezione naturalistica dell'Eros (significativo in questo senso il cosiddetto "apologo delle papere", inizio della IV giornata).

 

La cornice

 

L'uso della cornice narrativa in cui inserire le novelle è di origine indiana. Tale struttura passò poi nella letteratura araba e in Occidente. La cornice è costituita da tutto ciò che non fa parte dello sviluppo delle novelle: si tratta della Firenze contaminata dalla peste, dove un gruppo di sette ragazze e tre ragazzi di elevata condizione sociale decide di ritirarsi in campagna per trovare scampo dal contagio. È per questo che Boccaccio all'inizio dell'opera fa una lunga e dettagliata descrizione della malattia che colpì Firenze nel 1348 (ispirata quasi interamente a conoscenze personali ma anche all'Historia Langobardorum di Paolo Diacono); oltre a decimare la popolazione, l'epidemia distrusse tutte quelle norme sociali e quegli usi e quei costumi che gli erano cari.

Al contrario, i giovani creano una sorta di realtà parallela quasi perfetta per dimostrare come l'uomo, grazie all'aiuto delle proprie forze e della propria intelligenza, sia in grado di dare un ordine alle cose, che poi sarà uno dei temi fondamentali dell'Umanesimo. In contrapposizione al mondo uniforme di questi giovani si pongono poi le novelle, che hanno vita autonoma: la realtà descritta è soprattutto quella mercantile e borghese; viene rappresentata l'eterogeneità del mondo e la nostalgia verso quei valori cortesi che via via stanno per essere distrutti per sempre; i protagonisti sono moltissimi, ma hanno tutti in comune la determinazione di volersi realizzare per mezzo delle proprie forze. Tutto ciò fa del Decameron un'opera unica, poiché non si tratta di una semplice raccolta di novelle: queste ultime sono tutte collegate fra di loro attraverso la cornice narrativa, formando una sorta di romanzo.

 

Cornice narrativa

 

È un espediente adottato soprattutto nella novellistica: diverse novelle possono essere raccontate dai narratori descritti nello stesso testo ed essere quindi legate da un contesto comune. Il primo esempio si trova nella letteratura indiana nella raccolta Pañcatantra, scritta in sanscrito. Altri esempi esistono nella successiva letteratura indiana, come nella raccolta Kathasaritsagara del secolo XI.

Si ricordano le seguenti opere inserite in una cornice narrativa:

Le mille e una notte sono il più noto esempio di questo artificio letterario. Infatti l'opera caratterizzata da vari racconti è incorniciata dalla saggia Sharāzād che, condannata a morte, intrattiene il sultano per una notte intera con svariati racconti nel tentativo di rimandare l'esecuzione ed essere salvata. L'intrattenersi tra Sharāzād ed il sultano costituiscono la cornice, il resto dei testi sono le novelle;

Libro de' sette savi, raccolta medievale di novelle di origine orientale;

Il Decameron di Giovanni Boccaccio. È costruito interamente entro una cornice narrativa in cui i narratori, dei giovani, fuggono da un'epidemia di peste a Firenze: passano due settimane in un luogo ameno e appartato e, per trascorrere meglio il tempo, si raccontano le varie novelle: è questa la cornice dell'opera, mentre il resto del testo è costituito dalle cento novelle che si susseguono nell'opera. Tra una novella e l'altra, riemerge la cornice sotto forma di descrizione delle azioni o dei dialoghi dei dieci giovani;

Il Pecorone di Giovanni Fiorentino (XIV secolo), raccolta di cinquanta novelle;

Il Novelliere di Giovanni Sercambi (XIV secolo), raccolta di centocinquanta novelle;

Le piacevoli notti, settantacinque novelle del bergamasco Giovanni Francesco Straparola (XV - XVI secolo);

I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer. Un gruppo di ventinove pellegrini partono dal Tabard Inn (Locanda del Tabarro) nel Southwark a Londra e si recano in pellegrinaggio alla tomba di san Tommaso Becket posta nella Cattedrale di Canterbury. Il narratore si unisce a loro e l'oste suggerisce ai pellegrini di raccontare delle novelle durante il cammino;

gli Ecatommiti di Giambattista Giraldi Cinzio (XVI secolo);

Lo cunto de li cunti; raccolta di fiabe di Giambattista Basile (secolo XVII).

I racconti di Belkin di Aleksandr Sergeevič Puškin.

Memorie dalla casa dei morti di Fëdor Dostoevskij.

Le città invisibili di Italo Calvino.

Il bar sotto il mare di Stefano Benni.

 

Le epidemie e la Letteratura

 

Argomento doppiamente interessante : sulla medicina e

la storia della medicina da una parte, attraverso il racconto del dilagare delle principali epidemie che hanno colpito l’Italia dalla fine del Medioevo a oggi; sulla storia della letteratura dall’altra, illustrando il modo in cui il filtro letterario le ha fissate nell’immaginario dei contemporanei.

Per quest’indagine si è scelto di spaziare in tutti i campi della letteratura italiana, partendo dai grandi testi che abbiamo letto a scuola e poi dimenticato, mettendo in risalto classici minori, ma anche scovando pagine conosciute dai soli addetti ai lavori.

Perché la letteratura, a volte, dà una mano agli studi storici.

Di fronte al silenzio delle fonti, spiccano le ricche pagine di apertura

del Decameron di Giovanni Boccaccio, fitte di dettagli sulla crisi sociale

che fu la prima grande moria della Storia moderna. Per fare un altro

esempio si può rivolgere lo sguardo, un paio di secoli dopo, all’arrivo

della sifilide, che imperversa in Italia dalla fine del Quattrocento in poi.

Lungi dal sostenere un ripetersi identico della storia nel corso dei secoli,

questi testi mettono in luce il rapporto fra le stesse condizioni materiali,

come lo scoppio di un’epidemia, e l’apparire degli stessi pregiudizi,

gli stessi riflessi o le stesse prepotenze.

 

Temi del Decameron

 

 La  concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura, le due ministre del mondo (VI, 2, 6).

La novella di Nastagio degli Onesti, dipinta da Sandro Botticelli

L'uomo si definisce in base a queste due forze: una esterna, la Fortuna (che lo condiziona, ma che può volgere a proprio favore), l'altra interna, la Natura, con istinti e appetiti che deve riconoscere con intelligenza. La Fortuna nelle novelle appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione prima è l'Amore come sentimento invincibile che domina insieme l'anima e i sensi, che sa ugualmente essere pienezza gioiosa di vita e di morte.

martedì 2 dicembre 2025

L' OFFICINA DEL MITO DI FIRENZE: Auguri Messer GIOVANNI BOCCACCIO - 13 dicembre, Circolo Artisti Casa di Dante - "Boccaccio650" per l'anniversario


 

OFFICINA DEL MITO – CIRCOLO CASA DI DANTE – 13 Dicembre 2025, ore 17

Programma


Giuseppe Baldassarre – Introduzione alla bellezza e alla originalità del Decamerone
Virginia Bazzechi G. C. – Dieci le Mostre dell'Officina del Mito, dieci le Giornate del Decamerone, dedicato alle Donne "vaghe" d'amore"
Enrico Guerrini – Dipingere il fascino del Decamerone
Nicoletta Manetti – Poggio Gherardo e Ponte a Mensola. I luoghi del Decamerone e del Ninfale Fiesolano
Roberto Mosi – La “cornice” del Decamerone, il contagio della peste, ieri, del Covid, oggi: scrivere, dipingere per non morire
Silvia Ranzi – A come Amore: Cimon amando divien savio (I, V giornata)
Andrea Simoncini – A come Arguzia: La Badessa e le brache del prete (2, IX giornata)
Umberto Zanarelli – Giovanni Boccaccio e la musica del suo tempo: uno sguardo al Decamerone
Franco Margari – Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto, pittore (5, VI giornata)


"Boccaccio650": il programma delle celebrazioni per l'anniversario

di Giovanni Boccaccio

L'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio ha pubblicato il calendario degli eventi per le celebrazioni del seicentocinquantesimo anniversario della morte di Giovanni Boccaccio: in programma convegni, ricerche e spettacoli

Certaldo, 25 marzo 2025 - Convegni e conferenze, ma anche manifestazioni artistiche e teatrali. Oltre all'”Agenda Letteraria di Giovanni Boccaccio 2025”, un diario-agenda rivolto e dedicato a docenti, ricercatori, studenti e lettori di tutto il mondo che sarà donato a chi parteciperà alle varie iniziative per celebrare il seicentocinquantesimo anniversario della morte di Giovanni Boccaccio. E' quel che promette il programma di “Boccaccio650”, un progetto scientifico e culturale sulla cui base si proiettano gli impegni del futuro e sul quale l’Ente Boccaccio lavora da due anni insieme ai professori, gli studiosi e i funzionari dei consigli direttivo e scientifico.

Un programma che evidenzia la vasta rete di collaborazioni che lo animano e lo sostengono con Università di tutta la Toscana, di tutta Italia, della Francia e degli Stati Uniti. Con istituzioni scientifiche di illustre tradizione quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, il CNR di Pisa, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’istituzione consorella American Boccaccio Association. Per un progetto realizzato col contributo della Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero italiano della Cultura, della Regione Toscana, del Comune di Certaldo.

Fulcro della programmazione saranno i convegni e le iniziative scientifiche di rilevanza nazionale e internazionale in collaborazione con altre istituzioni, come “Boccaccio dantista e umanista: l’esordio e le opere della maturità” in programma dal 21 al 23 maggio ed organizzato insieme alla Società Dantesca Italiana, l’American Boccaccio Association, la Biblioteca Classense di Ravenna. Il convegno esplora il fondamentale contributo di Boccaccio come studioso di Dante, le opere e il pensiero della maturità, con attenzione non solo alla produzione latina ma anche a quella volgare. I lavori si svolgono tra Firenze e Ravenna: a Firenze, al Palagio dell'Arte della Lana, la prima parte del convegno dedicata a Giovanni Boccaccio fra Dante e Petrarca. A Ravenna la seconda parte presso la Sala Dantesca monumentale della Biblioteca Classense.

Il prossimo 20 settembre sarà la volta di “Tre corone per Boccaccio 650”, in collaborazione con l’Associazione nazionale delle Case della Memoria, alla Biblioteca Nazionale Centrale a Firenze per offrire una riflessione a più voci sui tre grandi autori del '300 (Dante Petrarca e Boccaccio, indagandone caratteri filologici e linguistici, e i reciproci rapporti).

Avanti il prossimo 30 ottobre con “La Crusca incontra Boccaccio”: l’Accademia della Crusca ospita una giornata di studi dedicata alla lingua e all'opera del grande autore trecentesco. Il 25 novembre toccherà poi a “Per Francesco Mazzoni”, insieme alla Società Dantesca Italiana e all'Accademia della Crusca per ricordare l'operosità scientifica e la lunga e assidua attività istituzionale di Francesco Mazzoni (a lungo Presidente della SDI e dell'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio e Accademico della Crusca).

All’attività scientifica si affianca un programma di iniziative di divulgazione che tocca i settori della musica, dell’arte e del teatro: a maggio ecco la “Mostra bibliografica” nella Biblioteca di Casa Boccaccio, mentre il 18 giugno si terrà rappresentazione teatrale “Nastagio degli Onesti” a cura di Oranona Teatro (uno spettacolo che propone una rivisitazione multisensoriale della novella V 8 del Decameron).

Ad ottobre doppio appuntamento con una “Mostra di arte contemporanea” in Casa Boccaccio e nello stesso periodo “Una drammaturgia per Boccaccio” della Compagnia Sandro Lombardi-Federico Tiezzi, che propone un’azione teatrale con drammaturgia originale, appositamente ideata per l'occasione e ispirata ai testi di Giovanni Boccaccio.

Questi ultimi due eventi saranno presentati fra due mesi e ci accompagneranno verso il 21 dicembre per il concerto conclusivo della “Ensemble Micrologus” nella Chiesa dei SS. Tommaso e Prospero, Certaldo Alta. Vengono ricostruiti, in una stilizzata forma scenica, i momenti musicali descritti nelle novelle toscane del Trecento, oltre al Decameron, il Novellino, il Trecentonovelle di Sacchetti ed il Paradiso degli Alberti, con importanti citazioni di azioni musicali relative all’Italia del XIV secolo.

Non mancano infine i progetti di studio:  il “VocaBO” – Vocabolario della lingua di Boccaccio on line in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena, l’Università di Urbino, l’Accademia della Crusca, CNR-ILC “Antonio Zampolli”; l'EDD “L’Enciclopedia digitale del Decameron” di prossima presentazione in collaborazione con Università Roma Tre. E poi il “MuCaBo-S” – Uno smart Museo per Casa Boccaccio, in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena.

Avanti con “Sulle orme di Boccaccio”, un percorso nelle terre di Boccaccio in collaborazione con l’Agenzia Toscana Promozione Turistica. Poi la biblioteca “virtuale” di Giovanni Boccaccio in collaborazione con Università dell’Aquila e ripensare la “civitas” attraverso il Decameron in collaborazione con l’Università di Siena. Sul sito www.entebocaccio.it è stato reso noto il calendario completo delle celebrazioni.

“Siamo tutti coinvolti nell’impegno comune di onorare un anniversario così importante perché la storia e la contemporaneità di Boccaccio sono patrimonio culturale universale. Il ruolo fondamentale di Boccaccio, fra i padri della lingua e della letteratura italiana e europea, primo cultore di Dante e della sua opera, fondatore dell'Umanesimo insieme a Petrarca, merita un unanime riconoscimento e una attenta valorizzazione – ha detto Giovanna Frosini, presidente dell'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio - la figura e l’opera di Boccaccio sarà una presenza che ci accompagnerà durante tutto l’arco dell’anno, permettendo di riscoprire, rileggere e apprezzare il più grande novelliere d’Europa. Gli appuntamenti in programma vedono anche la collaborazione e il sostegno di partner a cui va la nostra gratitudine per avere condiviso con noi un progetto che ormai risale al 2023, quando abbiamo iniziato la stesura del programma delle celebrazioni. Confidiamo nella riuscita di tutte le iniziative, soprattutto quelle di ampio respiro nazionale e internazionale e che si realizzeranno nel prossimo biennio essendo legate a finanziamenti e progetti di studio”.

 


venerdì 28 novembre 2025

I libri più diffusi di Roberto Mosi - Les livres les plus populaires de Roberto Mosi - Самые популярные книги Роберто Моси - Roberto Mosi's most popular books - كتب روبرتو موسي الأكثر شعبية - 罗伯托·莫西最受欢迎的书籍



 Tre principesse fra eesi a Firenze.
Sylvia Boucot e le sorelle di Napoleone Elisa Baciocchi, Paolina Bonaparte e Carolina Murat,
Firenze, Angelo Pontecorboli Editore 

E’ affascinante seguire le storie delle tre principesse sorelle dell’imperatore Napoleone, Carolina, Paolina ed Elisa, a Firenze e in Toscana, con lo sguardo di Sylvia Boucot che per trent’anni, in tempi diversi, fu al loro servizio come dama di compagnia, nella buona e nella cattiva sorte, secondo le straordinarie vicende del generale corso. Sylvia nella sua esperienza, unica, ha modo di raccogliere le confidenze delle tre donne, i racconti dei loro amori, la loro determinazione e il loro coraggio, i momenti dell’orgoglio per la famiglia di cui fanno parte, il rapporto con il potere, le angosce degli anni dopo la sconfitta di Napoleone, quando la famiglia dell’imperatore è proscritta, perseguitata dalle nazioni vincitrici. Firenze, con la sua storia, lo spettacolo del suo patrimonio d’arte, le sue bellezze, l’effervescenza della società di quel periodo, è fra i protagonisti del romanzo storico.


 


Roberto Mosi, “Amo le parole. Poesie 2017-2023”, Ladolfi Editore, Borgomanero. Prefazione Carmelo Consoli. Postfazione Giuliano Ladolfi

 

Commento di Giuliano Ladolfi dalla Posfazione al libro

«La poesia prende il posto / dei sogni»

 

Penso che la concezione poetica di Roberto Mosi sia chiarita dal seguente passo compreso in questa antologia: «Credo che sia possibile curarsi con la poesia, per vincere le paure, stati di sofferenza, per stringere sogni che passano in volo, per divertirsi. La voce della poesia arriva dal dentro, potente nelle ore della notte, debole e distratta il giorno. Porta sollievo,

se non guarigione, dolcezza di ricordi, sapori tenui di malinconia»... eratoterapia, senza dubbio. Bastano queste righe per depositare nel bidone dei rifiuti tutte le concezioni avanguardistiche e neoavanguardistiche.Il poeta, infatti, assegna la scrittura in versi alla dimensione umana e non a quella puramente intellettuale o linguistica.

Il titolo di questa pubblicazione, che raccoglie testi editi da 2017 al 2023, costituisce un’ulteriore conferma: Amo le parole. E non si può amare senza collocare questo sentimento nell’intimità dell’essere umano. Si ama quando tra l’individuo e l’altro-da sé scocca una scintilla destinata a incendiare il mondo. E ciò può avvenire con ogni tipo di realtà, che in questo caso si identifica con l’esistente, l’esistente che entra in empatia con il poeta.

Le parole poetiche per lui non sono flatus vocis, ma dichiarazioni d’amore che trasformano chi le pronuncia e chi le legge. Non si gioca sui significati quando il sentimento ha il sopravvento. E questo sentimento è contagioso perché non permette al lettore di essere indifferente di fronte alla bellezza di Firenze, alla sua storia, alla sua arte, ai suoi colori, alle sue vie, ai suoi palazzi. Anche chi la conosce trova in questi versi nuovi occhi per contemplarla non con lo sguardo dello studioso o del turista, ma con l’entusiasmo di chi la ama come si ama una madre amorevole e affettuosa.

E poi il sentimento si espande al mondo intero, anche a situazioni dolorose, come la guerra o come la devastazione climatica. Se «la poesia prende il posto / dei sogni», è fondamentale che a tutti sia concesso di sognare tramite quest’arte, a tutti sia concesso di ritrovare in essa l’impulso ad approfondire quel senso dell’esistere che Roberto Mosi propone come un’avventura meravigliosa e inesauribile.


Roberto Mosi, Il diario fiorentino di Rainer M. Rilke per Lou Salomé 
Il viaggio di un giovane poeta, Firenze e Viareggio,
Firenze, Angelo Pontecorboli Editore 

La fama di Rainer Maria Rilke, il maggiore poeta lirico di lingua tedesca, è legata in modo particolare a due opere composte nel 1922, Elegie Duinesi e Sonetti a Orfeo, capolavori universali. Le elegie cantano l’orgogliosa sfida al divino e il lamento esistenziale dell’uomo nel confronto-scontro con l’angelo, simbolo di una inesauribile energia cosmica. È proprio durante il soggiorno del poeta, nel 1898, prima a Firenze e poi a Viareggio, che maturano i primi elementi significativi di questo percorso poetico, descritti da Il diario fiorentino. Il progetto fu ispirato e sostenuto dalla donna amata, Lou Salomé, celebre intellettuale nell’epoca di passaggio fra l’Ottocento e il Novecento. Dalle pagine del Diario emerge come l’Italia, e in par - ticolare Firenze con la sua storia e la sua arte, abbiano influito sul pensiero e la scrittura del poeta, tanto da diventare il laboratorio creativo dove poter affinare il suo linguaggio e approfondire la sua visione esistenziale. Firenze è per lui una metafora della capacità umana di creare bellezza immortale in contrasto con l’effimero della vita. Queste tematiche tornano successivamente nelle sue opere in cui le immagini fissate nel viaggio in Toscana, si trasformano in simboli universali nella ricerca di un nuovo linguaggio poetico. A far rivivere questa esperienza è un gruppo di lettori di una storica biblioteca del centro di Firenze che decide di de - dicare una serie di incontri alla lettura e all’analisi del Diario, compie escursioni nelle strade e per le colline fiorentine, lungo le rive del mare di Via - reggio, seguendo i passi e lo sguardo del giovane Rilke. Il frutto finale di questo impegno, pieno di curiosità e di passione, è la mappa di un percorso letterario e culturale, preziosa per comprendere come spuntarono le ali al giovane poeta. 



Roberto Mosi, Barbari. 
Dalle Steppe a Florentia, alla porta contra Aquilonem, Masso delle Fate Signa.

Il romanzo storico è dedicato all’invasione dei barbari guidati dal re ostrogoto Radagaiso in Italia negli anni 405-406 e alla vittoria presso Fiesole che riportò su di essi il generale romano Stilicone. L’autore, nelle vesti di un romano, già ufficiale dell’esercito, che risiede in una villa della campagna fiesolana, partecipa alle vicende di quegli anni, con uno sguardo attento allo scorrere degli eventi dell’epoca.

Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, Vasari intese rappresentare le glorie politiche e militari dei Medici, illustrando anche pagine epiche dell'antica storia della Toscana. Fra queste mi ha sempre colpito “La vittoria sul re barbaro Radagaiso” (406 d.C.), uno dei quadri che compongono il ciclo pittorico vasariano. Le figure del re barbaro arrivato fino alle mura di Firenze dalle lontane terre presso il Danubio e del generale Stilicone, comandante dell’esercito romano, che lo sconfisse, hanno avuto una forte risonanza nella storia di Roma, nei racconti e nelle leggende. La sanguinosa battaglia che si combatté nella valle del Mugnone, presso Fiesole, fu l’ultima vittoria dell’impero romano contro i barbari, prima della disfatta definitiva.

Un giorno camminando nei pressi di Fiesole, mi sono imbattuto nel cartello che indicava il “Sentiero di Stilicone”. È come se avessi trovato un riscontro concreto all'opera del Vasari e ho cominciato ad approfondire quegli avvenimenti e alcuni aspetti di quel periodo che sono rimasti come in disparte perché l’attenzione degli storici si è rivolta, soprattutto, alla città medievale di Dante Alighieri e all’epoca rinascimentale.

Oltre alla raccolta di documenti e pubblicazioni sul tema, mi piace visitare i luoghi che hanno visto quegli avvenimenti e percorrere a piedi, in compagnia della mia canina Gilda, i sentieri che li attraversano, sul crinale delle colline oltre Fiesole e nella valle del Mugnone, dove posero le tende i barbari arrivati a migliaia e migliaia e dove si scontrarono con i soldati romani; una piccola valle dove scorre in basso il fiume, mi siedo sulle sue rive, chiudo gli occhi e sento ancora l’eco di quella furiosa battaglia, le urla dei guerrieri, il cozzo feroce delle armi, il lamento dei feriti.

Questi interessi sono diffusi, condivisi da cittadini e da associazioni; il segno più evidente è rappresentato dalla realizzazione nel comune di Fiesole del percorso escursionistico “Il sentiero di Stilicone”.

L’interesse per queste vicende dell’inizio del V secolo è coltivato da varie pubblicazioni e dai social media, che presentano racconti e leggende, sviluppate intorno a quegli eventi, con svariate immagini dei luoghi e dei personaggi; immagini riprese dalla iconografia classica o contemporanee, nella forma dei fumetti.

Nella mia opera collego episodi locali e personaggi storici e di fantasia ad un contesto storico generale come se mi ponessi in alto, sulla cima delle colline e osservassi lo svolgersi degli avvenimenti, gli scontri fra le fazioni civili e religiose, in un paesaggio rimasto sostanzialmente invariato e l'irrompere in questo mondo dei barbari arrivati dalle steppe cinte dall’oceano dei ghiacci.

Una posizione in alto, dunque, che è anche oggi da mantenere, per osservare, e comprendere, eventi, situazioni, legati a popoli che lasciano le loro terre, che emigrano e, al loro arrivo, trovano nuovi barbari.




Roberto Mosi, Poesie 209- 2016, Ladolfi Editore, Borgomanero

Nota critica di Carmelo Consoli, Presidente Camerata dei Poeti

            Roberto Mosi lega indissolubilmente l'immagine al verso, il visibile nella sua accesa realtà alla successiva trasmutazione poetica, come se egli fosse toccato da una esigenza impellente di trasfigurare nella sua mente ogni percorso quotidiano ed esistenziale, sia suo che della società che lo circonda. E così facendo rappresenta nella sua poesia il moderno homo viator coinvolto nelle proprie peregrinazioni esistenziali dentro ai mutevoli percorsi del dolore, della felicità, dei sogni, del disincanto all'interno di quelli che il poeta definisce i “ nonluoghi  e dell'incanto di quelli invece del “mito” ossia della pura bellezza e di accesso alla divinità.            Crea quindi sia con la sua camera mobile ( egli è anche un abile fotografo) che con la sua parola suggestivi itinerari poetici che sono l'espressione dei travagli e delle aspirazioni di una società contemporanea vista nelle molteplici sfumature della sua dinamicità comportamentale.            Sono personalmente in sintonia con lui nel pensare  che la poesia, nel suo onirico percorso creativo, debba assolvere ad una sua imprescindibile esigenza che è quella di essere l'espressione più genuina e immediata della realtà, calandosi nella quotidianità della vita.            Mosi sa fare di questa esigenza arte vera, poesia dei fatti e degli atteggiamenti umani di tutti i giorni, minuzioso canto del paesaggio, sognante reportage e questo libro, che comprende poesie composte dal 2009 al 2016 e tratte dalle sue varie pubblicazioni è una retrospettiva  di emozioni e ricordi in cui si può ammirare il suo lungo percorso umano.Percorso toccato nei sentimenti e nelle sensazioni dai vasti territori attraversati, contaminato dalle sofferenze per le varie situazioni di difficoltà, dolore, mancato rispetto dei diritti e delle dignità umane e galvanizzato per contro dagli aspetti della bellezza degli uomini e della natura, affascinato dai luoghi e dalle situazioni legate al simbolo mitico.            Questo è un volume in cui si mescolano dinamicità esteriori come viaggi, relazioni, contaminazioni di una convivenza territoriale e riflessioni, interiorizzazioni, ricordi, sogni e moti dell'inconscio, ossia  un mix che  inevitabilmente coinvolge  il lettore in quanto gli fa rivivere esperienze ed emozioni legate ad una confrontarsi con la realtà quotidiana nel modo più spontaneo e naturale.            Realtà colta ad esempio nei cosiddetti “ Nonluoghi” ossia nelle situazioni di disagio, in cui viene allo scoperto tutta la fragilità umana, in assenza di una propria identità e dignità , come dentro agli  ospedali o di degrado delle periferie, oppure in quelle dove l'uomo affronta la sua missione di viandante voluta o imposta dalla vita durante nei viaggi, dentro i terminali degli aeroporti o delle stazioni e dove folle di una società  multietnica in movimento si incrociano e si mescolano.            “Nonluoghi in cui si accumulano e si sommano destini  di moltitudini umane  in cerca di una propria dignità e identità.            Ecco che il libro si apre quindi con la raccolta “ NonLuoghi “ a cui segue quella dei            “ Luoghi del mito” come contro altare  e dove l'autore  cambia registro ed espone l'altra faccia di cui si compone la vicenda umana ossia quella della aspirazione al raggiungimento della bellezza  del divino nel percorso esistenziale, con il riferimento dunque al mito attraverso luoghi e personaggi che lo personificano. 

               Dunque la poesia errante e  coinvolgente di Mosi, connotata da una gamma notevole di sfumature sentimentali e dal tono spesso di ferma denuncia sociale, si configura in un territorio gradevole e musicale, colmo di colori e profumi, dove domina il taglio fotografico e pittorico ed in cui il  il verso è saggiamente impostato nella misura metrica che sa dilatarsi o restringersi a seconda delle emozioni ricevute.            Leggere questo libro, oltre che darci la possibilità di comprendere bene la poetica dell'autore nel tempo è come partire per un viaggio di infinite tappe in cui stupirsi, perdersi, indignarsi, esaltarsi, essere preda di quelle tante emozioni del cuore e dell'anima  che hanno attraversato il nostro poeta nella sua lunga ricerca umana e spirituale della vicenda esistenziale.


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Roberto Mosi, Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone.
Storie francesi da Piombino a Parigi. Edizioni IL Foglio Piombino 

NOTA critica di Elisa Davoglio

 

Nel percorrere la vita della protagonista del libro di Roberto Mosi, la sorella di Napoleone Elisa Baciocchi, la curiosità è immediatamente deviata sulla biografia dell’autore. Apprendiamo che Roberto Mosi è anche autore di sillogi di poesia e, tra i titoli pubblicati, due si pongono immediatamente in rilievo: “Luoghi del mito” e “Nonluoghi”.  L’impressione di lettura delle prime pagine trova dunque un primo riscontro. Siamo in presenza di un tracciato, forse l’ultimo (sebbene in prosa), di una trilogia dedicata allo spazio fisico (o non fisico - comunque non soltanto mentale). E in effetti la dedica posta in esergo al testo è, appunto, rivolta alla città di Piombino, senza dissimulare l’atto di amore al luogo (ai luoghi) che pervade l’opera: “A Piombino […] / un paesaggio di grande poesia”.

Si potrebbe, quindi, cominciare la lettura del libro con l’aspettativa di un visitatore che sta per essere condotto alla scoperta di luoghi noti attraverso un percorso del tutto inedito, in presenza di una sorta di genius loci (la Baciocchi) che nello spazio curvato dal tempo protegge la storia di quei luoghi e allo stesso tempo ci invita e ci conduce a sposare la legge della relatività per unirsi al suo cammino.

Siamo dunque nel presente della narrazione, percorriamo il passato remoto della storia e ci proiettiamo nel futuro di viaggio personale.

Da dove partiamo? Evidentemente da Lucca, prima assegnazione ai coniugi Baciocchi (Elisa e Felice) da parte di Napoleone (Principato di Lucca e Piombino). Il viaggio prosegue poi per le altre città toccate dalla reggenza dei coniugi (Livorno, Pisa, San Miniato Massa Carrara).

Su questi luoghi Elisa Baciocchi condusse una tangibile azione riformatrice e creativa, attraverso una guida matura e responsabile, sufficientemente autonoma seppure sempre nel segno del potere del fratello minore Napoleone.

Curiosa e intraprendente figura quella di Elisa, di cui Mosi traccia un profilo pieno e significativo, grazie ad un profondo lavoro di studio della storia e delle testimonianze attorno alla donna e al periodo che portò in Italia profondi cambiamenti nella politica e nella cultura.

Se Laetitia Romolino, matriarca della famiglia di Napoleone, soleva dire che non giocava a fare la principessa, notiamo come Elisa Baciocchi - per contrasto - sia stata l’incarnazione ideale della figura di principessa, al tempo stesso assoluta e illuminata, che determina con decisione e mano ferma l’andamento politico ed economico del governo che sempre ha condotto in prima persona, pure aiutata da un consorte intelligente e a lei dedito.

Fiera, di una fierezza condita di buon senso e gusto, così Roberto Mosi ritrae la Baciocchi. Una donna tenace che vive e interpreta un tempo dalle grandi contraddizioni e anche dai grandi spunti innovativi. Nobile per destino familiare e non per nascita, Elisa Baciocchi è un personaggio simbolo dell’epoca, della borghesia che pretende uno spazio decisivo nella nuova, mobile società dell’Italia napoleonica.

La ex borghese Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta Sua Altezza, si veste della magnificenza di una corte costruita secondo la misura di quella parigina delle Tuileries, rivissuta però con un approccio che distanzia Elisa dagli intrighi di palazzo e le permette di mantenere rapporti autonomi con il clero e gli altri poteri, garantendo a se stessa un potere assoluto, ma mediato da entusiasmo e intelligenza.

Ritratta la protagonista, proseguiamone il viaggio. Sarà bene rilevare una prima peculiarità di questo saggio/guida: in grassetto sono evidenziate alcune parole/stringhe chiave che vanno a costituire una sorta di  fil rouge prettamente storico-geografico, ponendo in rilievo i passaggi o i luoghi di maggior importanza. Una sorta di sottotesto (o sovratesto) che consente una meta-lettura come a disegnare una mappatura, per l’appunto.

Per ogni tappa un inquadramento storico (che spazia dagli avvenimenti relativi alla città “visitata” alla cronaca del passaggio di Elisa) e, spesso, culturale e di costume (dei costumi). A tale proposito, soffermandosi anche sulle innovazioni apportate da Napoleone in ogni campo della vivibilità urbana, lo sguardo di Mosi si concentra su gustosi dettagli (i menu settimanali che erano soliti consumare i fratelli Napoleone ed Elisa o ancora la tecnica di conservazione delle derrate in uso all’epoca) per poi abbracciare, per un capitolo intero, la vita culturale a Parigi e nei domini italiani durante il governo di Bonaparte. Complice la passione della Baciocchi per la bellezza e l’arte, è gioco facile per Mosi immergerci nella magnificente sensibilità di Elisa che, apprendiamo, fu risoluta nel condurre a fasto qualsiasi luogo il suo piede toccasse (esemplare l’episodio del Palazzo dei Cybo Malaspina, a Massa, che la Baciocchi non esitò a trasformare in  residenza d’arte a pena di rimozione di incarichi, minacce e sgombero di uffici, pur di recuperarne ed esaltarne la vocazione principesca).

La nostra guida (Mosi o Baciocchi?) indugia poi sulla toponomastica e addirittura suggerisce al lettore la strada migliore per raggiungere la meta. La finzione è funzione di salto temporale sul posto e così nel momento in cui ci imbarchiamo (oggi, ieri?) dall’Isola d’Elba per raggiungere Livorno ci imbattiamo nell’Imperatore Napoleone che il 26 febbraio 1815 fece lo stesso tragitto, vide gli stessi luoghi e ci appare nell’uniforme verde di allora (descritta con dovizia di particolari) scortandoci (dal passato, oggi?) verso la costa per poi lasciarci e proseguire alla volta di Parigi.

La scoperta di luoghi, personaggi, storie rimane sospesa al saluto di Elisa che, nel 1814, costretta dagli eventi lascia la terra di Toscana. Ma il libro di Mosi è ovviamente libro da leggere e rileggere ancora come saggio storico e come guida al territorio. Si parla di personaggi noti, di itinerari inconsueti, di artisti, palazzi e feste, solitudini, arrivi e partenze.

Può infine parlarsi di luoghi “altri”? Se con ciò si intendono le cc. dd. eterotopie (categoria di luoghi teorizzata da Michel Foucault; per “eterotopia” si indica quel luogo in cui i normali rapporti con lo spazio sono sovvertiti, ad es. il cimitero o il manicomio) la risposta non può che essere negativa. I luoghi in cui siamo stati guidati da Mosi (e da Elisa) non sono luoghi altri né altri luoghi (la città di Lucca era e rimane tale e così le altre). Eppure non sono più gli stessi luoghi del tempo precedente la lettura, dal momento che li abbiamo attraversati nella storia e li attraverseremo con la nostra esperienza alla luce del loro passato e di chi, quel passato, ha reso luminescente sino ad oggi. Forse potremmo definirli “luoghi altrimenti” e tentare un parallelo con la fotografia, in cui la stessa scena vista dai nostri occhi e inquadrata dall’obiettivo del fotografo (con tutta l’esperienza e la distorsione dello sguardo di chi scatta) si presenterà la stessa eppure diversa. È dunque con un richiamo alla “differenza” che, nel chiudere questo percorso nel percorso, si invita a considerare il libro di Mosi come un prezioso e stimolante  taccuino di viaggio che ci conduce ad un “differente” movimento nello spazio tempo. 

Da segnalare, per concludere, due utili appendici : una cronologia dei principali episodi delle vite di Elisa e Napoleone e una bibliografia commentata.  



Roberto Mosi, Navicello etrusco. 

Per il mare di Piombino. Efizione Il Foglio, Piombino

Il Navicello Etrusco, simbolo della raccolta, percorre il tratto di mare dal golfo di Populonia al promontorio di Piombino, alle spiagge del golfo di Follonica. Attraversa le acque tempestose della storia che separano il mondo degli etruschi dai nostri giorni pieni di ansie e di sconfitte, dall’alto dei quali ci rivolgiamo all’indietro per porre domande al mondo delle nostre origini. Al porto d’arrivo troviamo ragioni di speranza in un luogo ricco di storia, di bellezze naturali e artistiche: il futuro cammino di questa terra.



Roberto Mosi, OGNI SERA DANTE RITORNA A CASA.

Sette passeggiate con il poeta, Edizioni Il Foglio Piombino.

 

Sette passeggiate di un gruppo di amici per le strade di Firenze per riscoprire insieme a pagine emozionanti di poesia, i luoghi che videro Dante crescere come uomo, affermarsi come politico e poeta, fino alla condanna all’esilio. Si percorrono strade dall’antico selciato, a fianco di antiche chiese, case torri che si innalzano ancora nel paesaggio dall’impronta medievale, luoghi carichi di memorie. Per il gruppo di amici sono momenti di serenità, che sollevano, nei tempi della pandemia, dall’atmosfera da incubo che pervade la vita quotidiana.

Si riscopre la città del Medioevo, dell’epoca violenta e straordinariamente ricca di Dante: le voci degli amici, nei commenti, nella lettura corale della poesia, si alzano in alto per le strade strette, in alcuni tratti, cupe, seguendo la musica delle terzine della Divina scandito da oltre trenta lapidi con incise nel marmo parole emozionanti del viaggio del poeta nell’Oltretomba. Le lapidi furono poste dal Comune di Firenze, in varie parti del centro cittadino, agli inizi del Novecento.

Il percorso parte dalla Casa di Dante con i versi ”Io fui nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno alla gran villa. Inferno XXIII, 94-95 e termina al bel San Giovanni con riferimento ai primi versi del Canto XXV  Paradiso, alla speranza di Dante, exul immeritus, di tornare al bello ovile e per una pubblica incoronazione a Firenze. E noi a distanza di tanti secoli dalla sua scomparsa, viviamo di questa speranza, siamo certi che ogni sera Dante ritorna a casa.

Le Sette Passeggiate:

1. Le origini

2. La borsa degli usurai

3. Corso Donati, il nemico

4. La scelta di Buondelmonte

5. L’incontro con Beatrice

6. Il vicolo dello Scandalo

7.  “... ritornerò poeta.. ”

 


Roberto Mosi, Sinfonia per San Salvi. Variazioni per parole e musica.

Interventi di Giordano Lupi e Nicoletta Manetti. Edizioni Il Foglio, 2020

Recensione di Sylvia Zanotto per il libro LINK

"Ci sono luoghi che richiedono parole speciali. Abitate dalla magia. Dagli alberi. Noi siamo esseri vegetali al settanta percento, dicono alcuni. E con questa sapienza ci avventuriamo nel parco di San Salvi. La follia è stata qui. Ha colorato le sue piante con pensieri e parole senza casa. Solo un luogo di passaggio. Lontano dai familiari che si vergognano della pazzia. Ma chi è il vero folle? Cosa nasconde nelle sue lettere questa parola? Fantasia? Orizzonti? Luce? Lava? Emozioni? Sto divagando? Può darsi. Anche “Sinfonia per San Salvi” divaga. È un dolce modo di allontanarsi dal comune buonsenso. Quello che Roberto Mosi chiama ‘poesia aumentata’. Poeta e fotografo, Roberto Mosi ci propone un’opera davvero originale. Inclassificabile. Di rara bellezza. Il titolo stesso invoca arte e purezza. “Sinfonia per San Salvi”, con il sottotitolo “Variazioni per parole e musica. Litania per Piombino”; è dedicata a Carmelo Pellicanò, ultimo direttore dell’ospedale psichiatrico di Firenze ed è illustrato da 28 fotografie in bianco e nero. Le foto si focalizzano su uno dei padiglioni della vecchia struttura ospedaliera. L’opera non nasce a caso. È il frutto di una collaborazione con Nicoletta Manetti, poetessa e scrittrice e Gordiano Lupi, direttore della casa editrice, Il Foglio. Nicoletta, con eleganza e sapienza riscostruisce legami poetici con la storia o la polvere, Giordano con la sua “Litania su Piombino” si affaccia sul nostro mare Tirreno. Una sinfonia d’altronde si avvale di più mani. Che vibrano. Che fanno vibrare. Così non ci stupiamo se la poesia ‘aumenta’ con T. S. Eliot, con Neruda, con Alda Merini, Dino Campana, Giorgio Caproni. La Genova città intera, diventa Piombino città ferriera. La terra desolata di Eliot, che ha messo in crisi la poesia del dopoguerra, è qui un pretesto per parlare di follia, di magia, di sogni, di piani che si sovrappongono, si completano, si compenetrano. Roberto Mosi per non dimenticare un pezzo della nostra storia, decide di ricordare in termini poetici oltre ogni limite e confine. Con l’ausilio della fotografia. Della musica. Della commistione di generi. Dell’aumento. Sì. Quando si mescolano i generi, si richiamano i poeti dal passato, si scrivono nuovi versi ispirati al vecchio frammisto di noi, si fotografano luoghi del dolore, luoghi dell’abbandono. Si palesa una dimensione in più. Difficile da contenere nelle parole. Ecco perché Roberto Mosi dilata essere e emozioni e cerca di spiegarlo con quello che definisce ‘poesia aumentata’. E va oltre: cosa di meglio di una sinfonia? Sinfonia deriva dal greco e all’origine designava l’accordo dei suoni, il che implicava la capacità dei musicisti di suonare insieme. L’orchestra per produrre la sinfonia deve saper ascoltare gli altri strumenti, saper prevedere condivisione, inclusione dell’altro, senso di comunione d’intenti. Tutto questo diventa sinfonia. Come sappiamo la sinfonia è fra le forme musicali più complete. Eppure non è perfetta. Porta in sé i germi della follia, dell’unicità. Della sua capacità in trasformarsi in opera unica. D’arte. Un vero e proprio bijou. Questo scopriamo nello splendido libro che mescola tutto quello che può, con arte e maestria, trasformandolo poi in poesia. Mi ritrovo a leggere a voce alta brani del libro. Il suono apre a nuove visioni, laddove l’essenza delle vite non incluse si manifesta oltre il ricordarle. È un dolce tornare. Un dolce andare. E intanto la sinfonia si snoda in tutti i suoi movimenti. Portando il senso del dolore, della follia in ogni gesto quotidiano che si tinge grossolanamente di normalità. Scopriamo l’errore che commettiamo ancora: allontanare il diverso. Non essere diverso. La forma perfetta non esiste e anche se rimane un sogno, noi amiamo sognare. Con Roberto. Con Nicoletta. Con Giordano. I poeti. Ma anche con i medici come Carmelo Pellicanò, ultimo direttore di San Salvi, che tanto ha dato ai suoi ospiti, mai da lui considerati gli ultimi. Un non-luogo. Un respiro in quattro tempi. Con Ouverture. E una carezza al cuore. Peccato che chi un tempo era qui, ai margini di una società perbenista non possa sentirne la musicalità. Noi ci adoperiamo con gioia a interpretare il senso della parola ‘aumentata’ e ci piace sognare che questa sua qualità arrivi anche laddove l’umano diventa altro.  Quell’altro sconosciuto. Che richiama l’altro. In continua vibrazione. Respiro felice l’aria ‘aumentata’. Richiudo il libro del non-luogo, ma ormai sono come lievitata in luoghi che non esistono forse nel mondo reale, ma che sanno accogliere l’anima."

LINK VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=QuIQYxszkDk&list=PLKs0dokJPvpjRmTI67DjY7a_uDzyC9NEF&index=1