lunedì 24 agosto 2015

A Bivigliano "Firenze, dietro la facciata", Mostra Fotografica

Lunedì 7 settembre - giovedì 24 settembre 

"Firenze, dietro la facciata" 

Mostra di Roberto Mosi 

Rimessa d'arte "Benedetto Varchi" 

Bivigliano, Firenze - Via della Fonte 10




giovedì 20 agosto 2015

Sul "Corriere" il libro "Incontri e agguati" di Milo de Angelis - Articolo di R. Galaverni

Corriere della Sera del 19 luglio 2015, pag. 21
Dall'articolo di  Roberto Galaverni
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Maestro di versi, così bravo e imitabile

     "Milo de Angelis è assieme a Valerio Magrelli il poeta italiano più riconosciuto del nostro tempo. Attaccamento dei lettori, presenza nelle antologia, attenzione della critica, riconoscimenti non di parte ma trasversali, influenza sui poeti più giovani, , numerosissimi discepoli, imitatori, emuli, epigoni - tutto sembra confermarlo. Di conseguenza ogni suo ritorno non solo risulta particolarmente atteso ma viene perfino anticipato da una sorta di sommovimento e d'eccitazione della grande pancia dei nostri innumerevoli scrittori (spesso non lettori) di versi. La sua fama, insomma, lo precede. A volte fin troppo precipitosamente. 

     Il fatto è che attorno a De Angelis, 64 anni, e alla sua poesia si è creato nel tempo un sempre più percepibile alone auratico: un'immagine, o meglio un'icona ottenuta per una fusione di sapienzialità, di radicalità dell'ufficio poetico, di essenzialità della parola, di una lingua che si vuole scritta con il sangue stesso della vita. In ampie zone della nostra poesia un suo libro non si legge come quelli degli altri, ma per via carismatica e ipnotica, cioè attraverso una preventiva attribuzione di valore e di verità.

     Questo fatto si può interpretare almeno in due modi. Il primo, credo meno meno interessante,riguarda cosa in realtà stia cercando nella parola poetica una fascia consistente degli interessati, diciamo così, alle vicende della poesia di questi ultimi anni. Il secondo, che conduce subito alla chimica poetica di De Angelis, riguarda la natura stessa della sua poesia, vale a dire le sue particolari modalità di costituzione e la sua eventuale consistenza, perchè è vero che gli elementi che ho ricordato sopra fanno comunque parte del suo linguaggio e del suo modo di porsi come poeta. Per essere venerato, bisogna in qualche modo la forza di farsi leggere con venerazione. Così il problema critico di De Angelis potrebbe essere proprio questo: comprendere quale sia la sua forza poetica, ma, soprattutto, riconoscere quando davvero ci sia.
     
     Anche il suo nuovo libro di poesia, Incontri e agguati, proprio come i precedenti è stato infallibilmente anticipato da uno spostamento d'aria molto positivo. Tuttavia, non attribuendo un credito particolare ai patiti di De Angelis e neppure, almeno quando si tratta di lui, a molti suoi più o meno stretti compagni di strada, spero di averlo letto con sufficiente libertà. Penso che sia un libro notevole. Detto in soldoni, un libro tra quelli buoni di uno scrittore, per la natura stessa della sua scrittura, in genere piuttosto alterno. Ma notevole, certo, con le dovute proporzioni. Non all'altezza, ad esempio, di Biografia sommaria (1999), che resta il suo libro migliore, ma a mio vedere più convincente delle due raccolte che lo hanno preceduto: Tema dell'addio e Quell'andarsene nel buio dei cortili. Quest'ultimo infatti è un po' farraginoso, non abbastanza centrato e risolto, mentre l'altro (so di andare controcorrente), che riguarda la malattia e la morte della compagna del poeta, l'ho sentito come un libro in qualche modo ricattatorio, come se richiedesse a priori  un'assoluzione poetica sulla fede proprio del suo assunto così terribile e incontestabile.
 
      Il titolo del nuovo libro, Incontri e agguati, rimanda ad Apparizioni o incontri, la sezione che chiude Gli strumenti umani di Vittorio Sereni. Vi si ritrovano tutte le principali costanti tematiche, le situazioni, le premure, le ossessioni distintive di questo poeta: il rapporto tra contingenza e assoluto, l'intollerabilità fisica e psichica del grande enigma della vita, la confidenza con la morte, i miti dell'infanzia e dell'atletismo, lo scontro tragico con il destino in un mondo "senza dio", la ricerca qui e ora della pienezza del senso, di quello che i suoi amati greci, quelli antichi, chiamavano il kairòs, e che in questi versi si configura come "il sacro appuntamento/ dell'ultimo minuto". Tutto questo appare tuttavia come ridotto all'osso, esposto senza alcun intento dimostrativo, ma fissato come da un passo più addietro, come se la concitazione, la febbre consuete si fossero abbassate anche solo di qualche linea. (...)

(...) La sua questione poetica fondamentale è infatti agganciare la parola alla cosa, riconoscerle una rispondenza. E' la stessa tensione che s'incontra anche a livello tematico: incrociare l'arbitrio con la necessità. Quando questo è accaduto, allora la sua poesia possiede qualcosa - un misto di ferrea determinatezza e di divinazione, una centratura e insieme una risonanza delle immagini - che davvero è cosa soltanto sua. Il viaggio al termine della notte di Dengelis, "povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia", mi sembra allora che non possa mai essere ripagato abbastanza."

mercoledì 19 agosto 2015

"Incontri e agguati" il nuovo libro di Milo de Angelis

Milo de Angelis, Incontri e agguati, Mondadori 2015, pag. 72

Sette poesie
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Questa sera ruota la vena
dell’universo e io esco, come vedi,
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai estinto nella fronte, un vuoto
torrenziale che ti agitava nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
sei offeso da una voce monocorde e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.
*
Rinasce in un prato di piazza Aspromonte
la vecchia contesa tra questo rettangolo
e i cavalli della mente, tra questo semplice
rettangolo terrestre e tutti gli spettri
che si affollano lì, dove il numero otto
tirò preciso a fil di palo ed entrò
in una galleria di anni e domeniche piovose
e ora regna su di noi lo sguardo di un demiurgo
che ci raccoglie nel centro della mano
e legge su quei volti il labiale di una gioia
conclusa e straripante.
*
Dunque, amica mia, sei tu questa gioia senza dio
che giunge a un tenero golfo stamattina
e mi dice al telefono ora so ora so
che dalla fine più violenta
può scaturire questo bene, una spiga
di atomi felici dove nasco
e vedo il chiarore infantile di un sentiero e noi siamo
il frutto di un contrasto magistrale
che prepara giorno dopo giorno la lettera d’amore.
*
“Mi sono allontanato, vedi, dal campo
delle nostre partite iridescenti
e mi troverai qui, sotto le parole:
il quaderno è stato il mio unico compagno
e ora sulla mano, vedi, c’è la linea della morte.
Solo tu puoi salvarmi, solo tu
con un tiro all’incrocio prodigioso”
*
Sei tu, non c’è dubbio, riconosco
l’attacco delle tue risposte quando venivi interrogato
e le finestre del Gonzaga mostravano un cortile immenso
e tutto, fuori, assomigliava al silenzio degli olmi
scendeva un voto dalla tonaca nera e tu eri salvo
riapparivano le nostre pure voci e tu eri sommerso
di voci e si formava un’occulta melodia e c’erano
già i numeri sulla maglia, i numeri giusti per ciascuno,
e si avvicinava, con il suo sorriso vivente, il volto
della partita.
*
Ti ritrovo alla stazione di Greco
magro come un rasoio e ulcerato da un chiodo
che tu chiamavi poesia poesia poesia
ed era l’inverno eroico di un tempo
che si oppone alla vita giocoliera…e vorrei
parlarti ma tu ti accucci in un silenzio
ferito, ti fermi sul binario tronco,
fissi il rammendo delle tue dita
con la gola secca di fendimetrazina,
e la palpebra accesa da mille frequenze
mentre la Polfer irrompe nel sonno elettrico
e riduce ogni tuo millimetro all’analisi del sangue…
…vorrei parlarti, mio unico amico, parlare solo a te
che sei entrato nel tremendo e hai camminato
sul filo delle grondaie, nella torsione muscolare
delle cento notti insonni, e ti sei salvato
per un niente… e io adesso ti rifiuto
e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato.
*
Dolce niente
che mi hai condotto negli anni
del puro suono, quando tutto si diffondeva
dalle vaste novelle dei genitori
e il mondo sconosciuto ci chiamò …
…e tu invece, cupo niente dell’esilio,
niente delle anime senza risposta,
niente infuriato e sanguinante,
ustione del fiore reciso…
dolce niente e cupo niente
voi siete la stessa cosa per sempre.


martedì 18 agosto 2015

"La poesia secondo me", Franco Loi, Il Sole 24Ore, 10.8.2015

Ci sono un'infinità di equivoci intorno a cosa sia la poesia. Una volta, circolava l'idea – anche tra i letterati - che l'andare a capo, fare una riga corta, fosse fare una poesia. Altra idea era quella della rima: parole che, in qualche modo, finiscono con un'assonanza fanno una poesia, oppure si pensava bastasse contare le sillabe, o altri fattori tecnici. Se la poesia fosse questo, sarebbe sufficiente fare una cattedra di poesia: si sfornerebbero poeti allo stesso modo in cui si sfornano ingegneri. Non è così. Anzi, la maggior parte dei poeti non ha frequentato le università e, soprattutto, le facoltà di Lettere. È interessante: pensiamo, ad esempio, a Montale, che era ragioniere, a Quasimodo, che era geometra.
Questo la dice lunga su come non sia possibile “insegnare” la poesia, e come la poesia - al contrario - tema molto il soverchio del troppo, l'eccesso di erudizione, «lo spavento della letteratura». Quante volte ho sentito dire «È già stato detto tutto».

La poesia è qualcos'altro. È un movimento che attraversa l'uomo: scrivo movimento perché «emozione» nasce da «moto ». Non sempre i moti attraversano la coscienza, a volte qualcosa avviene dentro noi e lo riceviamo attraverso ì sensi, o il «cuore», la percezione che più strettamente chiamiamo emozione. Un mio amico ha detto una bellissima cosa. In un'intervista gli ho chiesto cosa fosse l'amore e ha risposto «L'amore è un movimento. L'odio è il suo contrario, perché è un ostacolo». Questo è importante, perché vuol dire che il movimento, soprattutto quando è d'amore, lo proviamo tutti; tutti - chi più, chi meno - in un certo momento abbiamo bisogno di esprimere questi moti che ci attraversano, e sentiamo questa necessità in modo tanto più forte quanto più questi moti sono inconsci, perché quando riusciamo a farli arrivare alla coscienza e a tradurli attraverso la mente in qualcosa di pratico o di razionale, ecco che allora ci acquietiamo dentro la spiegazione che riusciamo a dare.

Invece, quando questo moto non arriva alla coscienza, ci inquieta. Non sappiamo perché. Così l'innamoramento è il momento che ci fa vedere più chiaramente. Però ci sono tante cose nel movimento d'amore, non c'è solo l'oggetto o il soggetto del nostro amore. Quando ci innamoriamo portiamo dentro di noi le nostre debolezze, i bisogni di cui non siamo consapevoli, molti elementi che, a volte, non hanno niente a che vedere con l'oggetto d'amore. Tuttavia, in quel momento, tutti sentiamo il bisogno di scrivere, di dire. Una grande poetessa, Marina Cvetaeva, ha detto una cosa decisiva: «la poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere». Rispetto alle considerazioni precedenti abbiamo già fatto un salto, perché esprimersi ed essere sono due cose diverse. C'è il bisogno di esprimersi da una parte, ma questo presuppone un essere. Qual è quell'essere che vuole esprimersi? Non è il nostro io consapevole, ovvero quello che siamo abituati a considerare il nostro io (ci facciamo un'immagine di noi in rapporto agli altri e a noi stessi e la chiamiamo «io»).

Freud diceva che l'io è un incidente, che è l'accumularsi abituale di un punto di riferimento dentro di noi e questo punto di riferimento lo scegliamo fra tanti, ma non è detto che sia quello «l'io». Diciamo che l'io sottostà a un essere. Chi siamo noi? Quando si è bambini siamo molto vicini al nostro essere; il bambino agisce, tanto più è piccolo, non con una forte nozione del proprio io, ma del proprio essere. In questo senso la Cvetaeva diceva che «qualcosa dentro di noi vuole disperatamente essere ». Perché dando credito al nostro io finiamo per soffocare il nostro essere, lo mettiamo da parte e facciamo sempre riferimento a questo punto significativo che è poi il nostro modo abituale di fare. Questo lo capiamo quando entriamo davvero in un rapporto profondo con noi stessi, quando le abitudini vengono a mancare, arrivano dolori troppo profondi, viene sconvolto il nostro modo usuale di guardarci e di vederci. Quando si dice «sono in crisi», significa semplicemente che è l'immagine che è in crisi, è il proprio «io» che è in crisi. Nei Vangeli, infatti, gli «io» si modificano, perché sono tanti: sono legione.

La poesia è quel moto che nasce dal nostro essere. Il mezzo che usa è la parola. Facciamo qui un altro passo, analizziamo la tecnica. La prima tecnica che usiamo è la lingua (se fosse pittura, il mezzo sarebbero i colori, che non sono sette come ci dicono, ma sono infiniti); è nel rapporto dell'essere con il mezzo espressivo che nasce “lo specifico” del mezzo. I grandi poeti, che hanno anche scritto e riflettuto sulla poesia, dicono tutti una cosa: fondamentale è lo stupore che il poeta prova di fronte alla propria espressione. Il poeta non sa quello che scrive. Non bisogna credere di dover imparare a scrivere ciò che si pensa, o quello che la propria coscienza pensa. Ci si deve solo esprimere in relazione al proprio essere e non al proprio abituale io cosciente. Quando il poeta si esprime è il suo essere inconscio, attraverso il mezzo, che rivela ciò che lui non sa,che non cade sotto la sua padronanza, gli rivela quante funzioni si accumulano dentro l'essere senza che ne abbia coscienza. Ecco allora perché si ha lo stupore dell'artista davanti al proprio fare.

Si parla tanto delle funzioni della poesia, ma la poesia non ha le funzioni che le si attribuiscono - ideologiche, pratiche, eccetera - la poesia ha una funzione forte e importante: rivelare l'essere, e rivelare il rapporto che l'essere ha con il mondo, con gli altri. Perché i Greci chiamavano la poesia il «fare»? Perché è proprio un fare: è un operare su se stessi. Non solo si disvela il nostro essere, ma approfondisce il rapporto fra la nostra coscienza e il nostro essere. La poesia, quindi, è una delle arti che opera sulla materia. Gli alchimisti dicevano che, se si muove una sostanza in un bicchiere, il continuo mescolare modifica le sostanze e, nello stesso tempo, trasforma anche colui che fa. Questo è uno dei grandi effetti del fare artistico. Non solo si porta alla coscienza tanta parte di noi, ma si cambia noi stessi, si cambia il rapporto fra noi e la profondità di noi. È quello che chiamiamo intuizione. Einstein dice che non si perviene alle leggi universali per via di logica, ma per intuizione, E l'intuizione non la facciamo noi, ma è possibile nel rapporto simpatetico con l'esperienza. La poesia è dunque uno dei grandi mezzi per raggiungere con la “coscienza” il nostro proprio essere. È un cammino, una strada, sulla quale occorre pazienza e perseveranza. Goethe diceva «il genio è pazienza», e lo diceva anche in questo senso.

Io sono arrivato a scrivere poesia che avevo già quarant'anni. Nel '70-71 ho vissuto un'esperienza del fare poesia molto interessante per me, perché l'ho vissuta in maniera molto profonda e l'ho vissuta lavorando tantissimo, circa 14 ore al giorno. Il lavoro è una delle condizioni necessarie all'imparare a scrivere. È come il falegname con la sega, il contadino con la falce, che non sono andati a scuola, ma hanno acquisito quella naturalezza nell'uso dei loro strumenti attraverso la pratica continua, il lavoro - appunto. Bisogna lavorare, sbagliare, lavorare ancora, e più si lavora più si affina il mezzo, non solo la mano che fa, ma anche la nostra interiorità rispetto al mezzo. Tenere il rapporto fra sé e la parola è un lavoro continuo. Non accontentiamoci di una frase qualsiasi, di frasi convenzionali (e quanto più si è intellettuali, tanto più si usano frasi convenzionali). Leopardi assicura che è meglio ascoltare il popolo quando parla, e ciò per due squisite ragioni; una: che la parola del popolo è molto più vicina alla natura; due: che è una parola del tutto illogica, del tutto fuori dalla razionalità, è una parola che nasce dentro le emozioni del vivere. La parola popolare è lontana dalla chiacchiera, anche dalla chiacchiera del popolo, che pure esiste. Il popolo quando è ubriaco, o sotto emozione, dice delle cose straordinarie, inventa anche la lingua, perché, in quel momento, è libero.

Invece noi usiamo la parola per la pratica della vita e ci pare che, come la usiamo per la pratica, la possiamo usare anche per il fare della poesia. Non è così: la parola pratica della vita esige una convenzione, la poesia esige emozione. Il poeta deve sapere sempre mettere in relazione la propria emozione, il proprio moto, con la parola che usa. E siccome il moto nasce dalla profondità dì noi, deve saper mettere in relazione la propria interiorità con la parola. È questo rapporto stretto che fa il valore dell'espressione, il valore del «dire». Altrimenti entriamo in un altro campo, che non è più quello della creatività e dell'arte, ma è quello della convenzione del vivere la vita pratica. Ci sono delle persone che, fuori dalle convenzioni, non sono neanche più capaci di parlare, sono abituate così, a non andare mai più in là dei luoghi comuni. Questo, alla fine, impedisce loro di capire, anche solo di capire, e di entrare in un rapporto con se stessi e con il mondo che non sia quello delle convenzioni. L'abitudine a stare attenti alle parole ci libera da molti impedimenti, e anche dalla zavorra delle cose morte che sono intorno a noi e delle vite morte che parlano intorno a noi. La parola usata sciattamente fa sciatta la nostra vita. La fa occasionale. E quindi, il lavoro sulla poesia è un lavoro sacrosanto, importantissimo, un lavoro che ogni uomo dovrebbe fare, perché - senza accorgersene - ogni uomo un poco muore.
Franco Loi

lunedì 10 agosto 2015

"Evviva, la poesia è viva" Corriere della Sera, Paolo di Stefano

     "Pochi la leggono, ma non si fa che parlare di poesia. Spesso per intonarne il coro funebre. E' un vecchio vizio italiano. Negli anni pari si dà per morto il romanzo, nei dispari scocca l'ora della poesia. La discussione, nei mesi scorsi, si è aperta con il timore che una delle collane storiche, lo Specchio, sia destinata all'estinzione dopo l'uscita forzata, dalla Mondadori, del suo editor interno, Antonio Riccardi.

L'annuncio è stato dato sull'Avvenire da Alessandro Zaccuri, che lamentava il tramonto di un filone editoriale illustre, alle cui cure, nei decenni scorsi, sono stati chiamati personaggi del calibro di Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Giovanni Raboni, tutti poeti in proprio ma funzionari o consulenti sensibilissimi alle nuove tendenze letterario-editoriali. All'articolo di Zaccuri sono seguiti interventi pro e contro la "resistenza" della poesia, scritti da Pietrangelo Buttafuoco, Alfonso Berardinelli, Andrea Cortellessa, Gilda Policastro e altri. Tema del contendere: è la poesia d'oggi che non vale e non riesce a comunicare ( Berardinelli) o è l'editoria che si disinteressa a un genere letterario ancora molto vitale ma escluso dal mercato (Cortellessa) ? La poesia deve difendersi da sola o va aiutata come una specie protetta a beneficio dell'intero ecosistema?

E' indiscutibile che in questi anni molte delle collane più significative sono andate morendo: ...

Il fatto è che parlando di poesia si finisce spesso per rimanere impigliati nei luoghi comuni. Intano è vero che i versi non vendono? Sì e no. A sentire Mauro Bersani editor della Einaudi, i numeri non sono così scontati: "C'è un filone fortunato che è quello legato alla ricerca spirituale di matrice anche laica che si fa apprezzare dal pubblico". ...

(Per Enrico Testa:) "Non è un fatto di leggibilità, se qualcosa è cambiato, dagli anni '90, è che non valgono più i vecchi parametri di giudizio e di lettura, non si può più parlare di lirismo né di volontà antilirica. Non credo che la poesia italiana abbia perso utilità o capacità di comunicare , sono convinto che resti un elemento di civiltà, un punto di critica che riesce anche a farsi invenzione di una lingua, di un ritmo, di un pensiero. Dove altro si può trovare questa capacità di integrare contraddizioni così vitali, in cui il ritmo venga messo in sintonia con un pensiero non necessariamente logico?"  (...) 

Da La Lettura, Corriere della Sera - 9 agosto 2015









venerdì 7 agosto 2015

Bivigliano aspetta "Firenze, dietro la facciata"

Mostra di fotografia di Roberto Mosi dal 7 al 24 settembre
Bivigliano , Rimessa "Benedetto Varchi", via della Fonte 10

 La Mostra Firenze, dietro la facciata
è dedicata alla rete di vicoli presente nel centro della città che mostrano ancora un’impronta netta della loro origine medievale. L’esposizione completa una serie di mostre realizzate negli ultimi anni dall’autore, alla scoperta di diversi angoli di Firenze, secondo un percorso circolare che partendo dalle colline, ha attraversato le periferie, il centro e i luoghi del “mito”, le tracce di una storia unica e i riflessi delle famose vie della moda, il paesaggio che si rispecchia nelle acque dell’Arno. I passaggi di questo impegno sono stati pubblicati nel recente e-Book – Firenze, foto grafie – delle edizioni www.larecherche.it Libri Liberi.
         Nelle immagini della Mostra Firenze, dietro la facciata, si tende a esaltare il movimento dal basso verso l’alto, dell’alzarsi dello sguardo dalle pietre dei vicoli e dei passaggi, su per i muri delle case, per arrivare a scoprire una striscia di cielo azzurro, la luce rara del sole. Questo elevarsi in alto – quasi un’aspirazione a liberarsi dalle ombre delle vie – è accompagnato nelle riprese fotografiche, dal progressivo accendersi dei colori, dal movimento verticale verso l’alto delle docce, degli sfiati di metallo argenteo delle cucine dei ristoranti e dei laboratori. Le fotografie colgono poi come una solidarietà fra le case, gli edifici, addossati gli uni agli altri, con archi di sostegno aerei. In una foto occhieggia di lontano il Campanile di Giotto. In basso, nei vicoli, scarsi i segni della vita di oggi, un uomo accovacciato solo in un angolo, mucchi di spazzatura, un manifesto di un film con due amanti appassionati, la scritta bianca sul muro di un sottopassaggio: “BELLA”. Una Mostra dunque dedicata al cuore di Firenze e, perché no, alla mano che ha scritto questa parola dedicata, forse, ad un’innamorata.
         Riflessioni “fotografiche” che l’autore ha cercato di rendere anche con un racconto riportato nell’e-Book sopra citato (“Via del Limbo”) e nella poesia che segue, animata dalla figura di un ridente giullare ( lo stesso autore?), che si aggira per la città, in mano una piccola macchina fotografica.
Dietro le vetrine
del Centro, labirinti, cortili
stretti in continui abbracci.
 
In basso pietre gocciolanti
strisce di muschio, porte misteriose
odori di muffa ed orina.

In alto la vertiginosa ascesa
docce, canne fumarie aggrovigliate
in spazi di rapina.
 
Disteso sulle pietre
il Giullare fotografa impronte
del Medio Evo.


martedì 4 agosto 2015

poesia3002: "Mediterrano" l'ultimo numero de "L'Area di Broca"...

poesia3002: "Mediterrano" l'ultimo numero de "L'Area di Broca"...: E' uscito il n. 100-101 dell' Area di Broca , semestrale di letteratura e conoscenza (già "Salvo Imprevisti") diretto...

"Mediterrano" l'ultimo numero de "L'Area di Broca"


E' uscito il n. 100-101 dell'Area di Broca, semestrale di letteratura e conoscenza (già "Salvo Imprevisti") diretto da Mariella Bettarini, dedicato al tema del "Mediterraneo". 
Interventi di Massimo Acciai, Lello Agretti, Silvia Batisti,  Mariella Bettarini, Maria Grazia Cabras, Maria Paola Canozzi, Annalisa Comes, Graziano Dei, Alessandro Franci, Luca Giordano, Gabriella Maleti, Loretto Mattonai, Maria Pia Moschini, Roberto Mosi, Gianna Pinotti, Davide Puccini, Aldo Roda, Giovanni Stefano Savino, Luciano Valentini, Lucio Zinna, Costanza Ferrini, Valentina Meloni, Paolo Pettinari, Valerio Zupo.
Grafica e disegno di copertina di Graziano Dei. La rivista è consultabile: www.emt.it/broca 
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L'introduzione al numero di Mariella Bettarini:

“Thalatta! Thalatta!” (“Mare! Mare!”) 

“Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande
calmarìa di scirocco che durava senza mutamento alcuno sino dalla
partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani
e quello sventolio flacco flacco dell’onda grigia, d’argento o di ferro,
ripetuta a perdita d’occhio” 
Stefano D’Arrigo, da Horcynus Orca

“Il Mediterraneo si sta trasformando in un cimitero, il più vasto
della regione. Un cimitero che non cessa di inghiottire nuovi
‘dannati della terra’ e di arricchire i mercanti di morte” 
Tahar Ben Jelloun 

        Residuo di un antichissimo oceano dall’area complessiva di quasi tre milioni di chilometri quadrati, con la profondità media di circa millecinquecento metri, mare che ha visto nascere le più antiche civiltà, da quella minoica alla cartaginese, da quella greca all’islamica, dall’ottomana alla romana, il Mediterraneo è un mare tra le terre, è mare nostrum, luogo che unisce geologia a storia, zoologia a umana società, scienza a filosofia, letteratura, e così via…
          Aver deciso di dedicargli un fascicolo della rivista, specie in questo periodo così drammatico e relativamente “inusuale” per l’immane problema dell’immigrazione (quest’anno 2015, fino aila fine di maggio, sono stati più di quarantaseimila i migranti arrivati via mare, e purtroppo migliaia e migliaia i “defunti per acqua”); aver deciso di dedicare un fascicolo a questo nostro mare è risultato assai impegnativo da molti punti di vista, ma soprattutto sotto il profilo sociale ed etico, dato ciò cui purtroppo stiamo assistendo e che stiamo attraversando.
        Con Senofonte, dalla sua Anabasi, potremmo esclamare: “Thalatta! Thalatta!” (“Mare! Mare!”), ben sapendo che il Programma Triton (in atto dal 1° gennaio di quest’anno 2015), che comporta l’accordo tra 29 Paesi UE ed extra-UE a proposito del drammatico problema dell’immigrazione, risulta essere, in realtà - nonostante le migliori “apparenze” - un grave peggioramento rispetto al Programma Mare Nostrum (in atto dal 18 ottobre 2013 al 31 dicembre 2014), il quale attribuiva alla sola Italia tale durissimo impegno. Siamo, quindi, ben lontani da una sia pur parziale,  limitata soluzione…
           Intanto, i testi che qui leggerete hanno i più vari aspetti, le caratteristiche più disparate, il comun denominatore essendo il mare, questo mare, appunto: il Mediterraneo, e quanto ad esso è legato, di cui è composto, che esso comporta.

Mariella Bettarini


lunedì 3 agosto 2015

Firenze, il nubifragio e l'effetto "global change"


"Il nubifragio che si è abbattuto su Firenze - spiega Bernardo Gozzini direttore del Lamma -
si inserisce nel quadro dei cambiamenti climatici, con precipitazioni attorno a 50 mm in circa un'ora e mezzo e sino a 20-25 mm in 15 minuti, localizzate soprattutto in un'area di circa 1 chilometro di diametro , nonchè la difficoltà di fare previsioni sullo sviluppo di eventi così intensi e localizzati"

domenica 2 agosto 2015

"Ricordo della strage" da "La vita fa rumore" Ed. Minotaurus


Ricordo della strage

 

Il treno esce dall’Appennino,

taglia la periferia della città.

Nella carrozza visi stanchi,

computer accesi,

gli ultimi lavori del giorno.

 

Scorre il binario numero uno,

Mac Donald, la biglietteria

poi lo squarcio nel muro,

il bagliore della sala d’attesa.

L’eco ancora dell’esplosione.

 
dalla Raccolta R. Mosi "La vita fa rumore", Ed. Minotaurus 2015