sabato 29 dicembre 2018

"Una follia splendida": Annalisa Macchia commenta "Esercizi di volo", Europa Ed. - R. Mosi


“Erba d’Arno”, Rivista Trimestrale Autunno 2018, n 154, pagg. 126-127, 
Recensione di Annalisa Macchia
Una follia splendida:“Esercizi di volo”




ROBERTO MOSI, Esercizi di volo, Roma, Europa Edizioni, 2016, p. 96, euro 13.90, Libreria Salvemini, Firenze

"Chi conosce Roberto Mosi, la sua vasta cultura orientata in vari settori dell’arte e il suo grande impegno speso per diffonderla, segni inequivocabili di una mente rigorosa e aperta, stenterà a ritrovare nello strampalato e tormentato personaggio principale di quest’opera, un suo riconosciuto alter ego.
Ricorrendo a una terapeutica scrittura, suggerita da un’analista per vincere le sue ossessioni, questo personaggio dà il via a uno stravagante e interessante mondo interiore, gradualmente formando la vera storia di questo libro, tutta incentrata sulla celebrazione della “Follia”, il cuore centrale e pulsante del racconto.

Fin dall’inizio ci troviamo così coinvolti in un vortice tumultuoso, depositati a ogni capitolo in territori abitati da luoghi e personaggi oltre le righe, come ogni Follia che si rispetti comanda, ma dotati di incredibile fascino, di una sostanza liberatoria e talmente deliziosa che anche i crimini che visi compiono a suo nome non spaventano, anzi attraggono e intrigano. Una sarabanda di fantastiche e pittoresche figure dà vita a questa scrittura, che sarebbe limitato confinare nella definizione “racconto”, poiché si sviluppa su una molteplicità di piani narrativi e, in misura non indifferente, anche quelli della fiaba e della favola. Parole, queste ultime, erroneamente e troppo di frequente scambiate per sinonimi, in realtà differenti per modalità, luoghi e personaggi. Se la fiaba mette in scena storie senza tempo né luogo in cui i personaggi sono solitamente rappresentati da uomini e donne, la favola, di genere più giocoso, ha spesso per protagonisti gli animali, alle prese talvolta con situazioni paradossali. In forma scherzosa e ironica vuole trasmettere insegnamenti e ammonimenti utili alla società.
Questo lungo racconto Esercizi di volo, o comunque lo si voglia definire, mette efficacemente in risalto una follia splendida e desiderabile, seppure costretta a misurarsi con una più problematica e difficile realtà. Roberto Mosi gioca proprio su questa alternanza, sul continuo confronto, sul ricorrente anelare al perfetto e gioioso stato della follia fino al raggiungimento dei miti estremi della stessa, poiché sembra assicurare ogni felicità a che lo abbraccia.
La storia si svolge fra le montagne di Bolzano. Gli abitanti sono in procinto di celebrare la grande festa della Follia, con riferimento alle reali feste che intorno a Ferragosto, si svolgono in questa zona, tra il Castello e la Stazione di Salorno. Oltre al luogo geografico, descritto con gli occhi appassionati di chi bene conosce e ama la montagna e, forse, questi luoghi in particolare, di attinente al reale c’è però ben poco di altro nel libro.

Tra i personaggi che si alternano e si accavallano, spiccano figure ispirate a uomini e donne famosi, alcune ben conosciute dall’autore, come la sorella di Napoleone, Elisa Baciocchi. Si fa allusione a grandi pensatori, a cominciare da Erasmo da Rotterdam e al suo Elogio della Follia, saggio dedicato all’amico Tommaso Moro, nato con intenzioni di divertissement ma lucido nel colpire i costumi dell’epoca. Immancabile l’accenno a poeti come Dino Campana, a letterati illustri come Rabelais, Cervantes, Ariosto, autori di creature e opere indimenticabili, più vere della realtà stessa nel loro fantastico, folle territorio e, naturalmente, non mancano musicisti e artisti. Tutti quanti legati in qualche modo al filo di una follia che potremmo definire “creativa”, capace di ispirare e produrre grandi capolavori.
Altri personaggi, invece, prendono inaspettatamente vita dal mondo animale e da quello inanimato, ma, proprio come accade nelle migliori fiabe e favole, interagiscono con grande naturalezza con quelli umani. Turri quanti tesi e uniti nell’unico obiettivo di celebrare al meglio la prevista Festa della Follia.
Il fragile e ossessionato alter ego dell’autore, assegnato o, meglio, rassegnato alle cure di un essere ancora più fragile di lui, si trova inaspettatamente avviato alla meravigliosa scoperta della scrittura, fantastico volo della mente, e salutare alternativa al suo più pericoloso impulso di volare gettandosi nel vuoto. Sarà utile per la guarigione il suggerimento dell’analista? 
Lascio il nostro Icaro alle prese con il terribile sole della sua (e nostra) società, intorpidita da un’inflazione di paure, soffocate da farmaci e ansiolitici, dispersa in un proliferare di falsi profeti (argutamente si sottolinea nel testo anche il recente moltiplicarsi delle scuole di scrittura …), facilmente arresa a impotenza e indifferenza, dove diventa arduo riconoscere le voci autentiche e riuscire ad accettare gli altri e se stessi, follie incluse. 

Il tocco fiabesco, visionario e la leggerezza di cui ogni pagina si nutre, disegnano non soltanto un libro ricreativo e divertente, ma suggeriscono riflessioni profonde, invitando al ripensamento di tanti, comuni, superficiali atteggiamenti e suscitando nel lettore domande positivamente inquietanti. Esercizi di volo preziosi per il lettore attento."
Annalisa    Macchia  





mercoledì 26 dicembre 2018

Il fascino della canzone in ottava rima













Leggendo “Il profumo dell’iris” - Renato SIMONI

(Canzone in ottava rima)


Il profumo dell’iris vo leggendo,
ultima nata silloge del Mosi,
emblema di Firenze, fior stupendo
che colora in aprile i cigli erbosi.
Leggo e nella mente mi sorprendo
come sciorini i suoi versi estrosi.
Coetaneo sono e concittadino!
Forse lui è guelfo ed io son ghibellino?

Racconta la città con sguardo fino,
per mano ti conduce e fa da guida.
Osserva…ed al cuor sente vicino
ciò che per strade e vicoli s’annida.
Quello che vede lungo il suo cammino
trasforma in oro, novello re Mida.
Ma come fa a scovare la poesia
nei nonluoghi, il mercato e la tramvia?
                                                                 
Quel che immagine dà di distopia
trasmuta nel suo sguardo di poeta,
la luce accende in cuor dell’utopia
con un’esposizione da profeta.
Il suo fare, la sua fisionomia
hanno assunto l’aspetto dell’asceta,
ad occhi chiusi a ritrovarlo riesco
dipinto alla Brancacci in un affresco.

Il sogno solidale di Francesco
sboccia nei versi: pace e fratellanza.
Nelle piazze, tra storico e fiabesco,
preme il diritto di cittadinanza;
vibra il legame con lo sguardo fresco
di Marta, con Giovanna e con Costanza.
Silloge, delicata e non febbrile,
è tutta declinata al femminile.

Tale è Fiorenza, nobile e civile,
lo sono piazze, strade e le colline,
l’iris col suo profumo in pieno aprile
e d’Agata Smeralda le madrine;
Flora e Tosca , che narra con stile
la Storia…e le storie fiorentine.
Pacate e riflessive son le note,
ma tosto avviene che Vasco lo scuote.
   

Voal massimo verso l’alte quote,
del mondo osserva le contraddizioni:
città ogni dì schiacciata dalle ruote
degli internazionali torpedoni,
nuova Babele ma con una dote,
punto d’incontro di popolazioni.
Resto stordito, ...e pieno di stupore,
dal fatto che la vita fa rumore.

     Renato Simoni -                                                                       dicembre  2018
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Roberto Mosi, Il profumo dell'iris, Edizioni Gazebo, Firenze, pagg. 88, euro 8

- Libreria Salvemini, piazza Salvemini 18, Firenze
- Profumeria Bottega Bedeschi, via delle Belle Donne 11r, Firenze

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venerdì 7 dicembre 2018

"Il profumo dell'iris", raccolta di poesia dedicata al fiore simbolo di Firenze


Roberto Mosi, "Il profumo dell'iris", Gazebo, Firenze 2018, pagg. 88, euro 8
Libro di poesia presente * alla Libreria Salvemini, piazza Salvemini 18, * alla Bottega Bedeschi, profumeria di via delle Belle Donne 11r  (abbinabile a prodotti al profumo dell'iris)

Presentazione 







venerdì 30 novembre 2018

The Art of Enrico Guerrini and Michelangelo's lesson: "Pity" for the migrants drowned in our seas: "Stabat Mater" - The "Etruscan Navicello"




“Stabat Mater”

L' Arte di Enrico Guerrini e la lezione di Michelangelo: "Pietà" per i migranti annegati nei nostri mari: "Stabat Mater" - Il "Navicello Etrusco"

The Art of Enrico Guerrini and Michelangelo's lesson: "Pity" for the migrants drowned in our seas: "Stabat Mater" - The "Etruscan Navicello"


La Raccolta di poesia “Navicello Etrusco” di Roberto Mosi (Ed. Il Foglio, 2018) è stata in questi giorni al centro di due incontri. 




Il primo ha riguardato, domenica 25 novembre, il riconoscimento attribuito alla Raccolta in occasione del  Premio “Leandro Polverini”, ad Anzio: il terzo posto bell’ambito della “poesia Onirica”. L’autore, ricordando la ricorrenza della giornata contro la violenza sulle donne, nella bella Sala delle Conferenze dell’Hotel Lido Garda di Anzio, ha presentato dal libro, la poesia “Velia” dedicata alla donna etrusca, secondo la tradizione, donna libera, non sottomessa all’uomo, presente nella vita pubblica.


Vivono nella luce le donne etrusche
libere nella vita della casa, delle città,
senza arrossire allo sguardo dell’uomo.

Veila, Velia, Velka
Ati, Culni, Larthia, nomi
incisi sugli specchi di bronzo.

Vino, musica, canti per la donna
distesa sul triclinio, accanto
al compagno, sotto lo stesso mantello.

Vesti preziose, fibbie d’oro, pettini
d’avorio giunti da terre lontane.
Per virtù, energia, ambizione.

Vi aspettiamo, sorelle etrusche,
nel nostro secolo, libere da ostacoli,
da violenze, maestre di vita, di libertà.


Il secondo incontro dedicato al “Navicello Etrusco”, ha avuto luogo a Firenze la sera del 25 novembre presso “Cirkoloco”, nell’edificio dell’ex-Fila, animato da frequenti eventi culturali e di intrattenimento. La serata ha avuto un carattere particolare, partecipato: dopo il video introduttivo ai luoghi della Raccolta ( si veda: https://www.youtube.com/watch?v=-dn2XMqax0E ) , alcuni soci del circolo hanno letto, le poesie che segnano la rotta del “Navicello” nello spazio - il mare etrusco di Populonia – e nel tempo, fino ai nostri giorni: Velia, Tagete, Turan dea dell’amore, Barbari, La strega di Baratti, Diciassette dadi, La Sterpaia ( e l’altoforno di Piombino), Tular Dardanium, Lampedusa. 





Queste due ultime poesie sono dedicate, da un lato, all’eroe etrusco Dardano che secondo la leggenda attraversò con i compagni il Mediterraneo, in spirito di pace, per andare a fondare la città di Troia; dall’altro lato, alla pietà per la tragedia dei naufragi in mare, nei nostri giorni, dei migranti, unita alla evocazione del famoso lamento di Jacopone da Todi Stabat Mater. 

La prima poesia Tular Dardanium:

Dardano partì dall’Etruria,
per fondare la città di Troia,
superò ogni confine
sulle rotte del Mediterraneo.
Piantò germogli di vita
fra popoli diversi sul mare,
scenario oggi di morte
dei migranti in fuga
dalla guerra, dalla fame.
L’eroe Dardano guida
ancora oltre i confini
il suo popolo
alla conquista della dignità, 
sul mare in tempesta dell’utopia.

L’ultima poesia dedicata al recente naufragio nelle acque di Lampedusa:

Parte a mezzanotte il traghetto
da Trapani a Lampedusa
il mare dei 366 figli annegati


Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius

Sono sul camion, giorni
da Tamara a Misurata
tempeste di sabbia, violenza


Eia, mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam

Sono sul barcone carico
da Misurata a  Lampedusa
nafta paura fame


Fac me vere tecum flere,
Crucifíxo condolére
donec ego víxero

Sono nell’urlo dei disperati
sprofondo nell’acqua
conquisto il silenzio, la pace



Iuxta crucem tecum stare,
te libenter sociáre
in planctu desídero.

            Il pittore Enrico Guerrini ha lavorato nel corso della serata, nello spirito evocato dalla poesia, al tema della pietà, partendo dalla ricerca sull’opera di Michelangiolo. 
           
Dopo uno scambio di suggestioni ed emozioni con i soci riguardo ai temi introdotti nel corso dell’incontro, Mosi e Guerrini hanno annunziato che una nuova, prossima pubblicazione raccoglierà le immagini condivise con il pubblico, nel corso di questa serata e di precedenti incontri dedicati al viaggio “poetico” del Navicello Etrusco.













martedì 20 novembre 2018

"Concerto per Flora": Giuseppe Panella presenta: poesia e colori - TRE TEMPI: 1° La Primavera", 2° Tredici tempere su tela, 3° La nscita di Venere - Pierluigi Mencarelli e il suo flauto


Video - Link



      
































































































































































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Presentazione della raccolta "Concerto"



Giuseppe Panella

                            LA FONTE DEL RITMO, L’AVVENTURA DEL TEMPO

  1.

«Tutto è ritmo, l’intero destino dell’uomo è un solo ritmo celeste, così come l’opera d’arte è un unico ritmo»                                              (Friedrich Hölderlin)

 

«L’io / Scopre il suono di una voce che lo raddoppia / In immagini di desiderio, in figure che parlano, / In idee che gli vengono sotto forma di parole, / Vecchi e filosofi sono assillati da questa / Voce materna, luce nella notte…»             (Wallace Stevens)

 

 

A Populonia, in tutta evidenza, si verificano durante l’anno vicende inspiegabili e si scoprono rapporti oscuri tra le diverse parti che compongono il quadro unitario delle esistenze umane.

Basta saperli osservare e descrivere usando lo strumento privilegiato della poesia.

Il bene e il male della Storia convergono e si dispiegano come su uno schermo a mostrare ciò che li caratterizza e influisce sul destino delle esistenze umane. Ciò che appare risulta non soltanto completamente diverso da ciò che sembra accadere in realtà ma è tanto più contraddittorio rispetto a quello che si crede (o si vorrebbe) che avvenga tanto che si può coglierlo soltanto per accenni, per scarti, per tagli di luce e, fondamentalmente, solo per riflesso, per contatti lontani.

Non si tratta, però, di una dimostrazione lirica basata sulla qualità e la specificità dei contenuti quanto sull’esigenza del ritmo, sulla potenza del suono, sull’efficacia delle notazioni timbriche.

Per Populonia si può esigere soltanto un concerto, non un poema basato esclusivamente sulla linearità delle parole.

Lo dichiara apertis verbis lo stesso autore commentando al termine del suo poema quanto ha scritto:

 

«La poesia gioca, in quest’occasione, con alcune forme del mondo della musica, ne riprende tratti, impronte. E’ abbandonata  la fisionomia consueta della forma-libro, orientata, di solito, in una determinata, unica direzione, per seguire il movimento delle composizioni musicali in andamenti plurali, ascendenti e discendenti. Questa raccolta, Concerto, pone attenzione alle istanze della musica nella struttura sinfonica per movimenti e a quelle poetiche nello svolgersi delle evocazioni che generano immagini. Insieme le due istanze producono emozioni che si rincorrono nel flusso della coscienza, di frammenti di memoria. E nella sinfonia – come nel concerto – è composizione di abbandoni e riprese, dove un tema è introdotto, poi sviluppato, poi accantonato, poi variato e organizzato in discorso»

 

Dunque, Mosi si cimenta con un linguaggio, quello della musica, in cui i livelli tonali si susseguono in una ricerca di armonia finale e in cui ogni elemento si ricompone alla fine dell’esecuzione e si ritrova nella sua particolare dimensione autonoma per cui è nata, pur mantenendo la sua posizione all’interno del tutto. Tra autonomia del significante e necessità del significato, la poesia di Mosi si aggira tra le vicende del presente e la nostalgia del mito per cercare di ottenere il risultato che gli interessa: dare alla poesia una chance di intervenire sulla realtà senza esserne travolta e schiacciata.

I quattro movimenti del suo Concerto, allora, dedicati come sono alle quattro stagioni (seguendo una tradizione ben definita nella storia della musica), alternano ricostruzioni delle vicende di attualità a momenti di vita familiare, intercetta segni orribili di inciviltà persistente (il razzismo che i terribili fatti di Rosarno hanno mostrato come ancora prevalenti nella in-cultura della penisola) ma si apre a moti di speranza per il futuro delle generazioni che verranno.

Il dettato poetico di Mosi si concentra sul dato e si articola per brevi sequenze narrative che sviluppano lo spunto principale di partenza. Eccone un esempio (dalla sezione InvernoCaos) :

 

«A trecento chilometri / il treno per la città. / L’incontro da “Mimì / alla Ferrovia”, gli amici. / Sulla tovaglia tracce / di vino, la città di Gomorra. / Nove cerchi rossi / del nostro Inferno. // Al centro il porto / intorno Secondigliano, / Scampia e Forcella, / Torre Annunziata. / “La gente, vermi della terra, / rimangono vermi, sempre”, / la voce d’aspide della Camorra. // “Sono cinque giorni / che mangiamo arance / nascosti nell’aranceto”. / La faccia appare / al telegiornale. / Per le strade di Rosario / la furia della gente, / ronde di bianchi in giro. // Seduti nell’ombra / aspirano crack, / fiammelle per la dose, / uomini e donne / di Castel Volturno. / Sopravvissuti alla droga, / la pelle di cenere. / Morti gli altri, senza nome» (pp. 4-5).

 

oppure sul versante mitologico dell’intervento poetico, l’ironia subentra al posto del dramma:

 

«Mito. Labirinto mito / al centro la vampa / dell’io, in volo / con ali di cera. // E’ forse uguale / a un dio l’uomo / calvo, senza ombra / che dorme in piedi / alla porta di Populonia ? / I ginocchi piegati / la testa in avanti. // Ogni notte l’Eroe / raggiunge la reggia. / Penelope dorme stizzita, / Arturo saluta, la coda ritta. / Apre la posta, ordina le armi, / si distende sul letto, /b il risveglio vicino. / Ulisse torna sempre a Itaca. // Sono giunto alle terre / degli Etruschi. Le navi / passano il Bosforo, / bandiere al vento. / Inseguo Giasone / alla conquista del vello / d’oro, le carovane / sulla via della seta» (p. 8).

 

Nella sinfonia delle Quattro Stagioni impostata nel libro, come si è visto,  i momenti tragici della cronaca nazionale (i fatti di Rosario o l’incidente del Moby Prince) si alternano alle scoperte che costituiscono la sostanza della vita quotidiana e familiare (come nella sezione Primavera, tutta la sequenza relativa alla nascita e ai primi anni della nipotina Marta) mentre nella sezione dedicata all’Estate  la vita della natura e i suoi suoni e moti si intrecciano ai giochi e ai canti dei bambini.

Nell’ultima sezione, quella che chiude la Prima Parte, infine, l’Autunno,  è la descrizione delle parole della poesia, paragonate alle foglie che delicatamente si staccano dagli alberi, a confortare la scrittura e renderla forma espressiva capace di rafforzare e rinvigorire la sostanza di un Io che tenderebbe a sbiadire nel corso del tempo. La potenza delle memorie conservate nel baule inesausto dell’esistenza passata, tuttavia, è in grado di riportare il silenzio dalla sua condizione di oblio incombente e minaccioso a quella di un elemento che fonda la vita stessa, accentuandone gli elementi di bellezza assoluta:

 

«Ascolto il silenzio / dalla Rocca di Populonia / lontano dalle spiagge, / dai motori delle strade. / L’aruspice segue /il volo del falco, / coglie i segni del cielo / per la nuova stagione. // La violenza del giorno / è lontana, la città cade / nell’antico mistero. / I sacerdoti in processione / salgono all’altare / per il sacrificio. / Nuovo sangue / nutre la vita del mito. // Mi lascio andare, / l’acqua accarezza / il nuoto leggero. / Sotto di me le ombre, / le creature del mare. / Sopra di me la luce / di Febo. La bellezza / a portata di mano» (pp. 28-29).                                                                                                                                                                                                    

2.

«Della Primavera nessun segno! / Leonardo va su e giù nella sua stanza angusta / … arrogante fissa la neve ostinata. / Raffaello entra in un bagno caldo / … i suoi lunghi capelli di seta sono secchi / per il poco sole. / Aretino ricorda la Primavera a Milano; la / madre, / che ora, su dolci colline milanesi, dorme. / Della Primavera nessun segno! Nessun segno! / Ah, Botticelli apre la porta del suo studio»                                                      (Gregory Corso)

 

Il secondo tempo del libro di Mosi, invece, è un omaggio all’arte fiorentina e soprattutto alla pittura che l’ha resa grandissima. E’ alla Primavera di Sandro Filipepi-Botticelli che i primi versi sono dedicati in questa sezione della rapsodia ed è con i versi del Poliziano che il testo si apre.

Ma poi, dopo la descrizione della grande apoteosi dei Medici che hanno riportato la pace a Firenze (secondo una bella intuizione di Cristina Acidini Luchinat ripresa e fatta propria nell’esecuzione del suo tempo poetico da Mosi), segue la descrizione di Fiorenza stessa e delle sue bellezze artistiche:

 

«Geometrie dalle piazze / il cerchio dei bambini, / le ellissi delle rondini, / il quadrato dei turisti, / la retta della palla calciata / la sfera in rosa del cielo. // Colori della storia. / L’argento della pietra forte, / l’oro della pietra serena, / il bianco della calce, / il verde dei marmi, / il rosso dei tetti. // Il suono della poesia, / Shelley alla Fonte del Narciso, / i Futuristi alle Giubbe Rosse, / Montale all’antico Istituto, / Campana a San Salvi, / Dante per ogni dove» (pp. 36-37).                                                                                                                                                                                

La sezione dedicata alla produzione artistica si conclude con un omaggio a Tredici tempere su tela che il pittore Vinicio Berti  aveva regalato alla Società di Mutuo Soccorso di Peretola e che raccontavano per immagini la storia dell’associazione. Anche in essa la decantazione rappresentativa delle vicende collocate sulla tela e la musicalità delle parole si integrano in una sorta di concento di colori e suoni che vogliono dare il senso e produrre forme evocative dei “miti popolari di un’epoca” (come sostiene Mosi nel suo commento finale).

Sarà la Natura, invece, a dare il la alla parte finale dell’opera, quella che vuole rendere omaggio alla potenza quasi naturale dei versi di frate Francesco di Assisi. Riprendendo talune sue composizioni già pubblicate, Mosi si distende nella descrizione della forza degli elementi e di ciò che ricompone il quadro della bellezza del mondo:

 

«Compongo in versi / suoni e silenzi / cerco parole, creo / un ammasso d’argilla / da modellare a piene mani. // Scompongo, ricompongo / i versi, cerco la forma. / Ora il fuoco abbraccia / l’argilla, la riscalda, / la cuoce, la brucia. // La poesia è pronta / per la polvere del giorno» (p. 51).     

 

Allo stesso modo, tra scrittura / descrizione della realtà e sua trasfigurazione in immagini e suoni, si apre lo spazio di una soggettività che si muove tra l’una e l’altra, quella di un poeta che accetta i limiti della parola scritta e vuole andare oltre di essa, nel tentativo di costruire un progetto artistico che sia capace di ritornare alla natura mitopoietica del canto che vive nel e con il mondo in cui si trova a esistere.