mercoledì 2 settembre 2020

"Una vacanza sicura e divertente", racconto per Campiglia - Ed altri racconti

 

                       Primo racconto dalla manifestazione "Raccontare Campiglia, 2020"

Una vacanza sicura e divertente 



Caro Diario, 

ho passato un’estate meravigliosa a Campiglia Marittima con i miei genitori. Siamo rientrati in città e fra pochi giorni ricomincia la scuola. L’ultimo compito delle vacanze riguarda proprio la più bella esperienza di questa estate e per me la cosa più bella è stata la vacanza che ho trascorso a Campiglia Marittima.




Come sai, sta per finire l’estate dell’epidemia, del pericolo del contagio. I miei genitori si erano informati per tempo sui luoghi più sicuri per passare le vacanze e hanno visto che Campiglia era la località alla quale erano state assegnate cinque stelle su cinque per la sicurezza delle famiglie, in questo difficile momento.
Il babbo prima della partenza mi ha detto solo la meta del nostro viaggio, che aveva scelto insieme alla mamma:
«Marchino vedrai che sorpresa, che vacanza speciale! Ora non ti dico nulla, sarà una sorpresa per te e per Annina.»
Annina è la sorellina più piccola, per me è un po’ una scocciatura, mi sta sempre attaccata come un francobollo.




La sorpresa, all’arrivo a Campiglia! I miei genitori avevano affittato due grandi alberi, due grosse querce in un campo vicino alle mura che circondano le mura, vicino a Porta Pisana. Un albero era per i genitori e l’altro per me e Annina. 




Sui rami più alti erano piazzati le piattaforme per il nostro soggiorno, con due casine dai muri trasparenti. Scalette di corda e passaggi con funi, permettevano di raggiungere le piattaforme da terra e vi era anche un passaggio aereo fra i due alberi. Che cosa stupefacente, per scongiurare i rischi del contagio era stato realizzato un gioco meraviglioso, incredibile. 




Il proprietario del campo con i due alberi, Mario, ci disse che la scelta di promuovere un paese DOC riguardo al rischio del contagio, era stata della sindaca e tutti i cittadini di Campiglia l’avevano seguita con entusiasmo.
Con le ordinazioni al servizio “Amico Turista” della Coop, arrivavano fino agli alberi, i pacchi della spesa. I nostri vicini d’albero e degli ultimi piani delle case limitrofe, vicino alle mura, erano simpatici, di spirito allegro. La sera, una volta tornati dal mare, si intrecciavano discorsi, si scambiavano battute e poi qualcuno prendeva la chitarra e si incominciava a cantare, come era successo in città, al tempo del “tutti in casa”, dalle terrazze dei condomini, all’ora del tramonto.
Io e Annina abbiamo inventato dei giochi con gli altri ragazzi, il gioco dei mimi, gli indovinelli, il paroliere, a nascondino, “io Tarzan tu Jane”, ecc. ecc. Abbiamo imparato a muoverci con le funi proprio come avevamo visto fare al cinema, a Tarzan con le liane della foresta e si riusciva, con i nuovi amici, ad arrivare fino alle mura e ad avventurarci lungo queste e sui tetti delle case.




Al mattino veniva a farci visita uno scoiattolo e, alla sera, un gatto arrampicatore, con il quale giocava Annina e alcune sere, rimaneva a dormire con noi, sul letto. Incredibile la colonia degli uccelli che saettava intorno a noi, anche troppo rumorosa. Alcuni uccelli apparivano timidi, come i passerotti, altri intraprendenti, come i colombi e le cornacchie che finivano dentro la casina per cercare dei resti del pane. Si veniva svegliati dal cinguettio, sempre in crescendo, dal cuu cuu cuk, insopportabile, delle tortore, in particolare. Ho fatto amicizia con un merlo dal canto dolcissimo, rispondeva al mio fischio e si facevano dei lunghi discorsi.




La sera non c’era la televisione ma, al momento di addormentarsi, si apriva sopra di noi il cielo stellato della Maremma ed era un incanto lasciarsi andare al suono del fruscio delle foglie, al canto dei grilli, avvolti dal profumo delle piante e della terra lavorata dei campi. È da dire che in certi momenti il fruscio delle foglie era sovrastato dal russare forte, sorprendente del babbo che finiva per zittire tutti gli altri rumori della natura. Un episodio clamoroso: la mamma, una sera dopo che era venuta ai nostri lettini per rimboccarci le coperte e darci il bacio della buonanotte, trovò un topo sul suo letto. Cacciò un urlo così forte che risvegliò mezzo paese e la sindaco, sempre sollecita, si alzò e mandò i vigili urbani in perlustrazione.



Un momento emozionante era la spedizione di ogni mattina per andare al mare, rinchiusi come in una bolla d’aria sollevata da terra. Mario, il proprietario del campo, un po’ genialoide, nel rispetto dell’adagio “contadino scarpe grosse e cervello fino”, aveva inventato il sistema insieme ad altri amici intraprendenti, dei palloni aerei, o delle bolle, a doppio strato, ci si infilava dentro e veniva gonfiata la camera d’aria esterna. Si alzavano in alto da terra, trattenute da una corda e un boccaglio collegato con l’esterno permetteva di respirare.
Ogni mattina, dopo la colazione, si celebrava il rito della bolla d’aria, arrivava Mario con gli attrezzi e si saliva a bordo e poco dopo … su per l’aria, pronti a partire. Che meraviglia vedere il paese, il groviglio delle stradine e delle sue case medievali, la Rocca, lo snodarsi delle mura fasciate dal verde della campagna e, più lontano la striscia azzurra del mare, oltre le pinete. Il babbo, grande amante dei cavalli, si era organizzato con Mario perché ogni mattina gli portasse dal vicino maneggio un cavallo. Arrivava puntuale Ombrosa, alta, imponente, ci saliva sopra e attaccava le estremità delle corde dei due palloni aerei, dietro la sella, uno con dentro la mamma e l’altro, con me e Annina. La questione era quella di gonfiare al punto giusto le due bolle, altrimenti il rischio era di sollevare in volo anche cavallo e cavaliere.
E poi via verso il mare di Rimigliano, sempre all’entrata numero sei del parco dove c’è anche il bar, il ristorante e la strumentazione necessaria per l’arrivo e la partenza dei palloni. Alla spiaggia c’è tutto lo spazio per stare distanti gli uni dagli altri, per passare giornate felici.
Per me, caro Diario, le vacanze sono state un modo nuovo di vivere le vacanze al mare, più genuino, sempre a contatto con la natura, con il grande divertimento del volo di ogni giorno nel pallone. Ti devo dire anche dei rischi che comporta il viaggio aereo nei palloni. Una mattina Mario ha gonfiato troppo il pallone con la mamma dentro, si è alzato in alto, in alto nel cielo. La mamma gridava al babbo, al telefonino
«Altiero, Altiero fammi scendere, aiuto!»
Ma il vento l’ha trascinata via, oltre le colline, il pallone è passato sopra il paese di Suvereto, con lei che batteva forte, arrabbiatissima contro le pareti trasparenti del pallone. Tutta la gente del paese è uscita per le strade, per vedere lo spettacolo insolito. Il giorno dopo ne ha parlato anche il Tirreno. E ancora via, via fino alla Valle del Diavolo, non lontano da Radicondoli, dove il pallone si è sgonfiato a poco a poco e la mamma è scesa in mezzo al vapore caldo di un soffione boracifero e si è anche un po’ scottata … Da questo giorno non è più voluta salire nel pallone, ha voluto montare su Ombrosa, dietro al babbo. Povero animale, con quel dolce peso …
Anche a noi è capitata un’avventura con il pallone, un giorno al mare con il vento che tirava forte da terra: siamo finiti in mezzo al mare agitato, sopra le onde ma noi non abbiamo avuto paura anche se i grandi urlavano al telefonino:
«State calmi, state calmi, ora vi facciamo scendere, vi prendiamo per la fune.»



Era però la solita bugia dei grandi, siamo andati al largo e poi verso la bocca del porto di San Vincenzo: meno male che il bagnino aveva la motocicletta d’acqua del soccorso ed è riuscito, con fatica, a raggiungerci e ad afferrare la corda del pallone.
I giorni delle vacanze sono volati via in un battibaleno e mi è dispiaciuto tornare in città, dove si vive ancora con la mascherina sul viso, ben distanziati gli uni dagli altri. Spero, caro Diario, che il virus ci lasci presto, che si possa riprendere una vita normale.


La vacanza a Campiglia Marittima è stata comunque straordinaria e vorrei dare il consiglio di mantenere anche per il futuro l’esperienza delle casine sugli alberi e dei viaggi aerei nei palloni, magari stabilendo prima un protocollo d’intesa con la colonia dei volatili sullo stridio delle loro voci al risveglio del mattino.

                         Marchino

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Secondo racconto da "Raccontare Campiglia 2019" 

Porte chiuse

     Parlava con voce tonante nella sala del consiglio comunale, dall’alto del suo scranno di sindaco, dando di tanto in tanto un’occhiata alle pagine che aveva scritto nei giorni passati. Per lui era un passaggio importante nella sua carriera, o meglio, missione di sindaco, eletto con uno straordinario successo sulla base di un programma sulla sicurezza della città e per ristabilire un clima di serenità e di fiducia fra i cittadini, superando ansie e paure. Stava parlando già da mezz’ora ai consiglieri, in un’aula gremita di cittadini di tutte le età, alcuni con cartelli: “Vogliamo vivere tranquilli!”, “Via gli zingari dal Fossone”, “Le case popolari anche ai bianchi”, ecc. ecc.



Fino a questo momento si era limitato ai fatti accaduti, furti nelle case, una rapina, facce strane in giro, partendo dalla definizione del quadro internazionale e dai difficili rapporti con i comuni vicini, del comprensorio della Val di Cornia, piuttosto egoisti nei loro interessi, lontani dal difendere i valori della tradizione. Passi in avanti erano stati fatti sulla via della sicurezza, era stato raddoppiato il corpo dei vigili urbani, si erano iniziati i lavori per rafforzare l’antica cinta muraria della città, ogni più piccolo angolo delle vie era stato munito di telecamere collegate con la stanza del sindaco, ma bisognava andare avanti.
D’altra parte i campigliesi avevano aderito con entusiasmo al programma del sindaco, vi erano state assemblee affollate per l’informazione sulla sicurezza con la partecipazione di rappresentanti delle forze dell’ordine e di psicologi per la paura ed erano state formate pattuglie di ronda che giravano giorno e notte per il labirinto delle strade medievali. Il pericolo era, piuttosto, quello di evitare, la notte, scontri fra le ronde che scambiavano gli altri come nemici.
Il sindaco arrivò alle proposte che gli stavano più a cuore: rafforzare le ronde e farle girare intorno alla città in maniera parallela, per evitare gli scontri, chiudere le porte della città la notte, dalle 11 la sera alle 7 la mattina, acquistare droni che consentissero di fotografare dall’alto le macchine straniere in arrivo, fornire a tutti i partecipanti alle feste una tessera dell’amicizia, con la fotografia.
Le proposte furono approvate con entusiasmo in mezzo agli applausi dei presenti. Il sindaco aveva ancora una volta la conferma che era in stretta sintonia con l’anima del suo popolo.



Una delle pattuglie di ronda era formata da un gruppo di giovani, amici ed amiche, che avevano visto dapprima l’impegno come una cosa affascinante, divertente, un gioco. Nei tempi successivi, nelle sere di veglia per le strade, i discorsi si fermavano spesso sulla situazione della loro città, li aveva colpiti in particolare la decisione di chiudere le porte della città ogni sera dalle undici in poi, proprio quando era il momento di incontrarsi nei locali della costa. Era stato steso su Campiglia un manto di paura insopportabile, strano, una situazione diversa dall’atmosfera che si respirava nei paesi vicini.


Vennero all’improvviso delle idee a qualcuno, fatte subito proprie da tutto il gruppo. Bisognava rompere l’assedio della paura. Nei giorni seguenti successero fatti strani: la notte, gatti neri con le code iridescenti, saltarono fra le gambe delle pattuglie di ronda, che corsero via, in fuga. In una sera di nebbia, un grane cervo (l’asino dell’ortolano, truccato) attraversò solenne piazza della Repubblica e scomparve per via Italia.



Il sindaco e il parroco convennero che si trattava, senz’altro, di fatti diabolici, era necessaria una processione con la Madonna in testa, passare per i luoghi dove il diavolo si era manifestato. Così, la settimana successiva la processione ebbe luogo, in maniera solenne, con la banda in testa. Il percorso previsto si allungava fuori della cerchia delle mura, fino al cimitero e alla Basilica di San …


Al ritorno della processione, la porta a Mare era chiusa, sbarrata. Il sindaco bussò, cominciò a urlare: “Chi ha osato fare questo scherzo? E’ un’offesa a me e alla mia carica.”  Mandò il capo dei vigili a vedere le altre porte ma erano tutte chiuse. Imprecò, maledisse: “Qui ci vuole la mano dura, durissima.”


In quel momento si alzò dalla cima del campanile della Chiesa una musica, ripresa da altri altoparlanti, sulle porte, le torri, le strade principali. Era il Valzer dell’Imperatore, di Strauss, che in un vortice di note si diffuse in ogni parte, dalla terra fino al cielo.

La porta a Mare si aprì d’improvviso, comparvero ridendo i giovani che avevano architettato tutto quel trambusto, ognuno scelse un compagno o una compagna e si lanciò nel ballo. La processione si sciolse, si formarono tante coppie, prese nel vortice del valzer.
Il sindaco, alla porta continuava a imprecare, a minacciare ma forse l’epoca della paura stava passando oltre. 



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Terzo racconto da "Raccontare Campiglia, 2018"


Labirinto. Vicoli di Campiglia, miti e misteri
  
E’ mattina presto, sono seduto nella loggia della casa davanti al giardino, è già caldo e sulla tavola davanti a me sono distesi i disegni, le fotografie per la mostra che penso di realizzare a Firenze nella sala del Circolo degli Artisti. Anche questa volta sto lavorando intorno ad uno dei miti più celebri, l’impresa di Teseo che si avventura nei meandri del Labirinto in mano il filo di Arianna, per affrontare e uccidere il mostro, il Minotauro. Insieme a questo materiale, una pila di libri a supporto della mia ricerca.  




Per approfondire il tema del Labirinto e raffigurarne l’immagine, mi sono ispirato ai racconti di Jorge Luis Borges e, in particolare, “La Biblioteca di Babele” in cui si rappresenta una biblioteca praticamente infinita disegnata come un immenso alveare, dove conservare tutto il sapere del mondo. Borges sostiene che i labirinti più suggestivi sono quelli disegnati all’interno di ognuno di noi, quelli riferiti alla dimensione soggettiva. Il progetto prevede quattro pannelli legati alla mia visione del labirinto: il tempo, lo spazio, la pelle del labirinto, il centro, l’intreccio centrale del dedalo, dove meglio il Minotauro può tendere il suo agguato a Teseo.  Per la mia opera ho raccolto un’infinità di fotografie che andranno a illustrare le quattro parti del Labirinto.

Ancora non ho gli scatti per l’ultimo quadro, la tana, il nascondiglio del Minotauro: sto coltivando, da un po’ di tempo, l’idea di riprendere gli angoli più riposti di Campiglia Marittima, uno dei borghi medievali della Val di Cornia, di perdermi con la macchina fotografica fra le antiche stradine, le viuzze, i sottopassaggi per evocare lo scenario dei luoghi dove il Minotauro ti può sorprendere da un momento all’altro. Questa mattina non ho voglia di andare al mare e mi sembra il momento adatto per questa impresa fotografica.
Sento muoversi una porta, un fruscio, forse è il gatto. Due manine si appoggiano sulle mie spalle, mi abbracciano. E’ Anna, la mia nipotina, che si è svegliata, vuole, come sempre, farmi una sorpresa. Si mette a sedere sul tavolo fra le fotografie, i disegni, le matite, i libri. Vuol sapere tutto del mio lavoro, del mito del Labirinto, chiede di Arianna, se era bella, quanto era lungo il filo di lana, se il Minotauro era veramente così spaventoso. Mi fa piacere raccontare, inseguire le domande, le sue risate.
- “Perché stamani non facciamo a meno di andare al mare?" Vieni con me a Campiglia, con la tua macchinetta, e mi aiuti a cercare i posti dove meglio si potrebbe nascondere il Minotauro”.
La spedizione è organizzata in un attimo e dopo appena un’ora siamo nella piazza del Popolo del paese, la piazza principale, con le nostre attrezzature, il cavalletto, le macchine fotografiche, un taccuino.


Anna si scatena nell’intrico delle strade, la perdo di vista, la chiamo a squarciagola con l’eco che mi raggiunge da tutte le direzioni, a un tratto eccola alle mie spalle, continua a fotografare, a volte urla:
- “Sta qui, sta qui il Minotauro!”
Sto al gioco e nelle parti del borgo con l’aria più misteriosa, mi apposto con la macchina reflex e fotografo da tutte le posizioni, sdraiato per terra in maniera radente, verso l’alto sugli scampoli di cielo, di fronte sulle ombre che si allungano dalle grate nei muri piene di ragnatele.
Non mi lascio sfuggire nemmeno il nome di una via, che annoto con cura sul taccuino con la mente rivolta alle possibili origini di quei nomi, alcune immediate, altre incomprensibili: via Calda, dell’Orto, dei Sospetti, delle Locande, Sdrucciolo Pericoloso, del Cignale, delle Donne, via Giudea, delle Veglie, piazza del Silenzio, della Chiesa Sfatta, del Laberinto, Scala Santa.
Mentre siamo in via Beccasole, una via che riesce a conquistarsi appena un raggio di sole, un boato dall’alto ci sorprende, Anna mi abbraccia.
- “Il Minotauro, il Minotauro!”

Poche parole per rassicurarla, il Minotauro non esiste è una storia inventata nell’antichità per impressionare la gente; il boato che abbiamo sentito viene dalla cava di pietre attiva oltre la collina sopra Campiglia: è stato senz’altro lo scoppio di una mina per fare cadere un costone di roccia. Il Minotauro rappresenta, in definitiva, le paure dell’uomo, il rimorso che egli prova, forse nel nostro caso, il senso di colpa per l’abbattimento di un’intera collina: una ferita nel paesaggio delle colline sopra Venturina.
Mi rendo conto che le mie parole non riescono a rassicurare del tutto Anna. Ci riesce, invece, un grande gelato del bar gelateria, nella piazza del Popolo.
Alla sera, dopo i giochi del pomeriggio e un bagno alla spiaggia del Pozzino nel golfo di Baratti, Anna  nella nostra casa di via delle Caldanelle, riversa le foto dalla memoria della sua macchina nel computer. Le foto scorrono davanti ai nostri occhi, sono meravigliose, Anna è stata più brava di me nel modo di riprendere l’atmosfera delle strade del centro del paese, è riuscita a rendere bene il senso di luoghi abitati da un mostro, il buio degli anfratti, i luoghi dove Teseo deve maggiormente temere possibili assalti. Sono certo che alla prossima mostra al Circolo degli Artisti di Firenze, farò, anzi, faremo un figurone. Siamo felici, alziamo le braccia al cielo come quando vediamo allo Stadio, dalla curva Ferrovia, segnare la Fiorentina.

Passa ancora un’immagine, l’ultima, sul computer, il passaggio della Scala Santa, in forte salita sotto le ombre del soffitto a travi nere: sullo sfondo un muro bianco illuminato dal sole, sul quale si allunga l’ombra di un uomo con l’enorme testa di toro.
Stanotte non si addormenterà facilmente.


Roberto Mosi


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