Commento
di Giuliano Ladolfi dalla Posfazione al libro
«La
poesia prende il posto / dei sogni»
Penso
che la concezione poetica di Roberto Mosi sia chiarita dal seguente passo
compreso in questa antologia: «Credo che sia possibile curarsi con la
poesia,
per vincere le paure, stati di sofferenza, per stringere sogni che passano in
volo, per divertirsi. La voce della poesia arriva dal dentro, potente nelle ore
della notte, debole e distratta il giorno. Porta sollievo,
se
non guarigione, dolcezza di ricordi, sapori tenui di malinconia»...
eratoterapia, senza dubbio. Bastano queste righe per depositare nel bidone dei
rifiuti tutte le concezioni avanguardistiche e neoavanguardistiche.
Il
poeta, infatti, assegna la scrittura in versi alla dimensione umana e non a
quella puramente intellettuale o linguistica.
Il
titolo di questa pubblicazione, che raccoglie testi editi da 2017 al 2023,
costituisce un’ulteriore conferma: Amo le parole. E non si può amare senza
collocare questo sentimento nell’intimità dell’essere umano. Si ama quando
tra l’individuo e l’altro-da sé scocca una scintilla destinata a incendiare il
mondo.
E ciò può avvenire con ogni tipo di realtà, che in questo caso si identifica
con l’esistente, l’esistente che entra in empatia con il poeta.
Le
parole poetiche per lui non sono flatus vocis, ma dichiarazioni d’amore che
trasformano chi le pronuncia e chi le legge. Non si gioca sui significati
quando
il sentimento ha il sopravvento. E questo sentimento è contagioso perché non
permette al lettore di essere indifferente di fronte alla bellezza di Firenze,
alla sua storia, alla sua arte, ai suoi colori, alle sue vie, ai suoi palazzi.
Anche chi la conosce trova in questi versi nuovi occhi per contemplarla non con
lo sguardo dello studioso o del turista, ma con l’entusiasmo di chi la ama come
si ama una madre amorevole e affettuosa.
E
poi il sentimento si espande al mondo intero, anche a situazioni dolorose, come
la guerra o come la devastazione climatica. Se «la poesia prende il posto / dei
sogni», è fondamentale che a tutti sia concesso di sognare tramite
quest’arte,
a tutti sia concesso di ritrovare in essa l’impulso ad approfondire quel senso
dell’esistere che Roberto Mosi propone come un’avventura meravigliosa e
inesauribile.
“Tre
principesse francesi a Firenze”
Postfazione
Perché
si scrive?
Perché si scrive? Questa domanda si fa per me urgente ora che
sto per pubblicare il mio ultimo romanzo sul mondo dell’imperatore Napoleone,
dopo che sono passati dieci anni dal mio primo lavoro.
Mi dedico alla scrittura per recuperare una cosa che mi viene
a mancare, per riempire un vuoto che si è creato vicino a me, oppure, per
scongiurare un pericolo, per sconfiggere la paura.
Il primo romanzo Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone.
Storie francesi da Piombino a Parigi (Il Foglio, 2013) era un invito ad
andare alla scoperta della costa toscana del mare Tirreno, a guardare le città,
il territorio con lo sguardo dei vincitori francesi, con l’orgoglio della loro
forza, della efficacia e della modernità dei loro interventi. Quando cominciai
a pensare al libro avevo appena lasciato il lavoro, avevo raggiunto il
traguardo della pensione, davanti a me un tempo indefinito, grigio, senza
contorni, un vuoto da riempire giorno per giorno. L’idea di scrivere un
racconto, un romanzo dette un ritmo alle mie giornate, mi portò ad immergermi in
un mondo illimitato di conoscenze, in una rete di libri, di notizie, piena di
incroci, di nodi, tutti da studiare e da scoprire; fu un impegno serrato ma affascinante,
che compensò il recente abbandono del mondo del lavoro senza trascurare quelli
che erano stati gli interessi della mia professione. Ero stato infatti un
dirigente per la cultura della Regione Toscana,
Il romanzo successivo Non oltrepassare la linea gialla
(Europa Edizioni, 2014) rappresenta una vera e propria elaborazione di un
lutto, la perdita della mia macchina, la Lancia Musa, uscita di strada e
schiantatasi contro un cartellone pubblicitario, incidente dal quale uscii
praticamente incolume ma con un’enorme paura. Nel romanzo le macchine
incidentate si ritrovano in un deposito di relitti ferrosi di ogni genere, si
consolano fra di loro aspettando la sorte finale, di essere trasformate in
mirabolanti creature grazie al fuoco rigeneratore dell’altoforno.
Nel romanzo Esercizi di volo (Europa Edizioni, 2015)
mi sono misurato con la follia; mi ha sempre affascinato il binomio
arte/follia, ho seguito con interesse i progetti degli anni ’70 per la riforma
dei manicomi, e rimasi sconvolto da una visita fatta all’Ospedale Psichiatrico
San Salvi nella veste di segretario della Commissione Sanità del Consiglio
regionale.
L’incipit del libro è
quanto mai perentorio: “Un giorno imparerò a volare!”, il protagonista vuole
acquistare leggerezza, la capacità di volare, per stare in alto, sopra le
diverse pazzie del mondo e frequenta un celebre personaggio, Erasmo da
Rotterdam, che gli fa scoprire il lato divertente della follia.
Nel 2021la pandemia, la diffusione del Covid, ha sconvolto le
nostre vite, ha limitato la nostra libertà, lasciandoci nella paura e
nell’incertezza.
Ho trovato conforto e
aiuto nella poesia, proprio in quella di Dante che inizia il suo viaggio
ultraterreno dai tormenti dell’Inferno. Ho immaginato che la sua poesia sia
rimasta con noi, nelle strade di Firenze dove è nato, si è affermato come uomo
e come poeta laureato e quindi con un gruppo di amici siamo andati per le
strade alla ricerca dei luoghi più suggestivi per recitare insieme ad alta
voce, con energia i suoi versi, aspettando il suo ritorno perché, come recita
il titolo del libro Ogni sera Dante ritorna a casa. Sette passeggiate con il
poeta (Il Foglio, 2021). Mi sembra che il libro interpreti bene lo sgomento
di quel periodo, per ogni giorno di escursione riporto, i dati dei cittadini
toscani colpiti dal Covid, i ricoverati in ospedale, i deceduti, come un
bollettino di guerra.
Le vicende dei migranti in fuga dalle guerre, dalle carestie,
da luoghi di feroce miseria, le tragiche morti nel Mediterraneo, mi lasciano un
grande vuoto, pesano sulla mia coscienza di cittadino di un Paese
dell’Occidente. Ho trovato in questi avvenimenti una sorta di parallelismo con
la storia delle grandi emigrazioni di popoli all’epoca dell’impero romano, sulla
“ragionevole” integrazione fra le diverse genti; l’insieme di queste
riflessioni è alla base del recente libro Barbari. Dalle Steppe a Florentia,
alla Porta Contra Aquilonem, (Masso delle Fate, 2022).
Sono passati dunque dieci anni da quando ho scritto il mio
primo romanzo; ho pubblicato anche diverse raccolte di poesia, riunite in due
antologie: Poesie 2009-2016 (Ladolfi, 2016) e Amo le parole. Poesie
2017-2023 (Ladolfi, 2023). Nella poesia seguo la voce dell’ispirazione, il
demone che mi parla dentro, mi porta a comporre versi su registri diversi,
con lo sguardo rivolto a paesaggi umani e a sfere personali differenti (Nonluoghi),
(Eratoterapia), (Itinera), (Concerto), dove si accende la
luce delle immagini (Firenze, foto grafie), soffia il vento dei miti (Navicello
Etrusco), (Orfeo in Fonte Santa), (Prometheus, il dono del
fuoco), balzano in evidenza le mie origini (Florentia),
l’amore per la mia città, Firenze, la sua storia e la sua bellezza (Il
profumo dell’iris), il desiderio di un costante impegno sociale, nel
dialogo, nell’incontro con l’altro, con gli altri (L’invasione degli storni),
(La vita fa rumore), (Il nostro giardino globale).
Con quest’ultimo romanzo, Tre principesse francesi a
Firenze. Sylvia Boucot d’Hautmesnil al servizio delle sorelle di Napoleone,
ricompare la figura di Napoleone, questa
volta in compagnia delle tre sorelle, le
principesse Elisa, Paolina e Carolina, che grazie alla fortuna e alle
capacità di uomo d’arme e di governo del fratello, si trovarono, dalle umili
origini in una terra isolata, povera, come la Corsica, a conquistare onori e
ricchezze sullo scenario europeo; la sorte fatale poi del generale corso, il
crollo dell’impero, determinò il rovesciamento della loro fortuna, la
decadenza. Nelle pagine di questo lavoro sono fissati i caratteri diversi delle
tre sorelle e, allo stesso tempo, il loro coraggio di donne libere, la loro determinazione;
ci si sofferma, per altro verso, sulle facce che mostra il potere, nei diversi
frangenti, il modo differente di reagire delle persone, l’affermarsi della nuova
classe borghese. In questo contesto, Firenze fa da scenario all’agire dei diversi
protagonisti, è all’incrocio di dinamiche particolari, incisive per il suo
futuro.
È naturale dunque cercare di cogliere analogie con il tempo
presente, specie riguardo ai miti che in quei tempi sono stati coltivati, come il
mito della nazione e il mito del comandante supremo, del leader, che oggi ricompaiono
con forti tratti, sugli scenari incerti del nostro presente: la scrittura, il
lavoro di scavo, di analisi ad essa collegato, dei fenomeni in corso, aiuta
nella ricerca di un terreno più solido sul quale fondare le nostre speranze.